top of page
ahida_background.png

guerre

  • Immagine del redattore: Giovanni Mastrangeli
    Giovanni Mastrangeli
  • 23 gen
  • Tempo di lettura: 17 min

Perché la guerra

Thomas Berra
Thomas Berra

Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza.  Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze.



Il titolo Perché la guerra? mi è sollecitato dai miei studi e dall’attività professionale svolta come medico specialista in neuropsichiatria. È ispirato al carteggio Freud-Einstein del 1932, nonché alla condizione storica attuale ove guerra, violenze, e aggressività anche nella cosiddetta «normalità» sono sempre più presenti.

La corrispondenza Freud-Einstein sul perché della guerra è composta da due lettere edite nel 1933. Il carteggio nasce in un’epoca tragica, in circostanze storiche e personali eccezionali: conflitti nel movimento psicoanalitico, si è alla vigilia dell’ascesa del potere di Hitler, del disfacimento della Repubblica di Weimar e nel contesto di una crisi economica internazionale enorme, compresa quella americana del 1929 che durò fino al 1940 e oltre. Fu scritto su iniziativa del Comitato Permanente delle lettere e delle arti della Società Delle Nazioni, che invitò l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale a stimolare un dialogo e un dibattito tra esponenti della cultura dell’epoca, nel tentativo di prevenire la guerra. Le due lettere di Einstein-Freud sono dell’agosto e del settembre del 1932. I due uomini si conoscevano da tempo, vivendo a Vienna.

Nella sua lettera Einstein scriveva: 


«Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio della distruzione e della guerra? Io non penso qui soltanto alle cosiddette masse incolte, l’esperienza prova che è piuttosto la cosiddetta intellighenzia che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha un contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata». 


Einstein aveva anche fatto alla Società delle Nazioni una proposta per fermare le guerre: di fronte alla constatazione della inestirpabilità degli istinti aggressivi umani, egli suggeriva l’istituzione di un organismo politico sovranazionale al quale i singoli Stati deleghino l’autorità di comporre i confitti reciproci tra gli Stati stessi.

Nella sua risposta, Freud riprende le teorie sulla coscienza e il difficile incivilimento della stessa elaborate nel suo testo Il disagio nella civiltà pubblicato alla fine del 1930. Freud auspica che le guerre abbiano fine in virtù solo del perfezionamento intellettuale e civile dell’umanità. Egli sostiene che l’incivilimento della coscienza è avvenuto nei millenni della mente umana in quanto questa è costituita da due pulsioni fondamentali: una pulsione di Eros (dal Convivio di Platone) e che tende a conservare, a unire, a cooperare, a solidarizzare tra uomini; compresente a questa la pulsione di morte che tende a distruggere, ad aggredire, a uccidere, a difendersi come nell’uomo primitivo. Le due pulsioni sono «parimenti presenti e parimenti indispensabili, perché tutti i fenomeni della coscienza nella vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto». Da qui originano i conflitti tra quello che vorremmo essere e quello che riusciamo a essere; questa ambiguità costitutiva fa dire a Freud che non ci potrà essere una prevalenza di Eros perché la pulsione di morte è sempre compresente e conflittuale con Eros. Le pulsioni erotiche rappresentano gli sforzi verso una vita più pacifica; la pulsione di morte, che rimane sempre attiva nella coscienza umana, determina per conflitto diversi fenomeni normali e patologici della vita psichica. Per limitare questa pulsione di morte l’uomo inventa la morale: formando la morale, cioè mettendo dei limiti ai suoi comportamenti aggressivi, la coscienza entra in conflitto con l’Eros; Eros e pulsione di morte sono sempre presenti e quindi, dice Freud, noi possiamo fare in modo di ridurre la possibilità della guerra, ma probabilmente non di estinguerla completamente. In questo l’uomo diventando civile, mette in moto la struttura del carattere morale che, se in eccesso, limita la potenza e l’espressione positiva della coscienza (per questo si formano i sensi di colpa, il vittimismo rancoroso, un super-io superbo, presuntuoso, narcisismo e invidia).

