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- Mitchell Plitnick

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Quanto sono allineati gli obiettivi di Stati Uniti e Israele sull’Iran?

Sebbene gli Stati Uniti e Israele condividano l’obiettivo di indebolire l’unico Stato che ha sfidato la loro agenda in Medio Oriente, il progetto dello Stato sionista di raggiungere l’egemonia regionale con ogni mezzo necessario potrebbe rivelarsi svantaggioso per gli interessi degli Stati Uniti.
La situazione venutasi a creare nel Golfo Persico e in Medio Oriente dopo l’attacco criminale perpetrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Ira – compiuto nel pieno di una crisi ecosistemica, legata alla situazione di biforcazione del modello di accumulazione, produzione e accaparramento del reddito e della ricchezza da parte delle classi dominanti globali e di fronte alle incertezze che gravano sull’economia globale e sull’esaurimento del capitalismo come sistema storico – pone sotto una luce grottesca e sinistra gli interessi branditi dagli Stati Uniti e da Israele, frutto delle loro rispettive distopie, considerati dal punto di vista del loro impatto e delle loro conseguenze per il resto dell’umanità. Allo stesso tempo, è sorprendente che le loro azioni e giustificazioni non abbiano ricevuto una risposta da parte di Stati, organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu, attori politici, sindacali e sociali, oltre che partiti politici e movimenti. Forse la domanda «cos’è la politica oggi?» potrebbe iniziare a trovare una risposta a partire da una presa di posizione esplicita rispetto alla cosiddetta politica nazionale o sovranazionale, nel caso dell’Unione Europea.
Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, è preoccupato per il rapporto esistente tra Stati Uniti e Israele. Ritiene che gli obiettivi israeliani e statunitensi nell’attuale guerra contro l’Iran stiano divergendo. Osserva che l’impegno di Donald Trump per il cambio di regime in Iran sta vacillando e definisce questo fenomeno come «[…] la prima e preoccupante frattura emersa tra i due Paesi». Secondo Freilich, gli obiettivi statunitensi e israeliani in questa guerra erano inizialmente allineati. Tali obiettivi, ha scritto, includevano: «il rovesciamento del regime iraniano, la drastica riduzione della sua capacità missilistica per un lungo periodo di tempo, la distruzione definitiva del suo programma nucleare e l’ulteriore indebolimento degli alleati regionali dell’Iran». Tralasciando la presunta questione del programma nucleare iraniano, dato che il Paese non persegue l’obiettivo di sviluppare un’arma nucleare almeno dal 2003, gli altri tre obiettivi potrebbero essere condivisi da Stati Uniti e Israele, ma nessuno di essi costituisce un interesse così imperativo per gli Stati Uniti da rendere necessaria questa guerra, con tutti i suoi rischi e le sue conseguenze globali.
Ciò che Freilich non sottolinea è che, sebbene l’amministrazione Trump abbia imprudentemente adottato in questa guerra obiettivi simili a quelli di Israele, gli interessi statunitensi e israeliani sono sempre stati molto diversi a questo riguardo, da qualsiasi punto di vista si consideri la questione. Ma Freilich ha ragione a essere preoccupato.
L’immagine di Israele nell’opinione pubblica statunitense si è gravemente deteriorata e ora un secondo presidente americano, dopo quanto accaduto al suo predecessore per la sua posizione su Gaza e in generale sulla Palestina, rischia di pagare un elevato prezzo politico a causa del suo cieco sostegno alle mostruose e impopolari politiche israeliane. Israele voleva questa guerra per sbarazzarsi dell’unico Stato della regione in grado di sfidare in modo significativo la sua agenda. Gli Stati Uniti condividono questo obiettivo, ma gli attribuiscono una valenza diversa.
Per gli Stati Uniti, l’Iran rappresenta un simbolo dell’antiamericanismo e il nemico assoluto dal 1979. Il cosiddetto «principale Stato sponsor del terrorismo» rappresenta un funzionale obiettivo politico, ma difficilmente può essere considerato una minaccia reale per gli Stati Uniti, trovandosi dall’altra parte del mondo. Per Israele, l’Iran è il motore che alimenta l’opposizione alle sue ambizioni regionali e che fornisce il sostegno – e ovviamente le armi – alla resistenza armata palestinese. Il vecchio cliché secondo cui «non c’è alcuna differenza apprezzabile» tra Stati Uniti e Israele in materia di politica di sicurezza, non considera i diversi livelli di minaccia che l’Iran costituisce per i due Paesi. A meno che, ovviamente, non si consideri legittimo basare la politica estera statunitense sugli interessi di Israele, indipendentemente dalle conseguenze che ciò comporta per gli Stati Uniti. La maggioranza della popolazione statunitense non condivide questa opinione.
