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guerre

  • Immagine del redattore: Eugenio Cappuccio
    Eugenio Cappuccio
  • 19 mar
  • Tempo di lettura: 15 min

The sky below. Sull’entropia nel cinema


In questo testo lo sceneggiatore e regista Eugenio Cappuccio ci racconta la lavorazione di una sua opera cinematografica sul tema della guerra durata 24 anni.

Nel 1989, alla caduta del muro di Berlino, oltre ai festeggiamenti e ai trionfalismi occidentali, cominciò a serpeggiare in occidente, non immotivata, una profonda preoccupazione. Quella che, caduta la cortina di ferro, tutto il micidiale arsenale chimico, nucleare, batteriologico del Grande Male, come si diceva con Reagan, finisse nelle mani sbagliate e dall’entusiasmo della fine della oppressione si passasse rapidamente al caos liberissimo della proliferazione di corsari detentori di morte. Non andò esattamente così, ma, sicuramente, tonnellate di armamenti finirono sottobanco, con la complicità dei nuovi ordini dell’Est, in altri depositi. Di quella paura poi approfittòl’occidente in varia forma, seminando le sperequazioni su Saddam e le sue hitleriane potenzialità militari chimico batteriologiche, rivelatesi dopo l’Invasione dell’Iraq, vere truffe.Fu allora che chiacchierandone anche con l’amico e allora socio Sergio Bianchi con il quale ci stavamo irresponsabilmente avventurando nella produzione cinetelevisiva, ebbi l’idea di scrivere una sorta di “instant movie”, in cui, in maniera autarchica (come si diceva una volta...) e possibilmente fattibile, si riuscisse nell’impresa di raccontare una vicenda che da quelle paure ed idee prendesse spunto. Pensai all’inizio a una pièce teatrale, ispirandomi al bellissimo “Streamers” di Robert Altman. Optai dunque per una struttura narrativa circoscritta: un “kammerspiel”. Buttai giù un’idea, ma poi non se ne fece niente. Un “istant” che si rivelò poi un quasi trentennio.Dodici anni dopo la stesura del “soggetto” e dopo la guerra in Iraq e altri istruttivi conflitti sparsi a varie latitudini fino alle Twin Towers, nel 2001 sentii di nuovo viva la necessità di dare corpo a quel soggetto. Mi industriai con i mezzi che avevo: un giardino in provincia di Latina di una villetta familiare, alcuni amici cineasti volenterosi, una telecamera Sony DVCam nuova di zecca e qualche capacità di ripresa: l’operatore-direttore della fotografia lo feci io.Dopo aver convinto i proprietari della villa (i miei riluttanti genitori) a pochi chilometri dal promontorio del Circeo, in quella splendida area rosso-sabbiosa che è la fertile ex palude pianura Pontina, e che sotto lo strato di prato inglese ha gli stessi colori dei deserti africani, scavammo con un mini Caterpillar nell’ordinato giardino della villa un grande cratere, profondo tre metri e largo una decina. Non contenti, dietro la cresta dello scavo, tirai su con il giardiniere un pannello in legno di una dozzina di metri quadri, verniciandolo di blu-key (la spesa singola più alta affrontata per il film, 800 euro), per permettere ai soldati che sarebbero vissuti nel buco sotto di cacciare eventualmente ogni tanto fuori la testa dalla trincea… per innestarvi, chissà, quando e come (o con quali risorse), non previsti apocalittici scenari mediorientali.Tutto viaggiava nella assoluta improvvisazione quotidiana, e sulla previsione di un risultato a dir poco fantasioso, tutto da venire, nello spazio e soprattutto, come vedremo, nel tempo. Coinvolsi gli amici attori Giorgio Pasotti, Alessandra Acciai, allora mia compagna e che mi aveva anche aiutato con lo shooting script, e gli attori siciliani Maurilio Scaduto e Vincenzo Ferrera, che mi erano stati presentati da Alessandra. Erano tutti sedotti dall’idea di girare un film di guerra ambientato nel Sinai in un giardino del Lazio e così, dopo una rapida preparazione con lo scenografo Stefano Giambanco, iniziò l’avventura.Lunghi giorni e altrettanto defatiganti notti, col sole e con la polvere, con la pioggia vera e finta, registrando il tutto in quel semplice ma resistente formato digitale che allora imperava, il dvcam, strumento stupefacente nelle mani dei filmmaker. Un centinaio di ore di girato vennero “portate a casa”. E seguendo sostanzialmente un canovaccio di una decina di pagine che man mano si arricchiva di ulteriori contributi ed invenzioni quotidiane, l’avventura del film di guerra ebbe inizio con un programma di cinque giorni di riprese.Durò quasi due mesi al termine del quale la fidanzata mi lasciò. Tutto ne venne fuori, ma certo non quell’ “instant-movie” che doveva stigmatizzare solo la paura di quel periodo. Le situazioni che avevano espanso lo script originale chiamavano una diversa struttura narrativa. Ma quale?Il film è stato terminato solo oggi, 31 anni dopo la sua scrittura e 19 anni dopo la fine delle riprese, nell’analogo lockdown dei protagonisti del film, nel loro buco nel deserto, qui a Roma, nel blocco del Covid-19 le cui restrizioni