top of page
ahida_background.png

guerre

  • Immagine del redattore: Richard Beck
    Richard Beck
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 15 min
Dossier Guerra e Capitale

Come crolla un’egemonia globale La crisi degli Stati Uniti nel sistema-mondo capitalista

Thomas Berra
Thomas Berra

Donald Trump intende rifondare le basi del potere statunitense passando da un’egemonia comunque riconosciuta a forme di dominio spietate, che consentano alle classi dominanti statunitensi di procedere all’estrazione e all’assorbimento di valore da tutti i processi e i punti di produzione, pensando di contrastare così la crisi sistemica del capitalismo storico. In realtà non fa altro che esacerbare e declinare in modo qualitativamente più complesso e sempre meno controllabile le problematiche che le classi dominanti statunitensi e, in ultima analisi, globali non riescono a comprendere né a elaborare, come hanno dimostrato chiaramente negli ultimi anni la guerra contro l’Iran, il comportamento di Israele, la strategia della Nato e la politica seguita dall’Occidente nei confronti della Cina. Continuando sulla strada intrapresa dal governo Trump e dal Partito Repubblicano, così come dall’élite del Partito Democratico, potremmo anche trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia americana ma della loro supremazia.


Sebbene sia stata pubblicata appena lo scorso dicembre, la National Security Strategy of the United States of America elaborata dal secondo governo Trump sembra già un rapporto proveniente da un mondo in via di estinzione. La Strategia di Sicurezza Nazionale, un genere piuttosto peculiare, è un rapporto obbligatorio richiesto dal Congresso ai nuovi presidenti, che devono elaborarlo poco dopo l’insediamento. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel dicembre 2017 non era altro che un commento in stile Trump sulle consuete priorità repubblicane, ma il documento dell’anno scorso costituisce un tentativo più ambizioso di sintetizzare le correnti di pensiero contrapposte (e spesso incompatibili) sulla politica estera presenti nella coalizione di governo di Trump: tentare, quindi, la quadratura del cerchio tra la promozione della supremazia globale degli Stati Uniti e un ripiegamento militarizzato nell’emisfero americano da alcuni erroneamente definito «isolazionismo». Sebbene nel preambolo si affermi che «questo documento è una roadmap volta a garantire che gli Stati Uniti rimangano la nazione più grande e di successo nella storia dell’umanità, nonché la casa della libertà sulla Terra», l’introduzione chiariva che «non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause – per quanto degne – possono essere al centro della strategia statunitense. Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali primari».


Ma quali sono allora gli interessi nazionali «primari»? Con il consueto stile trumpiano, l’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale caratterizza i propri obiettivi con il rifiuto totale dei trent’anni precedenti di politica estera statunitense («Le strategie dalla fine della Guerra Fredda si sono rivelate inadeguate: sono state mere liste di desideri...»). È criticata duramente l’«erosione» della «sovranità» statunitense da parte di «organizzazioni transnazionali e internazionali», giurando che gli Stati Uniti non tollereranno più «il parassitismo, gli squilibri commerciali, le pratiche economiche predatorie e altre imposizioni alla storica buona volontà della nostra nazione, che danneggiano i nostri interessi». Si promette che «dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe» e si attribuisce a Trump «da solo» il merito di aver ribaltato «più di tre decenni di errate supposizioni americane sulla Cina». Si afferma inoltre che i problemi dell’Europa sono più profondi della sua quota in calo del Pil mondiale («questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda dell’erosione di una civiltà»). Si insiste sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero promuovere la crescita economica in Africa piuttosto che sommergere il continente di aiuti. E si sostiene che non ci sono più buoni motivi per cui gli Stati Uniti debbano dare priorità al Medio Oriente «rispetto a tutte le altre regioni». In prospettiva futura, la priorità principale sarebbe quella di evitare qualsiasi nuova «guerra eterna».


