guerre
- Wolfgang Streeck

- 23 giu
- Tempo di lettura: 24 min
Aggiornamento: 30 giu
dossier guerra e capitale
Engels, la guerra e l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo
Progresso tecnologico e cambiamento storico

Friedrich Engels, nato nel 1820 a Barmen, in Renania, e morto nel 1895 all’età di 75 anni a Londra, trascorse tutta la sua vita adulta all’ombra di Karl Marx, al quale sopravvisse di dodici anni, sentendosi a proprio agio in quella posizione[1]. Per volere del padre lasciò la scuola secondaria un anno prima di ottenere il diploma di maturità [Abitur] per entrare, in qualità di figlio maggiore, nell’azienda di famiglia. Completando così la sua formazione da autodidatta, il suo incontro con Marx lo lasciò profondamente impressionato, ammirando la brillantezza sistematico-filosofica del giovane hegeliano, in cui vedeva un genio con un talento ben superiore al proprio. Infatti, il tipo di pensiero speculativo in cui Marx eccelleva come nessun altro era considerato dai filosofi tedeschi dell’epoca la forma più elevata di attività scientifica; Engels, che condivideva tale valutazione, considerava forse il proprio compito, di tipo positivista, troppo banale in confronto, comprendendo che il suo ruolo nella collaborazione con Marx era quello di editore, lettore, pubblicista, traduttore e divulgatore della teoria marxista (non marxista-engelsiana), rendendola comprensibile al movimento socialista a cui era destinata. Il fatto che a volte il risultato di tale compito fossero semplificazioni o formulazioni riduzionistiche di pensieri complessi non solo era inevitabile ma anche desiderato, sebbene il prezzo che Engels dovesse pagare per ciò fosse il persistente sospetto di essere incapace di articolare una maggiore complessità.
Tuttavia, a lui si devono risultati davvero notevoli e proprio perché il suo temperamento lo portava a interessarsi al mondo realmente esistente, verso le realtà piuttosto che le astrazioni. Oltre alle sue opere scientifiche, letterarie, giornalistiche e politiche, straordinariamente variegate, Engels fu per lungo tempo un imprenditore industriale di successo con molti anni di esperienza alle spalle, il che non solo gli permise di finanziare la lenta progressione della produzione teorica di Marx, ma gli fornì anche una comprensione del capitalismo dall’interno, insolita tra i suoi avversari. Forse si può affermare che, a modo suo, Engels si trovava più a suo agio nel mondo rispetto a Marx, il filosofo economista-politico, il che aiuta a spiegare come egli sia diventato, pur essendo ancora molto giovane, uno dei primi sociologi empirici con la sua opera Die Lage der arbeitenden Klasse in England: Nach eigner Anschauung und authentischen Quellen [La situazione della classe operaia in Inghilterra, secondo le mie opinioni e fonti autentiche], scritta all’età di 24 anni durante un periodo di formazione di due anni trascorso nella sede dell’azienda tessile di famiglia a Manchester. Marx, che Engels aveva visitato a Colonia nel 1842 mentre era in viaggio verso l’Inghilterra, rimase profondamente colpito dal libro e dichiarò che Engels era «giunto alla stessa conclusione» di lui, ma «per una via diversa», in particolare quella della ricerca empirica.
Iniziò così un’amicizia e una collaborazione che sarebbero durate tutta la vita e che poco dopo avrebbero dato origine, tra le altre cose, al Manifesto del Partito Comunista del 1848, una pietra miliare nella storia delle scienze sociali piena di tracce testuali del libro di Engels, così come lo sarebbe stato, quasi due decenni dopo, il primo volume de Il capitale. Quello che potremmo definire il carattere concreto del pensiero e della ricerca di Engels, la sua esperienza e il suo stile di vita, si manifestano anche nella sua produzione intellettuale praticamente enciclopedica, alimentata da una vorace fame di fatti e dalla costante ricerca di nuovi temi, divorando intere biblioteche alla ricerca degli ultimi progressi nei diversi campi del sapere. Come studioso indipendente, ha indagato l’evoluzione delle scimmie antropoidi che avrebbe portato alla comparsa degli ominidi, l’antropologia storica del lavoro, l’origine della famiglia, la storia del cristianesimo primitivo e quella della Germania, in particolare le guerre contadine, oltre alle scienze naturali emergenti nella sua Dialettica della natura. Mentre Marx poteva mostrare tratti misantropici, per dirla in modo delicato, l’immediatezza dell’accesso di Engels al mondo spiega in parte perché fosse il più attivo politicamente dei due. Era in gran parte lui a mantenere i contatti con i movimenti e i partiti socialisti internazionali dell’epoca, aiutato dalla sua padronanza attiva di dodici lingue e dalla capacità di comprenderne con una certa facilità altre venti.
