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  • Immagine del redattore: Giorgio Moroni
    Giorgio Moroni
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Antonio Brech
Antonio Brech

In che misura a Genova gli eventi di rottura culturale e sociale che definiamo genericamente come «sessantotto» sono l’esito di una maturazione caratteristica e locale, e di converso quanto questa stessa rottura è stata indotta da avvenimenti contestuali ed esterni? Se risaliamo agli anni Cinquanta del secolo scorso, Genova è ancora relativamente centrale nell’economia, nella politica e almeno in parte nella cultura di questo paese.  In quel periodo nessuno mette in discussione il peso della città come capitale dell’industria di Stato e centro di smistamento di materie prime agli altri poli industriali, mentre la vittoriosa vicenda resistenziale assegna a Genova un ruolo nazionale di indirizzo politico, sia con riferimento agli equilibri di governo, con il continuo scostarsi e riallinearsi dei partiti nel solco del sistema interpartitico inaugurato dal Cnl che giungerà invariato alla fine del secolo, sia per quanto riguarda l’organizzazione del Partito comunista italiano, in apparenza compatta e monolitica ma in realtà internamente squilibrata dal nodo ambiguamente irrisolto della rivoluzione e dei suoi tempi di attesa, che continua ad agitare e appassionare molti militanti.


A Genova, in un ammezzato del grattacielo di Piacentini in via D’Annunzio, la Società di Cultura, ispirata da Walter Binni e Franco Antonicelli e diretta da Enrica Basevi [1], organizza, nell’arco di tredici anni a partire dal 1954, quasi un migliaio di conferenze multidisciplinari ed eventi cui interviene progressivamente gran parte dell’intellighenzia del paese, al pari dell’Unione Culturale sorta a Torino nel 1945, fondata e diretta da Franco Antonicelli, e della Casa della Cultura sorta a Milano nel 1946, fondata da Antonio Banfi e diretta da Rossana Rossanda. Ma la Società di Cultura, nelle cui stanze si formano almeno due generazioni di intellettuali e militanti, chiuderà proprio alla vigilia del ’68 a seguito della scelta post-stalinista del Pci di far mancare l’ossigeno a un contesto culturale non più controllato né controllabile di fronte ai nuovi fermenti sociali e politici che proprio in questa città si erano precocemente manifestati; tale scelta è già un preoccupante segno di chiusura e di declino, se è vero che le altre due associazioni di Milano e Torino significativamente non chiudono, e sono ancora operanti oggi, nel 2017. Anche Il Gallo, con sede in Galleria Mazzini, associazione cattolica fondata da Nando Fabro nell’immediato dopoguerra, è un luogo ideale di confronto aperto per cattolici e laicisti, fuori dal controllo dalla commissione teologica nominata dalla Curia [2].


Mentre il centro cittadino, con le sedi delle aziende, l’Università e naturalmente piazza De Ferrari, è il teatro naturale degli avvenimenti politici, gran parte di questi traggono origine dalla popolosa delegazione di Sampierdarena, comune rivierasco annesso nel 1926 alla grande Genova assieme a Sestri Ponente e ad altri diciotto comuni: tra Sampierdarena e Sestri Ponente sono infatti collocate le grandi fabbriche meccaniche siderurgiche e cantieristiche, e anche il sistema portuale genovese si è allargato ai nuovi moli e terminal sampierdarenesi, nel momento in cui il vecchio porto commerciale si è rivelato insufficiente a far fronte all’aumento dei traffici. Va notato a margine quanto sia stata feroce la violenza inferta sul territorio e sulla vita sociale dall’industrializzazione forzata di queste aree, a colpi di cemento armato, ciminiere fumose e colate di ghisa su spiagge e mare a ridosso di vecchi borghi abitati e di ville borghesi, nel giubilo generale e condiviso delle organizzazioni operaie e del padronato; all’epoca è completamente assente ogni sensibilità per l’ambiente naturale mentre il progresso ancorché selvaggio è mitologicamente associato sia allo sviluppo del capitale che a quello del soggetto – la classe operaia – che vi si oppone.


È a Sampierdarena che si sono tenute nel 1942 le prime riunioni di rifondazione locale del Partito comunista, alle quali hanno partecipato studenti come Giacomo Buranello e Walter Fillak e operai come Emilio Guerra e Agostino Marchelli. A distanza di poco più di dieci anni dalla liberazione è a Sampierdarena che si incontrano – presso la sezione Giuseppe Spataro di vico Luigi Stallo – Rinaldo Manstretta e Gianfranco Faina. Il primo (1926- 1985) è un operaio, prima alla SIAC e poi al CAP che, dopo aver combattuto come partigiano nella Brigata Volante Severino e aver trascorso un periodo a Roma come funzionario di partito, se ne è tornato abbastanza disilluso a Genova; autodidatta, accanito lettore e di animo indipendente, entra da subito in amicizia con Gianfranco Faina (1935-1981), giovane studente del Liceo Classico Mazzini, e con altri giovani studenti sampierdarenesi come Gianfranco Dellacasa, Gianfranco Bartolini, Gianfranco Marongiu, Piero Puppo, Giancarlo Sommariva, Erminio Raiteri, Pietro Riccobene e Giorgio Guano. È a Sampierdarena che nasce nel 1954 il Portico [3], omologo sampierdarenese della Società di Cultura.  Posizioni fortemente critiche vengono espresse da Faina nel novembre 1956 al Congresso provinciale del Partito in seguito ai fatti di Ungheria [4], malgrado le quali – per la sua autorevolezza nonostante la giovane età – viene eletto nel Comitato federale della Fgci. Faina lotta per l’autonomia della Fgci dalla linea di partito e si oppone alla decisione della Fgci di approvare le tesi uscite dall’VIII Congresso del Pci. In una successiva riunione convocata per discutere la situazione all’interno della Fgci genovese il comitato federale della Fgci decide di sconfessare la condotta della segreteria provinciale, di cui facevano parte sia Manstretta che Faina e che si era caratterizzata per una linea antistalinista e antiburocratica. Questo comporta un temporaneo congelamento delle attività del gruppo dei giovani sampierdarenesi, che rimangono iscritti al Partito comunista senza incarichi e senza svolgere attività di rilievo.


