il secondo senso
- Arianna Pasquini

- 14 minuti fa
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Forze di Riproduzione. Recensione dell’edizione italiana del libro di Stefania Barca

La recensione analizza il libro Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista di Stefania Barca, che propone una critica alla narrazione dominante dell’Antropocene. L’autrice sostiene che la crisi ecologica non sia responsabilità indistinta dell’umanità, ma il risultato storico di capitalismo, patriarcato, razzismo e sfruttamento della natura. Barca introduce il concetto di forze di riproduzione, cioè l’insieme di attività di cura, sussistenza e rigenerazione della vita – umane e non umane – rese invisibili dalla logica produttivista. Attraverso una prospettiva ecofemminista materialista, il libro mette in luce il ruolo di genere, classe, razza e specie nella divisione del lavoro e nelle ingiustizie ecologiche. L’opera propone infine di valorizzare queste pratiche di cura come base per una trasformazione politica ed ecologica della società.
Nella cassa di risonanza del mondo vibra una pesante corda, carica di orizzonti mortiferi. E non si tratta della morte che tocca a ogni vivente, umano incluso, per imprescindibile dovere ciclico del compiersi della natura di tutte le cose. Si tratta di una vibrazione meno generale e decisamente meno armonica, dal carattere meno deterministico, che ha proprio a che fare con il qui e ora, e la storia di come ci siamo arrivati. E nonostante l’era del disastro ecologico funzioni come una livella, che prima o poi, indirettamente o direttamente, colpisce tutti gli abitanti del pianeta, questa non distribuisce equamente il suo effetto e non colpisce tutti allo stesso modo. Perché il groviglio di crisi che ci ammatassa oggi non è figlio di un inevitabile destino, di fronte al quale attendere passivamente, ma piuttosto ci racconta una storia piena di responsabilità, debiti, cause e concause, ingiustizie ma soprattutto di soggetti umani e non umani, di un racconto monolitico della Storia da un lato e delle tante storie degli invisibili che lo mettono in discussione dall’altro.
Ed è proprio a partire da qui che Stefania Barca ci aiuta a mettere ordine, con l’ultima edizione italiana di un libro che ha già avuto una eco fondamentale per il pensiero femminista ed ecologico contemporaneo, nella sua versione in inglese del 2020, Forces of Reproduction1. In questa versione del 2024, completamente rivista e ampliata, pubblicata da Edizioni Ambiente con il titolo Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista, l’autrice interviene definendo i contorni del disastro cosiddetto Antropocene. E spiega perché non ci sarà avanzamento geologico, sociale né tantomeno politico, se questa Antropocene non viene smembrata e analizzata al cuore, dove risiedono le cause storiche della sua attuale forma deteriorante. E al cuore, ascoltando in profondità, non si può spiegare l’origine di questo mutamento epocale senza spiegare l’origine delle disuguaglianze che ne portano il nome e il cognome, dunque del patriarcato, del razzismo e del disprezzo per la natura, concepita come mero paniere di risorse per l’accumulazione infinita di denaro e potere.
«Disfare la narrazione dell’Antropocene costituisce la base di un progetto di giustizia narrativa, e cioè del raccontare storie dell’abitare umano sulla Terra diverse dalle storie del padrone. Abbiamo bisogno di giustizia narrativa per rendere visibili le vite sacrificate».
Il lavoro promosso da Barca per scavare al cuore del mostro e riemergere, ha il merito impagabile di aver portato alla luce, in questo movimento esplorativo, tutti quei soggetti oscurati dalla storia che però ne hanno permesso il suo dispiegarsi, così come il prosperare dell’umano nell’ambiente attraverso la sostenibilità del proprio lavoro invisibile e delle proprie attività sommerse. Questo universo di attività umane e non umane è qui definito riproduttivo, in quanto fuori dalla cornice produttiva in senso capitalistico, dunque senza valore calcolabile o visibile dal punto di vista neoliberista. Le persone che nella storia hanno svolto tali opere, vengono definite da Barca come le Forze di Riproduzione.