tanto mi hanno fatto ripensare alla vicenda per drammatiche assonanze.Un film che è costato, tutto compreso, sui 10.000 euro. Venti anni dunque. Ma aggiungo, e sembrerà un paradosso, che tutto quel tempo intercorso, in realtà fu conditio sine qua non della realizzazione di un film di guerra sostanzialmente no-budget. “Fortuna” ed approssimazioni, sviluppi successivi. La prima fu quella che, nonostante la vicenda prendesse ispirazione da quei suddetti timori della fine degli anni ottanta, da allora fino ad oggi, quel timore non ha perso minimamente di attualità, di adesione a possibili catastrofici scenari, conflitti, guerre locali, uso indiscriminato di gas etc. anzi, ogni anno che passava, una nuova guerra, una nuova crisi, oltre ad ispirare immagini e vicende, contribuiva ad arricchire il soggetto di sapori sempre più attuali.La seconda chance fu che, girato appunto nel 2001-2002, il grosso del materiale del film digitale (720 linee) richiese anni, per vicende e traversie varie, per raggiungere un montaggio definitivo e questa cosa, se da un lato defatigò, dall’altro permise di coniugare le esigenze narrative richieste al materiale stesso grazie ai prodigiosi progressi dell’elettronica applicata alla effettistica audiovisiva e a nuovi potenti strumenti di intarsio e postproduzione, che allora, semplicemente, non esistevano o, se esistevano, erano inaccessibili per ovvi motivi.Ecco l’importanza del fattore tempo (o stagionatura si potrebbe dire). Solo grazie allo sviluppo di tali tecnologie e software negli anni che passavano dai giorni delle riprese ed al loro drastico abbattimento nei costi orari di utilizzo fu possibile realizzare quello che nel 2000 si era fantasiosamente immaginato. Col passare di quel tempo erano possibili adesso effetti abbastanza “speciali” e praticamente a costo zero, grazie alla velocità dei processori e alla abilità dei giovani grafici come Matteo Marson e Antonio Meucci che negli anni si avventurarono anche loro nella realizzazione del film con fantastico spirito volontaristico e capacità creativa che evolveva con la tecnologia, e con la loro pazienza amicale ed affettuosamente legata al folle progetto.Il grande numero di modifiche del povero supporto dvcam opportunamente trasformato nei mesi, anni che si susseguivano dal colorist Vincenzo Marinese in materiale in full HD, attraverso un alchemico processo elettronico allora da fantascienza, se fossero stati preventivati all’inizio degli anni 2000, avrebbero richiesto cifre immense e sicuramente il risultato, nella sua ontologica ruvidezza che si addice alla storia, non sarebbe stato pari a quello ottenuto oggi, a costi esponenzialmente più bassi.Diciamolo: allora, date le condizioni economiche dell’operazione, questo pur “povero” film fu pura fantasia; in quelle condizioni produttive no-budget-at-all si trattava di un mero “gioco” tra amici svitati in un buco al Circeo. Ma comunque si partì, sì giocando, e senza certezza di un approdo, ma si partì, per amore del fare e del piacere della sfida che dà linfa al cinema indipendente da tutto.Dunque il film è stato reso possibile in virtù del tempo che passava. Un po’ il contrario di quello che accade generalmente per un’opera cinematografica “standard” legata a piani di produzioni, scadenze precise, tempistiche ferree, budget definiti. È un film cronografato più che cinematografato. L’ulteriore particolarità di questa avventura “produttiva” simile ad un viaggio eonico spaziale, dove qualcuno invecchia a terra e qualcun altro nello spazio profondo no, sta poi nel capitolo sceneggiatura.La sceneggiatura, come si diceva, non esisteva. Era solo un canovaccio che man mano crebbe girando con gli attori in quel giardino esploso, luogo dove i tre interpretano soldati dispersi, che aspettano di essere recuperati dagli altri soldati della “Coalizione”.Alla fine la mole di materiale girato, che seguiva lo spunto scritto, si era arricchita, vivendo in quella trincea bardati di tutto punto con tute NBC*, maschera antigas ed armi, di altre scene, invenzioni, situazioni ed improvvisazione paramilitare ed umana, ben oltre il previsto. Mi resi inoltre conto che, grazie al fatto che gli attori portavano per tutto il tempo sul volto le maschere (nella storia l’ambiente, sin dall’inizio, è ostile alla respirazione e a qualunque altra forma di vita non protetta, mosche comprese) sarebbe stato possibile in montaggio e col doppiaggio libero, apportare rilevanti modifiche recitative e narrative rispetto a quanto scritto o comunque ripreso nelle lunghe giornate passate in quel buco. E questo evocando una sceneggiatura “a posteriori”. Come poi, infatti, avvenne.Decisi a quel punto, suggestionato dai servizi di guerra, che per lunghi mesi avevano nutrito grazie a YouTube il mio sguardo sui conflitti moderni, di usare una lingua che ben si sposasse con il sapore degli scontri militari contemporanei, e cioè l’inglese.Del tutto svincolato dalle