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il secondo senso

  • Immagine del redattore: Arianna Pasquini
    Arianna Pasquini
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min
dossier guerra e capitale

Nevermore, Never again

Sul ritorno a sorpresa del pensiero universale contro il Maccartismo filosemita e l’accelerazionismo techno-ottimista dell’apocalisse


Copertina di Nevermore, never again

Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking

    Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore—

What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore

            Meant in croaking “Nevermore”.

The Raven. Edgar Allan Poe

 

Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegareFantasia e fantasticare e mi chiesi che volessedire mai quell’uccello antico e infausto –Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –Dir volesse nel gracchiare «Mai più».

Traduzione di Francesca Diano

 


Ce lo chiediamo in molti.

E. A. Poe scrisse di questo maledetto corvo che gracchia soltanto «Mai più» per raccontarci cos’è il tormento, la ferita mai del tutto rimarginata che torna a fare male, la dittatura del dolore che vive nel ricordo insopportabile ma instancabile. Il giovane ragazzo protagonista della storia di Poe ha perso il suo grande amore, la giovane Lenore. Il dolore del lutto lo fa impazzire, non può non vivere ma non sa convivere con l’immensa tristezza che lo lascia in bianco tutte le notti. Giunge allora l’infausto volatile a svelargli la cupa soluzione al suo dilemma: «Mai più» senza il ricordo di Lenore, mai più felice, vivo solo nel dolore. L’inevitabilità della memoria del male, in guerra con l’insostenibile leggerezza dell’essere che non lo fa soccombere alla morte.

Se sopravvivo all’incubo allora, sarò per forza portatore sano di incubo?

 

Nie wieder ovvero Never again ovvero un altro «Mai più».

 

Ad agosto del 2025 lo storico palestinese, professore emerito presso la Columbia University con la cattedra di Studi Arabi Moderni, Rashid Khalidi, rassegna le dimissioni dal prestigioso istituto pubblicamente sul «The Guardian»[1]. Dopo l’ondata di proteste che ha riacceso gli atenei da un capo all’altro degli Stati Uniti, dopo gli arresti e le contraddizioni esplose all’interno delle comunità di giovani ebrei americani, anche la Columbia ha deciso di scendere a compromessi e sedare la radicalità, che mal si sposa con i finanziamenti privati alle università, propri del sistema statunitense che vive con il cappio al collo del debito.

Scrive Khalidi nella sua lettera pubblica alla Columbia [traduzione mia dall’inglese]:

 

«Queste decisioni, prese in stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, mi hanno reso impossibile insegnare Storia moderna del Medio Oriente, campo della mia ricerca e del mio insegnamento per oltre 50 anni, di cui 23 alla Columbia. [...] Nello specifico, è impossibile insegnare questo corso (e molti altri) alla luce dell’adozione da parte della Columbia della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La definizione dell’IHRA confonde deliberatamente, mendacemente e disonestamente l’ebraicità con Israele, in modo che qualsiasi critica a Israele, o persino un commento sulle politiche israeliane, diventi una critica agli ebrei in blocco. Citando il suo potenziale effetto dissuasivo, uno dei coautori della definizione dell’IHRA, il professor Kenneth Stern, ne ha ripudiato l’uso attuale. [...] Secondo questa definizione di antisemitismo, che confonde assurdamente la critica a uno Stato-nazione, Israele, e a unideologia politica, il sionismo, con l’antico male dell’odio per gli ebrei, è impossibile, con onestà, insegnare argomenti come la storia della creazione di Israele e la Nakba palestinese in corso, culminata nel genocidio perpetrato da Israele a Gaza con la complicità e il sostegno degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa occidentale».

