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- Michael Hesse

- 8 ore fa
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La guerra contro l’Iran e le sue conseguenze. Intervista a Wolfgang Streeck

L’attuale guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran dimostra inequivocabilmente che le potenze europee vassalle e le loro classi dirigenti negligenti e indolenti non possiedono la minima capacità di analisi e di elaborazione teorica su ciò che comporta la disintegrazione dell’attuale sistema di potere. E soprattutto la loro incapacità di delineare uno scenario alternativo al caos imposto all’umanità intera da tale volatilizzazione dell’ordine globale e dalla crisi del capitalismo storico.
Questo testo è stato originariamente pubblicato sulla «Frankfurter Rundschau» lo scorso 27 marzo ed è qui riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’autore.
I mercati finanziari sono in piena agitazione e cresce la preoccupazione nelle economie nazionali di fronte alla guerra lanciata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Questo ti ricorda gli anni ’70 e la crisi del prezzo del petrolio di quel periodo?
Non molto, a dire il vero. Allora la situazione era ancora relativamente gestibile, perché in fin dei conti, si trattava di un cartello di produttori con sede principalmente in Medio Oriente. Oggi, grazie al fracking, gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico e possono permettersi qualsiasi tipo di follia, compresa la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche non solo dell’Iran, ma di tutti gli Stati del Golfo e, come bonus aggiuntivo, l’annientamento della società iraniana nel suo complesso.
A quell’epoca, al contrario, Nixon e Kissinger preparavano un riavvicinamento alla Cina, mentre in Germania il governo social-liberale di Brandt/Scheel attuava dal 1969 una nuova politica di distensione, che portò alla fine del blocco dell’Est due decenni più tardi.
La guerra contro l’Iran potrebbe finire per essere il più grande errore della presidenza Trump? È evidente che ha sottovalutato il potenziale di escalation di questa guerra.
Lo fanno tutti, almeno gli americani; non c’è bisogno di Trump per questo. Guardate Biden in Ucraina; ma anche gli europei commettono lo stesso errore e così nel 2022 si sono lasciati convincere dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che la guerra in Ucraina sarebbe finita nel giro di pochi mesi (i russi, tra l’altro, la pensavano in modo simile). Oggi l’Unione Europea ha preso il posto degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e insiste che debba continuare nonostante gli americani abbiano perso ogni interesse e i russi, in generale, abbiano già vinto la guerra. Perché? Presumibilmente perché non vogliono ammettere di aver «sottovalutato il potenziale di una sua escalation», come dici tu, o perché sperano di ottenere benefici tecnologici ed economici, nonché una maggiore coesione interna da una guerra che altri stanno combattendo per conto loro. Questo non funzionerà, ma la speranza muore più tardi degli ucraini, i quali, secondo von der Leyen, stanno «morendo per i nostri valori».
C’è chi sospetta che Trump potrebbe utilizzare la guerra per manipolare in qualche modo le elezioni di medio termine che si terranno il prossimo novembre. Potrebbero averlo incoraggiato a entrare in guerra considerazioni politiche interne?
È possibile: le guerre si combattono anche per consolidare la propria fazione e neutralizzare l’opposizione bollandola come traditrice. Ma la guerra contro l’Iran non è popolare negli Stati Uniti, dove l’ipotesi prevalente è che Israele e la lobby israeliana abbiano convinto Trump a entrare in guerra con la promessa che la questione iraniana si sarebbe risolta in pochi giorni. Non sappiamo, ovviamente, quale materiale compromettente Netanyahu possa avere contro Trump. C’è qualcosa che va sicuramente tenuta in considerazione, qualcosa che spesso viene trascurata in Germania: che gli Stati Uniti sono, in linea di principio, imbattibili nel proprio continente, situati tra due oceani e con solo due Stati confinanti, uno a nord e uno a sud, entrambi sotto il loro totale controllo. Motivo per cui possono permettersi qualsiasi cosa in materia di politica estera o dal punto di vista militare, qualsiasi assurdità, come la guerra del Vietnam o l’invasione dell’Iraq: iniziative completamente inutili, messe in atto semplicemente perché sì; e se le cose vanno male, se ne tornano semplicemente a casa, dove nemmeno il vincitore più vittorioso può seguirli. Questo spiega anche perché gli Stati Uniti mantengano abitualmente vecchie ostilità verso Stati che in qualche modo si sono mostrati recalcitranti – Cuba, Iran, Afghanistan – per decenni. Per quante volte falliscano le loro crociate, non hanno niente da ricostruire, niente per cui fare ammenda, niente da imparare. A gennaio Trump ha chiesto l’aumento del bilancio della difesa per il 2027 fino a 1,5 trilioni di dollari, il che comporta un incremento di oltre il 50% rispetto al 2026, raggiungendo così il bilancio militare più alto della storia dell’umanità (900 miliardi di dollari). Immagino che sia così che intende evitare che i vertici militari gli chiedano perché dovrebbero bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra: quel paese non ha fatto nulla agli Stati Uniti e non potrebbe mai farlo.