Supplemento teorico
Non sono affatto qualificato per riassumere la totalità degli studi e della produzione scientifica di Engels. Nel suo caso, come in quello di altri grandi pensatori, si possono rileggere le sue opere più e più volte e si scopre sempre qualcosa di nuovo. A me, in quanto sociologo interessato alle forze motrici che configurano lo sviluppo delle società complesse contemporanee, colpisce fino a che punto egli abbia integrato la concezione materialista della storia, elaborata (con il suo aiuto) da Marx come critica dell’economia politica del XIX secolo, con una sorta di teoria dello Stato e della politica. Sebbene lo stesso Engels considerasse il proprio contributo come un mero complemento alla teoria marxiana del materialismo storico, sostengo che egli possa essere considerato il fondatore di un ramo indipendente della teoria sociale materialista, che ha contribuito a una comprensione migliore e più esaustiva, assolutamente necessaria dal punto di vista attuale, della politica e dello Stato.
Cosa intendo con «una sorta di teoria»? Innanzitutto, che Engels si affidò sempre a Marx per quanto riguarda il «quadro generale», perché, da un lato, confidava che Marx lo avrebbe sviluppato, ma anche, si può almeno supporre, per il suo temperamento personale di ricercatore, che si esprimeva in una certa avidità presistemica e insaziabile di fatti, sempre più resistenti alla sistematizzazione quanto più ampio era il flusso a cui la sua ricerca aveva accesso. Tra i temi che più attirarono la sua attenzione vi erano lo sviluppo delle forze armate e le guerre che accompagnarono l’ascesa simultanea del capitalismo e dello Stato-nazione moderno2.
Il suo legame con l’economia politica dell’epoca e il suo futuro superamento rivoluzionario non era immediatamente evidente, in parte a causa degli elementi di imprevedibilità, cioè di «relativa autonomia», generati dalla «nebbia del campo di battaglia», se così si vuole dire, già segnalati da Clausewitz, nel ruolo della guerra come generatrice di contingenze storiche impreviste. Engels finì per diventare uno dei principali teorici militari della sua epoca, anche se ai suoi amici di Londra sembrava un capriccio personale che gli valse il soprannome di «il generale». In seguito fu studiato come autorità indiscussa su questi argomenti e non solo dagli strateghi militari del socialismo come Lenin, Trotsky e Mao Zedong; più tardi ancora quella sua inclinazione fu nascosta come qualcosa di vergognoso dai socialisti pacifisti, che negavano il ruolo strategico della violenza in politica dopo il 1945. Il suo contributo in questo campo, credo, deriva in larga misura dalla speciale affinità esistente tra la natura peculiare della guerra moderna nel contesto dello sviluppo capitalistico e la predisposizione di Engels a osservare la realtà in modo non dogmatico, il che gli permise di gettare le basi di un complemento teorico sullo Stato, che risultava realmente necessario per la critica dell’economia politica sviluppata da Marx e da lui stesso.
Ciò non significa che Marx non fosse interessato alle guerre del suo tempo. Anche per lui, come affermava nel primo volume de Il capitale (1867), «la violenza è la levatrice di ogni vecchia società incinta di una nuova»3. Almeno fino al decennio del 1880, sia Marx che Engels speravano di vedere la fine del capitalismo durante la propria vita e immaginavano che tale transizione potesse avvenire pacificamente solo in casi eccezionali. Dove alla fine Engels aveva un vantaggio su Marx era nella sua esperienza pratica come volontario nell’artiglieria prussiana a Berlino nel 1841-1842, come partecipante alla rivolta di Elberfeld del 1849, organizzata per garantire l’adozione della Costituzione di Francoforte, e come partecipante alla ribellione antiprussiana, rapidamente schiacciata, dell’esercito del Baden-Palatinato e della Volkswehr [forze di difesa popolari] del Baden del 1848-1849, una dolorosa sconfitta che lo accompagnò fino alla morte. Probabilmente per questo motivo Marx lo considerava un esperto di questioni militari e cercò di convincerlo a scrivere un capitolo sulla storia militare per il primo volume de Das Kapital. Engels accettò la proposta, ma non la portò mai a termine, il che, a mio avviso, indica che il suo materiale empirico si opponeva a essere sussunto nella sistematizzazione del feticismo della merce in cui Marx inquadrò la sua critica dell’economia politica.
Contrariamente a quanto molti suppongono oggi, ciò non era dovuto al fatto che la cosiddetta «concezione materialista della storia» di Marx ed Engels fosse economicamente deterministica e, quindi, apolitica. Le principali teorie delle scienze sociali del XIX secolo ricorrevano spesso a formulazioni deterministiche, se non teleologiche, se non altro per figurare al fianco delle scienze naturali in ascesa. Nella misura in cui tali tendenze sono individuabili nell’opera di Marx ed Engels – ed entrambi erano convinti che il corso della storia potesse in ultima analisi andare solo nella direzione del socialismo –, essi erano in buona compagnia. D’altra parte, si differenziavano dai loro contemporanei in quanto non erano solo teorici della società capitalista, ma anche militanti della rivoluzione proletaria che doveva essere organizzata; in quanto tali dovevano dispiegare la retorica della fiducia nella vittoria finale indispensabile per un movimento politico, che non va confusa con la previsione teorica. Dopotutto, entrambi dedicarono una parte importante del loro tempo alla creazione di organizzazioni internazionali di lavoratori e alla consulenza ai partiti nazionali, e interruppero ripetutamente il loro lavoro teorico a tal fine. Se la loro teoria avesse previsto che l’avanzata verso il socialismo sarebbe avvenuta per sé, avrebbero potuto risparmiarsi tale sforzo. Infatti, dal 1849 in poi dedicarono molta attenzione agli avvenimenti politici e militari dell’epoca e investirono notevoli energie nella stesura di innumerevoli analisi giornalistiche e teoriche su di essi. Se prendiamo in considerazione opere come Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e La lotta di classe in Francia, nonché la lunga serie di articoli giornalistici scritti sulla guerra di Crimea, la guerra civile americana e altri conflitti bellici, possiamo affermare senza ombra di dubbio che il materialismo storico concede un posto molto più prominente all’intervento politico-collettivo nello svolgimento delle questioni sociali – ciò che in inglese viene solitamente designato come agency – rispetto a quanto facessero le scienze sociali accademiche del loro tempo e rispetto a quanto abbiano fatto quelle sviluppatesi da allora.
