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  • Immagine del redattore: Romeo Orlandi
    Romeo Orlandi
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Trump da Xi. Poco è già abbastanza


Sherrie Lovler
Sherrie Lovler

Ormai Pechino è un pellegrinaggio obbligato. Tutti i leader internazionali vi si sono recati in simbolica processione. Xi Jinping, sembra aver smesso di viaggiare. La sua prossima destinazione, della quale mancano data e dettagli finali, sarà ironicamente la Corea del Nord. Il Presidente cinese riceve gli ospiti, con la consueta cortesia formale e un immutabile protocollo. Il suo paese incassa prestigio internazionale, cuce alleanze, lascia che il mondo si interroghi sugli schieramenti, le appartenenze, le alleanze. Veramente il suo non interventismo consente di ridurre le ostilità? E poi, la Cina è isolata? Chi isola chi?


Se il mondo è ormai diviso in 2 blocchi – West and the Rest – Pechino rappresenta sia la causa che l’effetto di questo nuovo assetto. La sua ascesa ha scagliato un colpo cruciale al dominio occidentale quando sembrava che l’onda del neoliberismo contagiasse tutti i paesi fino a diventare ineludibile. Non che la sua crescita non sia inserita nei circuiti di produzione/distribuzione globali – anzi! – ma la sua diversità ha reso possibili forme alternative di scelte interne e di aggregazioni internazionali. Oggettivamente, questa emersione erode il dominio statunitense. Se la guida di Washington si manteneva dominante con i suoi alleati, quella di Pechino è più indiretta, pragmatica, apparentemente post-ideologica. Non guida un’alleanza perché il termine – come «asse» o «amicizia» – sarebbe eccessivo. Indirizza tuttavia una «convergenza di interessi» che si distingue dagli schieramenti della Guerra fredda. Le forme che assume sono diverse: Brics, Sco (Shanghai Cooperation Organization), Silk Road, tutte comprese nell’emersione del Global South che si pone con forza come alternativa non tanto al G7 – ormai ridotto a una patetica photo opportunity – ma anche al più rappresentativo G20.

 

Queste organizzazioni sono eterogenee, talvolta informali, non hanno un comando comune e strutturato delle forze militari. Sono dunque ben diverse dal gruppo occidentale, declinato sia sul versante della Nato che delle istituzioni multilaterali imperniate sul neo liberismo, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia il contrappeso che esercitano è evidente. Esso non sarebbe stato possibile senza l’epocale emersione della Cina e – anche e soprattutto – alla sua irriducibilità verso modelli consolidati a lei estranei e comunque inadeguati.

 

La novità deriva non solo dall’aumento dei consensi per il modello cinese, ma dal rispetto che si è guadagnato e dal timore che incute per la sua imponenza. Inoltre, Pechino garantisce stabilità in un mondo turbolento. Se il nemico principale del Global South è il sottosviluppo, l’ascesa regolare dei paesi che ne fanno parte è essenziale. Ma lo è ugualmente per i paesi industrializzati che –soprattutto in Europa – annaspano in crescite marginali. Nessuno può permettersi di inimicarsi la Cina, dopo l’abbaglio che si sarebbe uniformata al capitalismo globale rinunciando alle sue peculiarità.

 

La visita di Trump ha avuto luogo in un contesto indiscutibilmente a favore di Pechino. Il Presidente americano aveva con sé due armi che non ha potuto usare: l’opzione militare e quella più prettamente politica. È inusabile anche la sola idea di mettere il dito sul grilletto su questioni estremo-orientali; anche per obiettivi relativamente minori, l’opposizione di Pechino è intransigente. Si scorge facilmente dietro le parole del Presidente Xi che auspica un abbandono della legge del più forte. Anche il versante politico offriva pochi margini di manovra. Pechino è forte della sua insostituibilità. Il tentativo di Washington di dare una connotazione antagonista al decoupling, il disaccoppiamento nelle catene del valore globali, si è rivelato un’illusione pericolosa, buona al massimo per le campagne elettorali. Su tutto, permangono le differenze tra i due paesi. La Cina vanta 5000 anni di storia, che non si stanca di mettere in evidenza. È intrisa di nazionalismo, orgogliosa della propria cultura, costruisce muraglie per difenderla. Certamente non si lascia intimidire da proclami roboanti e da minacce. È probabile Trump abbia chiesto la mediazione della Cina per i conflitti in atto, la disponibilità di terre rare necessarie all’industria statunitense, investimenti di Pechino nel suo paese, generosità commerciale nell’acquisto di 200 aeroplani della Boeing. Non sono noti i dettagli e gli esiti delle trattative. Al contrario, è facile arrivare alla conclusione delle richieste della controparte cinese: disimpegno per Taiwan, la vera questione politica e militare dove s’impernia l’iniziativa cinese. Viene richiesto agli Stati Uniti di uscire dalla loro strategic ambiguity per la difesa dell’isola. Pechino semplicemente non comprende come si possa essere ambigui su una questione strategica come la riunificazione di Taiwan con la madre patria.

 

Un vertice atteso quindi con trepidazione per gli eventi correnti, definito con inflazione di aggettivi retorici, si è concluso con pochi risultati: qualche affare, dichiarazioni di prammatica, assunzione di impegni non cogenti. In particolare, Trump sembra essere tornato a mani vuote. Le sue armi sono apparse spuntate o forse ha preferito non minacciare di usarle verso una dirigenza che – dall’altro lato del tavolo negoziale – non dispiega la stessa potenza, ma conosce bene la diplomazia, la gestione del tempo, il valore del back to normal. La Cina sa che un andamento senza scosse degli eventi la favorisce. Si augura il ritorno alla regolarità, come molti, probabilmente come lo stesso Trump quando è in difficoltà. Nessuno più di Pechino può contribuire a questo obiettivo planetario. Contemporaneamente, nulla le appare più redditizio che continuare nell’acquisizione di potenza che ha accumulato.

 

Se la Cina esce bene dal summit, non si può affermare tuttavia che Trump sia stato sconfitto. Per quanto ironico possa sembrare, ha raggiunto risultati, seppur modesti, che la sua esuberanza poteva mettere a rischio. Era arrivato con pochi margini di manovra: la Cina è tutt’altro che isolata, molti paesi l’ammirano o almeno la temono, l’inflazione in America potrebbe raggiungere livelli preoccupanti (se la tregua sui dazi fosse saltata), Pechino poteva schierarsi più nettamente con Teheran senza subire ritorsioni pesanti. Trump ha evitato fallimenti, ha invitato Xi a Washington per continuare il dialogo, ha intestato i risultati alla sua autoproclamata capacità di siglare o strappare deal. In conclusione, ha riaffermato la supremazia statunitense, pur pagando il prezzo di una condivisione che fino a pochi anni fa appariva inimmaginabile.

 

2.6.2026

Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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