Molti sospettano che ci siano motivi personali dietro la decisione di Netanyahu di entrare in guerra; più precisamente, che stia cercando di salvarsi dalle accuse di corruzione attraverso guerre continue.
O per assicurarsi la rielezione. Sì, è possibile. D’altra parte, non bisogna sopravvalutare l’elemento personale. La distruzione dell’Iran è un’ambizione israeliana a lungo accarezzata e ampiamente condivisa. Israele vuole continuare a essere l’unica potenza nucleare in «Asia occidentale» (come la chiamano gli iraniani). Se gli Stati Uniti dovessero mai abbandonare la loro alleanza con Israele, quest’ultimo non esiterebbe, se le cose si mettessero male, a usare le sue armi nucleari. A cos’altro servirebbe tutto il denaro investito in esse? (Anche tenendo conto che i sottomarini equipaggiati con sistemi di lancio nucleare sono un regalo della Repubblica Federale di Germania.) Non posso escludere che Trump stia partecipando all’attacco contro l’Iran perché i suoi servizi segreti o lo stesso Netanyahu lo abbiano informato che Israele non esiterebbe, in caso di emergenza, a dispiegare i propri missili, bombardieri e navi con armamenti nucleari.
Il discorso si sta facendo ora molto speculativo. È fondamentalmente Putin a minacciare l’uso di armi nucleari nella guerra in Ucraina, non Israele. Perché Israele si esporrebbe a una pericolosa logica di escalation nucleare?
È strategicamente sensato essere preparati a tutto, quando è in gioco la propria esistenza. A differenza della Russia e delle altre potenze nucleari, Israele non ha nessuna dottrina nucleare, ma chiunque ne capisca della materia sa che proprio questa è la sua dottrina nucleare.
Ancora una volta, l’Unione Europea dà un’immagine di debolezza, se ci si fosse aspettata una maggiore resistenza di fronte a Trump. Solo il presidente del governo spagnolo parla con chiarezza. Perché l’UE è così debole nei momenti cruciali?
L’UE non è uno Stato e non lo sarà mai. Né in questo caso ha importanza, perché nessuno le presta la minima attenzione. Per quanto riguarda i suoi Stati membri, le loro premesse differiscono radicalmente. La Francia mantiene stretti legami con il Libano e, tradizionalmente, si sopravvaluta come sua protettrice. La Spagna ha legami di lunga data, soprattutto culturali, con il mondo musulmano. La Germania ha una ben nota relazione speciale con Israele e difende un «diritto all’esistenza» per Israele, la cui definizione è lasciata alla discrezione di quest’ultimo, sia in termini di estensione territoriale che di assetto interno dello Stato israeliano. Prima di ricorrere alle armi nucleari, Israele chiederebbe senza dubbio alla Germania, in nome della «ragione di Stato» tedesca, un sostegno militare; nessun altro Stato membro dell’UE, salvo forse i Paesi Bassi, sarebbe disposto a farlo.
Non posso essere d’accordo con te quando dici che Israele ricorrerebbe alle armi nucleari. Israele si comporta con la stessa razionalità delle altre potenze nucleari.
Ciò significa che si riserva il diritto, proprio come le altre potenze nucleari, di utilizzare le proprie armi nucleari, se fosse necessario. Per quale altro motivo le avrebbe?
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dapprima espresso la sua comprensione per l’attacco, per poi affermare che non era «la nostra guerra». Sta seguendo le orme di uno dei suoi predecessori, Gerhard Schröder?
Dipende da come si interpretino quelle orme. Schröder si rifiutò, insieme a Chirac, di unirsi a Bush II nell’invasione dell’Iraq. In generale, tuttavia, lui – e la Repubblica Federale sotto la sua guida e quella di Fischer – hanno fornito ogni tipo di sostegno agli Stati Uniti, specialmente nella cosiddetta «guerra al terrorismo», quando Steinmeier, in qualità di capo della Cancelleria federale, dovette approvare l’uso della base aerea di Ramstein, se non ricordo male, per ogni singolo volo statunitense, compresi quelli utilizzati per trasferire i prigionieri al centro di detenzione di Guantánamo. Anche la Merkel, a volte con Sarkozy, a volte con Hollande, ha cercato ripetutamente di tenersi in disparte da singole operazioni statunitensi, come in Siria e in Ucraina (Minsk I, Minsk II, insieme al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier).
