il secondo senso
- Arianna Pasquini

- 16 ore fa
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Intervista a Stefania Barca e Gea Piccardi
coautrici del Report Just transition and care work. An International Inquiry (Ginevra: UNRISD 2025)

Il metodo che abbiamo usato per la realizzazione di questo Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso.
Pubblicato a novembre 2025 dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale (UNRISD), il Report (1) riflette sulla necessità di un ampliamento di applicazione del concetto di Just Transition (transizione giusta), collocando al centro il lavoro di cura. Il concetto di transizione giusta nasce negli anni Settanta in Nord America grazie ai movimenti sindacali e per la giustizia ambientale, come risposta agli effetti negativi delle politiche neoliberali sui lavoratori dell’industria e sulle comunità considerate vulnerabili. A partire dagli anni Duemila, la Just Transition è stata poi inquadrata politicamente, in particolare dalla Confederazione Sindacale Internazionale (International Trade Union Confederation – ITUC), con l’obiettivo di compensare le perdite occupazionali legate alla progressiva fuoriuscita dalle industrie ad alta intensità di carbonio, promuovendo al contempo lavori dignitosi nei settori dell’energia pulita.
Nel tempo, la transizione giusta è entrata nell’agenda della governance climatica internazionale, trovando spazio in istituzioni e accordi come quelli delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Unione Europea. Tuttavia, le politiche attuali tendono a concentrarsi sui settori industriali formali (energia, manifattura e trasporti), trascurando il ruolo centrale del lavoro di cura e, più in generale, dei lavoratori informali, che tuttavia rappresentano una quota significativa della forza lavoro globale.
Il report evidenzia come, grazie alle pressioni di movimenti femministi, indigeni, contadini e per la giustizia climatica, stia emergendo una visione più ampia della transizione giusta. Questa prospettiva include non solo lavoro green dignitoso, ma anche tutte le condizioni che sostengono la vita: la cura delle comunità, dei territori e i servizi pubblici essenziali.
In questo contesto, il report propone di ripensare il quadro della transizione giusta a partire dalle esperienze e dalle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori della cura, sia retribuiti che non retribuiti, attraverso un’inchiesta.
Infatti, questo lavoro si basa su un processo di inchiesta operaia condotto a livello internazionale, sviluppato all’interno della rete Just Transition and Care. Attraverso un percorso partecipativo durato quattro anni, sono state raccolte le prospettive di operatori e operatrici di diversi ambiti della cura, per analizzare le loro sfide socio-ecologiche e individuare possibili strategie di transizione giusta. I settori presi in considerazione includono il lavoro domestico e di cura, la produzione alimentare contadina e indigena, la cura ambientale, la sanità e l’istruzione.
In senso metodologico, lo sforzo delle autrici e degli autori è stato quello di applicare il metodo sperimentato da Alquati negli anni Sessanta nelle fabbriche italiane, a contesti di lavoro non industriale, ampliando non solo l’ambito del concetto di transizione giusta, ma anche la storia del metodo di inchiesta operaia prescelto.
Nel report viene messa in luce fin da subito una difficoltà specifica, che persiste nel tempo, a inquadrare il lavoro di cura o riproduttivo nel mondo del lavoro più ampio. Questo avviene perfino nei contesti che oggi devono promuovere politiche in favore della giustizia ambientale e di migliori condizioni per i lavoratori, come le strategie della Just Transition. Perché secondo voi?
Stefania Barca: Il report è frutto di un’inchiesta internazionale, che abbiamo condotto con persone che abbiamo ritenuto essere rappresentative di diversi settori del lavoro di cura. L’inchiesta verteva sulla domanda di come loro si immaginassero una transizione giusta, cosa significava transizione giusta dal loro punto di vista. Fare questa domanda a lavoratrici e lavoratori della cura ha rappresentato già di per sé un inedito, perché la Just Transition non ha mai preso in considerazione queste categorie, perché questi soggetti non sono mai stati inclusi, anzi sono stati fondamentalmente esclusi dalle politiche della giusta transizione senza dichiarato motivo, poiché questa esclusione non è mai stata verbalizzata, non è mai stata neanche espressa, si è data per scontata. Quindi venendo al cuore della domanda, questa difficoltà – che perdura nel tempo – a inquadrare il lavoro di cura o il lavoro di sussistenza nell’ambito del lavoro, effettivamente persiste. Il paradosso più grande è che nonostante durante la pandemia sia emersa tutta questa, diciamo, orgia di riflessioni sulla cura, neanche questo è servito a far convergere l’attenzione verso le vere esigenze del settore. Quando poi si parla di politiche della transizione, non soltanto quella energetica, ma anche la transizione più in generale, alla fine, tutti i soldi che sono arrivati dopo la pandemia, dopo il lockdown, per la ripresa nei vari paesi, fondi per la transizione, fondi europei della Next generation e tutti i soldi che sono piovuti per far riprendere le nostre economie, sono stati investiti nei soliti noti settori.