Come ho già detto, le guerre del loro tempo furono seguite con grande attenzione da Marx ed Engels, il che non sorprende, poiché in quanto rivoluzionari intendevano imparare dalle guerre combattute tra Stati nel momento presente per concepire le guerre di classe del futuro che avrebbero dovuto porre fine al capitalismo. Dalla sua esperienza del 1849, Engels imparò che le ribellioni improvvisate non avevano senso; i combattenti per il comunismo dovevano essere almeno alla pari con gli avversari statali e di classe in termini di armamento e disciplina. Per chiarire come ciò potesse essere possibile, era necessario comprendere con precisione il rapido sviluppo della tecnologia militare e della conduzione della guerra e la sua relazione con lo sviluppo industriale registrato in quel momento. Nei quattro anni trascorsi tra il 1861 e il 1865, Marx ed Engels seguirono ogni evento della Guerra Civile americana, che giustamente riconoscevano come la prima guerra moderna. Già nel marzo del 1862, affermavano in uno degli articoli giornalistici che scrissero insieme:
Da qualsiasi punto di vista, la guerra civile americana presenta uno spettacolo senza pari negli annali della storia militare. La vasta estensione del territorio conteso; l’ampio fronte delle linee di combattimento; la forza numerica degli eserciti contrapposti, la cui creazione ha potuto contare solo su un supporto organizzativo minimo; i costi enormi di questi eserciti, il modo di guidarli e le tattiche e i principi strategici generali secondo cui si combatte la guerra sono tutti nuovi agli occhi dello spettatore europeo.4
Alla fine della guerra si contavano quasi settecentomila morti sui campi di battaglia e nei campi di prigionia di entrambe le parti. Qualche anno dopo, tra marzo e maggio del 1871, Marx ed Engels osservarono da Londra la repressione della Comune di Parigi, la ribellione di una parte della popolazione parigina contro il proprio governo e l’occupazione prussiana, dopo la sconfitta francese nella guerra contro la Prussia del 1870-1871. Nei combattimenti e nelle successive esecuzioni di massa persero la vita non meno di trentamila persone della fazione insurrezionale; tra le truppe governative il numero dei morti fu di circa novecento5.
Ciononostante, per Marx ed Engels era ancora chiaro che la via verso il socialismo avrebbe richiesto l’uso collettivo della forza. Ma come poteva inserirsi una guerra di classe tra lavoro e capitale in un mondo di eserciti statali professionalizzati ed equipaggiati come gli unionisti e i confederati della guerra civile americana o l’esercito prussiano, per non parlare degli eserciti del futuro? A mio giudizio, Marx ed Engels affrontarono ripetutamente nel corso della loro vita questo enigma strategico centrale, proponendo diverse soluzioni. Occasionalmente, nelle guerre interstatali imminenti o in corso, presero le parti dello Stato capitalista che a loro sembrava più avanzato da una prospettiva storico-mondiale; il più delle volte si trattava della Germania rispetto alla Francia, almeno durante il Secondo Impero, e la Russia zarista era sempre il paese del «modo di produzione asiatico», il baluardo della reazione, contro il quale il progresso tedesco doveva difendersi se necessario. Formularono anche risposte riduzionistiche: la forza militare di uno Stato era commisurata al suo livello di sviluppo industriale, per cui gli Stati avanzati con società mature per il socialismo dovevano sempre prevalere su quelli meno sviluppati.
Un modo di distruzione capitalista?
Gradualmente, tuttavia, e specialmente dopo la morte di Marx, prevalse un approccio più sfumato basato su due fatti osservati da Engels: il rafforzamento degli Stati rispetto alle loro società attraverso il monopolio dei moderni mezzi di sterminio e la dinamica interna dello sviluppo della tecnologia militare, che ha dato origine a un modo di annientamento sociale, diverso dal modo di produzione sociale e dotato di una propria dinamica di sviluppo, che integra quella del capitalismo. Insieme forniscono, a mio avviso, una spiegazione di ciò che chiamo l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo e forse anche oltre. Nel resto della mia esposizione intendo dimostrare che in Engels c’è ben più di «qualcosa di simile a una teoria», in particolare che è possibile dedurre una teoria parziale dello sviluppo sociale simile alla teoria economica di Marx, e che insieme a quest’ultima essa permette di elaborare una teoria storico-materialista più realistica delle società capitalistiche oltre il XIX secolo.
