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  • Immagine del redattore: Tony Wood
    Tony Wood
  • 15 giu
  • Tempo di lettura: 13 min

Aggiornamento: 1 lug

Perù, lotta di classe, violenza e frammentazione politica


Paul Hertz
Paul Hertz

Le classi dominanti latinoamericane stanno optando, con il sostegno dell’estrema destra di Donald Trump, in favore non solo della deregolamentazione economica e della dura mercatizzazione della riproduzione sociale secondo il modello neoliberista più aggressivo, ma anche della deregolamentazione delle loro forme di Stato attraverso la decostituzionalizzazione dei sistemi politici. La frammentazione e l’occupazione dell’apparato statale da parte di interessi privati predatori, la gestione caotica dell’attività pubblica generano un contesto di azione politica in cui i soggetti di sinistra e i settori e i movimenti popolari trovano estremamente difficile intervenire in modo efficace e coerente da un punto di vista di classe, mentre i soggetti e gli attori ascritti alle classi dominanti si trovano in una posizione eccellente per accrescere i propri profitti. Si instaura così una situazione di violenza strutturale in tutti gli ambiti della riproduzione sociale e di dominio e sfruttamento sistematici del bene comune, del pubblico e delle condizioni di vita sociale e politica delle classi lavoratrici e popolari. Tutto ciò emerge evidente anche dalle vicende legate alle recenti elezioni in Perù, paese-laboratorio che sembra non tanto un’eccezione ma piuttosto un’anticipazione di quanto potrebbe avvenire ovunque.


Non sarebbe esagerato descrivere il primo turno delle elezioni presidenziali in Perù, tenutosi lo scorso 12 aprile, come una contesa di impopolarità. In una sfida serrata in cui erano in lizza trentacinque candidati, ventitré hanno ottenuto meno dell’1% dei voti e solo cinque hanno superato il 10%. L’astensionismo ha raggiunto il 26%, una cifra non sorprendente, ma comunque elevata per un paese in cui il voto è obbligatorio. Keiko Fujimori, figlia dell’autoritario ex presidente Alberto Fujimori, si è classificata al primo posto con il 17% dei voti, ma ci è voluto più di un mese per determinare chi l’avrebbe affrontata al ballottaggio del prossimo 7 giugno. Alla fine, sul filo del rasoio, un margine di appena 21.209 voti ha separato i candidati al secondo e terzo posto: Roberto Sánchez, della coalizione di sinistra Juntos por el Perú, ha ottenuto il 12% dei voti, superando Rafael López Aliaga, l’ex sindaco di estrema destra di Lima, che ne ha raccolti l’11,9%. Un decimo di punto percentuale è stato tutto ciò che ha salvato il Perù dal cupo scenario di un ballottaggio tra due versioni della destra autoritaria. Allo stato attuale, le elezioni di giugno rappresentano una contesa tra l’erede di Fujimori e una sinistra che cerca di riunire l’opposizione contro quella eredità. I sondaggi davano Fujimori (39%) in vantaggio su Sánchez (35%), ma con il 14% degli elettori che aveva dichiarato di votare scheda bianca e un altro 12% di indecisi, la corsa elettorale potrebbe ancora risolversi in favore di uno o dell’altro dei due candidati. I risultati del primo turno hanno in una certa misura rispecchiato le divisioni regionali che nel 2021 hanno caratterizzato la contesa tra Fujimori e Pedro Castillo. In quelle elezioni, Castillo si impose in gran parte dell’entroterra, mentre Fujimori vinse sulla costa. Il margine di vittoria di Castillo fu inferiore a 45.000 voti e la sua presidenza fu praticamente paralizzata fin dall’inizio a causa della resistenza del Congresso, che lo ha destituito alla fine del 2022 dopo il suo tentativo di sciogliere il parlamento per uscire dall’impasse. Sostituito dalla sua vice, Dina Boluarte, Castillo è stato incarcerato nel 2025 ed è ancora in prigione.


