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  • Immagine del redattore: Kyle Shybunko
    Kyle Shybunko
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Dopo Orbán


Cinzia Farina
Cinzia Farina

L’establishment e le élite europee hanno manifestato la loro gioia per la vittoria di Péter Magyar e per la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi dello scorso aprile, celebrando il fatto che il modello autoritario e la democrazia illiberale siano stati sconfitti, rafforzando il percorso democratico dell’Unione Europea. Da un lato, però, Orbàn, nonostante la pesante sconfitta elettorale, continua a mantenere posizioni di potere all’interno della società e dell’economia ungherese. Dall’altro Magyar, pur avendo sfruttato le proteste e le agitazioni portate avanti dai movimenti progressisti e dalla classe operaia ungherese, non si è mai riconosciuto in tali forze, adottando nei loro confronti un atteggiamento quanto meno ambiguo. Per di più il nuovo primo ministro si troverà a governare uno dei paesi più poveri d’Europa in un contesto a dir poco turbolento.

Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños.


La schiacciante vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi del mese scorso è stata salutata dai media occidentali come un rifiuto decisivo della «democrazia illiberale», con ripercussioni sui movimenti populisti-nazionalisti e sugli aspiranti autocrati di tutto il mondo. L’entità del rifiuto manifestato dall’elettorato nei confronti della candidatura di Viktor Orbán, che aspirava a un quinto mandato consecutivo dopo sedici anni al potere, è stata senza dubbio netta. L’affluenza ha raggiunto l’80%, una cifra senza precedenti, mentre il sostegno a Fidesz-Unione Civica Ungherese di Orbán è sceso da 3,1 a 2,5 milioni di voti. Il partito di centro-destra di Magyar, Tisza-Partito del Rispetto e della Libertà, ha aumentato i propri voti praticamente in tutti i collegi elettorali del Paese. L’atmosfera a Budapest era di giubilo, con Orbán che ha perso sia nei quartieri dell’alta borghesia sulle colline di Buda sia tra gli elettori privi di istruzione superiore della periferia di Pest. Magyar ha superato Orbán anche nelle città di provincia, dove le famiglie conservatrici e cattoliche della classe media costituivano un tempo una base di sostegno cruciale per Fidesz. Anche nei paesi con meno di 5.000 abitanti, dove le strategie di propaganda, compravendita di voti e intimidazione degli elettori utilizzate da Orbán sono sempre state storicamente più efficaci, i voti dell’opposizione sono aumentati considerevolmente.

 

La quota di Fidesz nell’Assemblea Nazionale, la camera uninominale ungherese di 199 seggi, si è più che dimezzata, passando da 135 a 52, e lo stesso Orbán ha annunciato che non avrebbe occupato il seggio conquistato. Il 53% dei voti di Tisza, d’altro canto, si è tradotto in una solida maggioranza di 141 deputati. A cosa è dovuta la spettacolare sconfitta del capo di Stato più longevo d’Ungheria? Magyar era un avversario ben posizionato. Figlio di una famiglia influente di giudici e politici, ex membro di spicco di Fidesz, ha abbandonato il partito nel 2024 a seguito di un grave scandalo di abusi in un orfanotrofio statale; la controversa grazia concessa ad alcuni dei soggetti coinvolti ha visto implicata la sua ex moglie, ministro della giustizia di Orbán, che si è dimessa. Abile utilizzatore dei social media – dove schiva gli attacchi con i meme e condivide le sue routine di fitness – il telegenico candidato di 45 anni ha condotto la sua campagna elettorale presentandosi come un onesto cristiano-democratico e conservatore. Magyar ha trasformato la questione della «democrazia» in un tema sostanziale concentrandosi sul degrado dei sistemi sanitario e scolastico e sostenendo che le ossessioni della guerra culturale contro l’«ideologia di genere» e le ONG liberali hanno distratto Orbán dal buon governo. Ha anche condotto una campagna instancabile contro la corruzione e il clientelismo di Orbán e dei suoi collaboratori, che, oltre alla diretta appropriazione indebita e alla cattiva gestione del denaro pubblico, hanno fornito alla Commissione europea i presupposti per negare all’Ungheria l’accesso a miliardi di euro di fondi UE di cui aveva un disperato bisogno.

Orbán, al contrario, ha promesso di ripristinare le importazioni di combustibili fossili russi e ha condotto la campagna elettorale come il candidato della «pace», che lotta per l’interesse nazionale dell’Ungheria contro i guerrafondai di Bruxelles.