Nella parte finale della sua lettera Freud scrive: 


«Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento della coscienza sono molto chiare per me. Queste consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali aggressive e in una restrizione dei moti pulsionali. Dei caratteri psicologici della civiltà personale due mi sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale distruttiva e la interiorizzazione dell’aggressività». 


Ma in che modo la coscienza contiene l’aggressività che non può esprimere? In realtà noi possiamo solo fare in modo che l’aggressività che non esprimiamo in una guerra e che interiorizziamo si trasformi in qualche cosa di meno aggressivo. Probabilmente per Freud sono evidenti esempi della storia nell’arte, nella poesia e anche nella gestione dello Stato e nell’esercizio di autorità che sono deviazioni dell’aggressività non espresse in una guerra. Noi possiamo quindi trasformare in diversi modi questa energia aggressiva in espressioni della persona di tipo più maturo. Conclude Freud: 


«Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico imposto dalla civilizzazione della coscienza, noi dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa, noi non la sopportiamo più, per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale verso la guerra. Lei mi chiede quanto dovremmo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti come noi disponibili a non esercitare l’aggressività e a ridurre gli effetti negativi su noi stessi e sugli altri: io posso dire forse che non è una speranza utopica perché spero che l’influsso di due fattori (un atteggiamento della coscienza che diventi a mano a mano più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) pongano fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non posso indovinarlo; nel frattempo io posso dire: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile della coscienza lavora contro la guerra. La saluto cordialmente le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa. Suo Sigmund Freud».


Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza.  Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze.


Un primo gruppo di cause riguarda gli organizzatori che chiamerei «esterni» della coscienza personale nelle loro funzioni e nei modi di essere di esempio. In primo luogo i metodi della politica. In questa il peso degli interessi economici nello sviluppo della violenza e nel ricorso alla guerra è imponente. La spinta all’ignoranza e alla confusione è portata da chi vuole appropriarsi della ricchezza intellettuale di tutta la società (vedi le piattaforme globali di Gates, Musk, Zukerberg, Bezos). Il rigetto della differenza e dei differenti è un antico metodo di divisione e di mantenimento del potere che ora sta diventando pratica e dottrina politica generale, subdola ed esplicita. Le democrazie sono in declino e il capitale intensifica le guerre per accaparrarsi riserve naturali, materie prime e materie rare ecc. Con tali fini, come i grandi rivolgimenti del passato, oggi i poteri politici personali (e i social) si impongono e si diffondono. In secondo luogo, il ruolo della gestione amministrativa locale e statale, delle istituzioni formative, soprattutto della scuola, di una vita familiare obbligata che non ha potuto e saputo arricchirsi di qualità educative adeguate: tutte questi fattori sono importanti nell’aver ritardato l’incivilimento della coscienza.