Nelle attuali elezioni, Fujimori ha nuovamente fatto meglio nelle zone costiere, da Tumbes e Piura a Ica, mentre Sánchez si è imposto comodamente nei dipartimenti dell’altopiano: Huancavelica, Ayacucho, Apurímac, Cusco e Puno. Queste sono zone in genere più povere e con una maggiore presenza indigena; qui Fujimori ha ottenuto i suoi risultati peggiori, con percentuali di voto a cifra singola. A parte due anomalie regionali – il candidato che si è classificato al quarto posto, Jorge Nieto, ha vinto nel suo dipartimento natale di Arequipa e Ricardo Belmont, ex sindaco di Lima, ha vinto a Tacna – la grande eccezione al modello geografico binario è stata Lima, dove López Aliaga si è classificato al primo posto dopo aver ottenuto il 19,9% dei voti. Il dipartimento di Lima, che ospita circa un terzo dell’elettorato del Paese e comprende la capitale, è storicamente schierato a destra e sarà sicuramente un importante bastione elettorale per Fujimori al secondo turno, che al primo turno si è avvicinata molto a López Aliaga, ottenendo il 17,9% dei voti, mentre Sánchez si è classificato al nono posto ottenendo un misero 3,3%.


Gran parte del dramma delle settimane successive al primo turno ha ruotato attorno alla reazione di López Aliaga ai risultati. Mentre lo scrutinio all’inizio gli era favorevole, non appena Sánchez lo ha superato nel conteggio, López Aliaga e i suoi sostenitori hanno gridato alla frode e hanno cercato di far annullare i risultati. Si sono concentrati in particolare sui risultati delle zone rurali, negandone la validità in una dimostrazione a malapena velata di disprezzo di classe e razzismo. Hanno offerto ricompense in denaro a chiunque denunciasse irregolarità elettorali (il che, ovviamente, costituiva di per sé una violazione della legge elettorale). Il 2 aprile, dieci giorni prima del primo turno, López Aliaga ha rivolto una velata minaccia di morte a Piero Corvetto, a capo dell’autorità elettorale peruviana (Onpe); il giorno dopo le elezioni ha minacciato pubblicamente di sodomizzare Roberto Burneo, presidente della Commissione elettorale nazionale. L’estrema destra ha continuato i suoi attacchi al vetriolo contro le autorità elettorali sui media mentre iniziava lo spoglio dei voti; Corvetto ha infine rassegnato le dimissioni il 21 aprile. Un mese dopo lo svolgimento delle elezioni, i sostenitori di López Aliaga hanno minacciato una rivolta se i risultati non fossero stati annullati, mentre lui stesso ha dichiarato che si stava verificando un «colpo di Stato elettorale». Tuttavia, quando il 14 maggio sono stati annunciati i risultati definitivi, il partito di López Aliaga ha di fatto capitolato, pur continuando a denunciare il gioco sporco, ma sostenendo di aver «esaurito tutti i ricorsi».


Giunto così vicino al passaggio al ballottaggio, López Aliaga avrebbe potuto chiedere un prezzo elevato per agire da artefice dell’ascesa di Fujimori alla presidenza del Paese. Conosciuto popolarmente come «Porky» per i suoi tratti suini, López Aliaga (nato nel 1961) è entrato in politica negli anni 2000, dopo aver accumulato una fortuna nel settore bancario e alberghiero. Incarna una figura tipica, in un certo senso, della nuova destra latinoamericana, e ha cavalcato l’onda della falsa indignazione cristiano-conservatrice e del sentimento anti-sinistra e contro l’«ideologia di genere» per conquistare la carica di sindaco di Lima nel 2023 alla guida di Renovación Popular, un nuovo partito fondato nel 2020. Ma sotto altri aspetti, come ha sottolineato la storica peruviana Cecilia Méndez, López Aliaga rappresenta le forze più vecchie della destra, richiamandosi a una profonda tradizione elitaria in cui il potere arbitrario e la violenza – compresa quella sessuale – vengono impiegati senza remore in difesa di privilegi consolidati. Va tuttavia sottolineato che l’11,9% dei voti ottenuti da López Aliaga ha rappresentato solo un miglioramento minimo rispetto all’11,8% raccolto nel 2021, quando si classificò sempre terzo e difficilmente può essere considerato un segnale inequivocabile dell’inesorabile avanzata dell’estrema destra. Inoltre la base di sostegno di López Aliaga fuori Lima è insignificante e Fujimori potrebbe calcolare che i sostenitori di «Porky» saranno in ogni caso più che disposti a sostenerla di fronte a un candidato di sinistra.


Il successo di Sánchez è stato forse la sorpresa più grande del primo turno: il suo risultato finale ha più che raddoppiato il 4-6% previsto dai sondaggi. Nato nel 1969 a Huaral, una città costiera situata a 75 chilometri a nord di Lima, Sánchez si è formato come psicologo sociale prima di entrare in politica come membro dell’ormai defunto Partito Umanista Peruviano, uno dei quattro partiti che si erano uniti per formare la coalizione Juntos por el Perú nel 2017.