Comincio dall’aspetto tecnologico. A mio avviso, la critica al materialismo storico come presuntivamente deterministico allude a due versioni del determinismo, una tecnica e l’altra economica. Il locus classicus per la versione tecnologica è il seguente paragrafo de La miseria della filosofia:
I rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquisendo nuove forze produttive, gli uomini cambiano il modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, il modo di guadagnarsi da vivere, cambiano tutte le loro relazioni sociali. Il mulino a mano ci dà la società del signore feudale; il mulino a vapore, la società del capitalista industriale (il corsivo è mio, WS)6.
Questo non è stato scritto da Engels, ma dallo stesso Marx nel 1847. «Intimamente legate a» (eng verknüpft mit) non significa «determinate da», anche se la frase finale, esagerata metaforicamente e spesso separata dal suo contesto, ha un tono deterministico. Ma l’affermazione che il progresso tecnologico, l’apparato di produzione volgare-utilitaristico nelle fabbriche capitalistiche, così come poteva osservarlo quotidianamente il figlio di un imprenditore industriale come Engels, dovesse almeno condizionare il progresso dell’umanità, doveva sembrare una provocazione agli idealisti hegeliani dell’epoca; e questa era senza dubbio proprio la sua intenzione. Non è questa la sede per indagare come la teoria della transizione dal mulino a braccio al mulino a vapore e la sua relazione con le forme di potere sociale sia stata successivamente elaborata nella direzione di «intimamente legate» (eng verknüpft) o di «generare» o «produrre» (ergibt) una società (o forse di entrambe). L’unica cosa da sottolineare qui è il ruolo centrale che lo sviluppo della tecnologia ha svolto fin dall’inizio nel pensiero storico-materialista di Marx e anche di Engels.
Nel 1855, al culmine della guerra di Crimea, Engels pubblicò un ampio e documentato riassunto dello sviluppo degli armamenti in tutti gli Stati europei7. In qualità di industriale, gli sembrò utile non solo confrontare il progresso delle tecnologie distruttive dell’epoca con quelle produttive, ma anche considerare la loro interrelazione. Una delle questioni oggetto di indagine era se la tecnologia militare avesse tratto maggior beneficio da quella civile o viceversa, ovvero quale delle due potesse essere considerata predominante. Da una prospettiva politico-economica, la tecnologia militare non poteva che essere un sottoprodotto di quella civile. Ma la produzione industriale di massa, basata su componenti standardizzati (requisito essenziale per quello che sarebbe diventato il modo di produzione «fordista»), non poteva forse essere fatta risalire a un certo Samuel Colt, la cui invenzione gli permise di fornire centotrentamila revolver agli Stati del Nord durante la guerra civile americana? Ancora più rilevante per il materialismo storico era la questione se, per analogia con lo sviluppo dei mezzi di produzione a seguito del progresso dal mulino a braccio al mulino a vapore, si potesse ipotizzare lo sviluppo «relativamente autonomo» di quelli che potremmo chiamare i mezzi di distruzione – la sostituzione della spada con la mitragliatrice –, come un secondo filo parallelo dello sviluppo storico, intrecciato con il primo ma non identico a esso.
Corone che rotolano per terra
Chi distrugge chi nei rapporti di distruzione tecnologicamente rivoluzionati che si sono sviluppati nelle società industriali moderne? Le riflessioni di Engels sulla guerra durante l’ultimo terzo del XIX secolo indicano che ciò che per lui era sempre più importante era che il principale beneficiario del progresso militare nella trinità società-economia-Stato era lo Stato.
Solo gli Stati disponevano delle risorse necessarie per acquisire i nuovi mezzi di distruzione su larga scala centralizzati e per costruire e mantenere le forze di lavoro note come «eserciti» necessarie al loro dispiegamento. Con ciò il peso dello Stato nella politica e nello sviluppo economico della società crebbe inevitabilmente oltre il ruolo che gli assegnava la teoria politico-economica della metà del XIX secolo, rendendolo qualcosa di più di un mero «comitato di gestione degli affari comuni della classe borghese»8, o di una «sovrastruttura» del modo di produzione capitalista. La portata dei nuovi poteri di distruzione nelle loro mani era destinata a scatenare una competizione tra gli Stati che si sarebbe aggiunta alla rivalità tra i monopoli e i cartelli emergenti nelle economie capitalistiche: una competizione sui generis per capacità di sterminio sempre più terrificanti, che per le società coinvolte poteva rivelarsi molto più pericolosa delle crisi periodiche causate dalla concorrenza economica.
In tali circostanze, c’era ancora una prospettiva realistica di utilizzare con successo la violenza rivoluzionaria per liberare la società dal flagello del capitalismo? Verso la fine della sua vita, Engels sembra essersi visto costretto a introdurre di nascosto la guerra di classe per il socialismo nella guerra all’ultimo sangue tra gli Stati, che vedeva profilarsi all’orizzonte. Grazie alla sua conoscenza approfondita della corsa agli armamenti in atto, Engels non aveva dubbi su tale evoluzione. Nel 1887, meno di tre decenni prima del 1914, predisse una «guerra mondiale di portata e intensità senza precedenti»:
Da otto a dieci milioni di soldati si scontreranno, devastando l’Europa più di una piaga di locuste. La devastazione della Guerra dei Trent’anni concentrata in tre o quattro anni ed estesa a tutto il continente; carestia, epidemie, barbarie generale degli eserciti e delle masse popolari causata da una miseria acuta; dislocazione irrecuperabile del nostro sistema artificiale di commercio, industria e credito, culminante nel fallimento generale; il crollo dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza politica, cosicché decine di corone rotoleranno sul selciato senza che nessuno possa raccoglierle; è assolutamente impossibile prevedere come tutto ciò finirà e chi uscirà vincitore dalla battaglia [...]. Questa è la prospettiva per il momento in cui l’ipertrofico sistema di reciproca concorrenza negli armamenti darà finalmente i suoi inevitabili frutti9.