Ci sono altri esempi?
Vale anche la pena ricordare Guido Westerwelle, che, in qualità di ministro degli Esteri tedesco, nel 2011 si astenne in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu al momento di approvare il disastroso intervento americano in Libia. In Germania, nell’ambito della Nato, sono di stanza 40.000 soldati statunitensi, insieme a numerosi bombardieri dotati di capacità nucleare e alle relative armi nucleari, e a Wiesbaden si trova il centro di comando delle forze statunitensi per tutte le operazioni in Medio Oriente, compreso l’attuale bombardamento dell’Iran. Nessuna parola di obiezione da parte di Merz; in termini generali, quindi, l’attuale cancelliere tedesco sta seguendo le orme di Schröder – e della Merkel –, ma gli storici del futuro dovranno determinare esattamente in che modo lo stia facendo.
Merz non dovrebbe opporsi a Trump e Netanyahu con maggiore fermezza? Dopotutto, gli esperti temono la peggiore crisi energetica di tutti i tempi.
Dovrebbe opporsi, sì, dovrebbe farlo senza alcun dubbio. Soprattutto perché non si tratta più soltanto di una crisi energetica, per quanto possano dire gli «esperti». Stiamo parlando di una conflagrazione globale; si è tentati di dire che, se necessario, alla fine compreremo semplicemente quel petrolio dai russi. Possiamo solo speculare su ciò che Trump e Netanyahu faranno dopo. Quello che sappiamo è che, qualunque cosa decidano, non daranno ascolto a un cancelliere tedesco, perché è certo che, alla fine, questi starà al loro gioco, qualunque cosa accada.
Il mondo è in guerra, anche se non ci sono blocchi opposti che si affrontano, come accadeva nelle due guerre mondiali. Si tratta già della Terza guerra mondiale?
Tutte le guerre sono diverse. Nella Prima guerra mondiale crollarono gli imperi; nella Seconda guerra mondiale si trattava di sconfiggere due grandi potenze regionali, la Germania e il Giappone, che volevano soggiogare le rispettive «sfere d’influenza». Il risultato fu un mondo diviso con due potenze vittoriose, gli Stati Uniti e l’Urss, ciascuna dotata del proprio impero: una in espansione, l’altra limitata da sé stessa e dalla politica di «containment» portata avanti dalla rivale, fino a che non si dissolse in modo sorprendentemente pacifico alla fine del XX secolo. Seguirono più di tre decenni di un ordine mondiale unipolare in cui non passava un solo giorno senza che la potenza egemonica combattesse una guerra o l’altra in qualche parte del mondo. E questo si chiamava «stabilità». Oggi assistiamo alla disintegrazione di quella superpotenza, che non riesce a decidere tra se ritirarsi o resistere, mostrando una marcata tendenza verso quest’ultima opzione.
Come sarebbe una Terza guerra mondiale in queste circostanze?
Gli Stati Uniti potrebbero attaccare molto presto la Cina nel tentativo di fermare la sua ascesa, fino a quel momento inarrestabile. (Secondo l’attuale dottrina di sicurezza americana, non deve esserci alcuna potenza sulla Terra pari agli Stati Uniti.) A tal fine, tra le altre cose, eserciterebbe pressioni sulla Russia dall’Europa occidentale – o farebbe in modo che la Nato le esercitasse – in primo luogo per impedirle di aiutare la Cina e, in secondo luogo, per costringere la Cina a dirottare risorse per sostenere la Russia. Il Giappone e l’Europa della Nato, in particolare la Germania, sarebbero indotti a schierarsi con gli Stati Uniti. Israele coglierebbe l’occasione per distruggere irrimediabilmente gli Stati e i popoli che lo circondano; anche adesso, la guerra con l’Iran non sarà mai abbastanza lunga per Israele, perché alla sua ombra possono continuare, senza che vengano notate, l’annessione totale e la pulizia etnica di Gaza, della Cisgiordania e del sud del Libano. Tutto il resto si trova, per dirla con Clausewitz, avvolto nella nebbia di questo campo di battaglia che si espande inesorabile davanti ai nostri occhi.
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Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995.
● Traduzione di Mauro Trotta