Naturalmente, la Strategia di Sicurezza Nazionale esagera nel vantare la propria originalità. Impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia regionale nel Pacifico sud-occidentale è stato un obiettivo degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni, almeno dal «pivot» verso l’Asia inaugurato da Obama e ampliato e potenziato da Trump e Biden. Anche l’amministrazione Biden era desiderosa di ridurre la priorità del Medio Oriente, come si può constatare nel suo tentativo di aggiungere l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. Prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, le autorità statunitensi avevano ripetutamente affermato davanti ai giornalisti di voler evitare di «impantanarsi» nel conflitto israelo-palestinese. Persino la strana pretesa di Trump di una restaurazione dell’identità civilizzatrice europea è in linea con l’approccio di Biden verso il continente, che presentava il rapporto tra Europa e Stati Uniti come indebolito e bisognoso di riaffermazione, sulla base che un patrimonio politico comune – la democrazia liberale – fosse minacciato. Per l’amministrazione Trump, il nocciolo della questione risiede in un diverso tipo di patrimonio, basato su un mai del tutto specificato amalgama tra cristianesimo e supremazia bianca.


Nonostante la sua posizione revisionista, questa prospettiva di politica estera si allineava quindi in larga misura a molti obiettivi di lunga data. Tuttavia, presentava due obiettivi innovativi: l’aspirazione a ricentrare l’atlantismo attorno alla creazione di alleanze con i governi reazionari dell’Europa meridionale e orientale, da un lato, e un approccio nuovo ed esplicitamente bellicoso verso l’America Latina, dall’altro. Il primo di questi ha dato finora scarsi frutti. L’Ungheria ha deluso le speranze dell’estrema destra statunitense allontanando Orbán dal governo ungherese, mentre il rapporto di Trump con Meloni si è deteriorato dopo che il presidente statunitense aveva affermato che il Papa si mostrava «debole in materia di criminalità». Il secondo obiettivo ha avuto conseguenze molto più significative. L’Operazione Southern Spear, lanciata nel settembre 2025, ha portato alla sua logica conclusione l’insistente caratterizzazione da parte del governo statunitense dei trafficanti di droga come «narcoterroristi», con il lancio di missili contro piccole imbarcazioni che attraversavano il Mar dei Caraibi e il Pacifico orientale (senza curarsi affatto se queste fossero pilotate da membri dei cartelli o da poveri pescatori). Proprio come l’uso della categoria di «uomo in età militare», impiegata per giustificare gli attacchi con i droni durante la guerra al terrorismo, anche la designazione di «narcoterrorista» amplia la capacità del presidente statunitense di uccidere a suo piacimento.


Le fasi iniziali di questa campagna hanno preparato il terreno per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rinchiuso da gennaio nel Centro di Detenzione Metropolitano di Brooklyn con ridicole accuse di traffico di droga e di armi. Sebbene la cattura di Maduro costituisca una violazione del diritto internazionale ancora più sfacciata di quella di Noriega da parte di Bush padre (almeno l’Assemblea Nazionale di Panama aveva dichiarato lo «stato di guerra» con gli Stati Uniti), Trump aveva buone ragioni per aspettarsi che l’operazione filasse liscia. Intendeva solo allontanare Maduro dal potere, piuttosto che sostituire il governo o trasformare il sistema politico venezuelano («Tutti hanno mantenuto il proprio posto, tranne due persone», si è vantato Trump). Lo stesso Maduro non disponeva di una solida base di sostegno istituzionale o popolare e la sua vice, Delcy Rodríguez, che ora ricopre la carica di presidente ad interim del Venezuela, aveva assicurato agli Stati Uniti prima dell’operazione che lei e il resto del governo avrebbero collaborato. Nonostante la descrizione unanime da parte della stampa statunitense di Maduro come un dittatore brutale, questi era politicamente debole sia all’interno del Venezuela che nel resto dell’America Latina, avendo subito un duro colpo al suo sostegno nella regione dopo le elezioni fraudolente del 2024.


La mancanza di coraggio della maggior parte dei capi di Stato del mondo di fronte alle continue atrocità commesse da Israele ha anche dato a Trump motivi più che sufficienti per credere che non avrebbe dovuto affrontare un’opposizione significativa. Sebbene la decisione della Corte penale internazionale di incriminare Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel novembre 2024 sia stata un passo avanti positivo, non ha fermato il massacro genocida commesso a Gaza. Neppure la dichiarazione di cessate il fuoco decretata nell’ottobre 2025 ha avuto grande effetto, se non quello di far uscire Gaza dalle prime pagine dei media e consentire a Israele di reindirizzare parte della sua potenza di fuoco nella sua campagna espansionistica contro il Libano e verso la destabilizzazione dello Stato iraniano. Israele ha violato il cessate il fuoco più di duemilaquattrocento volte senza conseguenze di rilievo. Tuttavia, meno di dieci dei centoventicinque paesi firmatari dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale hanno richiamato i propri ambasciatori o interrotto le relazioni diplomatiche con Israele dal 7 ottobre.