Le ultime stime parlano di un totale di nove milioni e mezzo di morti da entrambe le parti, caduti in una guerra come non se ne erano mai viste prima. Per Engels, tuttavia, nemmeno un evento di quella mostruosa portata poteva portare a un punto morto la dialettica dell’avanzata della storia verso il socialismo. Alla fine della prossima guerra mondiale, proclamò, con quella combinazione di previsione e grido di battaglia così caratteristica dei primi socialisti, non si poteva che aspettarsi la vittoria della classe operaia internazionale:
Solo un risultato [è] assolutamente certo: l’esaurimento generale e l’instaurazione delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia [...]. Ecco, signori principi e statisti, dove avete portato la vecchia Europa con la vostra saggezza. E se non vi resta altra scelta che iniziare l’ultima grande danza di guerra, così sia. La guerra può metterci in secondo piano per un po’, può strapparci alcune delle posizioni che abbiamo già conquistato. Ma una volta che avrete scatenato le forze, non potrete più controllarle, e queste seguiranno il loro corso; alla fine della tragedia, sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà già stata ottenuta o sarà inevitabile10.
Questa prospettiva non era del tutto irrealistica, come avrebbe dimostrato poco dopo l’ondata rivoluzionaria del 1917-1919. Ciò che Engels proclamava era che, in conseguenza dell’imminente guerra mondiale, le classi lavoratrici armate dei paesi allora devastati si sarebbero sollevate contro i loro nemici di classe e, in una rivolta popolare, avrebbero finalmente rovesciato il capitalismo. Dopo il 1918 Engels avrebbe potuto sottolineare le numerose riforme democratiche ottenute in molti paesi: suffragio universale, diritti sindacali, contrattazione collettiva, nonché la Rivoluzione russa, senza dubbio favorita dalle operazioni strategiche dello Stato Maggiore tedesco. Come aveva previsto Engels, la guerra iniziata come lotta nazionale con eserciti reclutati con la forza poteva servire a rafforzare la classe operaia, sia nei paesi sconfitti che in quelli vittoriosi; lo stesso accadde inizialmente dopo il 1945.
Dimensioni interstatali
Il fatto che il capitalismo fosse rimasto praticamente indenne non era dovuto solo all’equilibrio interno delle forze politiche; già nel 1918, l’ordine interno degli Stati nazionali emergenti era diventato dipendente anche dalle circostanze militari internazionali. Il nuovo governo bolscevico dovette costituire immediatamente dopo la sua instaurazione un esercito statale regolare – l’«Armata Rossa» guidata da Leon Trotskij – per prevalere in una «guerra civile», che era fondamentalmente un’invasione straniera; Engels non ne sarebbe stato sorpreso. E in Germania fu il giurista socialdemocratico Hugo Sinzheimer, padre fondatore del diritto del lavoro tedesco e capo della polizia provvisoria nella città di Francoforte durante la rivoluzione di novembre del 1918, ad avvertire una manifestazione di massa di non tentare di instaurare direttamente una Repubblica dei consigli [Räterepublik] in stile sovietico, poiché ciò avrebbe inevitabilmente provocato, come in Russia, un’invasione dell’Intesa formata dalle potenze occidentali vincitrici della guerra. Un anno e mezzo dopo, Sinzheimer divenne, in qualità di membro dell’Assemblea Costituente, uno degli autori dell’articolo sui comitati aziendali della Costituzione di Weimar.
Se si dà credito alla ricerca storica, i circoli governativi delle potenze europee speravano che la guerra iniziata nell’estate del 1914 sarebbe stata di breve durata, come le scaramucce che l’avevano preceduta. Non così Engels, probabilmente perché conosceva come nessun altro le forze di distruzione accumulate negli arsenali degli Stati-nazione ormai pienamente industrializzati. Il fatto che nel 1918 non solo si mantenessero i rapporti di produzione capitalistici, ma anche i rapporti di violenza tra gli Stati – cioè che gli Stati riuscissero, più o meno rapidamente, a ristabilirsi attorno alla loro identità nazionale mediante concessioni alla classe operaia, mediante la repressione su di essa o combinando entrambi i mezzi – probabilmente aveva a che fare anche con il fatto che nell’era industriale uno Stato nemico altamente armato poteva causare in breve tempo più danni a una società di qualsiasi crisi economica capitalista. Uno Stato straniero sembrava più pericoloso del capitale nazionale. Nessuna rivoluzione socialista poteva proteggerti da esso, ma, al contrario, un esercito nazionale, proprio come l’esercito prussiano aveva protetto la Germania dalla minaccia zarista nel XIX secolo. Per questo motivo, il pericolo di una guerra interstatale si frappose allo scoppio di una guerra di classe: i rapporti interni di produzione furono rafforzati dai rapporti di forza interstatali; le guerre di classe minacciavano con il pericolo di una sconfitta nella guerra interstatale; e le élite nazionali poterono proclamarsi protettrici dei propri popoli contro i mezzi di distruzione di altri popoli, dichiarare la nazione come una famiglia allargata (gli uomini proteggono le loro madri, mogli e figli) e far apparire la distribuzione dei mezzi di produzione nazionali di secondaria importanza rispetto alla loro difesa.