Presidente della coalizione da allora, Sánchez è stato eletto deputato nel 2021 e successivamente nominato ministro del Commercio e del Turismo nel governo di breve durata di Pedro Castillo, prima di dimettersi in seguito al fallito tentativo del presidente di sciogliere il Congresso nel 2022. Il programma di Sánchez sostiene una «rifondazione del Paese» basata su un «nuovo contratto sociale e uno Stato plurinazionale, che riconosca il vero volto del Perù». Oltre a sostenere la necessità di una nuova Costituzione, Juntos por el Perú ha proposto altre misure in grado di attrarre gli elettori dell’entroterra: decentramento del potere dalla capitale verso i governi dipartimentali; revisione dei contratti minerari al fine di garantire maggiori entrate ai luoghi vicino agli impianti minerari; e iniziative per riequilibrare l’agricoltura del paese, riducendo la dipendenza dalle esportazioni. Altre politiche potenzialmente popolari includevano vari impegni per contrastare il flagello delle università private a scopo di lucro e ampliare l’accesso all’istruzione superiore, così come l’abrogazione di diverse leggi approvate dal Congresso a partire dal 2023, che rendono più difficile perseguire la criminalità organizzata.


Durante la campagna elettorale Sánchez ha sottolineato il suo legame con Castillo, sfoggiando lo stesso cappello bianco a tesa larga e promettendo di ottenere la scarcerazione del presidente destituito. Ha tentato così di raggiungere quegli elettori che nel 2021, diffidenti nei confronti di tutti i partiti tradizionali, si erano rivolti al partito di Castillo, il piccolo e marginale Perú Libre, piuttosto che a Juntos por el Perú. Sánchez non ha lo status dell’outsider come Castillo, e non è stato in grado di replicare il risultato di quest’ultimo nel 2021. Ma ha superato l’8% ottenuto dalla precedente candidata di Juntos por el Perú, Verónika Mendoza, suggerendo che, almeno negli altipiani dell’interno, è stato in grado di attrarre alcuni degli elettori di Castillo. L’ex presidente continua a essere popolare nonostante il sostegno a Perú Libre, si sia quasi completamente dissolto, in gran parte a causa dell’incompetenza e del comportamento sfacciatamente opportunista del partito, sia prima che dopo la destituzione di Castillo. In queste elezioni, il candidato di Perú Libre era il veterano leader del partito, Vladimir Cerrón, che dal 2023 era in fuga dalle autorità peruviane con l’accusa di corruzione; ha ottenuto appena 100.000 voti in tutto il Paese (0,6%).


Fujimori, dal canto suo, ha ottenuto un risultato leggermente migliore rispetto al 2021, aumentando i propri consensi al primo turno, passati dal 13 al 17%. Ma data la frammentazione del panorama elettorale, avrebbe potuto sperare di sottrarre più voti ai suoi avversari, e il risultato, insieme alla sua marcata distribuzione regionale, suggerisce che il suo appeal al di fuori di un nucleo duro di fujimoristi rimane relativamente limitato. Ha assecondato questo elettorato, facendo eco all’approccio di suo padre in materia di sicurezza, promettendo di condurre una «guerra frontale» al crimine. Ma al di là di questo, la sua speranza è che l’ostilità verso la sinistra e la memoria corta – un quarto dell’elettorato ha meno di 30 anni, troppo giovane per ricordare il mandato decennale di suo padre (1990-2000) – siano sufficienti ad assicurarle la presidenza al suo quarto tentativo. In una certa misura, nel ballottaggio del 7 giugno è in questione quale avversione sia più forte, il sentimento anti-Fujimori o quello anti-Castillo. Entrambe sono forti: i sondaggi di fine aprile mostravano che il 48% degli intervistati «decisamente non» avrebbe votato per Fujimori, mentre il 43% si opponeva a Sánchez.


Tuttavia, il panorama politico in Perù è più confuso e frammentato di quanto implichi tale polarizzazione. La lunga lista di candidati presidenziali al primo turno è solo il sintomo di una crisi politica più profonda e duratura. Il suo segnale più visibile è stata la destituzione in serie dei presidenti: dal 2018 quattro sono stati destituiti per impeachment o da una mozione di censura e due si sono dimessi di fronte alla minaccia imminente che potesse accadere loro lo stesso. Un altro sintomo correlato è stata l’abissale impopolarità sia di questi presidenti effimeri sia del Congresso che li ha destituiti e insediati come se fossero mobili da ufficio di seconda mano. Per gran parte del suo mandato, Boluarte, che ha assunto la presidenza dopo la destituzione di Castillo nel dicembre 2022, è stata il capo di Stato meno popolare al mondo; alla fine – ha resistito fino ad Ottobre 2025 prima di subire un impeachment – i suoi indici di popolarità nei sondaggi si attestavano su percentuali a una sola cifra. Chiunque vincerà il 7 giugno sarà il nono presidente del Perù nell’arco di un decennio e si assumerà la responsabilità di un esecutivo che è stato costantemente svuotato di autorità e potere.