Sono i fatti del giugno 1960 [5], su cui non ci soffermiamo in questa sede, che mettono in circolo nuovi interessi e passioni e avviano nuovi processi di aggregazione politica.  Già nell’opuscolo a stampa Il 30 giugno a Genova firmato per conto del Movimento 30 giugno da «Ettore», apparso a qualche mese di distanza dai fatti e probabilmente redatto da Bruno De Lucchi (vedi oltre per gli scarni cenni biografici) unitamente al gruppo che si è conosciuto e si è frequentato nei locali della Società di Cultura e che di lì a poco pubblicherà Democrazia Diretta, si parla con un linguaggio in parte di tradizione libertaria e in parte nuovo, dove compaiono «in nuce» i temi delle stagioni a venire:


«La partecipazione alla mobilitazione di gruppi rivoluzionari qualificati (...) ha potuto organicamente collegarsi con il movimento generale per svolgervi una funzione di orientamento»; «La partecipazione della gioventù in generale e degli studenti in particolare ha impresso all’azione una dinamicità ed una incisività che senza di essa non sarebbero state possibili»; «E ai loro inviti [dei funzionari politici e sindacali] di adoperarci per far sciogliere i giovani che gridavano contro la provocazione di tanti guerrieri, dovevamo rispondere che non era questa la “gioventù bruciata” di tanti inutili inchieste; dovevamo rispondere che i bruciati erano loro, i funzionari fagocitati dal quietismo socialdemocratico»; «Quello che è accaduto il 30 giugno a Genova sarà e dovrà essere ricordato come uno dei casi più significativi di legittima difesa col metodo dell’azione diretta che si sono registrati in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi»; «I giovani di Genova, di Reggio Emilia, di Roma, di Palermo, di Catania, appartengono alla società sotterranea mondiale, alla stessa società a cui sono affiliati gli studenti della Zengakuren, la gioventù di San Francisco, la gioventù negra, le gioventù turche, francesi, spagnole»; «Quindi, volenti o nolenti, coloro che ci hanno definito “provocatori” dovranno di frequente discutere con noi e abituarsi all’idea di vederci in piazza ogni qualvolta sarà necessario».


Da parte sua il Partito comunista, ora come in seguito, si considera l’unica legittima espressione della volontà «popolare», giudicando come provocazione qualsiasi manifestazione che non sia ispirata da esso o non lo abbia per protagonista [6].


Un anno dopo il giugno ’60, e in stretta relazione con quel moto di rivolta, a Genova esce «Democrazia Diretta. Notiziario delle lotte e della democrazia operaia» [7]. La pubblicazione, esito della collaborazione tra un gruppo di giovani intellettuali militanti e alcuni operai, si presenta come autonoma da partiti e sindacati, espressione di nuove forze sociali e ideali, e farà uscire tre numeri, tra il giugno e l’ottobre 1961.


«Alle origini del nostro lavoro e del nostro impegno sta la considerazione, sempre più diffusa del resto, che le masse operaie si trovano in una posizione di lotta più avanzata di quelle espresse formalmente dalla politica delle loro istituzioni tradizionali, dai partiti soprattutto, ma anche dai sindacati».


Queste le prime parole dell’editoriale. Fanno parte della redazione: Claudio Costantini (1933-2009, studioso del movimento anarchico e successivamente ordinario di Storia Moderna a Balbi), Gino Bianco (1932-2005, socialista libertario e successivamente giornalista), Edoardo Grendi (1932-1999, studioso del socialismo inglese e della Repubblica Genovese, teorico della microstoria), Bruno De Lucchi [8] (1929-?), anarchico almeno all’epoca, portuale e fondatore della Corrente di Iniziativa per il Rinnovamento Sindacale, interna alla F.I.L.P; Romano Alquati (1935-2010, scrittore e attivista torinese benché cremonese di origine, in quel momento collaboratore di «Quaderni Rossi», il cui primo volume deve però ancora uscire; Carlo Boccardo (1922-?), anarchico e operaio tubista del Cantiere di Sestri Ponente; Lorenzo Parodi (1926-2011), operaio dell’Ansaldo, partigiano e sindacalista anarchico di lì a poco fondatore con Arrigo Cervetto di Lotta comunista; Emilio Soave (1939) torinese, fondatore dei «Quaderni Rossi») e infine Gianfranco Faina (successivamente autore di ricerche sulla storia della tecnica e ordinario di Storia dei Partiti Politici a Balbi. I redattori, eterogenei tra loro pur nel contesto del movimento operaio cui tutti aderiscono e alla cui unità si richiamano, hanno in comune una connotazione fortemente critica nei confronti del Pci ed esprimono collettivamente una insofferenza nei confronti della marmorea burocrazia stalinista e in genere dei partiti istituzionali della sinistra, incapaci di interpretare e rappresentare il nuovo fermento politico e sociale che si sta affermando. Ed è proprio questo distacco dai partiti che permette alla rivista di dar conto del rimescolamento che è avvenuto a seguito delle nuove lotte nelle fabbriche metalmeccaniche del Nord e della formidabile mobilitazione politica appena manifestatasi con l’irruzione dei giovani sulla scena politica. Alcuni dei redattori hanno avuto modo di conoscersi anche grazie alla straordinaria attività culturale di Gaetano Perillo [9], singolare militante del Pci da sempre in odore di eresia, e alla loro partecipazione alla sua rivista «Il movimento operaio e socialista». In «Democrazia Diretta» convivono l’«operaismo» di Raniero Panzieri e Romano Alquati, l’influenza del pensiero socialista libertario di Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e l’apertura verso i nuovi movimenti per i diritti civili. «Democrazia Diretta» termina precocemente le proprie pubblicazioni a causa delle forze centrifughe che l’animavano e anche all’affermarsi delle nuove forme culturali e politiche che daranno vita di lì a poco alla «nuova sinistra».


