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    a cura della redazione del comparto fascismi
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Il referendum sulla giustizia e la svolta securitaria

Mario Schifano
Mario Schifano

Il testo interpreta il referendum sulla giustizia del governo Meloni come parte di una svolta securitaria volta a reprimere il dissenso e costruire il <<nemico interno>>. La riforma mirerebbe a ridurre l’autonomia della magistratura, subordinandola all’esecutivo e rendendo la legge uno strumento diretto di governo. Questo processo si inserisce in una tendenza globale definita come neofascismo, in cui potere politico ed economico convergono e i diritti vengono erosi. La sicurezza viene privilegiata rispetto alla libertà, in un contesto di <<economia di guerra>> Il testo evidenzia il paradosso di movimenti marginalizzati che difendono la democrazia. Conclude invitando a votare NO, pur riconoscendone i limiti.


A ormai pochi giorni dal referendum sulla giustizia proposto dal governo Meloni, il dibattito intorno al tema è acceso. Associazioni, avvocati, giuristi e parti di movimento hanno illustrato ampiamente le ragioni del NO, sottolineando fin da subito come la separazione delle carriere rappresenti uno specchio per le allodole, e che il referendum sia la diretta prosecuzione delle politiche liberticide del governo in carica. Quello che interessa mettere a fuoco in questa sede non sono gli aspetti tecnici della riforma, ma mostrare come essa si inserisca in una più generale svolta securitaria che non riguarda soltanto il nostro paese, ma i neofascismi su scala globale.

Come ha ben dimostrato la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, il nucleo profondo della riforma della giustizia riguarda la costruzione e la gestione del «nemico interno»: dai migranti agli spazi sociali, dai movimenti politici alle forme di dissenso organizzato. 

Questa lotta contro i «nemici interni» è stata finora perseguita dal governo attraverso vari Decreti Legge, attuando una sistematica criminalizzazione dell’opposizione sociale. Si tratta di una serie di misure volte a creare o aggravare fattispecie di reato, promulgate ad hoc per colpire i movimenti e calibrate in risposta diretta alle loro mobilitazioni: basti pensare al DL antisemitismo, emanato dopo le piazze per la Palestina dello scorso autunno, o all’ultimo DL sicurezza, varato in seguito al corteo del 31 gennaio a Torino. 

Tuttavia, per rendere completo l’effetto di queste riforme, è necessario che la legislazione e la sua applicazione giuridica procedano di pari passo: bisogna tendere una linea diretta tra esecutivo e magistratura. L’attacco è quindi rivolto a quella minoranza della magistratura più restia ad applicare le nuove norme repressive.

Da una prospettiva radicale, può apparire paradossale che l’obiettivo di un governo conservatore sia attaccare un organo che per antonomasia difende lo stato di cose presenti. La magistratura è infatti in prima linea nel processo di repressione del dissenso, basterà citare il caso del Tribunale di Torino, da decenni laboratorio di repressione contro la lotta No Tav e i movimenti. Va però ricordato come la magistratura sia ancora dotata di un’autonomia che, raramente, utilizza per porre un freno al potere economico e politico in difesa di ciò che resta dei diritti sociali: lo dimostrano le recenti decisioni sui CPR in Albania, sull’estradizione dell’imam di Torino Mohamed Shahin o sul caporalato imposto ai rider. 

L'obiettivo della riforma è quindi intaccare questa autonomia residua, dirigendola verso una direzione ancor più classista, diseguale, razzista e patriarcale, in funzione esclusivamente repressiva. Si tratta quindi di utilizzare la magistratura ai fini di governo, usare la legge per travalicarla, in sintonia con la tendenza globale, in cui il capitalismo finanziario si è da tempo posto al di sopra di qualsiasi organo legislativo.

Un’anteprima di quello che potrebbe significare un esito favorevole alla riforma è stata offerta da Giorgia Meloni all’indomani del corteo per lo sgombero di Askatasuna, quando, dopo aver visitato in ospedale i poliziotti di Torino «aggrediti», ha dichiarato: «Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio. Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni». Di fatto, il Presidente del Consiglio ha indicato ai magistrati competenti quale capo di imputazione applicare: uno scenario che apre a nuove frontiere di repressione di ogni tipo di movimento.

La proposta di riforma costituisce in questo senso un tassello nel tentativo di costruzione di una nuova forma-stato: un governo che agisce tramite le istituzioni della polizia, e ora della magistratura, per reprimere il dissenso interno, sgombrando il campo dalle voci dissidenti al fine di realizzare a pieno un’economia di guerra coerente con la situazione geopolitica globale.