Vorrei anche puntare il dito su quella che noi chiamiamo cultura, valori che trasmettiamo ai giovani. Nella società dopo la Seconda guerra mondiale, che nel capitalismo occidentale globalizzato è diventata ricca, che desidera quel che vuole in un presente dove vede e vende immagini e illusioni e compera oggetti, l’io si va arrendendo ai soli vantaggi personali come fosse una nuova religione; l’io non inventa più, non riflette con coraggio a modi di affrontare incoerenze, differenze per arrivare a progredire verso una felicità migliore e protagonista. Nella cultura che respiriamo, nei processi educativi e formativi nonché nel vivere comune, le certezze della normalità io-mondo sono ridefinite da decenni in termini sociali e si ripercuotono sulle persone, vedi per esempio la dissociazione nei singoli tra soddisfazione economica e sicurezza personale e sociale, e l’inadeguatezza dell’io, dove i mezzi e i fini del vivere sono in un rapporto «perverso» tra cervello e tecnica. La soggettività della coscienza vive in questo stato di precarietà confusa e disorientante e sono presenti modi personali di autenticità ma anche di recita con i quali ci presentiamo gli uni agli altri. Molti fattori di una coscienza critica (secondo me necessarissima per formare una coscienza civile che agisca i conflitti, riconosca le differenze, faccia compromessi e non la guerra) sono scomparsi, perché c’è un appiattimento in questa normalità dove vince il concreto, l’indifferenza, e i limiti e le morali sono sempre più indefiniti. Va aggiunto il degrado dei contenuti e delle forme della cultura dei comportamenti in ogni loro accezione, ad esempio le relazioni dentro e fuori le famiglie, la gestione e il destino delle istituzioni formative scolastiche, il ruolo degli intellettuali che dovrebbero indicare le vie di superiore pacificazione della coscienza (spesso vecchia sgradevole storia).

In realtà la cultura è sempre più relativista, individualista, desiderante all’infinito, in un apparato tecnologico-industriale ove l’uomo è anonimizzato e ridotto a essere funzionale. La nostra identità dovrebbe essere quella di armonizzare passato, presente e futuro: mancando questo vissuto personale diacronico, l’io vive un eterno presente cioè un solo tempo che non si riesce a riempire di senso. Da qui i disorientamenti e le patologie sociali e dell’io che possono derivarne.

Un secondo gruppo di cause riguarda la storia del cervello. Il sistema nervoso centrale (SNC) dalla fine della seconda metà del Novecento, quindi dall’invenzione del computer e della tecnologia evoluta fino all’AI, ha paradossalmente alterato il proprio essere biopsichico fisiologico. Perché questi settantamila-ottantamila miliardi di connessioni nel SNC che formano tutte le funzioni fondamentali maturano nei primi trent’anni di vita? Questa capacità delle connessioni funzionali si chiama neuroplasticità: questa è lenta nel cervello, il SNC non nasce già maturo, autosufficiente e autonomo, ma diviene e si sviluppa molto lentamente. Cosa accade nel dopoguerra? Il cervello inventa alimentazioni migliori, farmaci, vaccini, medicine e soprattutto alla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta inventa il computer e derivati che gli richiedono operazionalità i cui modi e tempi lo mettono in difficoltà. Il cervello va incontro a una «dissonanza» o sfasatura adattiva (mismatch). 

Nell’antica Roma l’età media di vita era di 28 anni, nel 1950 l’età media era salita a 50-55 anni, quindi la vita media è aumentata di 24 anni circa. Dal 1950 a oggi, in soli 70 anni, l’età media di vita è passata da 50-55 anni a 86 anni di media per la donna ed 81 circa per l’uomo oggi. Il cervello ha sviluppato il lavoro che ha liberato l’uomo dalla schiavitù e lo ha emancipato dal mondo della necessità e strumenti che hanno consentito miglioramenti dell’igiene, dell’alimentazione. Tuttavia a livello psicologico profondo vi è una dissonanza cerebrale: il cervello non si può adattare con facilità alle velocità operazionali con cui funzionano le macchine che esso stesso ha inventato. Il cervello stimolato operativamente ad agire in maniera sempre più rapida è più immediatistica, è meno «paziente» e reagisce in modo più rapido tentando maggiori prestazioni di efficacia. Però come può essere ultraveloce il cervello per risolvere una relazione affettiva, una patologia cronica o un conflitto tra gli Stati? Il SNC ha inventato macchine operazionali che trascendono la sua efficienza operativa evoluta in millenni: soprattutto ne risentono il cervello prefrontale e frontale che sono inibitori della impulsività, maggiori attori dei progressi della formazione umana, del capire se stessi e del proporsi man mano che diventiamo grandi con lentezza. Il cervello controlla sempre meno il suo funzionamento e questo è il danno fondamentale. Perché qui è avvenuta la formazione e la mediazione culturale di tipo psicobiologico per la prima volta in decine di millenni da umanistica in informatica; il cervello attuale dovrebbe avere la decisionalità sui vissuti personali di tipo lento e riflettuto, e invece?