A causa della sua partecipazione a «Democrazia Diretta», Gianfranco Faina viene espulso con l’accusa di frazionismo dal Pci [10] per intervento diretto di Giuseppe D’Alema [11], all’epoca Segretario Regionale; del resto Faina ha già maturato un’ostilità viscerale nei confronti dello stalinismo e dell’autoritarismo presenti nel partito ed è già su posizioni operaiste. Attraverso Costantini, Bianco e Giovanni Levi è entrato in contatto con Romano Alquati e la nascente redazione di «Quaderni Rossi», il cui primo numero è presentato a Genova dal fondatore Raniero Panzieri il 19 gennaio 1962 presso la Società di Cultura [12]. I temi fondamentali dell’operaismo italiano [13], quello della maturità dello sviluppo capitalistico in Italia – contrapposto alla persistente idea di un capitalismo arretrato e straccione da porre sotto tutela da parte delle istituzioni del movimento operaio, con il conseguente rinvio di ogni prospettiva di conflitto a maturazione avvenuta –, e quello della soggettività operaia, dell’autonomia operaia come variabile indipendente dallo sviluppo capitalistico, trovano nel contesto genovese un immediato e difficile banco di prova.  Con i compagni che ha incontrato alla Spataro e altri che si sono aggiunti come Giorgio Pedrocco, Massimo Mortillaro, Gianni Armaroli, Pier Paolo Poggio, Gianni Collu, oltre a Maria Rosa Catasti, Faina, mentre partecipa all’esperienza di «Quaderni Rossi» [14],  dà vita a un intervento militante nelle fabbriche e in particolare all’Italsider; nel frattempo, il Pci espelle anche Gianfranco Dellacasa, Erminio Raiteri e Massimo Mortillaro. Il 7 luglio ’62 a Torino una manifestazione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si trasforma in una violenta rivolta di piazza quando viene annunciato l’accordo separato della Uil e della Sida con la Direzione Fiat [15]. Una frazione dei 93.000 scioperanti raggiunge la sede della Uil in piazza Statuto per assaltarla e si scontra con la polizia; gli scontri si protrarranno per due giorni con continuo ricambio dei partecipanti. Oltre un terzo dei mille fermati sono operai immigrati meridionali. La figura dell’operaio-massa emerge nei fatti di Piazza Statuto in modo più netto e preciso che durante la rivolta di Genova del ’60, nella quale era stato protagonista un soggetto più genericamente giovanile, «i giovani dalle magliette a strisce», e il nuovo soggetto operaio nato in questi primi anni ’60 sarà una delle figure sociali protagoniste delle lotte del decennio a venire. Gianfranco Faina abbandona con Romano Alquati la riunione di «Quaderni Rossi», è in piazza con i manifestanti e viene fermato dalla polizia; nei mesi successivi partecipa al rovente dibattito interno alla redazione che prelude al distacco dei «Quaderni Rossi» dalla Fiom e dal Pci, e alla successiva scissione tra chi continuerà con Panzieri e Vittorio Rieser il lavoro di analisi considerandolo predominante rispetto al lavoro direttamente politico e chi (Mario Tronti, Toni Negri, Alberto Asor Rosa e lo stesso Faina) mira da subito a soluzioni politiche accettando di riconoscere almeno temporaneamente in Piazza Statuto il «congresso di fondazione» di una nuova organizzazione politica nazionale. Questi ultimi daranno vita nel gennaio 1964, dopo un tormentato dibattito, alla rivista «Classe Operaia».


L’intervento all’Italsider nel periodo 1962-1964 è condotto in pieno stile operaista attraverso un questionario articolato (con 126 domande!) e un’indagine i cui risultati vengono raccolti nell’opuscolo Classe Operaia – L’organizzazione “scientifica” dello sfruttamento all’Italsider, pubblicato nel primo semestre del 1963 e anche nella rivista a diffusione nazionale «Il Filo Rosso»; importante in questa fase il ruolo dell’operaio Pino Roggerone [16]. L’inchiesta militante, o meglio «conricerca», che risente fortemente dell’influenza del lavoro e dell’opera di Danilo Montaldi [17], è condotta anche con il supporto del gruppo dei cattolici de «Il Gallo», che con Pietro Lazagna hanno aperto a Cornigliano in via De Cavero una biblioteca operaia e hanno all’interno dello stabilimento una rete di contatti a ogni livello; anche il capolinea Gaudenzio Gelsomino, sindacalista della Cisl, collabora attivamente all’attività del gruppo [18]. L’Italsider, stabilimento siderurgico clonato dalla U.S. Steel, con operai giovani e spoliticizzati sottoposti a duri turni di lavoro in una azienda a ciclo continuo [19], è l’unica fabbrica a Genova dove un intervento militante e radicale è possibile, perché lì sono ancora deboli e minoritari i sindacati di classe e lo stesso Pci: nelle altre aziende metalmeccaniche (Ansaldo in primis), da un lato l’elevata componente professionale del lavoro, che in qualche caso è a metà tra artigianato e industria, ha generato nel tempo fenomeni di cogestione piuttosto che di rifiuto, dall’altra la convergenza della Fiom Cgil (e del Pci) con i vertici dell’imprenditoria pubblica nonché l’irreggimentazione della classe nel partito rendono e renderanno a lungo impraticabili forme di spontaneità o di autonomia operaia [20]. Per quanto l’intervento del gruppo di «Classe Operaia» genovese fosse sin dal principio espressamente antagonistico e radicale, alcuni risultati della ricerca finiranno con l’entrare a far parte del patrimonio delle lotte spontanee del ’68 e del ’69 e successivamente della politica sindacale: la rivendicazione, contro la «job evaluation», di una retribuzione basata sulla professionalità e sull’anzianità, di aumenti uguali per tutti, il rifiuto di incentivi e di premi di produzione; e soprattutto l’uso del controllo operaio. [21]