Il report riflette quattro anni di lavoro in cui, a partire dal 2021, abbiamo organizzato degli incontri, non degli eventi pubblici, ma delle riunioni tra esponenti di vari tipi di organizzazioni, tra cui confederazioni sindacali e sindacati di base, rappresentative dei settori della cura, intesa però in senso ampio, cioè non soltanto come cura sanitaria o lavoro domestico, ma anche come, per esempio, la produzione di cibo di sussistenza, la cura ambientale, per esempio nelle aree protette, considerando le comunità che ci vivono e che si prendono cura di queste aree, o anche tutto il settore della scuola, dell’istruzione, dell’educazione in generale, e dunque i sindacati degli e delle insegnanti. Dunque la cura intesa in senso ampio, come lavoro di riproduzione sociale, pagato e non pagato. C’erano anche rappresentanti del movimento brasiliano dei Sem Terra per il settore della produzione agricola, che però non è un sindacato agricolo tradizionale, è un sindacato di movimento. Insomma, riunendo tutte queste persone per farle discutere con noi, ma soprattutto tra di loro, sulla transizione giusta, la prima cosa interessante che abbiamo notato è che nessuna di loro aveva mai sentito nemmeno parlare di questa transizione giusta, perché non veniva rivolta a loro, perché era tutta rivolta ai minatori, ai lavoratori dell’industria pesante, agli auto-workers, eccetera. Quindi una volta introdotto il tema della transizione giusta, poi sono venute fuori tutta una serie di cose di cui c’è bisogno in questi settori e ognuno di loro ci ha parlato, ci ha raccontato delle difficoltà del loro settore, sia in generale, sia in merito alle politiche di tagli neoliberiste, alle diverse politiche di precarizzazione, alle difficoltà di sindacalizzazione, tutte difficoltà inerenti, intrinseche, alla normalità del loro settore, andando oltre il concetto di crisi e di emergenza, parlando della normalità del sistema capitalista patriarcale e coloniale nel suo svolgimento a pieno regime, non inquadrato in una cornice di eccezionalità. Le e i partecipanti ci hanno parlato di come alcune di queste difficoltà siano state acuite dalla pandemia, dal lockdown e quindi dal sacrificio richiesto a questo settore senza riconoscerne il valore. Ci hanno raccontato di come la crisi climatica e la crisi ecologica in generale abbiano approfondito queste difficoltà oggettivandole e, partendo da questo, loro stesse hanno fatto una riflessione su come potrebbe essere una transizione giusta in questi settori.
Gea Piccardi: Uno dei nostri obiettivi o, meglio, la nostra ambizione non dichiarata, era quella di una ricomposizione di classe, ma che al posto della, o accanto alla, classe operaia, mettesse al centro chi fa lavoro di cura. Infatti, quello che è emerso dal confronto con le partecipanti è il problema della scarsa sindacalizzazione nei vari settori della cura che riflette la più generale difficoltà di queste lotte nel percepirsi prima di tutto come lotte del lavoro e, nello specifico, del lavoro di cura e nel creare alleanze tra loro a partire da qui. Pensando al perché non sia stata considerata nella Just Transition la cura o il lavoro di cura, mi viene da dire che uno dei motivi è che chi svolge lavoro di cura è poco organizzato. Non dico che non ci siano movimenti che vedono coinvolti in prima fila questi soggetti – molti dei quali sono stati coinvolti nelle riunioni online, come il Movimento Sem Terra in Brasile, la Via Campesina, il Global Women’s Strike, e molti altri nel settore dell’educazione o della salute – e che non abbiano posto sempre di più l’accento sullo sfruttamento del lavoro, per esempio, domestico, o contadino; tuttavia, questi movimenti ancora non rappresentano un fronte di organizzazione del lavoro riconosciuto in quanto tale.