 

La domanda è: quando è avvenuta questa torsione di significati? Ma soprattutto, è avvenuta a un certo punto o è sempre esistita una sola possibile interpretazione, istituzionalmente imposta, per i concetti di sionismo, antisemitismo e olocausto dalla nascita di Israele nel 1948 a oggi? Cosa comporta materialmente, sulle vite delle persone, lo slittamento da un’interpretazione a un’altra di alcuni eventi storici, di certi libri sacri e di certe ideologie? È mai possibile parlare di teologia, messianismo, destino e Storia senza parlare di povertà, razzismo e colonialismo come motori delle azioni belliche a cui stiamo assistendo? Parliamo allora di interpretazioni.

Il dilemma posto dal Nevermore del corvo di Poe (il giovane che non vuole ricordare ma è costretto anche a ricordare, non lascia andare ma si tormenta, sopravviverà ma non si riprenderà mai più dal peso della memoria) si è “risolto”, nella Germania fuoriuscita dal nazismo, con la formula magica del Never again (Nie wieder). Questa scritta alberga imponente dagli anni Cinquanta del Novecento a oggi, sventolata su bandiere affisse ai tetti, ai balconi e calate dai palazzi istituzionali così come dalle case della gente comune in tutta la Germania. Per i tedeschi moderni assediati dal senso di colpa costituzionalmente sancito per gli orrori del nazismo, significa Mai più. Ma Mai più che cosa? È questa la giusta domanda da porsi. Mai più olocausto? Mai più genocidio degli ebrei? Perché non, piuttosto, mai più genocidio per nessun popolo? Ovviamente la risposta del governo israeliano a questo legittimo dubbio è espressa oggi con chiarezza: mai più contro di noi (ebrei, sionisti, israeliani, figli e nipoti della persecuzione nazista). Tralasciando per il momento il revisionismo storico così deliberatamente attuato dalla governance israeliana sull’olocausto, che ha riguardato, oltre agli ebrei, anche comunisti, cristiani, antifascisti, disabili, omosessuali, Rom e Sinti, qui il corto circuito specifico messo in luce dal modello tedesco rispetto agli avvenimenti del primo Novecento riguarda il ricatto storico interno al paese – istituzionalizzato – del «passato criminale tedesco» e la sua fusionalità con lo Stato di Israele. Mi racconta sempre una cara amica di Amburgo, (nipote di nazista, così come tantissimi tedeschi della mia generazione oggi e tanto quanto gli ebrei israeliani della stessa generazione – nei loro 30-40 anni – sono in media discendenti da un parente perseguitato dal regime hitleriano, dettagli per niente secondari rispetto al rapporto di codipendenza tra i due paesi) che vedendo questo slogan utilizzato oggi come stendardo di guerra per nuovi genocidi, la assale un senso di nausea e di frustrazione dovuta all’impossibilità, nel suo paese, di avere un’opinione a riguardo libera dal senso di colpa incorporato durante la formazione scolastica tedesca e codiretto dalla trasmissione del trauma degli ebrei europei trasferitisi in Israele.

Come scrivono Khalidi, Bifo in Italia (rispondendo al paralogismo di Erri De Luca)[2] e il drammaturgo libanese Wajdi Mouawad nella sua opera Birds of a Kind, recentemente tradotta e portata in Italia, una delle chiavi di interpretazione fondamentali per capire la resistenza di Israele oggi all’includere altri soggetti non ebrei nell’imperativo del Never again, risiede nel colonialismo. Israele è nata dopo la seconda guerra mondiale come “dono” fatto dalla potenza coloniale inglese, che prima occupava quelle terre, verso gli ebrei sopravvissuti al nazismo. Una concessione a tabula rasa, che non prendeva minimamente in considerazione chi abitava quei territori, come solo una potenza coloniale come quella britannica sa fare. Esiste una linea di continuità tra l’atto colonialista fondativo di Israele e i coloni che oggi vogliono occupare non solo Gaza ma, sembrerebbe, tutto il cosiddetto Medio Oriente (dal Libano, alla Siria, all’Iran). Ma pur ignorando che l’aver subìto un genocidio nella storia recente non è una scusa, ma piuttosto un aggravante, per chi oggi, a distanza di meno di un secolo, lo ripropone mettendo una distanza sintetica tra la propria identità religiosa, la propria missione messianica e quella di chi non merita di essere salvato, comunque questa furia vendicativa viene protetta e finanziata ancora dall’Occidente (non più compatto per fortuna), ivi inclusi gli stessi che ne hanno provocato la persecuzione all’origine. Questa folle complicità guerrafondaia e genocidaria è possibile perché l’esistenza della Germania è indissolubilmente legata a quella di Israele, non può esistere la prima senza la seconda.