L’esperienza operaista genovese si accende e arde in fretta. All’Italsider [22] gli operai sono sotto pressione, e queste tensioni emergono prepotentemente a seguito del suicidio di un operaio del reparto «decapaggio», Silvio Biggi, a cui Luigi Pintor, che allora era direttore de «l’Unità», dedica il fondo de «l’Unità» nazionale. Biggi aveva compiuto un gesto di disperazione in fabbrica facendosi decapitare dal carrello dell’altoforno che portava il minerale, e il 1° ottobre 1963 il MOF (Movimento Ferroviario), reparto strategico dello stabilimento, si ferma e scende in sciopero spontaneamente; in questa lotta emergono come leader naturali gli operai Eros Ruggeri, Sandro Carboni [23], Renato Gabbi e Angelo Rivanera. Il gruppo genovese di «Classe Operaia» è molto attivo e influente in questa lotta e si riunisce in casa di Gianfranco Faina, in via Paolo Reti 27, di fronte alla linea ferroviaria che costeggia il rio Polcevera e l’area industriale. Il lungo articolo che apre in prima pagina il numero del 15 ottobre 1963 di «Cronache Operaie», la rivista che dal luglio del 1963 unifica varie iniziative editoriali in Italia e prelude alla nascita di «Classe Operaia», è scritto a cura dei redattori genovesi e si intitola Organizziamo la lotta di classe nell’industria di stato:


(…) Alla Cornigliano queste forme di lotta si possono esprimere con la formula della «non collaborazione»; ci rifiutiamo di far funzionare l’incentivo, rifiutiamo le valutazioni, rifiutiamo di dare indicazioni per l’analisi del lavoro o per il controllo dei costi. (…) Un’altra forma di «non collaborazione» è il disinteresse degli operai per i guasti [24].


La lotta contro il «padrone-stato» appare decisiva nella sua purezza di rapporto capitale/lavoro senza di mezzo la figura grassa e crudele del padrone. Il conflitto in fabbrica ora sembra inarrestabile, e Gianfranco Faina con il suo gruppo tenta nel gennaio 1964 l’azzardo di uno sciopero indetto dall’esterno, quasi un’azione «risorgimentale», che fallisce e provoca una forte crisi nel gruppo genovese. In realtà la Fiom, che nel 1963 ha sorpassato per preferenze la Fim [25], è in grado di cavalcare il malcontento operaio e questo non lascia spazio agli interventi di una minoranza agente. D’altra parte «Classe Operaia», di fronte alla permanenza di una base naturale di classe all’interno del Pci, ritiene essenziale, per la costruzione di un «soggetto politico organizzato», lavorare al suo interno per impedirne il processo di social-democratizzazione. Questa svolta, che il gruppo genovese vive come un triste dèjà-vu, porta nell’autunno del 1964 alla rottura traumatica [26] e definitiva del gruppo genovese con la rivista e all’abbandono definitivo dell’operaismo. 


A proposito di Gianfranco Faina, Toni Negri in una nota del 2003 racconta:


Ci incontrammo a Torino, ai Quaderni Rossi, dove ci aveva raggiunto. Poi Faina se ne andò dai Quaderni Rossi ma ci raggiunse di nuovo a Classe Operaia. Poi se ne andò da Classe Operaia, ma continuavamo a vederci a Genova, dove mi invitava al circolo Rosa Luxemburg. In Potere operaio non entrò mai, ma ci raggiunse nell’autonomia (in quella con l’a minuscola). Quando dico che Gianfranco ci raggiungeva, non voglio maliziosamente far intendere che lui capiva più tardi. Al contrario: lui spesso aveva ragione prima, noi facevamo le cose poi e così ci rincontravamo. Non era difficile reincontrarsi: Gianfranco era un intellettuale puro, non conosceva il risentimento ma solo la chiarezza e la lealtà del rapporto di pensiero, la forza dell’immaginazione, l’accordo sincero sulla prassi. Le menzogne, le mezze verità, ed ogni genere di machiavellismo gli facevano schifo” [27].


Tipico di Faina e dei compagni che lo affiancano (e che spesso lo abbandonano senza perdere del tutto i contatti) o che al suo approccio si ispirano anche in seguito stabilendo uno stile genovese di critica militante radicale, è il portare alle estreme conseguenze la verifica  dei modelli critici proposti dalle situazioni o dalle teorie, senza concessioni ideologiche o indulgenze sentimentali, e deviando rapidamente la rotta  a seguito dell’esito negativo circa la loro praticabilità o coerenza, o a seguito della consunzione dell’esperienza. Del resto Faina non era marxista, pur padroneggiando Marx, e aveva un forte interesse per la storia della tecnica. La critica di Faina verso l’opera di Lenin è progressivamente distruttiva, molto di più di quanto non abbia fatto Anton Pannekoek in Lenin come filosofo. Gianfranco Faina già a partire dal ’67 è totalmente dalla parte di Nestor Machno contro Lenin, non per gusto della provocazione quanto per ansia di demistificazione dell’ideologia. Da questo punto di vista quello di Faina è certamente un caso isolato, almeno nel contesto italiano. Al termine del viaggio nell’operaismo, con il quale peraltro le strade si re-incroceranno almeno una volta negli anni successivi, l’attenzione di Faina si rivolge ad altre concezioni radicali di superamento dell’esistente, ad altri che nella critica dell’esistente suonino una musica un po’ jazzistica, improvvisando e stravolgendo gli spartiti classici.