La Just Transition, come scriviamo nell’introduzione al report, nasce tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta negli Stati Uniti come movimento ecosociale che teneva dentro spaccati collettivi, comunità radicali, ovvero apertamente contro le politiche neoliberiste, contro la finta scelta tra ambiente e lavoro, e così via. Poi a poco a poco questa postura iniziale è stata, e questo è un aspetto positivo e negativo allo stesso tempo, assunta da grandi organizzazioni internazionali del lavoro come l’ILO e l’ITUC, o dalla governance climatica con gli accordi di Parigi, e tramutata in un’ottica che prende in considerazione il lavoro prettamente industriale all’interno delle politiche di decarbonizzazione. Questo è avvenuto soprattutto tra il 2010 e il 2015. Il concetto da questo punto in poi si è svuotato del senso di movimento radicale e trasversale che aveva avuto all’inizio, producendo politiche insufficienti, se non miopi. Tuttavia, nonostante viviamo l’onda lunga di quest’ultima metamorfosi del concetto e delle sue pratiche, negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, e in risposta alle lotte di movimenti indigeni, contadini e femministi, diverse reti, piattaforme, e organizzazioni femministe internazionali, tipo UN Women, FADA, e altre, hanno iniziato a fare pressione per ampliare l’idea di Just Transition, e collocare al centro la questione del lavoro di cura, incrociandola anche con la questione della giustizia ambientale e con il cambiamento climatico. E di fatti, oggi vediamo che pure ITUC e ILO stanno forzosamente iniziando a parlare di questi temi. Eppure, si tratta di tentativi ancora molto deboli e in termini che a noi convincono poco. Quindi, l’idea di questo Report è stata sia fare eco, dar forza e radicalizzare questi tentativi già in corso, ma anche dire che per stabilire cosa dev’essere, oggi, una Just Transition centrata sulla cura è necessario ascoltare chi la cura la fa, i lavoratori e le lavoratrici della cura, pagati e non pagati, nei più diversi settori. Come diceva Stefania, abbiamo cercato non soltanto di amplificare la voce, le esperienze e le rivendicazioni di queste organizzazioni, ma anche di metterle in contatto tra loro. E questo è stato un feedback importante dell’ultimo webinar che abbiamo fatto per presentare la parte sull’educazione, dove alla domanda «è importante questo report per voi, a cosa vi serve?» una delle cose che è venuta fuori è stata proprio l’importanza di aver legato trasversalmente diverse dimensioni e soggetti della cura: i pompieri forestali, con il sindacato dell’educazione, con le lavoratrici domestiche, eccetera, dal Nord al Sud globale. Riuscire a fare questo lavoro di connessione è stato fondamentale, perché solo l’organizzazione, e la creazione di alleanze, il sindacalismo inteso in un modo diverso da quello tradizionale che si focalizza solo sul lavoro salariato e industriale, possono agire affinché il lavoro di cura si faccia posto nella transizione, diventando il suo nuovo centro come è fondamentale che sia.
Ho una curiosità: quando facevate queste riunioni, le persone invitate a parlare, quindi tutte le parti con cui dialogavate, inizialmente non sapevano, come dicevate, che cos’è la Just Transition; quindi mi chiedevo se invece con i termini «cura» o «riproduzione sociale» avessero più dimestichezza.
Stefania Barca: Buona domanda, noi non abbiamo volutamente usato il termine «riproduzione», preferendo invece quello di «cura», e già così è stata comunque un po’ una sfida, una sfida a risignificarlo, a renderlo applicabile a settori diversi. Per esempio, i rappresentanti della produzione alimentare di sussistenza, nell’agricoltura contadina, non si auto definiscono come lavoratori di cura, però a questi è risuonato immediatamente il termine come ovvio nel momento in cui noi glielo abbiamo proposto. Il secondo meeting che abbiamo organizzato era appunto sull’agricoltura contadina, a cui hanno partecipato rappresentanti di un sindacato contadino galiziano, molto attivo e con una guida femminile e femminista ormai da decenni, che rappresenta il settore la cosiddetta agricoltura familiare, che poi sarebbe l’agricoltura contadina, che in Galizia è molto forte. Il sindacato fa anche parte della Via Campesina Europa, quindi partono già da un’impostazione di movimento. Inoltre, come dicevo, ha una guida femminile, nel senso che la segretaria generale è una donna, e sono già almeno tre generazioni che le segretarie sono donne, tanto che nell’organizzazione c’è anche la Segretaría de la Mujer, che è un gruppo che si auto-organizza autonomamente dentro il sindacato. Loro già lavorano con parole d’ordine come «sovranità alimentare» e anche con certe parole chiave dell’ecofemminismo, dunque gli è suonato perfettamente naturale il dialogo sulla cura come settore, anzi stavano già un bel pezzo avanti a noi sui ragionamenti!