 

La filosofa femminista americana Nancy Fraser, di famiglia di tradizione mista ebraica e cattolica, che fonde nel suo metodo social theory, esperienza personale ed ecologia critica, in un recente articolo pubblicato sulla «New Left Review» scrive [traduzione mia dall’inglese][3]:

 

«La giustificazione ufficiale verso queste cancellazioni [agite dal popolo tedesco e israeliano nei confronti di altri popoli] risiede nella peculiare versione tedesca della Staatsräson (ragion di Stato), secondo cui gli interessi della nazione sono indissolubilmente legati alla sicurezza nazionale di Israele; indebolire la seconda significa, eo ipso, minare alle fondamenta la prima. Tale condizionalità dovrebbe assolvere la Germania dalla responsabilità per lo sterminio nazista di sei milioni di ebrei, senza tuttavia assumersi alcuna responsabilità per i milioni di altre vittime dei nazisti: comunisti, disabili, omosessuali, polacchi, russi, ucraini, Rom e Sinti. Nei confronti degli ebrei, la posizione tedesca può apparire inizialmente appropriata, se non addirittura ammirevole, soprattutto se confrontata con quella di molti paesi – inclusi Stati Uniti e Giappone – che non si sono assunti mai la responsabilità delle atrocità da essi commesse nello stesso periodo. Tuttavia, la dottrina tedesca deve essere contestata, poiché lega la responsabilità per il genocidio degli ebrei non al dovere di difendere i diritti umani universali, né a specifici obblighi di riparazione verso il popolo ebraico, bensì a un sostegno incondizionato allo Stato di Israele; sostegno che si traduce, a sua volta, nell’avallo di qualsiasi azione israeliana intrapresa in nome della “sicurezza nazionale”: le ondate di pulizia etnica ai danni dei palestinesi dopo la Nakba del 1948; l’occupazione dei territori palestinesi e l’annessione di Gerusalemme Est da parte dell’IDF; la distruzione di case palestinesi, l’incarcerazione, la tortura e l’assassinio di attivisti palestinesi, la promozione degli insediamenti sionisti e l’istigazione alla violenza dei coloni, nonché il ricorso alla fame e ai bombardamenti indiscriminati contro Gaza; azioni che, nel loro insieme, costituiscono una chiara manifestazione di intento genocida».

 

Similmente a come è avvenuto nell’atto fondativo della prima Repubblica italiana fuoriuscita dal secondo dopoguerra e dal regime fascista, il neo Stato italiano ha dovuto barattare la propria libertà ad auto-costituirsi (ottenuta solo grazie al fatto che è esistita una resistenza partigiana interna al paese altrimenti saremmo stati un enclave de facto degli americani, non solo militare ed economica, ma anche politica) con il dictat americano dell’anticomunismo, che ha permesso la sopravvivenza del fascismo lungo i decenni fino a oggi, assumendo una forma democratico-compatibile; e come sempre l’Italia di oggi vive la sclerosi multipla di essere a maggioranza politica di estrema destra con membri di formazione apertamente nazi-fascista che si trovano a rivedere il loro razzismo antisemita sostenendo Israele in chiave anti-islamica, complice degli Stati Uniti; così la Germania attuale si trova a dover fare i conti con la propria identità anti-umanitaria e pro difesa strenua a ogni costo della febbre israeliana di conquista predatoria di tutta la Mezzaluna fertile e oltre.