L’idea che gli interessi statunitensi e israeliani coincidano è smentita ulteriormente se si esaminano le diverse visioni dei due Paesi per il futuro del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, in generale, perseguono la stabilità, condizione necessaria per proteggere i mercati e garantire il libero afflusso di risorse dalla Regione verso le imprese occidentali. Israele, al contrario, ricerca l’egemonia regionale non attraverso alleanze, bensì mediante la forza e le minacce, atteggiamento evidente nel suo rifiuto di partecipare diplomaticamente all’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che offriva una normalizzazione con tutti i Paesi della Lega Araba in cambio dell’accettazione da parte di Israele di un accordo basato sui parametri della soluzione dei due Stati, così come nel suo rifiuto di prendere seriamente in considerazione un compromesso sulla questione dell’occupazione e della spoliazione del popolo palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita. Israele accetta di firmare trattati di pace con le nazioni arabe a patto che queste non richiedano garanzie specifiche o tutele per i diritti dei palestinesi. Così è avvenuto con l’Egitto, la Giordania e per i recenti «Accordi di Abramo».
Per Israele la stabilità regionale non è una priorità. Al contrario, la sua stessa esistenza si basa sul presupposto che i cittadini ebrei siano minacciati, ed è questa condizione di insicurezza che garantisce a Israele l’appoggio dei suoi sostenitori, ebrei e non ebrei, in tutto il mondo. Di conseguenza, gli obiettivi, le strategie, le tattiche e le decisioni specifiche di Israele non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti.
Minaccia alla produzione petrolifera iraniana
La propensione all’aggressione e all’instabilità non riguarda solo Benjamin Netanyahu e i suoi compatrioti di destra, ma anche figure di spicco dell’opposizione. Yair Lapid, che mantiene un rapporto generalmente cordiale con il Partito democratico statunitense – che Netanyahu si è sforzato con tanto successo di alienare – ha chiesto lo scorso fine settimana il lancio di un attacco su larga scala contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran. Lapid ha twittato: «Israele deve distruggere tutti i giacimenti petroliferi iraniani e l’industria energetica dell’isola di Kharg; questo consentirà di mettere in ginocchio l’economia iraniana e di rovesciare il regime».
L'isola di Kharg è la principale fonte delle esportazioni petrolifere dell’Iran. La sua distruzione farebbe sprofondare l’economia iraniana, già indebolita, in una spirale negativa, da cui il Paese potrebbe riprendersi, ammesso che ci riesca, solo dopo decenni, Significherebbe anche un duro colpo per l’approvvigionamento mondiale di petrolio a lungo termine. Questa richiesta non è stata ben accolta a Washington.
Poco dopo il tweet di Lapid, Israele ha messo alla prova la risposta statunitense a un attacco contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran attaccando raffinerie di petrolio a Teheran, sprigionando nell’aria sostanze tossiche in un raggio di decine di chilometri. La risposta degli Stati Uniti è stata rapida e chiara. Lindsey Graham, in una rara critica a Israele, ha rimproverato Tel Aviv, twittando: «Per favore, siate cauti con gli obiettivi che scegliete. Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano senza comprometterne la possibilità di una vita nuova e migliore, quando questo regime crollerà. L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per raggiungere questo obiettivo».