Il primo turno delle elezioni presidenziali ha coinciso con le elezioni per la Camera dei deputati e per un nuovo Senato. Il ritorno al bicameralismo è stato il risultato della riforma costituzionale approvata dal Congresso peruviano nel 2024, che ha istituito un Senato per la prima volta da quando Alberto Fujimori ha riscritto la Costituzione per abolirlo nel 1993. In teoria, si potrebbe immaginare che un aumento del numero di cariche elettive comporti un aumento del potere democratico. Ma, significativamente, i peruviani si sono opposti con forza: nel referendum tenutosi nel 2018, il 91% ha votato contro il ritorno al bicameralismo e l’86% a favore del divieto di rielezione dei deputati. Sebbene quest’ultima misura sia stata applicata nel 2021, la riforma del Congresso del 2024 ha annullato entrambi questi verdetti, oltre a consentire agli attuali deputati di essere eletti al nuovo Senato. Più che un riequilibrio costituzionale, il ritorno al bicameralismo è ampiamente considerato come una manovra dell’attuale classe politica per ampliare le proprie opportunità di corruzione.


La sconcertante proliferazione di candidature e la commistione di sistemi elettorali – i 130 deputati della Camera sono eletti in circoscrizioni regionali plurinominali col metodo proporzionale; metà dei 60 senatori viene eletta attraverso una lista nazionale con metodo proporzionale e l’altra metà in circoscrizioni regionali, sempre con metodo proporzionale – hanno portato a una scheda elettorale lunga mezzo metro. I calcoli sono complessi, ma i risultati sia per la nuova Camera dei deputati che per il Senato sembrano riflettere in larga misura l’andamento del voto presidenziale. I grandi vincitori, tenendo conto che non si tratta di risultati assolutamente definitivi, sono stati, secondo i dati pubblicati da Caretas lo scorso 18 maggio, Juntos por el Perú, che ha ottenuto 31 deputati, aumentando di 26 seggi la propria rappresentanza rispetto alle elezioni del 2021, e Fuerza Popular, che si è aggiudicato 39 deputati, aumentando di 15 la propria rappresentanza. Il vero perdente è stato Perú Libre, che è passato dall’essere il partito più votato nel 2021, con 37 deputati, a rimanere totalmente fuori gioco e fuori dal Congresso in queste elezioni. Nessun partito si avvicina alla maggioranza in nessuna delle due camere ed è probabile che l’eventuale vincitore della presidenziali debba avviare costanti negoziazioni per attuare qualcosa che assomigli a un programma politico.


Un fattore cruciale nell’opacità della politica peruviana per gli osservatori esterni è che le etichette dei partiti tendono ad avere, nel migliore dei casi, un significato provvisorio. I politici con una lunga carriera alle spalle sotto le bandiere di un’unica organizzazione politica sono la grande eccezione, mentre una specie molto più comune è quella dei «transfughi», che cambiano affiliazione ad ogni ciclo elettorale. Sono sempre più comuni anche i debuttanti assoluti: secondo quanto affermato da Steven Levitsky e Mauricio Zavaleta nel loro libro Perché non ci sono partiti politici in Perù? (2026), oltre il 90% dei deputati eletti nel 2021 occupava un seggio al Congresso per la prima volta e l’80% non aveva alcuna esperienza precedente in cariche elettive. Non è difficile constatare come queste tendenze siano suscettibili di andare di pari passo con l’ascesa dell’opportunismo e della ricerca di benefici a breve termine, il che, ovviamente, alimenta il disincanto nei confronti dei partiti esistenti e porta gli elettori a optare per una nuova ondata di candidati outsider, che a loro volta deludono gli elettori, generando inevitabilmente un nuovo ciclo di frammentazione.