La filosofa Susan Neiman usa il termine «maccartismo filosemita» per condannare il clima creatosi dagli Usa all’Europa in cui chiunque critichi le politiche dello Stato d’Israele, inclusi gli ebrei critici, viene accusato di antisemitismo o privato della propria voce pubblica, sottolineando, come dice Fraser, «la dubbia relazione tra l’attuale “amore per gli ebrei” e le tattiche politiche analoghe a quelle dell’anticomunismo statunitense della Guerra Fredda: liste di proscrizione, giuramenti di lealtà, l’obbligo di fare i nomi di altri esponenti della sinistra davanti a una commissione parlamentare. Come Neiman giustamente osserva, l’amore in questione è oggettivante, solipsistico, intriso di stereotipi e condizionato da concezioni tedesche su cosa sia un ebreo e su come debba essere; non un’apertura verso l’altro, bensì una sua preclusione. Inoltre, un affetto falso ed esagerato per un gruppo di semiti — “gli ebrei” — viene strumentalizzato per giustificare l’oppressione carica d’odio di un altro gruppo: i palestinesi. Le minacce agli ebrei vengono grossolanamente ingigantite, se non addirittura inventate. La sofferenza palestinese viene cancellata, resa invisibile, annullata».

 

«Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazione” sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali».

 

Così scrive invece l’attuale Papa Leone IVX nella sua prima Lettera enciclica, Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

 

Fa una certa impressione, a una non battezzata come me, priva di un’educazione religiosa appresa nell’infanzia e senza alcun sacramento, che non ha condiviso liturgie e culti, nata però e cresciuta intrisa di cultura cattolica assorbita per osmosi in quanto figlia di un paese cognitivamente cattolico (con questo voglio dire che è cattolico anche senza la simbologia del cattolicesimo: la mia facilità nel provare senso di colpa, ad esempio, sopravvive all’assenza del culto della religione nella mia vita); è impressionante dunque per una come me che l’Enciclica del Papa oggi difenda l’uomo di fronte a Dio mentre l’accelerazionismo di estrema destra di matrice statunitense deifica la macchina e prevede la precipitazione nel nuovo stadio del capitalismo attraverso la cessione della biologia umana alla robotica. Rifletto su come per i secoli dei secoli la Chiesa cattolica e le sue istituzioni –sia come corona sia come Stato Vaticano – abbiano astratto il potere per esercitarlo sulle coscienze dei suoi sudditi e dei credenti attraverso un simbolismo in grado di giustificare orrende ingiustizie e ignobili sopraffazioni, e come oggi si trovi a combattere una nuova minaccia reale, quella della negazione dell’umano in nome di una trascendenza di tipo ufficialmente secolare – anche se poi trova le sue giustificazioni e i suoi punti di contatto nelle nuove spiritualità evangeliche –. In altre parole osservo con enorme apprensione lo scontro tra due idee di umano entrambe piene di contraddizioni schizofreniche tipiche dei tempi che stiamo vivendo (a cui i tempi pazzi che stiamo vivendo ci stanno ormai abituando). Entrambe strizzano l’occhio a tendenze politiche contrapposte: una al pensiero turbocapitalista evangelico dei fascisti dell’apocalisse e dei loro messia (che trova nel sionismo cristiano il suo culmine distopico) e una a un rinnovato cattocomunismo che si vergogna ad autodefinirsi tale ma che si ritrova a giocare quel ruolo storico spinta all’angolo dalla minaccia delle nuove guerre e delle nuove tecnologie (che sono in parte la stessa cosa).

 

L’idea di universalità rientra così dalla finestra della storia con un gran colpo di scena, in chiave anti guerrafondaia e anti razzista, per voce di papi e di autrici femministe di formazione lontana dal determinismo dell’universalità, per rimettere ordine nel caos crudele del cyber delirio evangelico-turbocapitalista e del maccartismo filosemita a esso affine.

 

Note

3 Nancy Fraser, ‘Gaza as World Event’, NLR 158, March–April 2026

 

Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

 


 

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