pastoie di un testo bloccato, dato che il lips-sinc non imponeva alcuna restrizione, e grazie alle maschere che nascondevano il volto dei coraggiosi e pazienti attori, mi resi conto che potevo liberamente reimbastire la vicenda, riscrivere l’intero film e far dire loro cose nuove, anche quelle che andavano aggiornandosi con il presente. Il suono della lingua anglosassone poi, montato sperimentalmente sulle scene, mi sembrava, come detto, il più giusto. L’inglese è senza dubbio la lingua del conflitto e della guerra, e vedere dei soldati in azione parlare e interloquire in quell’idioma conferiva una verosimiglianza e risposta cinematografica potenti.A quel punto, pensando a un film in inglese, risultò inevitabile pensare anche a qualcuno in grado di ri-scriverlo in quella lingua, possibilmente ristrutturando tutto secondo quella nuova linea, linea che chiamava anche la ristrutturazione radicale della vicenda nel suo sviluppo narrativo, ovviamente sulla basa del girato in mio possesso.Contattai uno sceneggiatore americano conosciuto qualche mese prima a Roma, e con il quale ero entrato in reciproca simpatia: Hall Powell, autore abilissimo e “non convenzionale”, noto per aver firmato bellissimi episodi della serie televisiva Law and Order. Spedii ad Halll cinque dvd con l’intero girato chiedendogli se a suo parere poteva valutare di costruire una sceneggiatura su tale materiale.Hall esaminò per tre mesi il tutto, lesse il canovaccio e una mattina mi telefonò. “È molto interessante”, disse, “mi piace il girato, qualcosa si può fare, ma voglio essere con te a Roma per questa missione. Facciamo così, tu mi paghi l’aereo andata e ritorno, mi paghi il soggiorno, il vitto, e io ti scrivo lo script per rimontare “al frame” il tuo girato sulla mia storia”. In sostanza un paradosso, una applicazione di retro ingegneria. Sudando freddo, accettai, investendo i miei ultimi quattrini e lasciandogli casa mia in centro e trasferendomi a vivere a casa di mia sorella.La storia di Hall, l’americano maniaco del jogging sul lungotevere dalle 12.00 alle 16.00, che dà corpo allo script di The Sky Below sul materiale girato al Circeo anni prima, nel mio appartamento vicino a piazza dell’Orologio, a 50 euro al giorno per pranzi e cene + scheda telefonica italiana limitless, potrebbe sicuramente esser raccontata in un film a parte.Dopo quel lungo e singolarissimo lavoro di ri-scrittura, non senza screzi, dato che il tutto doveva durare quindici giorni e dovetti invece foraggiarlo per quasi tre mesi e mezzo, Hall chiuse (dico oggi, magicamente) una sceneggiatura perfetta, ricca di precisissime indicazioni su come rimontare e doppiare il girato stesso, sequenza per sequenza, coniugando prodigiosamente quanto già realizzato anni prima, calibrando nientemeno che sui movimenti degli attori la scrittura della nuova storia, inventando dialoghi che non erano mai stati recitati ma che si sincronizzavano perfettamente con i gesti e la fisicità attoriale. Il tutto costruendo una vicenda, che, piaccia o meno, nella sua sostanza, stava miracolosamente in piedi. Una sceneggiatura necessariamente di ferro, precisa al fotogramma nei suoi snodi coniugati con le immagini realizzate, e che nei suoi “turning-points” poneva delle richieste assai complesse, come quella di far stare i soldati anche nello spazio esterno, in un prologo!“Hall sei pazzo. Come faccio a dare seguito a questa richiesta? Non ho una marcia nel Sinai, solo pezzi attorno al buco in tre metri di cromakey e una camminata di quattro minuti in un campo di carote vicino al mare!”.All’inizio mi arrabbiai, come potevo fare? Dove avrei mai potuto trovare, a quel punto, i soldi per creare quelle scene che Hall chiedeva, mai girate ed esistenti solo in frammenti sparsi? Se alla fine mi resi conto che la richiesta dell’americano era legittima per il film, dall’altro lato semplicemente mi rassegnai alla impossibilità di finirlo in quegli anni. La sceneggiatura esisteva, la possibilità di ritagliarci sopra il girato no. Del resto la natura di quella operazione non si poteva smentire. Attesa. Ce ne vollero infatti altri cinque di anni dopo i quali il lavoro di Meucci e Marson, come dei ragni digitali, permise di trasformare, nella diluizione e nell’avanzamento tecnologico, ciò che avevo in ciò che serviva...Creare esterni inesistenti comportò quell’immane lavoro di scontorno e elaborazioni di ulteriori scenari da intarsiare. In sostanza prima abbiamo girato il film, poi lo abbiamo scritto, e poi rigiratoal computer e rimontato e ridoppiato. Un delirio. Ma a quel punto la vicenda aveva un capo e una coda e i tre protagonisti rinascevano tutti sotto il buon auspicio narrativo e strutturale di un bravissimo, professionista newyorkese che sa come andare al succo delle vicende e delle scene. E in quella lingua giusta per la guerra.Il film è stato finito, è gennaio 2025. Non è il paradigma di niente. È solo un libero film frutto di entropia.