Ha ribadito la sua costante opposizione ai finanziamenti e ai trasferimenti di armi dell’UE all’Ucraina, nonché il suo sostegno a una rapida conclusione della guerra con concessioni territoriali da parte di Kiev (a marzo ha posto il veto su un pacchetto di aiuti dell’UE all’Ucraina del valore di 90 miliardi di euro, ora revocato da Magyar). Tuttavia, gli spot elettorali che denunciavano la morte di giovani ungheresi nel Donbass non hanno sortito alcun effetto. La candidatura di «pace» di Orbán è stata inoltre minata dal suo fedele sostegno al genocidio israeliano a Gaza e, più recentemente, dal sostegno alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

 

Sebbene avesse promesso di ridurre il costo della vita, il suo operato al potere ha giocato contro di lui. Il blocco dei fondi UE ha senza dubbio ridotto il margine della manovra fiscale di Orbán ed è diventato un elemento chiave della campagna di Magyar. Ma i commentatori occidentali hanno tendenzialmente sopravvalutato questa questione a scapito dei cambiamenti economici più profondi subiti dall’economia ungherese. Come ha sottolineato David Broder, mentre «molte analisi si concentrano sul controllo autoritario del potere da parte di Orbán» – le sue riforme costituzionali, il controllo del potere giudiziario e la sua influenza sui media e su altre istituzioni – «il fatto che sia stato ora sconfitto alle urne ci indica che si era affidato a un tipo di sostegno più organico che si è esaurito». Salito al potere dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, Orbán ha promesso «sovranità», un mantra che ha continuato a ripetere senza sosta. Tuttavia, per quanto riguarda la sua politica economica, Orbán ha attuato in pratica un regime di sviluppo trainato dalle esportazioni e alimentato dall’attrazione di investimenti stranieri, svolgendo, di fatto, il ruolo di supporto, come un concierge, per aziende che andavano dalla tedesca VW alla sudcoreana Samsung e alla cinese BYD. Magyar ha vinto in ultima analisi, perché Orbán ha perso il controllo della coalizione nazionale necessaria a sostenere questo modello.

 

Il primo decennio di Orbán al potere è stato caratterizzato dal sostegno all’industrializzazione trainata dall’integrazione nelle catene di approvvigionamento tedesche, mentre gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una politica di quello che i sociologi Agnes Gagyi e Tamás Gerocs definiscono «polialineamento»: consolidare il ruolo dell’Ungheria nelle catene di approvvigionamento delle case automobilistiche, affermandosi al contempo nell’economia dei veicoli elettrici e cercando di mantenere l’accesso all'energia russa a basso costo. Orbán può vantarsi del fatto che l’Ungheria sia diventata un centro nevralgico della produzione di batterie in Europa; sia i produttori cinesi che quelli sudcoreani hanno effettuato investimenti storici nel Paese. Tra il 2014 e il 2024 l’Ungheria ha ricevuto 18 miliardi di dollari per investimenti legati ai veicoli elettrici da parte di aziende cinesi, cifra superata solo dall’Indonesia. Supponendo che gli impegni di Westinghouse e Boeing non vengano disattesi sotto la pressione dell’amministrazione Trump, l’ultimo mandato di Orbán potrebbe anche essere ricordato per la rinascita degli investimenti statunitensi in Ungheria.

 

Questa strategia non si è tradotta, tuttavia, in una prosperità generalizzata. Sono state accumulate fortune, specialmente nei settori dell’edilizia e dei servizi. Ma l’Ungheria di oggi non assomiglia affatto al leggendario Mittelstand, il tessuto di piccole e medie imprese della Svizzera o della Baviera, la cui immagine gli ideologi di Fidesz un tempo sventolavano davanti agli occhi degli elettori. Lo sforzo di attrarre investimenti stranieri ha significato una legislazione pubblica favorevole ai datori di lavoro grazie all’indebolimento dei diritti sindacali, al taglio delle indennità di disoccupazione e all’aumento degli straordinari, il che nel complesso ha contribuito a creare una forza lavoro sottopagata e sfruttabile, che risulta attraente per le multinazionali. Le contraddizioni interne di questo modello – privare di risorse i sistemi sanitari pubblici e l’istruzione nonostante la richiesta da parte degli investitori di una forza lavoro sana e qualificata – hanno portato a una situazione in cui i bambini e le bambine ungheresi soffrono in case famiglia dove subiscono abusi e in scuole fatiscenti, mentre le aziende internazionali procurano visti di lavoro restrittivi ai lavoratori provenienti dall'Ucraina e dal Vietnam.

 

Gli ultimi quattro anni di alta inflazione hanno visto il tenore di vita in Ungheria scendere tra i più bassi dell’UE, con un forte aumento dei prezzi che ha colpito la popolazione rurale povera – un tempo base elettorale di Orbán – ancor più duramente. Sebbene nel 2022 i timori suscitati dalla guerra in Ucraina e la kultukampf [lotta culturale] di Orbán fossero sufficienti a tenere unita la coalizione, oggi questa si è sgretolata.

