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  • Immagine del redattore:  Craig Mokhiber
    Craig Mokhiber
  • 30 giu
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 7 giorni fa

dossier guerra e capitale

Stati Uniti e Israele stanno distruggendo la Corte Penale Internazionale


Thomas Berra
Thomas Berra

La recente sospensione, nonostante la mancanza di prove, del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, con l’accusa di condotta sessuale inappropriata, dimostra che gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati occidentali non si fermano davanti a nulla per sabotare qualsiasi tentativo di chiamare Israele a rispondere del genocidio e dei crimini contro l’umanità commessi. Questo attacco, sotto gli occhi del mondo, al funzionamento di istituzioni giudiziarie formalmente indipendenti, evidenzia chiaramente ciò che le attuali classi dominanti pensano del diritto, della legalità e della normativa internazionale.


Lo scorso 8 giugno l’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti alla Corte penale internazionale (CPI) ha annunciato la decisione di sospendere il procuratore capo, Karim Khan, e di deferirlo a una sessione speciale dell’Assemblea degli Stati aderenti in seduta plenaria affinché venga avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti.

Già nel mirino di funzionari statunitensi, britannici e israeliani, agenzie di spionaggio e gruppi di pressione incaricati di intimidirlo affinché non perseguisse i responsabili israeliani di crimini in Palestina, Khan è stato accusato nel maggio del 2024 da una terza persona (non da una presunta vittima) di molestie sessuali sul luogo di lavoro ed era in congedo in attesa di indagini più approfondite. Secondo le informazioni disponibili, Khan è stato informato del caso a suo carico proprio mentre si apprestava ad annunciare gli ordini di arresto contro il primo ministro e l’ex ministro della Difesa israeliani. I mandati, comunque, sono stati annunciati pochi giorni dopo.

 

Le accuse contro Khan (che lui ha negato) sono state oggetto di indagine del meccanismo di controllo indipendente della stessa Corte, che ha esaminato e archiviato il caso per mancanza di prove e per l’assenza di un denunciante o della collaborazione di qualsiasi presunta vittima. Tuttavia, l’Ufficio di presidenza ha deferito il caso per un’indagine più approfondita all’Ufficio di supervisione interna delle Nazioni Unite (OIOS) e, in ultima istanza, a un collegio giudiziario indipendente e imparziale designato dallo stesso Consiglio per determinare se si fosse verificata una qualunque condotta scorretta.

L’OIOS ha redatto la sua relazione riservata, che riportava in larga misura le accuse e le controaccuse, ma secondo quanto riferito «non è giunta a conclusioni fattuali definitive su una presunta condotta sessuale inappropriata o su presunte ritorsioni». Il collegio giudiziario ha quindi esaminato le accuse e le conclusioni fattuali dell’OIOS ed ha emesso la propria decisione nel marzo di quest’anno, concludendo all’unanimità che i fatti «non dimostravano una condotta scorretta né una violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente».

 

Tuttavia, l’Ufficio di presidenza, guidato dai governi occidentali, ha deciso lo scorso aprile di ignorare i risultati dell’indagine e di procedere con il suddetto procedimento disciplinare, ritardando ulteriormente il ritorno del Procuratore alle sue funzioni, e ha ora emesso questa seconda decisione, deferendo Khan all’Assemblea plenaria per un procedimento disciplinare. L’Ufficio di presidenza ha sconvolto i sostenitori della Corte e gli attivisti per la giustizia nella Palestina devastata dal genocidio per il suo aperto disprezzo dei risultati degli organi investigativi, le sue evidenti irregolarità procedurali, l’apparente parzialità politica e la correlazione di tutto ciò con il lungo decennio di sforzi compiuti da parte di Israele, Stati Uniti, Regno Unito e altri Stati occidentali per rafforzare l’impunità israeliana e ostacolare la giustizia della Corte penale internazionale nel caso della Palestina. Gli osservatori sospettano che la campagna di ostruzionismo contro Khan per il perseguimento dei responsabili israeliani e la contemporanea emissione di questi provvedimenti siano più che semplici coincidenze.



Una decisione politica

 

L’operato dell’Ufficio di presidenza è a prima vista altamente irregolare e profondamente inappropriato. Si tratta di un organo ristretto e politico, privo dell’esperienza o dell’indipendenza necessarie per prendere decisioni di natura quasi giudiziaria o per annullare le conclusioni di organi investigativi e giudiziari competenti, ha dovuto inventare nuove procedure di dubbia legittimità per interferire in questo modo, non è rappresentativo della totalità dei membri della Corte penale internazionale e la sua composizione è fortemente sbilanciata a favore del regime israeliano e del suo sponsor statunitense. Infatti, più di tre quarti dei membri dell’Ufficio di presidenza sono allineati con gli Stati Uniti e Israele per quanto riguarda la Palestina. È importante sottolineare che i membri dell’Ufficio di presidenza non sono esperti indipendenti, rappresentano, al contrario, i rispettivi Stati in seno all’organismo.