Come realizzare un film drammatico sulla prossima guerra totale nel giardino della villetta dei vostri genitori od amici. Se ne avete.

Con una scavatrice Fate un buco delle dimensioni del cratere di una granata di obice nel giardino. Trovate un aiutante, costruite un cromakey come quello alle spalle dei due. Trovate armi e costumi.

Rimediate una radio militare, qualche foto di vostri viaggi esotici e divertitevi con Photoshop.

Avete una gloriosa DVCAM Sony pd-150: resiste all’acqua e alla sabbia e il suo risultato video qualche anno dopo sarà più vicino alla pellicola delle telecamere FULL HD che verranno.

Trovate della gente sufficientemente pazza da seguirvi nell’impresa, roba tipo attori momentaneamente disoccupati, giardinieri vogliosi di esperienza, una cuoca napoletana valida.

Rimediate gratis delle armi, tute, roba del genere. Ma soprattutto delle maschere antigas Nuclear Bacteriologic Chemical (NBC). Non preoccupatevi di quelli che faranno i tecnici precisi su questo e quello, quello che conta è il cinema e divertirsi a farlo. Se poi le armi sono di plastica e non sparano non preoccupatevi, spareranno dopo al computer nel 2017.

Prendete dimestichezza con i ferri del mestiere, promettete a tutti che nel prossimo film non indipendente saranno pagati.

Dopo aver fatto scavare il cratere, il vostro set per i prossimi mesi, legate la palma sennò si rovina e i proprietari del giardino, già pentiti per avervi concesso il posto, si incazzano davvero. Infatti era un bel giardino di una tranquilla e curata villetta poco distante dal Circeo (LT) Italia… Che le sacrosante ragioni del cinema hanno momentaneamente ridotto così grazie a un caterpillar di un contadino amico.

Se oltre al contadino avete anche amico uno scenografo ditegli che gli fate fare un film di guerra. Tutti sognano di farne uno nella loro carriera: attori, tecnici, registi. Verranno tutti gratis, più o meno. Stendete sul buco del camouflage autentico che vi avrà rimediato l’amico, farà un gran bell’ effetto veritiero e bellico.

Fate fare a ciascuno degli artisti coinvolti il proprio mestiere con senso di gratitudine, sono venuti gratis. Ma tenete sempre alto il controllo.