Ritengo che la coscienza, da trent’anni in qua almeno, risenta di una «resa» educativa psicobiologica: per cui abbiamo generazioni meno preparate culturalmente, soprattutto generazioni che non sanno di non sapere, persone che confondono l’opinione con la competenza, la sensazione con l’analisi, l’emozione con gli argomenti; in sostanza oggi si parla per sentito dire degli argomenti più vari e si formano opinioni (con il rinforzo di internet e dei social) non sostenute da reali studi e conoscenze. Questo nella mente sta comportando la messa in crisi della capacità di distinguere tra diritto di parola, conoscenza e autorevolezza e tra libertà di espressione e competenze. Tutti possono dire tutto su tutti, e tutti hanno ragione perché la verità del sentito dire è diventata soggettiva, liquida, negoziabile perché verificare un problema e conoscerlo a fondo è difficile, richiede tempo e fatica. Un cervello che non volesse essere così sarebbe anticonformista se riflettesse a fondo: forse abbiamo perso gli anticorpi intellettuali, dei lobi prefrontali necessari a distinguere il plausibile dal mondo assurdo e alienato.

Vi è da aggiungere una considerazione importante sulla formazione critica della personalità che attualmente si presenta con una riduzione a) della curiosità conoscitiva per l’autostima e la gioia di sé; b) della responsabilità dell’io nel divenire paideia progettuale; c) nella gestione dei conflitti, delle differenze, delle disuguaglianze; d) nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore; e) riduzione nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore. Tutto ciò comporta il blocco dell’ascensione sociale dei ceti piccoli e medi meritevoli, il rispetto delle differenze, nonché la riduzione della formazione dell’identità matura.


Come vive l’uomo questo contrasto biopsichico? Sempre più spesso vince l’impulso rapido, aggressivo (vedi la logica del femminicidio: «io vorrei che tu fossi come io vorrei. Poiché tu proponi temi che io non tollero o mostri la tua differenza, allora io sono persona solo se ti aggredisco»).  Nelle condizioni in cui il SNC si trova, si rianimano le impulsività estreme del cervello primitivo anatomicamente collocato in basso, rispetto a quello più maturo dei lobi prefrontali, che forma la coscienza del progetto personale. Si va ritardando una maniera di proporsi che prevede mediazioni, parole, linguaggi e azioni posticipate. Non vi è più una paideia, un’educazione culturale della personalità che stimola l’identità creando invenzioni, fantasie, progetti verificabili; prevale il comportamento rapido di imitazione, recita, dipendenza, aggressività. Le impulsività così espresse vanno prevalendo nella coscienza il cui tempo vissuto è un presente immediatistico. Qui vince il piacere rapido, il consumismo degli oggetti altrettanto rapido, il mercato dei desideri e dei diritti (tutti rivendicano i diritti, pochi il dovere) e si va perdendo l’interesse del passato e del presente verso il futuro. C’è un tempo immobile che si ripete, dove prevale l’uso dell’altro nelle relazioni personali e si riduce l’essere ad avere e a oggetto.