«Il mio modo d’intendere la giustizia narrativa è coerente con l’invito di altri studiosi di scienze umane dell’ambiente a pensare il concetto di Antropocene attraverso “l’osceno”, a partire, cioè, dai soggetti rimossi dalla rappresentazione ufficiale, e tuttavia capaci di ripoliticizzarla sia con la lotta sia con pratiche di vita alternative».
Similmente ai soggetti umani, fanno parte di queste Forze anche i cicli naturali il cui potere rigenerativo permette il prosperare della vita. E ancora, il rapporto, ovvero il lavoro metabolico, compiuto da questi entrando in relazione, descrive ancora meglio le Forze di riproduzione come le intende Barca.
«Seguendo Plumwood2, la mia definizione di essere interspecie non nega o annulla la differenza, ma la ridefinisce in una relazione dialettica non gerarchica, realizzata attraverso un processo lavorativo e politico più-che-umano; questa formulazione prova cioè a dare conto della co-costituzione e interdipendenza degli esseri umani (come individui, come collettività e come specie) con altre forme di vita».
Questi «osceni» fantasmi sono quelli che Ariel Salleh3 definisce classe meta-industriale e quelle cha Stefania Barca definisce appunto Forze di Riproduzione, di cui l’autrice parla nel dettaglio nell’introduzione e nella prima sezione del libro. Ma chi sono? Cosa fanno? Perché sono invisibili? Quello che l’autrice definisce, riadattando il concetto di Mark Fisher4, «realismo eco-capitalista dell’Antropocene», non permette di vederli. Ma sono tutti coloro che prendendosi cura dell’altro (nella famiglia, nella comunità, nel territorio, nella società, nel collettivo) ne garantiscono il perdurare in vita. Questo insieme di attività indispensabili vanno dal cucinare, al coltivare, allo svolgere lavoro cosiddetto casalingo, al prendersi la responsabilità intergenerazionale della trasmissione dei saperi e comunitaria dei legami interni a un gruppo per la sua sopravvivenza. Non potrebbe esistere lavoro produttivo senza questo lavoro spesso sottopagato, svolto da migranti e da chi sta più in basso nella catena globale della cura o non riconosciuto affatto come lavoro, perché cassato come naturale ruolo di qualcuno o della natura stessa. Ed è proprio il brutto vizio di categorizzare qualcosa o qualcuno come «naturale» che ne ha giustificato per lunghi secoli lo sfruttamento e l’estrazione di valore gratuito e ingiustificato.
Questa postura inclinata verso il punto di vista della classe fantasmica degli osceni è definita dall’autrice ecofemminismo materialista.
«Parlare di lavoro riproduttivo e del suo potenziale ecologico non è più essenzialista che parlare del lavoro industriale e del suo potenziale rivoluzionario: piuttosto, significa riconoscere le condizioni storicamente determinate in cui si trova la maggior parte delle donne all’interno della divisione globale del lavoro, comprendere i modi specifici in cui lavoro e genere sono stati combinati nella modernità capitalista, e rifiutare l’idea, profondamente radicata, per cui il lavoro domestico e quello di sussistenza siano passivi e improduttivi.
L’ecofemminismo materialista, inoltre, riconosce che il lavoro di sussistenza è realizzato soprattutto dalle donne per ragioni storiche e sociali, non biologiche, e che gli uomini in comunità indigene e contadine, o anche urbane, sono coinvolti in vario modo nello svolgimento del lavoro riproduttivo, di cura e di sussistenza».
Tutta la seconda parte del libro, «Disfare l’Antropocene», è dedicata a fare a pezzi e ricostruire la narrativa fomentata dall’Antropocene, tale per cui la responsabilità del cosiddetto climate change, sarebbe da considerarsi equamente spalmata sull’Uomo tutto come specie, omogeneo portatore della colpa modernista di aver ignorato i limiti biofisici del pianeta che abita a causa della smania di crescita esponenziale del proprio capitale e della spinta industriale che ha sostenuto questa smania. E invece no, ci dice l’autrice. C’è una precisa divisione del lavoro, un’organizzazione sociale e una cultura dell’odio di cui hanno beneficiato alcuni in maniera esorbitante mangiando sulle spalle di tantissimi altri che hanno dovuto imparare a vivere creativamente degli scarti della modernità che gli erano stati lasciati, spesso tossici e malsani.