Nello stesso meeting, c’era un rappresentante dell’organizzazione giovanile dei Sem Terra brasiliani. Non è che per lui non avesse alcun senso il termine cura, ma da quello che diceva inizialmente si capiva che era un’idea nuova per lui, quella di legare il loro lavoro di movimento a questa categoria del lavoro di cura, anche se poi, pure in questo caso, alla fine dell’incontro il legame gli è risultato perfettamente sensato.
Poi c’era un’attivista Mapuche del Cile e anche lì è venuta fuori la differenza di approccio legata alla prospettiva indigena riguardo all’agricoltura, alla produzione di cibo, al rapporto con la terra, eccetera. Quindi tre realtà diverse, molto diverse tra di loro, seppur accomunate da qualcosa. Usare la categoria del lavoro di cura come collante ha funzionato. Perché è una categoria immanente, ma anche trascendente rispetto alle loro particolarità e specificità.
Quindi il termine cura o quello di riproduzione, o terzi che ancora non ci sono venuti in mente, possono essere di fatto cavalli di battaglia nei quali queste soggettività si possono riconoscere e definire delle pratiche, dei collettivi, dei gruppi?
Stefania Barca: La categoria è vicinissima a coloro con cui ci siamo interfacciate, ma non è ancora un motto, un riconoscimento, sta in quel limbo tra concettuale e pratico in cui potrebbe essere una bandiera dietro cui tutta una serie di attività o di dimensioni si riconoscono ma ancora non è così. Secondo me la cosa positiva che crea questo concetto è l’immediato riconoscimento del ruolo attivo di questo tipo di lavoro e del suo valore specifico per la transizione ecologica, economico, sociale, socio-ecologico, culturale, etico. Negli incontri dedicati all’educazione si faceva proprio il discorso non soltanto delle rivendicazioni, delle lotte per la giustizia e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici della cura nell’educazione ma anche sulla cura come valore all’interno del paradigma educativo.
Gea Piccardi: Ed è esattamente questo il punto quando si parla di lavoro di cura. Da una parte è senza dubbio un lavoro iper-sfruttato, il più sfruttato perché molto spesso neanche è riconosciuto come lavoro. Chi svolge lavoro di cura, di riproduzione, è in una posizione, in molti casi, di estrema povertà e vulnerabilità. È un lavoro appropriato quasi gratuitamente, in condizioni molto spesso al limite dello sfruttamento servile. Dall’altra, però, come sottolineano da sempre gli ecofemminismi, ha un ruolo essenziale e fondamentale per il mantenimento della vita umana e dell’ecosistema, soprattutto in un momento di crisi climatica e di degrado ambientale. Quindi dire «cura» significa non solo rendere visibile un lavoro invisibile con il suo carico di ore di lavoro e forme di sfruttamento possibili, ma anche già attribuire un riconoscimento di segno positivo a questo lavoro, in quanto indispensabile e fondamentale. La cura è vita, è vita contro la forza mortifera del capitalismo. E quindi anche a livello di soggettivazione politica è un bel concetto, che funziona per diverse ragioni. Poi lascia perdere che viene recuperato spesso da chi ha interesse a svuotarlo del suo senso radicale, questo succede sempre con tutti i concetti di lotta. È per appropriazione che funziona il capitalismo, così come fa da sempre la destra con concetti originariamente antagonisti e radicali di sinistra, ma ciò che interessa a noi è piuttosto vedere quanto funziona e se funziona l’idea di cura calata in processi politici concreti.
Secondo voi, se si trovasse una maniera, da un punto di vista neoliberista considerabile efficiente, per quantificare e valorizzare la cura nelle stesse maniere con cui vengono contabilizzati tutti gli altri lavori, che non sono quelli di cura, il lavoro di cura verrebbe inglobato, come viene fatto con tutto il resto delle attività che producono valore, o sopravviverebbe, secondo voi, come spauracchio antagonista del valore capitalisticamente inteso, descrivendo attività storicamente femminilizzate, di settori poveri, dei migranti, eccetera? In altre parole, è soltanto una questione di difficoltà nel calcolarlo come valore, che conviene non calcolarlo come valore per sfruttarlo, o invece sopravvive in ogni caso un pregiudizio, che è duro a morire in quanto collegato più al patriarcato che al capitalismo?