Vale la pena ricordare come per le teorie evoluzioniste del cervello la differenza e la identità personale si sono formate nei millenni, attraversando le imperfezioni nelle quali noi nasciamo. Le imperfezioni, le mutazioni, le divergenze, le differenze genetiche vengono a contatto con circostanze ambientali fisiche e mentali: ma sono proprio le imperfezioni, i compromessi biologici e le differenze che consentono all’uomo delle soluzioni creative possibili per adattamenti progressivi dilazionati nel tempo (esempio: invece che scaricare l’aggressività malignamente, scrivo poesie, risolvo un problema pratico, imparo bene un lavoro, rido di me stesso, uso un po’ di buon senso, insomma opero nella vita per viverla bene). Con un SNC unico negli esseri viventi, l’homo sapiens si è imposto  ovunque nel pianeta in tutti i climi, ed è riuscito a sviluppare adattamenti importanti legati alla maturazione dei miliardi di connessioni tra cellule nervose per sviluppare le funzioni dalle più elementari del cervello basso fino alla maturazione dei lobi frontali: inizia dall’attività dei riflessi, attività emotive, impulsività, le prime memorie, le prime forme di pensiero critico e di valutazione (il cervello dell’uomo primitivo è servito in ispecie a difendersi dall’aggressività e per sopravvivere: visitate la tomba del cacciatore alla necropoli etrusca di Tarquinia e capirete tutto di questo). Infine, la complessità del cervello giunge, fino alla maturazione delle capacità superiori. Homo sapiens si è imposto soprattutto perché ha maturato il linguaggio dei gesti, della parola, la comprensione dei significati, dei simboli e con questo ha sviluppato le relazioni con l’altro. Per necessità o per scelta: se ti voglio esprimere un sentimento di simpatia o antipatia lo farò con i gesti, con la parola, con il linguaggio simbolico. La civiltà personale come conquista di identità migliore per merito e per dovere, di per sé affascinante, è in declino; risente di corruzioni mentali economiche di illusioni di potere o di politica che si vogliono affermare sull’altro con aggressività, con ignoranza arrogante, con ipocrite recite e con impulsività; quasi mai vince l’equilibrio del comportamento, la dignità di un modulato compromesso e dell’ascolto delle verità diverse.


Sta succedendo un fatto fondamentale; questa riduzione delle capacità cerebrali a evolversi per un progetto personale, svela che lo stesso si va arrendendo al vantaggio rapido e immediato, alla legge «Dio è morto». Il cervello avverte una sua inadeguatezza, si sente indifeso e inadatto a livello inconscio e non solo. Nulla ci fa più paura di questo; allora l’aggressività che si esprime oggi è un farmaco, è una recita contro il vissuto di impotenza della coscienza. È un modo per rassicurare se stessi illudendoci che possiamo vincere con l’impulsività. L’SNC avverte di essere insicuro e per sfuggire all’angoscia, con rabbia violenta, ci fa aderire a una visione semplificata chiara e cristallina dove spostiamo il tema tra bene e male, riproponendo alla coscienza di oggi il bisogno antico e regressivo del nemico (identificazione proiettiva) come senso alla vita.

Non riuscendo ad accettare la pace, che è un processo che richiede molto tempo e pazienza, il cervello si sente inadeguato e insicuro e sta imparando a gestire questa attuale complessità. Con l’aggressività vogliamo affermare in fondo l’idea di una realtà modificabile in una direzione insanamente egoistica, spesso ideologica, per trovare rassicurazioni rapide. Questo attesta la propensione della mente umana nella crisi a semplificare le relazioni e ad abolire purtroppo e soprattutto il tema principale dell’incontro umano, che è quello con le differenze dell’altro. Pensate come gestire le differenze nella sfera affettiva, nella conduzione di un rapporto di amore o di amicizia, oppure nella politica degli Stati. La mente umana semplifica al massimo il mondo per tentare di controllarlo.


Tutto ciò di fatto è un duro attacco alle funzioni superiori frontali e prefrontali, inibitorie verso il degrado dei linguaggi e verso la conseguente aggressività. Rianimare tali funzioni è fondamentale tanto più oggi quando il populismo genericista e antiscientifico stanno degradando appunto differenze, linguaggi e civiltà soggettive. Ma le risorse personali e i Maestri per tali anticorpi dove sono?