Seguite personalmente ogni momento della realizzazione. Anche se è un film di guerra senza soldi né i soliti mezzi, lo firmerete voi e nel bene o nel male e vi rappresenterà finché campate, negli anni a venire, che in questo caso saranno quasi venti…

Se avete un amico fonico provate a coinvolgere anche lui. Purtroppo si renderà conto che registrare la voce con i radiomicrofoni attraverso delle maschere NBC è impossibile, per cui voi sarete costretti a girare il film muto. Ma poi vedrete che sarà stato molto meglio così. Cinque anni dopo, con l’aiuto di uno sceneggiatore americano, farete dire loro tutta una serie di cose che non avevate previsto né girato su quel set povero ma avventuroso.

Coinvolgete il più possibile nell’impresa delle donne. Sono molto più tenaci degli uomini ed in una produzione del genere la tenacia e la lucida follia sono tutto. O quasi.

Dinanzi a sguardi perplessi e interrogativi non perdetevi d’animo. Il regista che è in voi saprà convincere gli attori che sono fuori di voi a seguirvi convinti nell’impresa.

Mostrate loro e alla troupe chiarezza di idee, fantasia, volontà ferrea e intorno alla buca mettete delle torrette con dei soffioni. Capiranno che si fa sul serio, che farete delle inquadrature dall’alto e nel film pioverà anche…  Cosa che non sempre risulta facile ai tempi ed ai budget d’allora come d’oggi.

… vale più un soffione da doccia trasformato in pioggia chimica “dura” di tante chiacchiere.

Fate prendere dimestichezza agli attori con la arida location, le loro nuove “pelli”, la sabbia, il sole, la polvere, il trucco, l’acqua, le armi e le attrezzature…

Ed ecco che il gran giorno è arrivato. Iniziano le riprese. Fate delle fotografie agli attori e ricordate loro che stanno per partecipare ad una impresa mai tentata prima. Ma soprattutto non dite loro che in questo film di guerra-definitiva ambientato nel Sinai nel 2023…girato nel 2002...e che sarà finito (forse) nel 2020...

…le loro facce non si vedranno mai…

Scendete con loro nella voragine, incoraggiateli, spiegate bene movimenti e azioni, non fateli sentire soli. Per mantenere sul viso una NBC per più di cinque minuti ci vuole molta, molta resistenza. Recitarci pure poi…sudano, tossiscono, respirano schifezze accumulate nei filtri, possono avere attacchi di panico, rischiano la silicosi, siate loro vicini. Gli attori bisogna amarli, comunque.

Le riprese hanno inizio, sarà inevitabile prendere dimestichezza con il tutto. Vi sembrerà tutto troppo pulito e nuovo, non preoccupatevi, dopo una settimana di quella vita là dentro, sarete conci come veri soldati in trincea, ed allora il vero film avrà inizio…

Ogni qual volta penserete di aver fatto una immane cazzata ad iniziare quella impresa dissennata e apparentemente senza senso, alzate lo sguardo oltre il buco, pensate a quanto vi siete annoiati, magari facendo delle serie televisive, e andate avanti con la vostra guerra in giardino.

Procedendo e stancandovi tutti come cani, senza orari sindacali, in piena libertà, autonomia, energia della improvvisazione, esaltazione dal respirare radon e cristalli silicei, senza nessuno che vi faccia i conti in tasca. Siete voi i produttori dovete farveli ahivoi da soli, senza le solite rotture che accompagnano i film fatti come si “deve” e non come si “vuole”. Dopo tutto ciò, comincerete a godere del momento e seguirete un flusso magnifico simile a una congiuntura quantica al di là di ogni aspettativa “logica”, sarà in quel momento che sentirete la presenza del dio Cinema.

È a quel punto che diventerete dei veri soldati, dei veri uomini, delle vere donne, dei veri attori, dei veri registi. Pronti a tutto. A sfidare soprattutto lo spazio, il tempo e il vostro già esiguo conto in banca. Ricordate di non dire mai agli attori che sono come “cani del deserto”.

E sarà allora che arriveranno, però, anche stanchezza, e perplessità. Perché l’esaltazione ha questa sorella sciancata che la segue e non la molla, cascasse il mondo, pure sotto un conflitto termonucleare, la perplessità e la remora saranno sempre pronte a fottervi l’animo e a remarvi contro, a sibilarvi in un orecchio… indipendenza? Indipendenza da che?

A quel punto per un regista si arriva al bivio, a quel punto una sola cosa può abbattere la remora sciancata, un altro suo fratello, ben più solido…l’Esempio.

L’esempio e la cura dei vostri soldati. E nella solitudine che avanza troverete il sapore del senso di quello che non si vede e vuole apparire tramite voi.