Stefania Barca: La mia posizione, penso che bene o male la sappiate, è che sia il capitalismo ad aver assunto il patriarcato e non viceversa, il patriarcato ha millenni di storia banalmente, quindi vale lo sforzo pindarico di dire che in realtà c’era prima il patriarcato, poi il capitalismo ne ha fatto buon uso. Anche ammesso che noi riusciamo adesso a produrre un sistema di valorizzazione diverso da quello capitalista, ciò non esaurirebbe del tutto il problema del patriarcato. Ma comunque noi nel report questi problemi non ce li poniamo, abbiamo fatto un lavoro assolutamente non teorico, in cui abbiamo provato a mettere il nostro lavoro al servizio di una produzione di sapere che fosse invece più di movimento o comunque propria dei soggetti lavoratori e lavoratrici in prima persona, quindi noi ci siamo limitate a formulare delle domande semplici, non teoriche, ma molto concrete.
Le nostre domande sono state tipo così: «Che impatto ha avuto il covid e il lockdown sul vostro lavoro? Che impatto ha avuto e continua ad avere il cambiamento climatico, le catastrofi o comunque altre questioni ecologiche, l’estrattivismo per esempio, sul vostro lavoro?» E la terza domanda era quindi: «I sindacati parlano di una giusta transizione, mettere in atto nuove politiche del lavoro, ma dal vostro punto di vista quali dovrebbero essere queste nuove politiche?». Poi abbiamo provato a ragionare noi a posteriori su quello che c’era stato detto, però non tanto alla luce di dibattiti teorici accademici, quanto confrontando le risposte che avevamo avuto con una produzione che è quella che si chiama letteratura grigia, cioè la produzione di documenti di policy, tutta una produzione di sapere che è direttamente policy-oriented e che è basata su punti di vista diversi, non è la ricerca accademica a cui noi siamo abituate, con tutto il framework teorico, la metodologia, il lavoro etnografico, eccetera. C’è un sacco di roba che si scrive raccogliendo dati in maniera un po’ più superficiale magari, però in tempi più rapidi, e più direttamente orientata a intervenire sulla formulazione delle politiche pubbliche a livello statale, a livello intergovernamentale, per l’Unione Europea, per le Nazioni Unite, e così via, che rappresenta tutta una produzione di dati che già dicono delle cose e che è quella che poi direttamente viene presa in considerazione quando si vanno a formulare le politiche, diversamente dalla produzione accademica in quanto tale, che rimane un po’ dentro la sua bolla, motivo per cui abbiamo preferito interagire con quel mondo lì. Con risultati misti, positivi e negativi. Positivi con l’uscita del policy brief del 2024 dove si inserisce il tema della cura a livello intergovernamentale, con la presenza alla COP30 a Belém (novità assoluta per la cura, inserita in una COP per la prima volta), con i primi cambiamenti a livello discorsivo. Cioè, con un report non cambi il mondo ma inserisci una cornice legittimante /culturale alle rivendicazioni esistenti. Invece la nota più dolente che abbiamo osservato, riguarda il rifiuto da parte della responsabile del settore Just Transition per la confederazione sindacale internazionale, a dialogare con il nostro report, dunque su rivendicazioni che non riguardino puramente il lavoro industriale.