Ci sono altre due cose da dire sulla coscienza aggressiva e/o violenta. Da circa cinquant’anni la violenza dei singoli verso gli altri si presenta con nuovi significati; ciò vuol dire che io agisco in modo violento su di te con la parola o con i fatti, se tu rappresenti simbolicamente un modo di considerare te stesso che io non so accettare o io non so accettare la differenza con te o quello che tu dici che io sono. Torniamo quasi all’uomo del cervello primitivo, che produce sostanze «dell’impulsività». Queste danno luogo elettrochimicamente a fenomeni di facilitazione e/o disinibizione, che stimolano infine azioni impulsivo-aggressive talora incontrollate verso persone o cose. Fino alla «dipendenza» con reiterazioni comportamentali a rapida attivazione individuale o di gruppo: trattasi di condizioni endoreattive. Tali sostanze sono inibite o attenuate dall’attività funzionale dei lobi superiori frontali e prefrontali che, come visto, va progressivamente riducendosi. La violenza simbolica assume oggi un rilievo particolare; il modo di vestire, di camminare (pensate all’omofobia), le differenze di stile di vita generano reazioni di insofferenza e di bullismo, specialmente contro i più fragili. Perché la differenza non è tollerata, o piuttosto essa mette l’individuo in una crisi che non riesce ad affrontare in modo positivo: dunque vince l’azione senza progetto e senza formazione critica. Grottescamente direi «noi siamo abitati da una coscienza che sta diventando sempre più mediocre, aggressiva o apatica, non produce nemmeno per sé, sarà dipendente da quello che le viene proposto». Vedi l’ampia dipendenza giovanile. La persona per non riconoscere la propria inadeguatezza di progetto, vive questa sua pochezza non come stimolo per migliorare se stesso e piuttosto dei linguaggi simbolici prevale la violenza. Tuttavia, in questi ultimi anni un altro passo nell’uso della violenza è stato compiuto. Al tempo della mia giovinezza la logica delle Brigate rosse si basava sulla «violenza simbolica»: erano feriti o uccisi magistrati, poliziotti, militari, avvocati e giornalisti ritenuti simboli dello «Stato borghese». Recentemente, coesistono violenze che uccidono anche persone ignote (prendo una macchina e vado su un marciapiede a grande velocità e uccido dieci persone che non conosco). Sta apparendo anche una violenza senza un valore simbolico, è violenza per violenza che ormai si sta liberando senza più limiti.


Non c’è nella coscienza attuale la capacità di accettare critiche perché non si accetta più la nostra inadeguatezza. (Ricordate lo hostis iustus cui si concedeva l’onore delle armi?) Nella giovinezza la civiltà personale è un compito molto difficile, vi riporto una frase che mi è stata detta da un ragazzo di cultura superiore con laurea sulla propria condizione: «Sempre più connessi ma più isolati, disorientati, impotenti, non distinguiamo più tra reale e virtuale, siamo privati dei gesti e delle occhiate in una socialità fredda, recitata e finta. Temiamo l’autenticità nostra e degli altri».

Avevo scritto qualche tempo fa che l’uomo capitalista e il suo oppositore (complici alleati involontari) hanno sancito che Dio è morto e che dovremmo rimettere in moto quattro virtù teologali dell’oggi, che ci possono salvare da ciò che annichilisce la coscienza in modo peggiorativo. Queste virtù sono onestà intellettuale ed etica, curiosità per l’opinione altrui, carità interpretativa e valore al senso del limite; perché nessuno può bullizzare un fragile mentale perché differente.