 

L’Ufficio di presidenza, composto da ventuno membri, è diretto da un presidente europeo (Finlandia) e comprende un totale di dieci membri europei e del Gruppo occidentale: Belgio, Bosnia-Erzegovina, Cipro, Finlandia, Italia, Lettonia, Polonia, Slovenia, Svizzera e Nuova Zelanda. Ai quali vanno aggiunti due stretti alleati degli Stati Uniti in Asia (la Repubblica di Corea e il Giappone), il Kenya, stretto alleato di Israele e degli Stati Uniti, il Cile, attualmente guidato dal presidente di estrema destra José Antonio Kast, che è apertamente sionista e sostenitore di Trump (e che si è opposto pubblicamente alla Corte penale internazionale per aver perseguito i responsabili del regime israeliano), l’Ecuador, filo-israeliano e allineato con Trump, e il nuovo governo filo-israeliano della Bolivia.

 

Questo quadro lascia soli il Brasile, (che tuttavia ha votato a favore della decisione originale dell’Ufficio di presidenza) il Senegal, la Sierra Leone, il Sudafrica e forse l’Uganda (sebbene i suoi crescenti legami con il regime israeliano siano motivo di preoccupazione) a rispondere all’attacco sferrato da Stati Uniti, Israele e, più in generale, dall’Occidente contro la Corte penale internazionale in difesa del regime israeliano. Ancora una volta, l’Africa (compreso il Sudafrica) resta sola a difendere il diritto internazionale, proprio come è accaduto dall’altra parte della città, all’Aia, nel caso presentato contro Israele per genocidio dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, mentre i paesi occidentali intensificano la loro complicità con i crimini e l’impunità di Israele.

 

Naturalmente, l’appartenenza regionale non è un indicatore perfetto dei comportamenti di voto, ma è comunque un indicatore generalmente affidabile. In una fase precedente del processo, lo scorso aprile, la decisione dell’Ufficio di presidenza di procedere con misure disciplinari, nonostante le conclusioni del collegio giudiziario che ha riesaminato il caso, è stata sostenuta da Belgio, Bolivia, Brasile, Cile, Cipro, Ecuador, Finlandia, Italia, Giappone, Lettonia, Nuova Zelanda, Polonia, Slovenia, Corea del Sud e Svizzera. Si sono opposti Senegal, Sudafrica, Kenya e Sierra Leone, con l’astensione di Bosnia-Erzegovina e Uganda.



Un contesto di ostruzionismo


La decisione rappresenta l’ultimo ostacolo posto sul percorso del caso della Corte penale internazionale contro i responsabili israeliani. L’aspetto più significativo a questo proposito è stata la campagna organizzata di ostruzionismo e intimidazione guidata da Stati Uniti, Regno Unito e dallo stesso regime israeliano. Per la verità, lo stesso Khan è stato nominato dal Regno Unito ed eletto procuratore con un forte sostegno occidentale, il che è dovuto in parte alle garanzie da lui offerte di dare priorità ai casi che gli sarebbero stati sottoposti dal Consiglio di Sicurezza, escludendo così di fatto i casi contro i responsabili delle potenze occidentali e di Israele (così come della Cina e della Russia). I paesi occidentali si sono mostrati entusiasti quando sono stati avviati i relativi procedimenti contro funzionari russi, ma indignati quando Khan ha portato avanti il caso della Palestina.

 

La campagna ha incluso un decennio di sorveglianza e ingerenza da parte di agenzie di spionaggio israeliane, pressioni e campagne diffamatorie lanciate da gruppi filoisraeliani attivi in vari paesi occidentali, episodi di intimidazione diretta da parte di funzionari del governo britannico e sanzioni ufficiali imposte dagli Stati Uniti a Khan e ad altri funzionari della Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti sono arrivati persino ad approvare una legge (soprannominata «The Hague Invasion Act»), che consentiva l’intervento militare presso la sede della Corte nei Paesi Bassi nel caso in cui fossero stati arrestati e processati autori di crimini provenienti dagli Stati Uniti o dai loro alleati (in particolare, Israele).