Con il distacco da «Classe operaia» inizia un lavoro di ricerca di contatti con esperienze di base e di fabbrica, soprattutto non italiane. Una grande influenza la esercitano gli articoli di «Socialisme ou Barbarie» [28] scritti da Paul Cardan (Cornelius Castoriadis), Claude Lefort e Jean-Francois Lyotard, intellettuali passati dal trotzkismo a una teoria della società autogestionaria, e il gruppo degli eretici genovesi, parallelamente alla teorizzazione della lotta spontanea e autonoma, comincia a ragionare su un modello autogestionario dello sviluppo sociale. È oggetto di studio anche l’attività degli inglesi di Solidarity, con la loro pratica di appoggio degli shop steward contro gli union bureaucrats, nonché l’esperienza americana di Raya Dunayevskya dopo il suo rigetto del leninismo e la scelta della spontaneità operaia, con la ricerca militante sull’automazione condotta a Detroit dall’organizzazione News and Letters Committees e il periodico «News & Letters». Nel biennio 65-66 la ricerca è indirizzata fuori dall’Italia perché non si trovano in Italia posizioni di critica radicale dell’Urss, Lenin e Trockij inclusi; è ormai questa la discriminante fondamentale, assieme all’interesse che il gruppo manifesta per ogni teoria rivoluzionaria antiburocratica purché immediatamente trasfusa nella pratica e nell’azione. Anche il pacifismo militante di Bertrand Russell è seguito con grande interesse, perché quelli sono gli anni del Generale Westmoreland e dell’escalation nel conflitto tra gli Usa e i Vietcong. 


La seconda e decisiva scossa è il 5 ottobre 1966. La piazza di Genova è in rivolta a distanza di sei anni, questa volta contro il proprio declino. Da una manifestazione unitaria indetta da sindacati e istituzioni per protestare contro la mancata assegnazione della sede Italcantieri alla città, con massiccia adesione del ceto medio (molti lo considerano uno sciopero di destra, lo «sciopero di Pedullà», dal nome del sindaco democristiano della città), si distacca un corteo che viene attaccato dalla polizia: seguono scontri con numerosi feriti e contusi. Sono operati 228 fermi, di cui 101 sono i denunciati a piede libero e 72 tramutati in stato d’arresto (il processo si concluderà con 18 condanne). Il Pci sconfessa questi manifestanti definendoli «facinorosi» [29] e «filocinesi», e per la loro difesa nasce un comitato da cui trarrà origine il Circolo Rosa Luxemburg, con sede in via Giacomo Buranello 34/6, ancora a Sampierdarena, a pochi metri dalla casa natale di Giacomo Buranello, che diventa il centro cittadino del dissenso extraparlamentare e la cui esperienza si incrocerà di lì a un anno con il movimento studentesco universitario. Il circolo viene intitolato a Rosa Luxemburg in quanto figura di rilievo del movimento operaio non coinvolta con il leninismo e lo stalinismo. A Rinaldo Manstretta, Gianfranco Dellacasa e agli altri del gruppo della Spataro e dell’Italsider si aggiungono progressivamente operai o impiegati come Sergio Benni, Manlio Salmeri, Giuseppe Fadda, Angelo Rivanera e studenti come Mario Lippolis. Questa volta gli arrestati non sono solo portuali ed edili ma sono anche giovani senza arte né parte, sono soggetti non inquadrabili nelle classiche categorie. Nel documento La situazione a Genova e lo sciopero del 5 ottobre apparso nel novembre 1966, il moto di piazza viene interpretato come reazione spontanea e rifiuto espresso dalla nuova classe operaia nei confronti delle impotenti strategie riformiste che già avevano individuato nel cosiddetto «pacchetto compensativo» il risarcimento alla città per le perdite conseguenti alla ristrutturazione del settore navalmeccanico. Il giudizio politico sulla lotta dei giovani della «seconda ondata» può anche criticamente rilevare, si dice nel documento, «che questa lotta non sembra portare a soluzioni organiche dal punto di vista rivoluzionario; sui dimostranti invece si può dire che il modo con cui hanno condotto la lotta rivela una combattività disperata». I manifestanti della «seconda ondata» sono operai, e a questo proposito «l’abitudine di attribuire soltanto al lavoratore delle grandi fabbriche il nome di operaio va combattuta: questo tipo di operaio non concentrato è in espansione a Genova». Si prevede lo sviluppo di grandi lotte operaie e ci si domanda se queste «saranno facilmente assorbite dal sistema come è accaduto (…) il 5 ottobre (esclusa naturalmente la “seconda ondata”) oppure se si radicalizzeranno al punto da produrre non solo moti ribellistici ma, ciò che è più importante, la maturazione della crisi del riformismo».