Non è che la guerra di classe scomparisse del tutto. Dopo il 1918 dai conflitti tra Stati e classi emerse una nuova configurazione di Stati e classi, ancora una volta influenzata dalla natura e dalla distribuzione delle forze distruttive moderne. La teoria originale delle classi servì a poco a questo proposito dal punto di vista esplicativo, mentre le ultime opere di Engels, oserei dire, presero seriamente in considerazione gli Stati e il loro potenziale di violenza, sebbene senza voler o poterli incorporare sistematicamente nel quadro della «concezione materialista della storia» sviluppata come economia politica, che partiva dall’analisi del feticismo della merce. Dopo la Rivoluzione russa, a causa della Prima guerra mondiale, emerse una proiezione più o meno stabile del conflitto di classe nel sistema interstatale, che si mantenne per decenni nel confronto tra lo Stato socialista dell’Unione Sovietica e gli Stati capitalisti «dell’Occidente», in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, le potenze egemoniche ascendente e discendente del capitalismo dell’inizio del XX secolo.
Già allora si era stabilita nell’Unione Sovietica una divisione del lavoro tra lo Stato, che in quanto tale doveva occuparsi della propria sicurezza tra gli altri Stati basandosi sulle forze armate professionali e sulla diplomazia internazionale convenzionale, e il partito, che, concepito come forza rivoluzionaria mondiale, interferiva in modo decisivo negli affari interni di altri paesi attraverso i partiti fratelli nazionali, rapidamente trasformati in dipendenze del PCUS e strumenti dello Stato sovietico, e gli agenti dell’Internazionale Comunista. Non posso trattare qui in dettaglio le contraddizioni e i conflitti che la politica estera di Stalin generò nel proprio paese e all’estero; basterà accennare alla sanguinosa «epurazione» del corpo degli ufficiali dell’Armata Rossa effettuata nel 1938 per garantire il controllo del partito sulle forze armate alla vigilia dell’imminente guerra contro il Terzo Reich tedesco, mentre si firmava il patto Hitler-Stalin poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, che si trasformò in una guerra tra le tre versioni della società industriale moderna – capitalismo, fascismo e comunismo – rappresentate dai rispettivi Stati-nazione armati fino ai denti con le più recenti tecnologie di distruzione, sebbene l’Unione Sovietica socialista in misura leggermente minore rispetto alle potenze capitaliste.
L’ipertrofia degli Stati nel XX secolo, come risultato dell’uso di mezzi sempre più letali di violenza e sterminio messi a loro disposizione, raggiunse il suo culmine storico nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, dopo che l’invenzione della bomba atomica e la sua riproduzione nell’Unione Sovietica sotto Stalin trasformarono quest’ultima nella seconda delle due superpotenze mondiali. Per molto tempo, il più letale di tutti i mezzi di sterminio ha costretto entrambe le parti a coesistere, dividendosi il mondo. Sotto la formula della «coesistenza pacifica » gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno gareggiato per decenni cercando di promuovere il proprio sistema e di minare quello avversario senza dover ricorrere all’uso dei propri mezzi di distruzione reciproca assicurata, attraverso una rivalità sistemica mascherata da lotta di classe interstatale tra i popoli del lavoro e i popoli del capitale, uniti al loro interno dalla democrazia o dalla dittatura o da altre combinazioni specifiche di entrambe.
Così come il conflitto di classe si trasformò in conflitto internazionale dopo il 1918, dopo il 1945 il conflitto internazionale ha dato una nuova forma al conflitto di classe, poiché entrambe le parti hanno represso la propria opposizione politica di classe interna, denunciandola come quinta colonna dello Stato nemico. A Washington e a Mosca, la politica estera all’ombra della bomba servì a difendere e diffondere forme antagoniste di organizzazione sociale, che riflettevano i fronti del conflitto di classe del XIX secolo, e a mobilitare i «fratelli di classe» nel resto del mondo nell’interesse dei propri Stati e blocchi statali. Mentre gli Stati Uniti riuscirono, durante la Guerra Fredda, a eliminare quasi completamente le simpatie per il comunismo tra gli oppositori del sistema, sia in patria che nei paesi appartenenti all’impero statunitense, durante gli anni ‘80 l’URSS iniziò a disintegrarsi sotto la pressione della sua opposizione filo-occidentale e, quindi, filo-capitalista.