Possiamo scartare a priori l’idea che a Graham, un sostenitore di lunga data delle sanzioni e della guerra contro l’Iran, importi minimamente della sorte del popolo iraniano. Graham stava chiaramente parlando a nome di Trump e inviando un messaggio a Israele sulla necessità di evitare la distruzione della ricchezza petrolifera dell’Iran. Ma Netanyahu e i leader israeliani in generale sono, prima di tutto, tattici. Senza dubbio comprendono che distruggere i giacimenti petroliferi dell’Iran non solo paralizzerebbe la Repubblica Islamica, ma renderebbe anche estremamente difficile per qualsiasi governo, per quanto amico dell’Occidente, ricostruire l’economia iraniana. Questa non è la ricetta per la stabilità che desiderano Trump e i suoi alleati delle monarchie del Golfo. È la ricetta per il caos e per il fallimento dello Stato iraniano. La disintegrazione di Stati molto più piccoli in Siria, Libia, Afghanistan e Iraq ha dato origine ad alcuni dei gruppi più radicali e le guerre che ne hanno destituito i governi hanno generato innumerevoli conflitti regionali. Un Iran fallito sarebbe molto peggio.
Questo scenario non è funzionale agli interessi degli Stati Uniti e indica un’altra grande divergenza tra i loro interessi e quelli degli israeliani. Ciò è risultato evidente quando Trump ha menzionato la sua volontà di identificare «un buon leader» per l’Iran, mentre il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiarava senza mezzi termini che, indipendentemente da chi l’Iran avesse scelto per ricoprire tale ruolo, Israele lo avrebbe assassinato. Entrambi i Paesi volevano una guerra per provocare un cambio di regime, ma su come raggiungere l’obiettivo le loro visioni sono divergenti.
Non è il finale che vuole Israele
Trump ha inviato messaggi contraddittori e deliranti sulla guerra. Lunedì 9 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti erano «molto vicini a concludere» la guerra, ma che «non si sarebbero fermati». La settimana precedente aveva dichiarato che l’obiettivo era la «resa incondizionata» dell’Iran, obiettivo chiaramente irraggiungibile. Sicuramente, nemmeno Netanyahu vorrebbe provare a prevedere fino a che punto si potrebbe spingere il volubile, spesso confuso e male informato presidente statunitense. Ma se la guerra finisse presto, che Israele o gli Stati Uniti vogliano ammetterlo pubblicamente o meno, questa guerra sarà stata un clamoroso fallimento.
Certamente, se la guerra finisse ora, l’Iran avrà subito un’altra battuta d’arresto, avrà perso molte vite innocenti e avrà subito gravi danni. Ma ne uscirà anche con un leader come Mojtaba Khamenei, che onorerà gran parte dell’eredità di suo padre e agirà in modo ancora più intransigente.
Mojtaba intrattiene stretti rapporti con la Guardia Rivoluzionaria e si oppone al dialogo con l’Occidente, preferendo una posizione più militante. Indipendentemente dal merito, la posizione di Mojtaba Khamenei è stata rafforzata dal tradimento statunitense, che ha sferrato due volte attacchi a sorpresa contro l’Iran, quando i negoziati non solo erano in corso, ma stavano procedendo proficuamente. Mojtaba, noto per essere stato una forza chiave dietro l'ascesa di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza iraniana nel 2005, ha perso sua moglie, uno dei suoi figli, sua madre e una delle sue sorelle, oltre che suo padre, nei recenti attacchi statunitensi e israeliani. È improbabile che sia incline a simpatizzare con le posizioni israeliane o statunitensi.
L’Iran ricostruirà il proprio arsenale missilistico e rifornirà, con ancora maggiore facilità, la propria scorta di droni. Sotto il comando di Mojtaba Khamenei, rafforzerà senza dubbio i rapporti con le varie milizie filo-iraniane della regione. Infine, gran parte del sostegno allo sviluppo di un’arma nucleare proveniva dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica. La fatwa di Ali Khamenei ha impedito che ciò diventasse qualcosa di più di un dibattito teorico in pubblico. Pur non essendo nota l’opinione di Mojtaba su questa questione, ora egli dispone del potere di revocare la fatwa di suo padre. In questo contesto, gli attacchi di Stati Uniti e Israele, Paesi dotati di armi nucleari, rafforzano in larga misura la logica secondo cui l’Iran non può scoraggiare futuri attacchi senza dotarsi di armi nucleari. L’esempio della Corea del Nord, valutato a fronte degli esempi di Iraq e Libia, costituisce un solido argomento.