Sbloccare i fondi dell’Unione Europea per alleviare la pressione sull’economia e sui servizi sociali ungheresi sarà la massima priorità del nuovo governo; Magyar si è già recato a Bruxelles per incontrare Ursula von der Leyen («Avete scelto l’Europa», ha esultato la presidente su X il giorno dopo le elezioni). Invertire la «regressione democratica» comporterà probabilmente la rinazionalizzazione delle università ungheresi, la cui proprietà e gestione Orbán ha trasferito a una serie di fondazioni guidate da notabili del settore privato e di Fidesz. Il programma del partito Tisza include anche impegni per aumentare la rappresentanza sindacale, combattere i comitati aziendali corrotti e difendere la legislazione sul lavoro contro gli investitori stranieri dominanti in Ungheria. Ma Magyar non ha condotto una campagna elettorale in grande stile su questi punti, preferendo concentrarsi sul taglio dei costi attraverso l’eliminazione della corruzione e del favoritismo.

 

Sebbene Orbán abbia subito una clamorosa sconfitta elettorale, conserva roccaforti di potere nella società civile e nella sfera commerciale. L’ampia rete di think tank a cui ha elargito fondi pubblici continuerà ad aiutare Fidesz nel suo ruolo di principale partito di opposizione. Tutto lascia pensare che il Mathias Corvinus Collegium, il Danube Institute e lo Századvég Institute saranno spine nel fianco del governo di Magyar, con abbondanti risorse. Il destino delle aziende che hanno prosperato sotto il mandato di Orbán è meno certo. L’azienda petrolchimica MOL e la banca OTP si sono consolidate come potenti corporation a livello regionale sotto Fidesz, al punto che ora sono in gran parte indipendenti dalla mafia del partito. Il giorno dopo le elezioni, le azioni di queste società sono andate su alla Borsa di Budapest, presumibilmente spinte dal sollievo degli investitori per lo svolgimento pacifico delle elezioni e, forse, dalla prospettiva del ripristino dei fondi UE. Sándor Csányi, il miliardario proprietario di OTP, ha espresso la sua fiducia in Magyar, nonostante i buoni rapporti che ha mantenuto con Orbán nel corso degli anni. Altri capitalisti allineati con Fidesz non hanno ancora espresso le loro intenzioni politiche. Gábor Széles, proprietario della principale azienda di assemblaggio di prodotti elettronici del Paese e sostenitore delle politiche di Orbán in materia di diritti del lavoro, non passerà dalla parte di Tisza nel breve termine e probabilmente aspetterà di vedere come si riorganizzerà Fidesz come partito leader dell’opposizione.

 

La sinistra organizzata è stata messa alla prova nell’attuale congiuntura. Quasi tutte le sue forze politiche si sono allineate per sostenere la candidatura di Magyar in quanto opportunità migliore per rompere con il sistema di Orbán e riportare il paese sulla strada di uno Stato più rispettoso della legge, in cui possano essere difesi i diritti della classe operaia, degli inquilini e delle minoranze. Queste forze politiche di sinistra dovranno concentrarsi sul chiedere conto a Magyar delle promesse fatte sugli investimenti nell’edilizia sociale, sul rispetto della legislazione sul lavoro da parte di quelle imprese che rappresentano alcune delle maggiori fonti di investimenti stranieri in Ungheria e sul rafforzamento di sindacati e di consigli di fabbrica, contravvenendo agli istinti conservatori della sua coalizione e al precedente del suo stesso ex partito. Magyar e Tisza hanno beneficiato di anni di agitazione progressista e di mobilitazioni guidate dalla classe operaia ungherese contro le politiche di Fidesz, dalle mobilitazioni contro la «legge sugli schiavi» del 2018 agli scioperi e alle proteste più recenti di insegnanti e studenti. Ma Magyar ha raramente riconosciuto, e tanto meno sostenuto, queste forze. Il fatto che abbia snobbato la Confederazione sindacale ungherese, quando questa ha chiesto l’opportunità di esprimere le rivendicazioni dei propri iscritti durante la campagna elettorale, non fa presagire nulla di buono. Tuttavia, per mantenere la sua nuova coalizione, Magyar dovrà bilanciare i desideri del capitale straniero di sviluppare la maquiladora ungherese e aumentare la flessibilità con le speranze nutrite da una generazione più giovane ispirata dalla sua promessa di realizzare un’Ungheria più «umana». Anche se riuscisse a ripristinare un certo ordine costituzionale, Magyar si troverebbe comunque ad affrontare la sfida di governare il terzo paese più povero d'Europa in un contesto globale turbolento.

 

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Madlen Nikolova, El mal gobierno búlgaro, Gavin Rae, Mitos enclenques del liberalismo polaco e ¿Tusk contra el populismo polaco de extrema derecha? e Costi Rogozanu, Rumanía fracturada, tutti pubblicati su «Diario Red».

 

Kyle Shybunko è un eminente studioso, specializzato in scienze politiche e storia europea moderna, in particolare nei sistemi politici e nella storia dei paesi slavi. Docente di «Introduzione all’interpretazione storica» alla New York University.

 

● Traduzione di Mauro Trotta



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