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- Mitchell Plitnick

- 3 giorni fa
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La nuova strategia di finanziamento Usa a Israele

Lo Stato israeliano, la lobby statunitense filoisraeliana e il blocco sionista intendono sostituire gli aiuti economici e finanziari diretti concessi ogni anno allo Stato di Israele dagli Stati Uniti con un nuovo modello di finanziamento. Invece di inviare denaro da spendere poi presso aziende americane, si tratterebbe di stanziare fondi destinati a progetti di collaborazione nelle politiche di ricerca, sviluppo, innovazione e cooperazione imprenditoriale, militare e informatica finanziati dagli Stati Uniti. In questo modo Israele potrebbe continuare ad assorbire fondi pubblici in modo più opaco e continuare a rafforzare il proprio potere militare e di polizia nell’ottica del progetto di espansione coloniale e sterminio in Medio Oriente.
A breve si prevede che Israele e gli Stati Uniti avviino i negoziati sul nuovo memorandum d’intesa (MOU) che delineerebbe i piani della potenza statunitense per sostenere lo Stato israeliano dopo la scadenza di quello attuale nel 2028. È probabile che questi colloqui siano molto diversi da quelli del passato. Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’idea di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele. È un’idea che da tempo viene sostenuta dagli attivisti solidali con la Palestina e che in passato è stata avanzata anche dalla destra israeliana e dai suoi sostenitori, i quali ritenevano che gli aiuti non valessero la pena se limitavano la «libertà d’azione» di Israele. Ma, sorprendentemente, l’attuale proposta di porre fine alla sovvenzione annuale del Foreign Military Financing (FMF) a Israele, che costituisce la maggior parte, sebbene non la totalità, del pacchetto di aiuti annuali ricevuti dallo Stato israeliano, proviene nientemeno che dal primo ministro Benjamin Netanyahu ed è sostenuta a Washington dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, il falco filoisraeliano più accanito del Senato
Come si spiega tutto questo? A gennaio, l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project ha pubblicato un rapporto esaustivo e molto dettagliato su ciò che sta realmente accadendo al riguardo. Ciò che emerge è un piano per continuare ad aiutare Israele ma in una forma diversa. Invece di inviare denaro a Israele, che poi deve essere speso presso aziende statunitensi, il Congresso destinerebbe fondi a progetti congiunti di sviluppo e produzione. Questo potrebbe essere presentato come un investimento in posti di lavoro statunitensi effettuato in collaborazione con Israele, piuttosto che come aiuti concessi dai contribuenti a un governo straniero.
Il momento di compiere questo passo è ora. La popolarità di Israele è crollata e il pacchetto di aiuti militari annuali, che prima era un dato di fatto, ora è oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso intenda continuare a finanziare l’incessante flusso di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro immediato di tali aiuti. Un primo assaggio dei contorni di questa nuova «relazione speciale» tra Stati Uniti e Israele si è potuto intravedere recentemente in una fiera tecnologica tenutasi a Washington DC, dove le autorità militari israeliane si sono unite a un ex alto funzionario dell’amministrazione Biden per spiegare come il sostegno statunitense concesso all’esercito israeliano possa continuare immutato in un’era in cui Israele ha perso praticamente tutto il sostegno di cui godeva negli Stati Uniti dopo il genocidio perpetrato a Gaza.
La «relazione speciale 2.0»
Sebbene Netanyahu e Graham difendano politicamente questa trasformazione degli aiuti statunitensi concessi a Israele, è necessario che esista un programma di collaborazione con il settore privato, e non semplicemente la presenza di un gruppo di singole aziende, affinché il nuovo modello possa funzionare per Israele. I meccanismi di questo modello stanno iniziando a prendere forma. All’AI+ Expo tenutasi a Washington DC dal 7 al 9 maggio, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin e l’ex ambasciatore di Joe Biden in Israele, Thomas Nides, hanno presentato l’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact. Questo Patto è un progetto congiunto del think tank statunitense Special Competitive Studies Project (SCSP), organizzatore della suddetta esposizione, e dell’organizzazione israeliana nonprofit dedicata alla sicurezza MIND Israel, diretta da Yadlin. Il progetto prevede che sia gli Stati Uniti che Israele destinino rispettivamente 1 miliardo di dollari a joint venture, gran parte delle quali saranno orientate al campo dell’IA, della guerra cibernetica e di altre nuove forme di uccisione, molte delle quali sono state testate in combattimento a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.