 

E per un certo periodo tutto questo ha funzionato. La Corte penale internazionale ha impiegato quasi un decennio per agire di fronte alle atrocità commesse in Palestina dopo l’apertura iniziale di un fascicolo a seguito di un’indagine preliminare nel 2015. Lo stesso Khan, nominato nel 2021, ha rinviato il caso della Palestina fino a maggio 2024, intervenendo infine solo quando il genocidio perpetrato a Gaza sotto gli occhi del mondo e l’azione decisiva della procura nel caso Russia/Ucraina hanno reso l’inazione di fronte ai crimini del regime israeliano insostenibile dal punto di vista politico e della reputazione. La tempesta che ne è scaturita, scatenando tutta la furia del regime israeliano, dei suoi rappresentanti e dei suoi sostenitori a Washington e Londra, ha già raggiunto molti dei suoi nefandi obiettivi. Sono stati ritardati i casi contro gli esponenti israeliani in fuga dalla giustizia, come gli accusati Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. L’emissione di nuovi mandati di arresto contro altri responsabili del regime israeliano sembra in stallo. L’attenzione della Corte, dei suoi giudici e funzionari designati, nonché della sua Procura, è stata distolta dal suo mandato di perseguire la giustizia in favore delle vittime di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, per concentrarsi sulla difesa del personale della Corte penale internazionale sotto attacco e della stessa istituzione.



Unire i puntini

 

Tutte le denunce di condotta sessuale inappropriata, molestie sul lavoro o abuso di potere devono essere oggetto di indagini approfondite, nel pieno rispetto delle garanzie procedurali e tenendo debitamente conto dei diritti sia del denunciante che del denunciato. Per quanto imperfetto possa essere il processo, è proprio ciò che è accaduto in questo caso. Si è conclusa una revisione interna, seguita da un’indagine sui fatti da parte dell’OIOS e successivamente da una decisione di un collegio giudiziario indipendente e imparziale. Tutte le parti sono state ascoltate. Tutte le prove sono state esaminate. Il collegio giudiziario ha concluso che i fatti «non dimostravano alcuna condotta scorretta né violazione dei doveri nel quadro giuridico pertinente». Al di là delle gravi ripercussioni per le parti coinvolte in questo caso, il Tribunale penale internazionale, la Procura, il suo personale e la causa della giustizia nei casi pendenti da molto tempo hanno subito un enorme danno collaterale. Prolungare questo ritardo e imporre ulteriori costi consentendo l’ingerenza politica in una questione risolta da un organo giudiziario indipendente sarebbe indifendibile in questa fase. A meno che non vengano presentate nuove prove di comportamento scorretto (non accuse, ma prove), il caso dovrebbe essere chiuso e l’Ufficio del procuratore dovrebbe recuperare la sua piena capacità di agire.

 

In caso contrario, la decisione dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti (un organo politico dominato dagli Stati occidentali e dai loro alleati) di sospendere il procuratore della Corte penale internazionale Khan, nonostante le conclusioni a discarico del collegio giudicante che ha riesaminato il caso, sarà inevitabilmente considerata come l’ultimo passo di una lunga campagna del regime israeliano e dei suoi alleati statunitensi, britannici e di altri paesi per ostacolare, ritardare e punire il procuratore e la Corte per i loro tentativi di chiamare a rispondere i responsabili del regime israeliano e per inviare un messaggio ai giudici e ai futuri procuratori: «Sfidate il regime israeliano o le potenze occidentali e vi schiacceremo».

E ciò che è certo è che, se riuscissero a destituire Khan, gli Stati occidentali utilizzerebbero tutto il loro potere per garantire che il suo sostituto sia qualcuno che non porti avanti il processo contro i responsabili israeliani (né contro i responsabili statunitensi e britannici degli abusi commessi nella guerra in Afghanistan).

 

In questo momento la Corte penale internazionale si trova in crisi. Quando si riunirà in sessione straordinaria per riesaminare il caso, l’Assemblea plenaria dovrà revocare questa azione indebita dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti e adottare misure concrete per proteggere la Corte e i suoi procuratori dalla persecuzione israeliana, statunitense e occidentale.

Il che include protezione dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dalle intimidazioni del Regno Unito, dalle campagne diffamatorie per procura di Israele, dallo spionaggio e dalla sorveglianza, nonché da tutti i tentativi di ostacolare la giustizia.

 

Per evitare un ulteriore danno alla reputazione della Corte penale internazionale, si deve dare priorità urgente al caso della Palestina, dimostrando così alle vittime e agli autori dei crimini che l’ingerenza nel corso della giustizia non avrà successo. Inoltre, devono essere riviste e rafforzate le politiche dell’Ufficio della Corte penale internazionale in materia di condotta sessuale inappropriata, concentrandosi sulla prevenzione, sull’evitare anche solo l’apparenza di irregolarità, sul giusto processo per gli imputati e sulla protezione di tutto il personale e dei collaboratori dall’abuso di potere.

Se le autorità non seguiranno questa linea d’azione, il Tribunale penale internazionale, ancora agli albori, potrebbe appassire e morire nella sua fase preliminare e con esso scomparire ogni speranza che possano esistere istituzioni universali di giustizia e responsabilità penale nella nostra epoca.

 

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Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore.

Traduzione di Mauro Trotta

 

 

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