Gea Piccardi: Il punto secondo me è capire chi porta avanti queste politiche (per la valorizzazione), come lo fa, e perché: se si tratta di movimenti di base che lottano per il miglioramento delle condizioni di vita di chi lavora, o multinazionali che trovano nella cura una nuova frontiera di accumulazione? Per esempio, nel Report, abbiamo deciso di smarcarci politicamente dalla prospettiva della care economy presente nell’agenda di molte istituzioni, inclusa ILO, che utilizzano il linguaggio femminista della cura, ma dentro una cornice di valorizzazione capitalistica e di crescita economica, per cui il lavoro di cura diventa un nuovo terreno possibile di profitto «green». Inoltre, l’idea alla base della care economy è che, ampliando il mercato formale della cura, le donne in condizioni di maggior povertà possano «ottenere un impiego» – senza considerare che molte sono già lavoratrici a tempo pieno, in casa o fuori, e che il loro problema non è «avere un lavoro», ma vedere riconosciuto e degnamente retribuito quello che già svolgono e che non scomparirebbe una volta trovato un impiego «formale», anzi. . . Ebbene, questa idea di cura e di Just Transition, che ancora non riconosce il valore economico, sociale, ecologico del lavoro di cura non salariato o sottopagato, quello svolto, soprattutto dalle donne ma non solo, nelle case, nei quartieri, il lavoro di produzione di cibo sano, di cura del suolo, delle acque, degli ecosistemi in generale, non è la nostra idea. E non era nemmeno quella delle persone che abbiamo intervistato, che collocavano la questione del riconoscimento, della socializzazione, della redistribuzione, ma anche della giusta retribuzione economica di questo lavoro come battaglia per la giustizia e la trasformazione sociale di segno – implicita o esplicitamente – antipatriarcale e anticapitalista; una battaglia complessa e radicale con un potenziale enorme non ancora sperimentato.
Dalla vostra esperienza, reputate che il lavoro di cura sia ancora un campo di battaglia che ha una presa sul mondo contemporaneo, una lotta che vale la pena portare avanti?
Stefania Barca: Uno degli aspetti per me più interessanti del lavoro pluriennale che sta dietro al report è che la posizione direttamente anticapitalista e antipatriarcale del nostro lavoro emerge in automatico, in maniera trasparente e abbastanza ovvia senza bisogno di calcare la mano e ideologizzare i contenuti, poiché di per sé sono già essi stessi portatori di una carica anti sistemica per la natura che li contraddistingue, ovvero chiedere riconoscimento economico per pratiche che economicamente sono state, e sono tuttora, non valorizzate per motivi precisi, perché contraddicono la logica del mercato e del profitto capitalisticamente intese (accumulazione e massimizzazione dei profitti, che si basa appunto sul lavoro gratuito e sullo sfruttamento di risorse umane e ambientali). Nelle conclusioni diciamo chiaramente che la cura va de-mercificata come soluzione a una serie di problemi. Non stiamo chiedendo una care economy ma il suo contrario, ovvero una responsabilizzazione dell’istituzione pubblica alla cura, non solo nel senso di servizi per chi ha bisogno di cura ma anche e soprattutto per i care-givers, coloro cioè che la cura la praticano, i lavoratori e le lavoratrici del settore della cura. Per questi motivi, questo non è un report che produrrà facilmente legislazione o che verrà facilmente assorbito, è un report che fa un altro tipo di lavoro, ovvero rendere fruibile non soltanto nei movimenti sociali e nella militanza di base, ma in ambienti che non hanno la stessa dimestichezza con termini anticapitalisti, un linguaggio più radicale e meno normalizzato, che vada al di là di termini come transizione ed economia della cura che poi nascondono sempre un realismo capitalista, ovvero, una impossibilità a costruire un’alternativa a questo sistema. Sono felice che abbiamo portato su un livello insolito, legato al senso comune, questi termini.
E voi come definireste questo vostro modo di procedere, questo vostro metodo?
Gea Piccardi: Il metodo che abbiamo usato, e lo diciamo all’inizio del Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso.
Ci sono prospettive di portare avanti questo lavoro?
Stefania Barca: Sicuramente uno sforzo a medio termine sarà la divulgazione e la discussione, in tavole rotonde, con i e le partecipanti iniziali – e altri nuovi – per capire quale può essere l’utilità per queste organizzazioni di un tale report. Continuare a usarlo anche come strumento più a livello locale per fare la stessa cosa su territori diversi, anche grazie alle traduzioni in varie lingue che stiamo provando a fare (l’originale è in inglese). L’obiettivo non è solo produrre linee guida di policy ma fare un lavoro di tessitura trans-settoriale che tenga insieme queste categorie della cura con quelle del settore industriale, cioè arrivare al cuore del sistema sindacale. Ma per farlo abbiamo bisogno che il report venga prima di tutto riconosciuto e assunto dalle dirigenze sindacali dei settori della cura – nel campo della sanità, dell’istruzione e del social work – di coloro che già hanno partecipato alla rete come singoli, ma non come organizzazioni, e far responsabilizzare i loro vertici.
Note
Barca, S., R. Hiraldo, D. Krause, E.G., Piccardi, D. Stevis, Just Transition and Care Work. An International Inquiry. Geneva: UNRISD, 2025.
Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