Negli Stati Uniti, le prospettive che Israele e coloro che hanno sostenuto o coperto la sua sanguinosa campagna rendano conto delle proprie azioni non sono migliori. Come ha recentemente affermato John Mearsheimer: «Se avessimo i corrispondenti processi di Norimberga, che non avremo, ma se avessimo processi simili a questi, Joe Biden e i suoi principali luogotenenti, così come Donald Trump e i suoi, sarebbero impiccati». La cultura dell’impunità, che ha cominciato a radicarsi durante i primi anni della guerra al terrorismo e si è estesa ulteriormente alla macchina istituzionale di Washington durante il mandato di Obama (si veda la gestione burocratica delle sue «liste di persone da eliminare»), pervade ora completamente il sistema statunitense. Trump sfrutta ed esemplifica questa situazione in ogni momento. Sebbene abbia una lunga storia di cedimenti di fronte a un’opposizione competente, sia negli affari che in politica – da qui la popolarità dell’acronimo T.A.C.O. («Trump always chickens out», ovvero «Trump si tira sempre indietro») diffuso nel settore finanziario – ha anche un intuito acuto per individuare le debolezze che può sfruttare.


Mentre l’impatto a lungo termine della belligeranza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina sia ancora da determinare, una conseguenza del rapimento di Maduro ha già cominciato a manifestarsi nell’altra parte del mondo. L’attacco statunitense-israeliano sferrato contro l’Iran ha violato palesemente quasi tutti gli obiettivi dichiarati dell’attuale Strategia di Sicurezza Nazionale. Il risultato di questa guerra – più che la retorica sul ripiegamento statunitense nell’emisfero americano – è il fattore che determinerà il verdetto definitivo sulla politica estera del secondo mandato di Trump. Le sue spiegazioni sull’inizio della guerra sono cambiate quasi ogni giorno. I commentatori critici hanno sottolineato il ruolo svolto dalla pressione israeliana, ma è anche chiaro che Trump ha inizialmente considerato l’intervento come un caso simile a quello del Venezuela, ma su scala maggiore e con benefici più grandi, come quando uno studio di Hollywood triplica il budget per il sequel di un successo al botteghino. «Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto», ha dichiarato Trump al «New York Times» meno di quarantotto ore dopo che la prima ondata di attacchi aveva ucciso la guida suprema Khamenei. Il principio su cui organizzare questa azione, replicando quanto fatto in Venezuela, quasi in una sorta di franchising, doveva essere ottenere un cambio di regime senza alcuna delle parti difficili, come l’insediamento di un nuovo regime in sostituzione di quello precedente.

L’operazione in Venezuela ha convinto Trump che «vincere» in Iran non sarebbe stato più complicato che sostituire un capo di Stato con un altro, che gli esperti e i leader mondiali avrebbero ammesso a malincuore di approvare in realtà gli scopi dell’intervento, anche se si fossero lamentati un po’ per i mezzi impiegati, e che l’impunità globale dei criminali di guerra lo avrebbe garantito da qualsiasi conseguenza personale negativa, se fossero stati commessi errori nel corso dell’operazione, come di fatto è accaduto ad esempio con l’uccisione, registrata lo scorso 28 febbraio, di oltre centocinquanta bambine in seguito a un attacco aereo contro una scuola elementare a Minab. Trump aveva assicurato a «The New York Times» di avere diverse «ottime opzioni» su chi potesse guidare l’Iran, aggiungendo poi: «Non le rivelerò ora». Non le ha rivelate nemmeno in seguito, se non per dire che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte», poiché erano state uccise negli attacchi iniziali. Recenti rapporti hanno rivelato che una delle figure a cui Trump aveva pensato era, tra tutti, Mahmud Ahmadinejad.