È un momento cruciale. Avrete bisogno accanto di amicizia ed amore, solo loro riusciranno a cavare dal vostro immenso buco interiore il marcio che deve emergere per raffinarsi in invenzione, vissuto e forma… film.

Avrete bisogno di uno spirito guida, di una energia superiore e giovane che vi dia la direzione e la voglia di andare avanti nell’impresa, di scavare il morto fuori da voi e tagliare la gola alla remora e al dubbio che incalzano.

Scavando troverete ciò di cui dovrete liberarvi. Un film di guerra in questo accelera molto quei processi, vi farà bene averci provato, anche solo averci provato, nel giardino di una villetta al mare…

Quando verrà fuori allora sarete arrivati al nuovo inizio e nulla potrà fermarvi. Né l’abbandono di qualcuno, né una vera guerra, né un virus o la notte…

Sarà allora che fantasia, umanità ed eroismo avvolgeranno tutti i componenti della impresa. La stanchezza sarà un ricordo e tutti vivranno la storia come la propria, come un dono per ciascuno senza padri. Sarà allora che il film camminerà quasi con sue proprie gambe e voi tutti seguirete lui. Tutto da fiction diventerà reale e comincerete a provare nostalgia sapendo che un giorno tutto questo finirà…

Avrete girato un film di guerra in un giardino e la cosa vi farà sorridere.

Ma avrà cambiato per sempre la vostra vita.



Eugenio Cappuccio, si diploma nel 1985 presso il Centro Sperimentale di Cinematografia in Sceneggiatura cinematografica e televisiva. È Assistente alla regia di Federico Fellini dal 1983al 1986. È Sceneggiatore presso la VIDI di Pasquale Squitieri (1987-1990) per la quale sviluppa la serie Tv  Il gioco delle ombre di 12 puntate (VIDI-Adige Film); Gilles Villeneuve, due tv movie (Vidi-FASO Film); soggetto, con Nanni Balestrini, de Il colore dell’odio, film del 1989. Nel 1990 sul set de La Voce della luna realizza, il film-documentario Verso la Luna con Fellini, prodotto da Mario Cecchi Gori. Nel 1996-97 Il Caricatore (corto e lungo), co-regia e scrittura con Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata (prod. Boccia Film-Axelotil-distr.Mikado). Scrive e dirige (stessa formula) il film La Vita è una sola (prod. Axelotil-Cecchi Gori Film, 2001). Scrive e dirige il documentario Estranea al fatto, (prod. Extremofilm 2002). Dirige il lungometraggio Volevo solo dormirle addosso (prod. Afa Film-MBC), 2004. Dirige e sceneggia con Pellegrini, F. Volo, Cisco e M. Gaudioso, il lungometraggio Uno su Due, con Fabio Volo e Ninetto Davoli (prod. ITC Movie-RaiCinema-MBC-distr. 01). Scrive e dirige il documentario Alzati e cammina, 2012 (prod. Cei Conferenza Episcopale Italiana). Scrive e dirige il documentario Di un padre che non c’era (prod. Giovefilm ,2013). Dirige, e sceneggia con Claudio Piersanti il lungometraggio Se sei così ti dico sì (prod. DueA Medusa), con Emilio Solfrizzi e Belen Rodriguez, 2012. Regia, creazione cast e lancio della serie I delitti del Barlume, i primi 2 tv-movie, con Filippo Timi e Carlo Monni (prod. Sky-Palomar) 2013. Scrive e dirige il documentario Voltati Carmen, sulla messa in scena della Carmen, di Mario Martone (2019-20, prod. Afa Film-Riofilm). Dirige il film-tv Mia moglie mia figlia due bebè (prod. Pepito\Rai fiction).Sue la scrittura, con Mario Sesti, e regia del film-documentario Fellini fine mai (prod. Aurora-Rai Teche-RaiCinema). 2020. Dirige, e sceneggia, con Laura Paolucci e Edoardo Nesi, il lungometraggio La mia ombra è tua, con Marco Giallini, Giuseppe Maggio e Isabella Ferrari (prod. Fandango, RaiCinema, Distribuzione ZeroUno 2021-22).Dirige ed è coautore di soggetto e sceneggiatura del film documentario Le donne di Pasolini, 2022-23 (prod. Anele, Rai).Scrive, con Hall Powell, e dirige il lungometraggio The Sky Below, con Giorgo Pasotti, Vincenzo Ferrera e Alessandra Acciai, Maurilio Leto (prod. Giove Film).

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