Commercianti e mercenari
La ricerca di Engels alla fine del XIX secolo sullo sviluppo dei mezzi tecnici di distruzione può essere intesa, quindi, come l’inizio di un’ulteriore linea di indagine storico-materialista delle società moderne in cui i mezzi di distruzione si affiancano ai mezzi di produzione e la formazione degli Stati inquadra e si sovrappone alla formazione delle classi, linea che si adatta meglio alle realtà del sanguinoso XX secolo rispetto a una teoria storica incentrata esclusivamente sulla produzione. L’esposizione qui accennata potrebbe facilmente proseguire a partire dalle categorie individuate in Engels: storia del progresso tecnico come forza motrice dello sviluppo politico e sociale e della liberazione della politica statale dalla sua subordinazione teorica all’economia in virtù del controllo da parte degli Stati dei moderni mezzi di sterminio.
Così, ad esempio, alla fine del XX secolo, si è venuta a creare una situazione in cui lo sviluppo tecnico nelle sue forme più avanzate non aveva più luogo nel settore privato dell’economia, ma nei programmi di armamento, in particolare in quelli dello Stato più potente del mondo, gli Stati Uniti: dai viaggi aerei e spaziali al cosiddetto «uso pacifico dell’energia atomica» e ai progressi della tecnologia microelettronica dell’informazione, che attualmente sta rivoluzionando l’economia capitalista.
Per quanto riguarda la storia politica in senso stretto, potremmo citare il piano di Reagan per superare l’Unione Sovietica attraverso il suo programma Guerre stellari; la «globalizzazione» del potere militare statunitense dopo il 1989, messa in discussione solo trent’anni dopo dal rapido sviluppo dei mezzi di produzione e di distruzione in Cina; la disintegrazione dei movimenti di liberazione nazionale nella periferia capitalista di fronte alla loro disperata inferiorità militare e la loro sostituzione con movimenti religiosi -fondamentalisti, ai cui seguaci non importa perdere la vita per perseguire i propri obiettivi millenaristici. Attualmente assistiamo, nella misura in cui ci è permesso di essere spettatori, a un’ulteriore trasformazione radicale dei rapporti di distruzione attraverso l’impiego di nuove forze microelettroniche, che consentono lo spionaggio illimitato di avversari reali e potenziali e la loro eliminazione individuale tramite droni. L’organizzazione sociale di questo lavoro di sterminio corrisponde alla riprivatizzazione di gran parte delle attività belliche: l’esternalizzazione delle missioni letali ad aziende private, che ora dominano e sviluppano in modo migliore e più redditizio le nuove tecnologie; e la sostituzione dei cittadini-soldati reclutati o volontari della modernità europea e statunitense con servizi speciali professionalizzati o, se si preferisce esprimerlo in questo altro modo, dell’esercito permanente con un gruppo flessibile e adattabile di commercianti di alta tecnologia e mercenari della morte.
Engels non sarebbe sorpreso dalle drammatiche conseguenze per la struttura e la funzione dello Stato moderno, anche se sono difficili da inserire nella versione iniziale della concezione materialista della storia, che ha trovato la sua espressione più significativa ne Il capitale. La distruzione mirata di singoli nemici tramite droni e operazioni speciali orchestrate con l’ausilio della tecnologia dell’informazione risparmia ai governi la necessità di mobilitare il consenso sul fronte interno per operazioni militari condotte in luoghi lontani, perché nessuno è più costretto con la forza a parteciparvi e a mettere in gioco la propria vita per lo Stato, e perché l’eliminazione di cattivi selezionati significa che il numero di vittime occidentali in tali operazioni è esiguo. Inoltre, i danni collaterali possono essere limitati migliorando la tecnologia e, d’altra parte, per poter vincere la Guerra al Terrorismo – una nuova interfaccia di lavoro bellico, di polizia e sociale – non se ne deve parlare molto. (Se in un futuro non troppo lontano combattessero robot contro robot, ad esempio droni Tesla contro droni Huawei, le battaglie potrebbero essere seguite comodamente dallo schermo delle nostre case).
Allo stesso modo, il problema di dover costruire un nuovo Stato nel paese di un nemico sconfitto, come è successo dopo il 1945 in Giappone e in Germania, potrebbe sembrare altrettanto obsoleto: non c’è più motivo di costruire nuovi Stati. Come è stato dimostrato in Iraq e in Afghanistan, basta la distruzione di quelli esistenti, poiché gli Stati falliti o i non-Stati sono perfettamente tollerabili per i vincitori, purché si possa evitare, tramite la sorveglianza individualizzata e l’eliminazione selettiva, che la popolazione soggiogata militarmente si organizzi come soggetto politico collettivo. Si consideri, ad esempio, il tipo di guerra rivelato nella lettera inviata il 12 settembre 2014 al primo ministro israeliano da quarantatré ufficiali e soldati dell’unità d’élite 8200 dei servizi segreti israeliani, nella quale annunciavano il loro rifiuto di continuare a prestare servizio:
La popolazione palestinese sottoposta al governo militare è completamente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza da parte dei servizi segreti israeliani [...]. Vengono raccolte e archiviate informazioni [...] che vengono utilizzate per la persecuzione politica e per creare divisioni all’interno della società palestinese attraverso il reclutamento di collaboratori e per mettere parte della società palestinese contro se stessa [...]. I servizi segreti consentono il controllo continuo su milioni di persone attraverso una sorveglianza e un’invasione minuziosa e intrusiva della maggior parte degli ambiti della vita11.