Questo progetto non è che l’inizio; senza dubbio gli investimenti saranno maggiori, se il programma avrà successo e ci sono tutti i motivi per pensare che lo avrà. Uno sguardo ai principali attori che vi partecipano chiarisce il loro obbiettivo: intensificare la collaborazione militare tra Stati Uniti e Israele in modo tale che possa resistere a cambiamenti politici nei confronti di Israele. Infatti, MIND Israel concentra le proprie attività direttamente sulla transizione del partenariato di Israele con gli Stati Uniti verso un nuovo modello, in grado di durare nel nuovo contesto politico. La sua missione è incentrata sul dare forma alla politica di sicurezza nazionale di Israele, ma la sua attenzione si concentra sugli Stati Uniti e in particolare sull’amministrazione di Donald Trump. In un documento che offriva raccomandazioni su come utilizzare l’India-Middle East-Europe Corridor (IMEC) per ampliare la portata militare ed economica di Israele, MIND Israel affermava: «Per ottenere il sostegno del governo Trump al fine di promuovere questa iniziativa, Israele e i suoi partner devono introdurre cambiamenti che garantiscano il loro allineamento con la particolare visione del mondo del presidente, sia nella sostanza che nella narrativa, in modo che il nuovo modello generi chiari benefici economici per gli Stati Uniti, coinvolga il settore privato di quel paese, metta in evidenza i guadagni a breve termine per entrambi e costruisca sostegno politico all’interno della cerchia ristretta del presidente». Questo modo di pensare si allinea perfettamente con l’idea di Israele di allontanarsi dagli aiuti finanziari diretti per passare a un modello che aumenti considerevolmente il finanziamento di progetti congiunti: la missione dello Special Competitive Studies Project si inserisce perfettamente in un campo che Israele intende promuovere: la guerra condotta tramite l’intelligenza artificiale. La mission dello Special Competitive Studies Project è la seguente: «Formulare raccomandazioni per rafforzare la competitività a lungo termine degli Stati Uniti, mentre l’intelligenza artificiale e altre tecnologie emergenti stanno rimodellando la nostra sicurezza nazionale, la nostra economia e la nostra società. Vogliamo assicurarci che gli Stati Uniti siano posizionati e organizzati per vincere la competizione tecno-economica da qui al 2030, che costituisce il periodo critico per plasmare il futuro». Il suo mandato, quindi, si inserisce perfettamente in ciò che Israele vuole fare e questa partnership può essere venduta all’opinione pubblica statunitense come un investimento, che contribuirà a creare più posti di lavoro nel settore tecnologico.
Infatti, questo è esattamente ciò che l’ex ambasciatore Nides ha sostenuto parlando dell’iniziativa con «The Times of Israel»: «Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme quantità di tecnologia. Siamo leader in tecnologia, IA e innovazione. È evidente a tutti che Israele è la nazione delle startup. Questi due paesi hanno lavorato insieme per creare innovazioni e progressi tecnologici. Il fatto che queste due nazioni lavorino insieme è positivo sia per gli americani, per l’americano medio, sia per l’israeliano medio». Ciò che Nides non dice, ma che risulta evidente dalla descrizione tratta dalla bozza della proposta dell’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact, è che i benefici unilaterali ottenuti da Israele rimangono in gran parte gli stessi. Sebbene i sostenitori di Israele negli Stati Uniti abbiano cercato di sostenere che gli aiuti concessi a questo paese siano un investimento, tra l’altro vantaggioso per gli Stati Uniti, sempre meno persone ci credono, che si tratti di difensori dei diritti dei palestinesi o di sostenitori dell’«America First».
Lo stesso si può dire dell’argomentazione esposta nella bozza della proposta. «Gli Stati Uniti acquisiscono un alleato tecnologico affidabile e collaudato sul campo di battaglia, che rafforza la leadership statunitense nell’IA, nella sicurezza informatica, nell’energia, nella tecnologia quantistica e nella resilienza industriale. Israele ottiene un accesso duraturo all’ecosistema tecnologico più importante del mondo, inclusi programmi federali, laboratori, vie di finanziamento, canali di approvvigionamento e opportunità di espansione». Israele, in altre parole, ottiene benefici importanti e tangibili.
Gli Stati Uniti, che, secondo la stessa formulazione della proposta, hanno ben poco bisogno di un alleato che si limiti a imitare i punti di forza statunitensi su scala ridotta, non guadagnano nulla in più di quanto già abbiano: un paese, Israele, coinvolto nei conflitti ben noti a tutti e che ha il mandato della propria popolazione per testare sul campo la nuova tecnologia militare sia contro i militanti combattenti che contro i civili.