Nell’analisi del Circolo è presente innanzitutto una critica del capitalismo nella sua fase burocratica (Cardan) e soprattutto dell’Unione Sovietica [30]. Anche il periodo rivoluzionario e quello leninista sono oggetto di critica, da qui il successivo interesse per il populismo rivoluzionario russo di alcuni militanti del Circolo. Si critica frontalmente il Terzomondismo e la Cina maoista, mentre si è divisi nel giudizio della rivoluzione cubana. Il Circolo pubblica la Lettera Aperta al Partito Operaio Unificato Polacco, di Jacek Kuron e Karol Modzelewski, atto di accusa del regime burocratico e manifesto dei consigli operai, mentre le prime notizie sui Situazionisti arrivano tramite la rivista «Nuova Presenza», uscita nel ’66. Un influsso molto forte al dibattito del gruppo proviene da alcuni filoni di «Socialisme ou Barbarie»: Pier Paolo Poggio e Gianfranco Dellacasa traducono tre lunghi articoli di Paul Cardan comparsi nel’61-62 e li pubblicano con il titolo Capitalismo Moderno e rivoluzione, ma l’interesse per la rivista con così grandi aperture è raffreddato dal fatto che il «lavoro politico» retrostante è gestito da Pouvoir Ouvrier, gruppo leninista.  Dall’abbandono dell’interesse per «Socialisme ou Barbarie» emergeranno da un lato il filone che fa capo all’Internazionale Situazionista e dall’altro, su un piano completamente diverso, quello neo-bordighista. Il 13 marzo 1967 c’è la prima occupazione di due giorni a Balbi 5, terzo piano (la seconda in Italia dopo quella della Sapienza di Pisa) e viene richiesta una commissione paritetica, che l’università prontamente concede. [31] Subito dopo al Rosa Luxemburg arrivano gli studenti: Luigi Grasso, Giovanni Calamari, Roberto Sinigaglia, Mario Caprini, Mauro Privitera, Adriana Antolini. A partire dall’occupazione della fine del ’67 e sino almeno alla prima metà del ’68 non c’è più alcuna particolare separazione fra il circolo Rosa Luxemburg e il movimento del ’67/’68 all’università.


A partire dal 1967 la fabbrica perde progressivamente la sua centralità, mentre decisivo per l’iniziativa politica diventa l’ambiente studentesco [32]. Ci sono tuttavia almeno due episodi spontanei di lotta operaia che hanno una grossa influenza sul movimento, alla Cressi Sub e alla Chicago Bridge.

I 33 giorni di sciopero alla Cressi Sub, piccola industria di attrezzature subacquee a Nervi, a seguito del licenziamento di cinque operai membri della Commissione Interna, iniziano nel gennaio 1968 e sono un vero battesimo del fuoco per gli studenti, che partecipano ininterrottamente al picchettaggio davanti alla fabbrica assieme agli operai in lotta. Si tratta di una lotta difensiva, e la novità rappresentata dall’intervento studentesco si inserisce in una situazione tipica degli anni Cinquanta, ma è l’occasione del passaggio a una nuova forma aggregativa, dal Circolo Rosa Luxemburg alla Lega Operai Studenti. L’assemblea costitutiva della Lega Operai Studenti si tiene il 15 febbraio 1968 nella nuova sede di via Carlo Rolando 8, ancora a Sampierdarena. Ma per la appena nata Lega, e particolarmente per la componente studentesca, la sconfitta alla Cressi Sub dopo 33 giorni di sciopero a causa dei cedimenti e dei patteggiamenti imposti dai sindacati, è già la prova della necessità di rompere con il moderatismo sindacale. Sono confluite nella Lega Operai Studenti tre componenti: nella prima, c’è gran parte dei fondatori ed animatori dello stesso Circolo Rosa Luxemburg (Armaroli, Dellacasa, Faina, Guano, Poggio, Salmeri, Benni, Ruggeri e il gruppo dell’Italsider). Nella seconda, il gruppo delle occupazioni di Balbi (Lippolis, Grasso, Calamari, Adriana Antolini, Sinigaglia, Francesco e Luigi Surdich, Caterina Arado). Nella terza, il Gruppo Che Guevara di Giuseppe Garibaldi, Alfredo Medio e Guido Barroero assieme a studenti delle medie superiori come Daniele Joffe, Carlo Panella, Antonio Saba, Mario Picco, Renata Canini e studenti delle professionali come Franco Caprino.

 

Ormai è scoppiato il sessantotto e l’esperienza della Lega si incrocia con il Maggio francese, accelerando le spinte centrifughe che porteranno da parte di molti all’abbandono dell’intervento in fabbrica, a ripetuti viaggi in Francia di molti dei compagni (lo stesso Faina, Mario Moro e Lippolis) e alla realizzazione dell’opuscolo La Francia indica la strada. Nel mese di ottobre tuttavia la Lega partecipa attivamente, assieme agli studenti di Medicina, allo sciopero a oltranza della Chicago Bridge [33], ditta di appalto del Cantiere a Sestri Ponente, esploso a seguito di alcuni gravi infortuni e al licenziamento arbitrario dello studente operaio Franco Caprino. Si tratta dell’unica lotta operaia spontanea a Genova nel ’68, promossa da operai comuni, orientata contro il sindacato e sviluppatasi con l’esautoramento della Commissione interna a opera del Comitato di Lotta, con l’intervento coordinato degli studenti e con forme violente di lotta quali picchetti, blocchi stradali e scioperi a oltranza. La prima fase della lotta sarà vincente con l’accordo del 18 ottobre 1968 che prevede il ritiro del licenziamento e la costituzione di una Commissione Medica a tutela della salute degli operai. La storia della Lega è comunque segnata. Mentre alcuni intendono proseguire l’intervento di fabbrica (Eros Ruggeri ad esempio sceglierà per un breve periodo di militare in Lotta comunista), l’obiettivo di altri è quello  di sviluppare un movimento rivoluzionario di massa che abbia il suo epicentro nell’università e nelle scuole, «in quanto gli operai rivoluzionari si contano oggi sulle punte delle dita e non solo a Genova. Dopo 7 mesi (di) lavoro a Piombino Potere operaio è riuscito a fare 7 adepti, un po’ poco» [34]. A fine novembre 1968 la Lega si scioglie e lascia anche simbolicamente la sede ai Gos (Gruppi di Organizzazione studentesca) di Sampierdarena, il collettivo degli studenti delle scuole medie superiori che già da mesi la frequentava; questione di poco tempo, e dallo scioglimento dei Gos nasceranno Lotta continua e Potere operaio, mentre Sampierdarena perderà progressivamente la centralità cittadina. Altre importanti aggregazioni politiche sono inoltre nate in città, tra queste il COP (Comitato di Organizzazione Proletaria) a Medicina, di cui fanno parte Giorgio Raiteri, Bruno Piotti e altri giovani delle facoltà scientifiche oltre al sindacalista comunista Franco Sartori, che dà vita all’importante intervento politico all’Asgen di Campi intercettando un’ondata di scioperi spontanei, ancora a partire dalla nocività e dalla lotta al cottimo e allo straordinario, in un contesto di fabbrica caratterizzato dalla presenza di molti giovani operai neo assunti [35].


