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  • Immagine del redattore: Ho-fung Hung
    Ho-fung Hung
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Il sistema finanziario cinese

e l’egemonia del dollaro


LC Carvalho
LC Carvalho

Il sistema finanziario cinese e la potenza globale del renminbi sono vincolati al delicato equilibrio che il Partito comunista cinese deve mantenere tra la gestione pubblica dell’economia, le strategie di crescita necessarie per costruire il proprio status di grande potenza con il conseguente potere strutturale conferito al capitale privato e alle classi proprietarie, il controllo dei capitali necessario per disciplinare queste ultime e il potenziale sempre esplosivo che la classe lavoratrice può scatenare, se il patto sociale dovesse incrinarsi.


Ogni volta che l’economia mondiale si trova in una fase di turbolenza, riaffiorano le voci sull’imminente fine dell’egemonia del dollaro. Nel marzo 1978, dopo il crollo del sistema di Bretton Woods e nel pieno della stagflazione che imperversava negli Stati Uniti, il «New York Times» pubblicò un articolo di opinione dell’economista sovietico Stanislav M. Menshikov intitolato A Marxist Look a the Dollar Crisis. Accompagnato da una vignetta raffigurante un orso in uniforme dell’Armata rossa che esamina una banconota da un dollaro con una lente d’ingrandimento, l’articolo proclamava che le contraddizioni e le crisi del capitalismo monopolistico statunitense stavano ponendo fine al dominio mondiale del dollaro e che le principali economie avevano iniziato a orientarsi verso l’oro e verso valute più sicure come riserve di valore.

 

La crisi finanziaria del 2008, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i dazi di Trump e le sue minacce di invadere gli alleati degli Stati Uniti, così come la guerra in corso contro l’Iran, hanno ispirato previsioni simili secondo cui la pazienza del mondo nei confronti dell’ordine monetario del dopoguerra si starebbe esaurendo. Sembra logico che nessun attore importante dell’economia mondiale voglia continuare a dipendere dalla valuta di una potenza imprevedibile per gestire le proprie relazioni commerciali e i propri risparmi. Lo status del dollaro statunitense come moneta fiduciaria, che non è più sostenuta da alcun metallo prezioso da quando Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro nel 1971, è stato a lungo considerato fragile, dato il deterioramento dei deficit delle partite correnti e di bilancio degli Stati Uniti. Tuttavia, il dollaro rimane la valuta più utilizzata nel commercio e nella finanza mondiale, con l’euro al secondo posto, ben distanziato. Sebbene la Cina sia diventata la seconda economia mondiale e la «fabbrica del mondo», l’uso internazionale del renminbi rimane irrilevante in confronto, rimanendo molto indietro anche rispetto alla sterlina britannica e allo yen giapponese, un fatto che causa costernazione tra coloro che sostengono che il renminbi sia sul punto di diventare la prossima valuta egemonica.

 

Il dominio mondiale del dollaro ha conferito agli Stati Uniti il «privilegio esorbitante» di indebitarsi con il resto del mondo nella propria valuta. In teoria, gli Stati Uniti non possono incorrere in alcun default sui propri debiti, poiché Washington può sempre stampare più denaro per pagare gli interessi maturati e saldare tali debiti. Può acquistare prodotti e servizi da tutto il mondo con dollari che genera dal nulla, senza bisogno di offrire in cambio una quantità equivalente di prodotti e servizi. Nessun altro paese potrebbe mantenere deficit fiscali e commerciali su questa scala senza andare in bancarotta. Allo stesso tempo, tutti i Paesi che dipendono dal dollaro sono in balia delle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi, in particolare i Paesi in via di sviluppo. La crisi provocata dalla politica varata dalla Federal Reserve nel 1979 sotto la guida di Paul Volcker, che innalzò i tassi oltre il 20 per cento e scatenò la ben nota crisi del debito internazionale, ha offerto una dolorosa illustrazione dei pericoli della dipendenza dal dollaro. Tuttavia, nonostante le periodiche esplosioni di malcontento, il dollaro è stato egemonico come moneta fiduciaria (1971-2026) per un periodo che supera di gran lunga quello in cui la sua egemonia era sostenuta dall’oro (1945-1971).