Tuttavia, Trump sembra non aver riflettuto affatto sui rischi connessi a questa nuova avventura. Sebbene il suo esito rimanga incerto, la guerra è chiaramente un errore strategico. Ha già avuto almeno tre conseguenze importanti, tutte dannose per la posizione globale degli Stati Uniti. In primo luogo, la guerra ha permesso all’Iran di assumere il controllo dello Stretto di Ormuz e, secondo le informazioni disponibili, di iniziare a riscuotere 2 milioni di dollari a nave per il transito attraverso lo stretto. Oltre alla possibilità che questa fonte di entrate contribuisca ad attenuare l’impatto del severo regime di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, nel caso in cui diventasse permanente, accettare pagamenti per il transito in yuan o in valute stabili legate al dollaro rappresenta una sfida diretta al petrodollaro. In secondo luogo, la guerra ha provocato la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia. L’inflazione sta salendo alle stelle nei mercati emergenti, il razionamento energetico e le chiusure degli impianti produttivi hanno colpito il Sud-Est asiatico e le compagnie aeree hanno iniziato a lasciare a terra gli aerei e a ridurre i loro piani di volo per questa estate in Europa. All’inizio della guerra, alcuni analisti hanno suggerito che gli Stati Uniti sarebbero rimasti al margine degli effetti della crisi energetica, quasi come se bastasse desiderare qualcosa perché accada effettivamente, ma la realtà si sta imponendo gradualmente in modo inesorabile. L’inflazione è al livello più alto degli ultimi tre anni e i prezzi della benzina sono aumentati di oltre il 50%. «La guerra in Iran è reale», ha affermato recentemente un economista di KPMG, un’affermazione che ha senso pronunciare solo se ci si rivolge a un pubblico statunitense. È solo questione di tempo prima che questa crisi stagflazionistica globale, del tutto inutile, inizi a devastare la vita politica ed economica degli Stati Uniti. La pretesa di essere un supervisore responsabile dei flussi energetici globali, ovvero uno dei pilastri del suo status di superpotenza, è andata in frantumi. In terzo luogo, il dirottamento di equipaggiamento e personale militare dall’Asia orientale verso il Medio Oriente causato da questa guerra ha aumentato la probabilità che la Cina raggiunga l’egemonia regionale.


Come hanno potuto gli Stati Uniti commettere un errore così enorme, madornale e inutile? Nemmeno chi pianificò l’invasione dell’Iraq nel 2003 ignorò in modo così evidente le possibili conseguenze delle proprie azioni. La domanda ci porta a un’altra conseguenza della guerra lanciata contro l’Iran: l’evidenza, con una chiarezza senza precedenti, sia dell’incompetenza dei leader della politica estera statunitense sia dello svuotamento delle istituzioni, che dovrebbero compensare le carenze dei singoli leader. Entrambi i fattori sono sintomi di una crisi di governance di più ampia portata, variabile solitamente sottovalutata dell’attuale declino del potere statunitense.

Per quanto riguarda il primo punto, è strano che, data l’attenzione giustamente prestata all’epoca al declino cognitivo-esistenziale di Biden, se ne sia prestata relativamente poca al deterioramento di Trump dal momento del suo ritorno al potere. Senza avventurarmi in alcuna diagnosi, Trump assomiglia sempre più a un uomo eccentrico e senile, la cui resistenza, le cui inibizioni e la cui capacità di concentrazione – che non sono mai stati i suoi punti di forza – lo stanno abbandonando. Il suo post su Truth Social, in cui minacciava l’imminente annientamento nucleare dell’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte per non tornare mai più» – è stata la dichiarazione pubblica più ripugnante mai fatta da un presidente in carica, il che ha sollevato dubbi sulle sue competenze cognitive di base e sulla sua salute mentale, non sulla sua perspicacia strategica o tattica. Alla fine di aprile era davvero difficile capire se Trump fosse a conoscenza dei piani della sua amministrazione che prevedevano la partecipazione degli Stati Uniti ai negoziati sul cessate il fuoco in programma in Pakistan. Durante una riunione di gabinetto ha tenuto un monologo di cinque minuti sulla sua preferenza per i pennarelli Sharpie rispetto alle penne a sfera. Ha anche mostrato l’abitudine di ascoltare male o fraintendere qualcosa che gli dice un consigliere e poi vomitarlo come un fatto immaginario: si vedano le sue affermazioni secondo cui gli oleodotti iraniani «sarebbero esplosi» da soli entro tre giorni a meno che gli Stati Uniti non permettessero loro di riprendere le esportazioni («È qualcosa di molto potente che accade e che ha a che fare, in un certo senso, con la natura»). Qualunque sia la miscela di senilità, negligenza e inettitudine che sta alla base di questo cumulo di comportamenti e nonostante abbiamo avuto più di un decennio per abituarci a tale condotta, rimane sconcertante che una persona del genere possa essere il leader eletto di qualsiasi Stato, figuriamoci del più potente della storia mondiale.