Termino con un elogio del compromesso, che ha bisogno di un cammino di formazione critica per vincere la resistenza all’esercizio del compromesso e al vissuto di perdita di potere e di sconfitta dell’Io. Tale interiore «fobia» è la sfiducia nel costruire una «novità» possibile di cui l’Io sia solo parziale detentore del potere. Come noto le differenze formano le identità personali. Il compromesso vuol dire che io insieme a te, avendo una visione diversa, ho potuto elaborare con te e abbiamo trovato qualcosa in comune che non va più bene solo a te o solo a me ma a noi due; questo è certo prova di fragilità di ognuno di noi due ma riconosco di essere fragile; la mia e la tua fragilità vuol dire autenticità. Il compromesso è un noi che nasce dal confronto, che costruisce un ponte per non scavare un fossato: non vinco io, non vinci tu ma vinciamo insieme; il compromesso è «la forza di chi sa amare senza dominare, ma rispettando l’altro». L’incivilimento della coscienza è possibile a una condizione fondamentale: se noi siamo presi completamente da quello che facciamo ogni giorno o siamo profondamente unilaterali e non curiosi di migliorare, noi non usciremo da questa storia di possibile aggressività. Noi dobbiamo essere attori della nostra vita, ma anche spettatori, cioè distaccarci, fermarci ogni tanto, chiederci che cosa stiamo facendo, come stiamo lavorando, come ci muoviamo nelle relazioni con gli altri, come creiamo le alleanze possibili per vivere meglio in ogni relazione umana che viviamo. Siate curiosi, coltivate interessi, rispettate le virtù teologali e migliorate la vostra cultura come credete: la vita è un dono ma la coscienza più matura è una conquista sempre. Ci piaccia o no.


A conclusione vorrei proporre qualche «ricetta» per vivere meglio e senza necessità di aggressività.

In primo luogo di andare a rivedere il film di P. Docter dal titolo Inside out. In questo fantastico film di cartoni animati, si narra come le emozioni fondamentali umane (gioia, rabbia, disgusto, disprezzo, sorpresa, paura, meraviglia, empatia) – personaggi attori –, i ricordi e la razionalità interagiscano; vi si rappresentano le possibili relazioni con i condizionamenti e gli adattamenti: al fine di trovare le isole di «senso» e di maturazione personale, attraverso alleanze, solitudini, conflitti, cooperazioni. Come la vita.

Poi di meditare su due citazioni: la prima è una frase di un grande scrittore di fantascienza, perduto nel 2007, Kurt Vonnegut, che in una conversazione meravigliosa con gli studenti universitari donò loro questa frase: «Contro chi vuole cancellare la bellezza della coscienza, la compassione, la consapevolezza curiosa di potersi esprimere con più linguaggi di fronte alla violenza, fermiamoci, ascoltiamo, cantiamo, scriviamo, creiamo, danziamo la vita, lavoriamo bene, distacchiamoci con coraggio, dobbiamo nutrire noi stessi come singoli e la comunità per curare le nostre solitudini in modo maturo, non già con l’apatia, con l’impulsività e con la guerra. Quando siete felici fateci caso». La seconda è di un professore universitario cattedratico di pedagogia religiosa all’Università di Munster, che è islamico e si chiama Mohammed Korghide. Egli ha pubblicato un libro il cui titolo è: «Senza ebrei, nessun Islam». Egli scrive: «Anziché strumentalizzare il passato per legittimare un presente eletto come giusto per sempre e dunque immutabile, occorrono narrazioni per un futuro cui ci dobbiamo affacciare fuori dalla logica della negazione dell’altro e del vittimismo; certamente occorre reinventarsi identità che trascendano l’essere immediato per divenire soggetti di pace, di creatività, di dialogo. Ciò non tradisce la storia personale né sociale ma la trasforma in un futuro possibile, contro tutte le semplificazioni ideologiche, sempre connesse a consolidare poteri personali o politici e dove il presente è senza nessuna speranza del divenire diverso dell’attuale». Questa riflessione del professor Korghide è l’unico altrove possibile di una civiltà della coscienza che volevano Einstein e Freud. 


  • Dedico questo scritto alla memoria del mio più grande maestro di clinica Professor Giovanni Jervis che ho perduto nel 2009. A lui il mio ricordo riverente e indelebile.



Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.


bottom of page