                                                                                                               

Cosa sostiene questa egemonia, in quali circostanze potrebbe finire e cosa potrebbe succedere dopo il suo tramonto? Gli economisti convenzionali tendono a concentrarsi sulle «esternalità di rete» o sugli effetti di trascinamento per spiegare la persistenza del sistema del dollaro. Dato che la maggior parte delle nazioni e delle imprese dipende dal dollaro, è difficile che un singolo attore se ne separi e inizi a utilizzare un’altra valuta. La letteratura economica sottolinea anche la profondità senza pari, la sofisticazione istituzionale e la stabilità dei mercati degli asset quotati in dollari. Tuttavia, se questi fattori fossero sufficienti a mantenere l’egemonia di una valuta, l’era dell’egemonia della sterlina non sarebbe ancora terminata. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la sterlina britannica era ancora la valuta leader, nonostante la Conferenza di Bretton Woods del 1944 avesse già istituito un sistema monetario internazionale ancorato al dollaro, caratterizzato da una convertibilità fissa di 35 dollari per oncia d’oro. L’Impero britannico manteneva il controllo su vasti territori, molti dei quali erano legati alla sua valuta. Nel 1947 quasi il 90% delle riserve valutarie mondiali era ancora denominato in sterline. Tuttavia, con il disgregarsi dell’Impero britannico, l’egemonia della sterlina crollò altrettanto rapidamente, poiché le imprese e i Paesi, comprese le ex colonie e i protettorati britannici appena indipendenti, scelsero di operare in dollari. Londra rimase un centro finanziario di primo piano, ma le banche della City convertirono le loro operazioni in sterline in operazioni in dollari e, di fatto, l’ascesa di Londra come centro offshore del dollaro contribuì a rafforzare il dominio globale di questa valuta.

 

Pertanto, la capacità di resistenza del dollaro non può basarsi esclusivamente sul suo attuale vantaggio e sulla profondità dei mercati finanziari di questa valuta attivi a New York. I fattori istituzionali e le preferenze vigenti nel sistema finanziario privato hanno certamente la loro importanza in tempi normali, ma nei momenti di crisi il potere militare degli Stati Uniti è spesso entrato in gioco. La mia ricerca raccolta in *Greenback Empire: Global Dollar Dominance and the New Cold War,  di imminente pubblicazione il prossimo mese di ottobre, dimostra come i meccanismi dell’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti concesso alla maggior parte delle economie capitalistiche ricche (Europa e Giappone) e ai produttori di materie prime (in particolare agli esportatori di petrolio del Medio Oriente) abbiano costituito un pilastro fondamentale del sistema mondiale del dollaro dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dato il controllo esercitato sul più grande apparato di esportazione di armi al mondo e sulla più estesa rete di basi militari, gli Stati Uniti si assicurano che i propri alleati mantengano enormi riserve di attività in dollari e conducano i propri scambi in dollari statunitensi in cambio dell’efficacia e della continuità di questa protezione. La dipendenza di questi Paesi dagli Stati Uniti in materia di difesa, basata sull’acquisto di armi statunitensi da parte di un determinato Stato e sulla presenza di truppe statunitensi sul suo territorio, è strettamente correlata al possesso di titoli del Tesoro statunitense, così come di altre attività quotate in dollari. In quello che definisco il nesso dollaro-sicurezza, i Paesi capitalisti più ricchi e i principali esportatori di petrolio sono rimasti strettamente legati al sistema del dollaro. Questo accordo implica che anche altri Paesi, che desiderino accedere a quei mercati o a quelle forniture energetiche, debbano utilizzare il dollaro.

 