Che persone come queste arrivino a scatenare guerre basandosi sulle loro illusioni e sui loro risentimenti è in gran parte dovuto al fatto che l’apparato istituzionale incaricato di pianificare la politica estera statunitense è in rovina. Più di tremilottocento dipendenti del Dipartimento di Stato hanno lasciato il proprio posto da quando Trump è entrato in carica, compresi molti diplomatici di carriera e funzionari con competenze specialistiche difficili da sostituire presso l’Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente [department of Near Eastern Affairs]. L’amministrazione Trump ha inoltre ridotto le dimensioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’organizzazione precedentemente incaricata di sintetizzare le informazioni e le consulenze in materia di politica estera provenienti dall’intero governo federale affinché potessero essere trasmesse al presidente.


D’altra parte, il Congresso continua a mostrare un’estrema riluttanza a farsi coinvolgere. I Democratici hanno messo in scena uno spettacolo patetico minacciando di frenare la guerra di Trump contro l’Iran presentando una risoluzione sui poteri bellici che – l’avreste mai detto? –è affondata per un solo voto, grazie al fatto che quattro legislatori democratici si sono allineati con i Repubblicani. Questa farsa era del tutto trasparente: la dirigenza del partito approva istintivamente la guerra di Trump, ma non vuole sostenerla troppo apertamente in pubblico, data la sua tossica impopolarità e l’imminenza delle prossime elezioni di medio termine. Di conseguenza, un’altra possibile restrizione a Trump sembra restare non fattibile.


Dal 2016 nessuno dei partiti politici statunitensi è stato in grado di affrontare la sfida di dotare lo Studio Ovale di un esecutivo competente. Né è stato all’altezza del compito di compattarsi attorno a un programma di governo in grado di ottenere una maggioranza di voti per favorire mandati presidenziali consecutivi. La recente tendenza all’insoddisfazione nei confronti del governo in carica, che si traduce in sconvolgimenti politici ogni pochi anni, sembra destinata a continuare nel prossimo futuro, e ad ogni nuovo ciclo le prospettive del sistema di governance americano peggiorano. Gli stati possono sopportare la pressione di una leadership così incompetente e distruttiva solo per un periodo limitato. Le persone e le istituzioni operative all’interno e intorno al governo degli Stati Uniti possono continuare a esporre obiettivi di politica estera in discorsi o documenti come la National Security Strategy, ma al momento è un’incognita se gli Stati Uniti abbiano la capacità di attuare una strategia coerente a medio o lungo termine.


Data la controproducente guerra condotta da Trump contro l’Iran, questa crisi di governance ha raggiunto un punto di svolta. Considerando qualsiasi concessione sostanziale agli interessi iraniani come un’umiliazione inaccettabile, l’amministrazione Trump non è stata in grado di presentare nulla che assomigliasse a una proposta ragionevole per raggiungere una pace negoziata. Probabilmente, la migliore ipotesi possibile è che la combinazione di notizie economiche in peggioramento e pressioni politiche interne costringa Trump a cedere ad alcune delle richieste dell’Iran. Tra le opzioni più probabili, che peggiorerebbero davvero le cose, si profila la possibilità che Trump tenti di distogliere l’attenzione dalla debacle iraniana scatenando un’altra guerra, questa volta contro Cuba. Proprio di recente, il Dipartimento di Giustizia ha accusato Raúl Castro, 94 anni, di omicidio e cospirazione, lo stesso giorno la portaerei USS Nimitz è entrata nel Mar dei Caraibi meridionale. Per il momento Trump ha optato per un blocco del trasporto marittimo iraniano come meccanismo privilegiato per costringere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare. Sebbene ciò possa essere senza dubbio pesante per l’Iran, tale linea d’azione continuerà ovviamente ad aggravare la crisi energetica mondiale, le cui conseguenze hanno appena iniziato a manifestarsi. Non è solo il prezzo della benzina che aumenterà per il resto del 2026 negli Stati Uniti, l’aumento registrato dei costi dei fertilizzanti dallo scorso febbraio fa presagire che, inevitabilmente, anche i prezzi dei generi alimentari saliranno.