Nessun aiuto per i crimini di Israele
Tutto ciò ci riporta al prossimo negoziato sul nuovo memorandum d’intesa, che sta per iniziare, sul futuro degli aiuti statunitensi a Israele. La popolarità di Israele è crollata, la guerra contro l’Iran ha acuito le preoccupazioni di Israele riguardo alla sua posizione politica, e il pacchetto di aiuti militari annuali è ora oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso sia ancora propenso a finanziare un flusso ininterrotto di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro prossimo di tali aiuti. Detto senza mezzi termini, gli aiuti statunitensi a Israele, un tempo sacrosanti, non sono più intoccabili e la guerra con l’Iran potrebbe avergli dato il colpo di grazia. Yadlin ne è consapevole, motivo per cui ha dichiarato a «The Times of Israel»: «Il modello in cui gli Stati Uniti aiutano Israele e Israele riceve aiuti ha pochissime possibilità di continuare sotto qualsiasi futuro governo, e forse anche durante il mandato di Trump; per questo motivo dobbiamo trovare una nuova base per mantenere l’attuale relazione, che comporti la transizione dagli aiuti al partenariato». Passando a questo modello di «joint venture/partnership» invece di mantenere quello attuale basato sulla concessione di aiuti economico-finanziari, si invalidano alcuni degli argomenti addotti contro quest’ultimo. Principalmente, l’argomento secondo cui Israele, un paese relativamente ricco, non ha bisogno di ricevere alcun aiuto, ma può permettersi di acquistare ciò che desidera.
Inoltre, sebbene questo nuovo modello continui a offrire pochi benefici agli Stati Uniti, può essere venduto come un programma che «crea occupazione». Questo argomento è stato utilizzato anche a difesa degli aiuti economico-finanziari concessi a Israele, ma quando il denaro è destinato a joint venture che esplorano «nuove tecnologie», ciò suona più redditizio rispetto alla concessione di una sovvenzione per l’acquisto di armi già esistenti, che molto probabilmente verrebbero vendute ad altri paesi se non fossero destinate a Israele. Anche le forze filoisraeliane a Washington DC riconoscono le realtà politiche in questo ambito e hanno raccolto la sfida. L’Israel Policy Forum, filoisraeliano e anti-Netanyahu, ha recentemente suggerito che «potrebbero esserci anche ambiti in cui entrambi i paesi trarrebbero beneficio da diversi tipi di collaborazione, come la coproduzione, gli investimenti condivisi o la ricerca e lo sviluppo congiunti», facendo eco alla strategia seguita dall’estrema destra di proteggere gli aiuti statunitensi concessi a Israele cambiandone la forma ma non la sostanza.
Naturalmente, tutti questi argomenti sono semplicistici e falsi. Come sottolinea l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project: «Sebbene la riduzione o l’eliminazione degli stanziamenti di Finanziamento Militare Estero concessi allo Stato israeliano possa sembrare una diminuzione dei finanziamenti dei contribuenti statunitensi a questo paese, aumentando contemporaneamente lo sviluppo congiunto e la coproduzione di armi con Israele, il contribuente statunitense rimane intrappolato e coinvolto in tale finanziamento […]. I contribuenti statunitensi pagherebbero affinché i produttori di armi israeliani sviluppino sistemi d’arma che avvantaggino prevalentemente Israele, non gli Stati Uniti». E tutto ciò si basa sul più freddo dei calcoli, una mera questione di profitti e perdite.
Se consideriamo anche i costi umani, ben più significativi, derivanti dal rafforzamento delle capacità aggressive di Israele, dal suo totale diniego dei diritti dei palestinesi e dalla continua pratica israeliana di testare sul campo le proprie tecnologie su vittime prevalentemente civili in Palestina, Libano e altrove, i costi diventano incalcolabili.
È quindi fondamentale andare oltre le argomentazioni secondo cui Israele non ha più bisogno di ricevere aiuti statunitensi e attuare azioni molto più significative come le recenti Joint Resolutions of Disapproval (strumenti legislativi concepiti per bloccare in determinati casi la vendita di armi) proposte da Bernie Sanders: Israele ha dimostrato di essere un paese che utilizzerà le armi per commettere i crimini più atroci fino al punto di arrivare al genocidio. Non ci devono essere aiuti, né vendite, né cooperazione con Israele in questioni militari di alcun tipo. Qualsiasi violazione di questo principio ci rende tutti complici dei crimini di Israele.
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Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su «Substack» all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace».
● Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore.
● Traduzione di Mauro Trotta