Pertanto, dal punto di vista di Israele, porre fine alla guerra ora è una prospettiva terrificante. Il nuovo Leader Supremo si sentirebbe incoraggiato dal fatto che la struttura statale iraniana sia rimasta del tutto intatta durante questo massiccio bombardamento. Il sentimento antigovernativo che ha portato alle proteste di massa in Iran rimarrebbe e, data l’ulteriore pressione sull’economia iraniana, potrebbe persino crescere, ma questi oppositori saranno molto più vulnerabili alle accuse di aver incoraggiato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, soprattutto considerando quanto sia Trump che Netanyahu abbiano fatto leva sulla retorica di «liberare il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica» prima della guerra e persino durante la stessa. Israele sa che deve distruggere il governo iraniano per vincere questa guerra, ma non potrà farlo dall’alto. E certamente non può farlo senza la partecipazione diretta degli Stati Uniti, motivo per cui Israele non aveva attaccato l’Iran prima. Ma la resistenza negli Stati Uniti a un’invasione terrestre è, se possibile, ancora più forte di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra.
Non c’è mai stata una buona ragione per cui gli Stati Uniti iniziassero questa guerra. Non c’è alcun risultato, nemmeno nel migliore dei casi per i pianificatori bellici statunitensi, che potrebbe costituire per il Paese un vantaggio. Anche se l’operazione di cambio di regime avesse successo, il danno alla reputazione degli Stati Uniti nel mondo, l’impatto sull’economia globale e l’imprevedibilità nel Golfo annullerebbero qualsiasi vittoria fittizia che Trump possa celebrare. Non si può dire lo stesso di Netanyahu. Se l’Iran venisse distrutto come Paese funzionante, l’instabilità regionale gioverebbe molto alla posizione di Netanyahu. Se l’attuale governo venisse rovesciato, sia durante la guerra che dopo di essa, la situazione rimarrebbe di instabilità persistente, ma il principale rivale regionale di Israele sarebbe scomparso.
Ma, in questo momento, l’andamento della guerra non è quello che Netanyahu desidera. L’Iran sta riuscendo ad aumentare il costo dell’attacco contro di esso e se la Repubblica Islamica supererà questa tempesta, la probabilità di una futura azione militare statunitense sarà significativamente ridotta. Ciò è significativo, considerando che tutti i precedenti presidenti statunitensi si sono rifiutati di intraprendere questa avventura. Se Trump opta per l’uscita, sia che proclami la vittoria o meno, l’Iran continuerà ad avere i suoi missili, i suoi partner regionali, il suo petrolio e un leader supremo ancora più intransigente a cui sono state date tutte le ragioni del mondo per cercare un’arma nucleare. Trump può nascondere gran parte di tutto ciò e dichiarare vittoria. Ma anche con la censura imperante in Israele, che si è inasprita molto, Netanyahu non potrà presentare questo risultato come una vittoria.
Trump sta perdendo terreno politicamente a causa di questa guerra e gli conviene porvi fine. Netanyahu ha bisogno che si protragga abbastanza a lungo da portare l’Iran al punto di rottura o, in mancanza di ciò, per seminare nel Paese quanta più distruzione possibile. Gli interessi statunitensi e israeliani, contrariamente a quanto lascia intendere Freilich, non erano gli stessi all’inizio di questa guerra, ma ora lo sono ancora meno.
Si consiglia di leggere Ervand Abrahamian, «Iran Under Fire», NLR 157, Susan Watkins, «Israel después de Fordow», NLR 155, y «Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo», NLR 45. Arron Reza Merat, «Los equilibrios estratégicos de la guerra contra Irán», Sidecar/New Lef Review, «El laberinto de la escalada bélica en Irán y Oriente Próximo: Entrevista a Trita Parsi», Kate McMahon, «El objetivo de Israel en Irán no es conseguir un cambio de régimen, sino provocar el colapso total del Estado iraní», Alí Abunimah, «¿Han juzgado erróneamente a Irán Estados Unidos e Israel?», Mitchell PLitnick, «Desmontando las mentiras de la guerra contra Irán», Layla Yammine, «Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano», Farsi Giacaman, «Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán», Suleiman Mourad, «Hezbolá embridado», Tariq Ali, «Las consecuencias del asesinato de Nasralllah», tutti pubblicati su Diario Red.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss e viene ripubblicato qui con l'esplicito consenso del suo editore.
● Traduzione di Elisabetta Galasso