Riconoscendo la portata di questa crisi, alcuni commentatori hanno interpretato la guerra all’Iran come la fine dell’egemonia statunitense. Tale fine è stata annunciata molte volte in passato. Ma un’affermazione del genere potrebbe sminuire la portata di ciò che sta accadendo oggi. L’egemonia è una forma di dominio che, almeno in parte, è consensuale e dalla quale la maggioranza dei dominati ritiene di trarre un beneficio tale da rendere tollerabile la propria sottomissione. Definita così, risulta più difficile sostenere che l’egemonia degli Stati Uniti fosse rimasta intatta anche prima della guerra di Trump all’Iran. Giovanni Arrighi ha affermato che l’egemonia statunitense è diventata storia passata con l’invasione dell’Iraq, cosa che a poco a poco ho finito per credere sia la semplice verità. Ciò che persisteva, ha scritto, era il «semplice dominio».


Sarebbe quindi più preciso dire che ciò che è ora in gioco è lo status degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e la loro indiscutibile capacità di dominare. Ciò non significa negare i notevoli vantaggi di cui gli Stati Uniti continuano a godere rispetto ai loro rivali. Il loro esercito rimarrà il più potente e temibile del mondo nei prossimi anni e le loro aziende saranno anche le più redditizie del pianeta nel prossimo futuro. Ma le armi e il denaro da soli non bastano. La potenza economica deve generare almeno un minimo di benessere sociale e sicurezza condivisi per essere sostenibile, mentre le élite statunitensi accumulano ricchezza su una scala mai vista nemmeno nell’antica Roma. E un esercito gigantesco ha bisogno di una guida strategica competente affinché il potere coercitivo si traduca in prestigio globale.


Forse l’embargo finirà per rivelarsi troppo oneroso per poter essere sopportato dalla società iraniana. Forse gli iraniani sfideranno ogni previsione e daranno finalmente vita alla rivolta popolare che i falchi americani sognano da decenni. Forse Israele riuscirà ad espandersi verso nord a spese del Libano e a sferrare il colpo decisivo a Hezbollah. Forse l’Europa persisterà nella sua vile sottomissione e deciderà che nemmeno una recessione mondiale e una doppia crisi alimentare ed energetica sono motivi per riconsiderare la sua sottomissione allo stupido colosso dall’altra parte dell’Atlantico.


Ma se queste cose non dovessero accadere e se l’Iran uscisse da questo conflitto indebolito in termini assoluti ma rafforzato in termini relativi, allora potremmo trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia degli Stati Uniti, ma della loro supremazia. Il segno distintivo di un sicuro status di superpotenza di un paese è che gli altri Stati non tentino nemmeno di sfidarlo direttamente, prevedendo una sconfitta schiacciante. Se l’Iran evitasse tale destino, l’idea che Stati più piccoli possano resistere apertamente ed efficacemente agli interessi statunitensi in tutto il mondo potrebbe non sembrare più così assurda.

● Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. ● Traduzione di Mauro Trotta

Testi consigliati

 

Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) e Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007); Giovanni Arrgihi e Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001).

 

Richard Beck è un giornalista e scrittore statunitense. Tra i suoi libri figurano We Believe the Children: A Moral Panic in the 1980s (2015) e Homeland: The War On Terror In American Life (2024). I suoi articoli sono apparsi anche su «The Harvard Crimson» la «London Review of Books» la «New Left Review, Time» e «n+1». X: Richard Beck @Richard_Beck

 

 

bottom of page