Quindi nelle quattro sezioni «Razza/colonialità, Sesso/genere, Classe e Specie», Barca ci illustra nel dettaglio tutti i falsi storici del determinismo dell’Antropocene e ne ripercorre l’origine e la storia accompagnandosi lungo il percorso ad autori (ma soprattutto autrici) che ne hanno sbugiardato la retorica sporca di sangue. E contrapponendovi gli esempi di chi invece ha rappresentato con i propri sforzi le possibilità dell’invisibile, il suo latente potere, quello specifico di chi può realmente essere contro-egemonico in quanto sputato fuori dalla macchina onnivora del valore capitalistico, e dunque, in quanto messo ai margini, anche capace di pensare e agire al di fuori di quella logica o direttamente contro di essa.
Nella sezione che riguarda la classe, ovvero come «“vivere con il problema” della contraddizione tra produzione e riproduzione è ciò che caratterizza la quotidianità delle comunità operaie», Barca regala un racconto di questa contraddizione produttivo-improduttivo narrato direttamente attraverso le parole degli operai e delle loro poesie, utilizzando un metodo di eco-critica, meta-letterario, che funziona come un vero strumento interdisciplinare applicato all’esperienza diretta dello sviluppo delle ecologie operaie.
Alla fine del libro, altri quattro scritti dell’autrice - Raccontare la storia giusta. Violenza ambientale e narrazioni liberatorie; La dimensione politica della storia ambientale; Crisi ecologica, coronavirus e cura; Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione ecologica, e come possiamo realizzarla - impreziosiscono l’opera restituendo un approfondimento sull’applicazione concreta di quanto detto nel libro, in contesti contemporanei. Di particolare interesse risulta, soprattutto a distanza di qualche anno, la riflessione contenuta nell’Epilogo e in «Crisi ecologica, coronavirus e cura», che mette in luce chiaramente quanto in situazioni di crisi, come quella pandemica così come in contesti di guerra, l’erosione dei diritti minimi di cura, chi li esercita e chi li garantisce, denuda il re, facendo esplodere una bolla che a catena ha effetti su tutta la società e sulla biosfera. Perché tali importantissime attività riproduttive e rigenerative e chi le compie, sono il tessuto connettivo della civiltà ma anche il primo bersaglio di quando il desiderio latente e libidinoso di morte di alcuni riduce l’empatia collettiva ai minimi termini.
«L’obiettivo finale è l’abolizione dell’eteropatriarcato e quindi la liberazione dai ruoli di genere, in particolare quelli dell’uomo produttore di valore che distrugge la natura e della donna generatrice di vita che difende la natura. Le ecofemministe ritengono che questo processo di liberazione sia necessario per combattere la divisione razziale e coloniale del lavoro, le diseguaglianze di classe e lo specismo, cioè gli altri strumenti attraverso cui il capitale svaluta il lavoro, anteponendo il profitto alla difesa della vita. La colonialità, il genere, la classe e la specie sono tutti elementi fondamentali dell’Antropocene e le lotte per disfare ognuno di essi si intersecano e non possono essere separate. Insieme, costituiscono l’essenza del “cambio di sistema” rivendicato dai movimenti per la giustizia climatica».
1 La prima edizione in inglese: S. Barca, Forces of Reproduction: Notes for a Counter-Hegemonic Anthropocene, Cambridge University Press, Cambridge, 2020. L’edizione italiana qui recensita: S. Barca, Forzedi riproduzione Per una ecologia politica femminista, Edizioni Ambiente, Milano, 2024.
2 V. Plumwood, Feminism and the mastery of nature, Routledge, Londra, 1993.
3 A. Salleh, Ecofeminism as politics: nature, Marx and the postmodern, Zed Books, Londra, 1997.
4 M. Fisher, Realismo capitalista, Nero Editions, Roma, 2018.