Mentre i «gruppi» continueranno a fare intervento di fabbrica militante a Sestri e Sampierdarena ma soprattutto terranno per anni in stato di mobilitazione le scuole medie di Sampierdarena, il gruppo storico continuerà a esercitare una forte influenza esclusivamente all’Università, anche attraverso la pubblicazione nel 1970 di opuscoli lucidi e corrosivi come Storia di un incubo e Danzica e Stettino come Detroit, dopo avere attraversato l’esperienza di Ludd. Il peso di tale influenza emergerà in particolare nell’occupazione di Balbi del 1972-1973, al punto che nelle facoltà universitarie genovesi – a differenza che in altre città – ci sarà ben poco spazio per il marxismo-leninismo in ogni sua declinazione. All’interno dei rituali politici studenteschi, nel 1968 ma anche successivamente, si leveranno sempre voci capaci di rompere l’incanto dell’identità ideologica e di spezzarne il codice lessicale, rendendo impossibile la costituzione di un linguaggio politico con modalità dottrinali e apologetiche. Anche considerando le lotte di fabbrica, così poco estreme e sovvertitrici tranne qualche raro caso, e così magnificamente allineate alle piattaforme sindacali fino in fondo, fino al declino del distretto industriale, il percorso genovese lungo gli anni del 68 costituisce un caso isolato nel panorama nazionale, con le sue storie di radicalità e di ricchezza, ma anche di isolamento e di frustrazione.

 

Pubblicato su Gli anni del ’68, Il Canneto editore 2017.


 

Note


[1] Sull’attività della Società di Cultura e su Enrica Basevi cfr. L’Identità nascosta, di Enrico Baiardo (Erga Edizioni 1999) e l’intervista di Giorgio Moroni a Enrica Basevi del 14 gennaio 2009.

2 Sull’attività de Il Gallo vedi ancora L’Identità nascosta di Enrico Baiardo, op. cit. e le tre interviste realizzate a Pietro Lazagna da Gianfranco Quiligotti, Anna Marsilii e Giorgio Moroni tra il 2006 e il 2007.

3 Vedi intervista a Bruno Enriotti del 1° marzo 2010 e a Luciano Majorani del 16 marzo 2010, entrambe realizzate da Anna Marsilii e Giorgio Moroni.

4 In questa parte, e anche successivamente, molte delle informazioni e delle osservazioni provengono dal materiale raccolto per una ricerca sugli anni Cinquanta e Sessanta a Genova condotta dall’autore con Anna Marsilii.

5 Tra la copiosa bibliografia sul giugno ’60 citiamo: Giugno Sessanta: tra epica e storia, di Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti in «StoriAmestre», 25 giugno 2010; 30 giugno. La Resistenza Continua, di Riccardo Navone, COEDIT, 2010; I fatti di Genova e la democrazia cifrata, di Gino Bianco, in «Tempo Presente», a. VI, n. 1, gennaio 1961; Genova, il popolo dei vicoli, portuali e ragazzini magri come il vento, di Manlio Calegari, in «il manifesto», 5 luglio 1990; Gli anni sessanta  a Genova, di Salvatore Vento, in «Classe», n. 19, giugno 1981; Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, di Philip Cooke, Milano, Teti Editore, 2000; Le giornate di Genova, di Anton Gaetano Parodi (ER, luglio 1960); Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni di unità proletaria», 1960, in Danilo Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, Colibrì, Milano 1994.6 Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti, op. cit.

7 Vedi Democrazia Diretta e i fatti del ’60, di Gianfranco Quiligotti, in «Contemporanea», a. XIV, n. 2, aprile 2011;

8 Su Bruno De Lucchi, figura della quale si sono progressivamente perse le tracce, vedi Una protesta umana. L’attentato al Consolato spagnolo di Genova, 8 novembre 1949, di Anna Marsilii in «Rivista Storica dell’Anarchismo», A. XI, N. 1, Gen Giu 2004 e l’intervista a Bruno Rossi del 17 febbraio 2004 realizzata da Anna Marsilii e Giorgio Moroni.

9 Su Gaetano Perillo vedi Gaetano Perillo e la rivista «Il movimento operaio e socialista», di Anna Marsilii e La Federazione ligure del Partito Comunista nell’anno “indimenticabile”, di Anna Marsilii, entrambi in archiviomovimenti.org10 Contributo alla conoscenza di un militante comunista (a cura di Bartolini, Manstretta, Pedrocco, Raiteri, Sommariva – Genova 1979); Gianfranco Faina (1935-1981) Elementi di una biografia politico-intellettuale, di Pier Paolo Poggio e Rinaldo Manstretta («Primo Maggio», n. 19-20, inverno 1983/1984).1[1] Intervista a Luigi Castagnola, realizzata da Giorgio Moroni e Anna Marsilii il 12 aprile 2008. 12 Intervista a Enrica Basevi realizzata da Giorgio Moroni, op. cit.13 Sull’operaismo italiano vedi, nel volume secondo de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico che Pier Paolo Poggio ha dedicato a Il Sistema e i Movimenti (Jaca Book 2011), i saggi di Sergio Bologna e di Cristina Corradi. Vedi anche Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, P. Pozzi e R. Tomassini (a cura di), ombre corte, Verona 2007 (1° edizione 1979). E ancora Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, Gli operaisti, autobiografie di cattivi maestri, DeriveApprodi 2005.14 Vedi in proposito L’operaismo degli anni sessanta, da Quaderni Rossi a Classe Operaia, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, DeriveApprodi 2008.15 Della bibliografia disponibile sull’avvenimento ritengo sia sufficiente citare La rivolta di Piazza Statuto, di Dario Lanzardo, Feltrinelli, 1979.