Questo tipo di protesta è più importante che mai, ma è ben lontana dalle rivolte dei soldati del XIX secolo auspicate da Engels e dai socialisti, i cui partecipanti rivolgevano le armi contro il proprio nemico di classe nazionale. Possono i server di un impianto informatico rivoltarsi contro la classe dominante?
Note
[1] Testo basato sulla conferenza plenaria tenuta all’International Engels Congress, Università di Wuppertal, 19-21 febbraio 2020.
2 Gran parte di quanto segue si ispira ad autori con prospettive così diverse come Georg Fülberth e Herfried Münkler. Si vedano Georg Fülberth, Friedrich Engels, Colonia, 2018, e Herfried Münkler, «Der gesellschaftliche Fortschritt und die Rolle der Gewalt: Friedrich Engels als Theoretiker des Krieges», in Samuel Salzborn (a cura di), “... ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, Baden-Baden, 2012, pp. 81-104. Cfr. anche Rüdiger Voigt, «Militärtheoretiker des Proletariats? Friedrich Engels als Kritiker des preußischen Militärwesens», in S. Salzborn (a cura di), “… ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, cit., pp. 107-124.
3 Karl Marx, Das Kapital: Band I [1867], in Marx-Engels Werke, Band 23, Berlino, Dietz Verlag, 1968, cap. XXIV, p. 779 [Die Gewalt ist der Geburtshelfer jeder alten Gesellschaft, die mit einer neuen schwanger geht]; ed. spagnola, Il capitale, vol. I, Madrid, Siglo XXI, 2017, p. 844.
4 K. Marx e F. Engels, «Der Amerikanische Bürgerkrieg», Die Presse, 26 marzo 1862, in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 15, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 486.
5 Si stima che durante la guerra del Vietnam abbiano perso la vita in territorio vietnamita 58.000 statunitensi, il 20% dei quali sotto il fuoco amico o in attività non belliche (tale cifra equivale approssimativamente al numero annuale di morti per incidenti stradali negli Stati Uniti durante il decennio degli anni ‘60). Le perdite tra gli insorti e i civili sul fronte vietnamita sono più difficili da calcolare a causa dell’uso generalizzato di tecnologie distruttive da parte degli Stati Uniti. Le stime variano da 3 a 6 milioni di persone, il che porta a un «rapporto letale» compreso tra 1:50 e 1:100, contro il rapporto di 1:33 della Comune di Parigi. I risultati del progresso tecnologico sono qui evidenti.
6 K. Marx, Misère de la philosophie, Parigi e Bruxelles, 1847; ed. cast.: Miseria de la filosofía, Madrid, Siglo XXI, 1987, p. 68.
7 Cfr. F. Engels, «The Armies of Europe», pubblicato in tre puntate su Putnam’s Monthly. A Magazine of Literature, Science and Art, negli mesi di agosto, settembre e dicembre del 1855, in Marx-Engels Collected Works, vol. 14, Londra, 2010, pp. 401-469.
8 K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista [1848], in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 4, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 464 [Il potere statale moderno non è altro che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese]; ed. span.: Manifesto del Partito Comunista (edizione bilingue), Madrid, Akal, 2018, pp. 48-49.
9 F. Engels, «Introduzione all’opuscolo di S. Borkheim In memoria dei patrioti tedeschi, 1806-1807» [1887]. Pubblicato inizialmente in S. Borkheim, Zur Erinnerung fur die deutschen Mordspatrioten.1806-1807, Hottingen-Zurigo, 1888. È stato pubblicato in inglese su iniziativa di Engels come n. XXIV di The Social-Democratic Library, in Marx-Engels Collected Works, Londra, 2010, vol. 26, p. 451.
10 Ibid.
11 Peter Beaumont, «Israeli intelligence veterans refuse to serve in Palestinian territories», The Guardian, 12 settembre 2014. Durante l’«Operazione Piombo Fuso» delle Forze di Sicurezza Israeliane nella Striscia di Gaza, svoltasi tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, si sono registrate sei vittime israeliane e 1.398 palestinesi, il che porta a un rapporto di mortalità di 1:233.
«New Left Review» 123, maggio-giugno di 2020.
Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, ha insegnato Sociologia presso lo stesso istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università della stessa città tra il 1995 e il 2014; è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. Autore di decine di articoli, tra le sue pubblicazioni spiccano Democracy at Work: Contract, Status and Post-Industrial Justice (con Ruth Dukes, 2022), ¿Cómo terminará el capitalismo? (2017), Comprando tiempo: La crisi rinviata del capitalismo democratico (2014) e Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy (2009). Ha inoltre curato, tra le altre, le seguenti opere: Politics in the Age of Austerity (con A. Schäfer, 2013); The Diversity of Democracy (con C. Crouch, 2006); Beyond Continuity: Institutional Change in Advanced Political Economies (con K. Thelen, 2005); The Origins of Nonliberal Capitalism: Germany and Japan (con K. Yamamura, 2001). Collabora regolarmente con la «New Left Review», «Sidecar» e «Diario Red» e gestisce questo blog: https://wolfgangstreeck.com.
Traduzione di Mauro Trotta