Il fenomeno italiano si inserisce nello sviluppo di un neofascismo globale fondato su due assolutismi tra loro convergenti: l’assolutismo dei poteri politici legittimati dalle elezioni, che non ammettono più limiti né vincoli, e l’assolutismo economico di pochi multimiliardari che governano direttamente. I due assolutismi sono alleati e spesso identificati nella stessa persona o nello stesso sodalizio, come esemplifica la coppia Trump-Musk, prefigurando un capitalismo sempre più feudalizzato.

L’obiettivo comune è creare una forma ibrida di governo, decostituzionalizzando le democrazie, ovvero privandole di quella dimensione sostanziale dei diritti fondamentali su cui nessuna maggioranza dovrebbe poter decidere. Questi diritti, che di fatto erano già appannaggio di una fetta molto ristretta della popolazione, non possono più essere tollerati: l’obiettivo è formalizzare un assolutismo della politica subordinata all’economia e un assolutismo del mercato, in cui la guerra gioca un ruolo centrale. 

L’intero Occidente si trova davanti a un processo globale che richiede un ribilanciamento, all’interno dei meccanismi democratici, dell’equilibrio tra sicurezza e libertà. Per gestire le migrazioni, la trasformazione della cittadinanza e le tensioni prodotte da una metamorfosi complessiva delle società occidentali, i governi serrano i ranghi per non essere travolti da ciò che hanno contribuito a generare. La riforma della giustizia, al di là dei suoi tecnicismi, affronta esattamente il problema di questo ribilanciamento. Il suo scopo di fondo è rendere il governo ancora più securitario tramite un complessivo riordino del rapporto tra libertà e sicurezza, tutto a favore della seconda, e dove anzi la libertà diventa un sottoprodotto residuale dell’elevazione dei dispositivi di controllo.

Per fare tabula rasa delle voci dissonanti ed entrare a pieno regime in un’economia di guerra, occorre esecutivizzare ulteriormente il nostro ordinamento. Non è un caso che tra i maggiori promotori del Sì figuri anche Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or della Leonardo SpA. L’economia di guerra ha bisogno di una giustizia che proceda in sincronia con essa: non ci si può più permettere i tempi di una magistratura che rivendichi autonomia propria. La sicurezza, in questa visione, ha bisogno di velocità e di efficienza; le garanzie e i diritti vanno eliminati in quanto potenziali ostacoli ai nuovi ritmi imposti dalla fortezza. Ciò che si richiede è un garantismo del privilegio e della disuguaglianza, una giustizia che punisca il dissenso e la piccola delinquenza, ma che garantisca l’impunità ai potenti, che non tocchi le responsabilità delle fabbriche di armi, che metta polizia e magistratura alle dipendenze dirette del governo.

Le democrazie neoliberali stanno arrivando alle loro ultime battute, e in questo tramonto svelano i propri segreti. L’uso della legge è sempre stato un privilegio riservato a quel piccolo gruppo di nobili che ci governa. Oggi però il velo cade: il potere non può più tollerare alcuna autonomia, nemmeno quella formale della legge, e tutte le istituzioni devono convergere verso il nuovo regime di guerra.

Il paradosso di questo referendum è che proprio coloro che sono stati storicamente esclusi dalle democrazie, dalle costituzioni, dai diritti, dall’uso della legge, oggi si impegnano per salvarle. Chi oggi difende l’ordine democratico è chi spesso, non solo dalla destra, è considerato nemico pubblico. Ci troviamo nella situazione in cui proprio chi non se lo merita, cioè un equilibrio costituzionale che spesso e volentieri si è orientato dalla parte della conservazione più abietta, viene difeso dall’associazionismo di base, dai movimenti sociali, dalla galassia di sigle mutualistiche.  Insomma da chi legittimamente avrebbe qualunque ragione per dire: «non staremo qui a difendervi».

Cosa stiamo difendendo è quindi un interrogativo che dobbiamo porci; ma di fronte alla prospettiva di una riforma che assomiglia a un golpe, non ci resta che stare nel partito del NO. Un NO disilluso, consapevole che, nel caso vinca, servirà a darci niente più che una boccata di ossigeno, e nel caso perda, peggiorerà una situazione già ineluttabile. Un NO conscio che il nemico ci sta trascinando a combattere sul suo terreno, mentre la nostra sfida si gioca altrove. Un NO consapevole che per disertare la guerra e il neo fascismo contemporaneo non basterà un voto, e che la vera lotta non si tiene nelle urne ma nella costruzione e l’autodifesa delle comunità resistenti in cui viviamo prima e dopo il 22 e 23 marzo.

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