16 Vedi l’intervista a Pino Roggerone realizzata da Anna Marsilii, Gianfranco Quiligotti e Giorgio Moroni 14 febbraio 2009.

17 Autobiografie della leggera, Danilo Montaldi (Torino, Einaudi, 1961).

18 Vedi Metalmeccanici a Genova, di Mirio Soso, De Ferrari Editore, 1997 nonché l’intervista a Gaudenzio Gelsomino realizzata da Anna Marsilii il 19 febbraio 2007.

[1]9 Vedi ricerca di Gianfranco Quiligotti sull’Italsider in corso di pubblicazione.

20 Rinvio per questo specifica tema a I quartieri fabbrica e l’autonomia impossibile, di Giorgio Moroni, in Gli Autonomi, Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, 2007.

21 Su questo tema molto interessante l’intervista a Lucio Rouvery, realizzata da Giorgio Moroni e Italo Poma il 3 marzo 2003.

22 Per tutta questa parte sono di rilievo l’intervista a Giorgio Pedrocco, realizzata da Giorgio Moroni il 12 settembre 2008; l’intervista a Erminio Raiteri realizzata da Anna Marsilii e Giorgio Moroni il 23 febbraio 2008; e quella a Gianni Armaroli realizzata da Giorgio Moroni il 10 aprile 2003.

23 Sullo sciopero del MOF vedi l’intervista a Sandro Carboni realizzata il 16 febbraio 208 da Anna Marsilii e Giorgio Moroni.

24 Organizziamo la lotta aperta nell’industria di stato, in «Cronache Operaie», 15 ottobre 1963, pp 6-7.

25 Vedi: Il sindacato nella città ferita, di Fabrizio Loreto (Ediesse 2016), pag. 103 e segg.

26 L’operaismo negli anni Sessanta, pp. 637 e 653, op.cit.: «[il gruppo genovese] si stacca sempre per la discriminante Pci… Se ne vanno malissimo, sono i soli che se ne vanno da nemici, per spinta di Faina» (intervista a Rita Di Leo). «L’incapacità di comunicare, tipica della Genova operaia, mi è sempre parsa strabiliante e per questo non ha inciso su niente. Riflettendo su quello scenario, i compagni genovesi da un lato erano un po’ angusti e dall’altro tostissimi; e questo si percepiva anche fra i compagni spezzini e pisani» (intervista ad Aris Accornero).27 Nota in una lettera di Toni Negri a Giorgio Moroni del 2001.

28 Sull’esperienza del gruppo di «Socialisme ou Barbarie» (1949-1965) vedi il saggio di Daniel Blanchard Socialisme ou Barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernità nel secondo volume de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book 2011.

29 Dal comunicato della Federazione del Pci del 6 ottobre: «(…) Il C.D. deplora che nel corso della grande giornata di lotta unitaria vissuta dalla nostra città si siano verificati provocati da taluni individui estranei al movimento operaio, convenuti a Genova per l’occasione anche da altre città (…). Invita i comunisti e tutti i lavoratori ad essere vigilanti al fine di rintuzzare tutti gli atti che (…) appaiono perseguire fini non conformi e profondamente nocivi alla lotta in corso». Ai 72 arresti per il 5 ottobre devono essere aggiunti altri 11 arresti tra cui 5 marxisti-leninisti arrestati nella loro sede di via Madre di Dio per resistenza. Tra i fermati ci sono anche il giovane Daniele Joffe, futuro leader di Lotta continua e Rinaldo Fiorani, futuro componente del gruppo gappista 22 ottobre.

30 Per questa parte fondamentale l’intervista a Pier Paolo Poggio, realizzata da Giorgio Moroni e Italo Poma il 2 febbraio 2003.

31 Vedi interviste a Roberto Sinigaglia, a Luigi Grasso e a Mario Lippolis realizzate da Anna Marsilii e Giorgio Moroni rispettivamente il 30 ottobre 2003, il 3 aprile 2004 e il 23 febbraio 2003.

32 Vedi il saggio di Leonardo Lippolis La tendenza situazionista a Genova in altra parte del presente volume.

33 Sulla lotta alla Chicago Bridge: Autobiorafia del 68, video documentario di Gianfranco Pangrazio, Archimovi 2011; Genova, il ’68, di Donatella Alfonso e Luca Borzani, Fratelli Frilli Editori 2008; Il posto fisso, Pippo Carrubba, Jaca Book Milano 2002.

34 Lettera di Faina a Poggio (carteggio di Poggio custodito presso la Fondazione Micheletti (Brescia).

35 Vedi L’eredità Canepa. Il sessantotto tra memoria e scrittura, Manlio Calegari, Editrice Impressioni grafiche, 2014.



Giorgio Moroni (1951), genovese, ha militato in Potere operaio e in Autonomia operaia. Ha pubblicato saggi e interventi sul movimento e sui gruppi negli anni Settanta. È autore di una ricerca inedita sulla sinistra radicale a Genova a partire dagli anni Cinquanta. È stato tra i fondatori dell'Archivio dei Movimenti a Genova. per l'editore Milieu, nella collana «settanta» sta scrivendo con Anna Marsilii la biografia di Gianfranco Faina.

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