Queste dinamiche fanno parte di un processo a più lungo termine definito «svuotamento democratico» dai politologi Rodrigo Barrenechea e Alberto Vergara. i quali sostengono che mentre in molti paesi l’eccessiva concentrazione di potere spiana la strada all’autoritarismo, in Perù è la diluizione del potere a provocare tale effetto. Questo processo si è verificato attraverso due processi interconnessi. In primo luogo, lo spostamento del potere decisionale dall’esecutivo al legislativo. Questo spostamento si è accentuato negli ultimi anni, ma, come sostiene il politologo Omar Coronel, in realtà è iniziato con la sconfitta di Keiko Fujimori alle elezioni presidenziali del 2016, la quale, in seguito a ciò, avrebbe giurato: «Governeremo dal Congresso». Quello che era iniziato come un mero ostruzionismo parlamentare si è trasformato in un progetto per riformare la Costituzione in modo furtivo, man mano che il partito di Fujimori prendeva l’iniziativa per affermare il potere del Congresso a scapito di quello del governo. L’articolo 113 della Costituzione peruviana consente al Congresso di destituire il presidente in carica per «incapacità morale o fisica permanente». Questa formulazione lascia spazio all’interpretazione e così, nell’ultimo decennio, il Congresso peruviano ha trasformato questa disposizione in un abisso in cui i presidenti possono essere gettati a piacimento.


Allo stesso tempo il Perù ha vissuto il crollo del proprio sistema partitico a tal punto che, da tempo, il sistema peruviano viene definito una «democrazia senza partiti». Questa secondo processo risale agli anni ‘80, quando si verificò la doppia emergenza di una vertiginosa crisi economica e del conflitto tra le forze armate e la guerriglia di Sendero Luminoso. Se i partiti di sinistra furono in gran parte smantellati dalla profondissima crisi di sussistenza e dalla virulenta controrivoluzione degli anni ‘90, i partiti di destra si sono disintegrati non solo a causa dell’autoritarismo di Alberto Fujimori, ma anche della sua preferenza per strutture ad hoc personalistiche (creava un nuovo partito per ogni elezione alla quale partecipava). In tal senso, come osservano Levitsky e Zavaleta, Fuerza Popular di Keiko Fujimori – creata nel 2010 per unificare diverse organizzazioni fujimoriste praticamente abbandonate ma ancora esistenti sedici anni dopo – è una ironica eccezione al modello generale emerso durante le presidenze di suo padre.


Questa prolungata frammentazione non è stata sanata nel XXI secolo. Anzi, si è accelerata con l’emergere di partiti privi di qualsiasi legame organico con gli elettori e tanto meno con i propri iscritti, che si limitano a entrare e uscire dal Congresso in seguito a cambiamenti, spesso minori, registrati nell’umore o nelle preferenze dell’elettorato. Levitsky e Zavaleta la definiscono «lotterizzazione» [qualcosa che funziona come una lotteria], ma è ben lungi dall’essere un fenomeno casuale: una volta che l’affiliazione di massa e il solido lavoro di organizzazione sono fuori gioco, il fattore che permette di vincere le elezioni sono le risorse, sia sotto forma di proprietà dei media sia di denaro contante per pagare campagne di pubbliche relazioni e acquistare spazi televisivi. Anche le fonti di finanziamento illecite sono chiaramente parte integrante del quadro, con la criminalità organizzata, le università private a scopo di lucro e gli interessi informali nel settore minerario e del disboscamento che cercano di infiltrarsi nella sfera politica.


Queste caratteristiche non sono affatto, ovviamente, esclusive del Perù: caratterizzano in modo pervasivo i sistemi politici democratici di gran parte del mondo. Come ha sostenuto Peter Mair più di un decennio fa in Ruling the Void (2013), il declino della partecipazione politica e dell’identificazione con i partiti sono andati di pari passo con una crescente separazione delle élite politiche dall’elettorato. Da questa prospettiva, il Perù sembra non un’anomalia ma un’anticipazione di ciò che ci aspetta. Nel frattempo, ci vorrà molto più di una vittoria di Sánchez il 7 giugno perché il Perù esca da questa spirale di frammentazione e disillusione. Ma una pausa nel sistema business-as-usual orchestrato da Fujimori potrebbe almeno fornire una tregua in cui iniziare a immaginare vie d’uscita da questa palude.


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Tony Wood vive a New York e si occupa di Russia ed America Latina. Membro del comitato editoriale della «New Left Review», è l’autore di Chechnya: The Case for Independence, suoi articoli sono apparsi su «The London Review of Books», «The Guardian», «n+1» e «The Nation».



Traduzione dall’inglese di Mauro Trotta

 

Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños.


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