Sin dai tempi della Guerra Fredda, i principali attori economici hanno cercato di tanto in tanto di diversificare le proprie riserve valutarie e di effettuare scambi commerciali in altre valute. La Germania Ovest, ad esempio, iniziò a convertire le proprie riserve in dollari in oro a causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti alla fine degli anni ’50. I produttori di petrolio arabi hanno preso in considerazione l’idea di fatturare le loro esportazioni di petrolio in un paniere di valute negli anni ’70. All’inizio degli anni 2000, l’Iraq di Saddam Hussein ha iniziato a denominare in euro, anziché in dollari, le vendite del programma «Petrolio in cambio di cibo» delle Nazioni Unite. In ciascuno di questi casi, Washington ha fatto ricorso all’influenza militare, sia attraverso l’uso di incentivi, la coercizione o l’invasione diretta, per riportare questi paesi all’ovile. Naturalmente, la resilienza dell’egemonia del dollaro non ne garantisce la permanenza. Dal 2000, sebbene la maggior parte dei titoli del Tesoro statunitense detenuti da investitori globali si trovi ancora in Paesi che dipendono militarmente dagli Stati Uniti, una parte sempre più consistente è migrata nei bilanci di centri finanziari offshore come le Isole Cayman, nonché in quelli della Cina, che è la prima grande potenza indipendente dall’ombrello di sicurezza di Washington e insieme rivale geopolitico. Questa erosione del nesso esistente tra il dollaro e la sicurezza – aggravata dai crescenti deficit fiscali e delle partite correnti statunitensi – avrebbe potuto innescare una transizione globale, allontanando diversi Paesi da questa valuta. Eppure, finora questo scenario non si è concretizzato. Abbiamo assistito, al contrario, a un consolidamento del dominio del dollaro sull’economia mondiale a seguito delle successive crisi, comprese quelle originatesi negli stessi Stati Uniti

 

Una ragione importante dello stallo di questa transizione è la mancanza di un’alternativa praticabile. I difetti di progettazione dell’euro, in particolare l’assenza di un’autorità fiscale e politica centralizzata, ne hanno limitato l’uso al di fuori dell’Europa. Il renminbi sembra un candidato più plausibile. Essendo la più grande economia situata al di fuori dell’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, la Cina si trova senza dubbio nella posizione globale più solida per sfidare l’egemonia del dollaro. Promuovere l’uso internazionale del renminbi è stato un obiettivo dichiarato delle autorità cinesi sin dalla crisi finanziaria mondiale del 2008. Tuttavia, il Partito comunista cinese si è mantenuto cauto nei confronti dell’apertura finanziaria, mantenendo un rigoroso regime di controllo dei capitali per evitare la fuga di capitali, il che ha impedito al renminbi di essere liberamente convertibile e ha quindi frenato la domanda globale della valuta. A causa dell’inconvertibilità del renminbi, i suoi detentori, compresa la Russia, che ha effettuato gran parte del proprio commercio con la Cina in renminbi da quando è stata espulsa dal sistema del dollaro a causa delle sanzioni statunitensi, devono trovare modi costosi e spesso opachi per convertire il renminbi in quelle che i rapporti della banca centrale russa definiscono «valute di Stati ostili» (cioè il dollaro statunitense e altre valute occidentali). Molti economisti ortodossi e funzionari del Fmi hanno dato per scontato che il sistema finanziario cinese si sarebbe progressivamente aperto dopo la sua adesione all’Omc. Non hanno compreso che la sua chiusura non è semplicemente una condizione economica, ma una caratteristica politica strutturale radicata nella natura del regime del Pcc.

 

Contrariamente a tali aspettative, il sistema finanziario cinese ha in realtà preso la direzione opposta. Poiché la Costituzione cinese sancisce la priorità della proprietà statale, i detentori di capitali privati temono per la sicurezza dei propri beni; di conseguenza, cercano di trasferirli in giurisdizioni con maggiori tutele per la proprietà privata. Queste destinazioni sono per lo più ex o attuali territori britannici con radicate tradizioni di common law, come Hong Kong, Singapore, le Isole Cayman e gli Stati Uniti. La pressione della fuga di capitali è cresciuta nell’ultimo decennio, man mano che l’economia cinese entrava in un periodo di crisi sempre più profonda, senza soluzioni all’orizzonte, il che, a sua volta, ha intensificato l’urgenza del Pcc di inasprire i controlli sui capitali. Si supponeva che i mercati offshore del renminbi, di cui Hong Kong è il più grande, fungessero da piattaforma di lancio per la sua internazionalizzazione, fornendo una riserva di renminbi liberamente convertibili. Ma le preoccupazioni di Pechino di fronte al crescente divario tra i tassi di interesse e le quotazioni del renminbi offshore e onshore, nonché i rischi di instabilità finanziaria che ne derivano, ne ha frenato l’espansione. I depositi offshore ammontano attualmente a meno dello 0,5% dei depositi onshore. A titolo di confronto, va detto che ci sono più depositi in dollari al di fuori degli Stati Uniti che all’interno del Paese.

 

Una parte sempre maggiore del commercio cinese viene ora effettuata in renminbi anziché in dollari statunitensi, tendenza trainata dalla crescita del commercio con la Russia. Tuttavia, dato che la Cina registra ingenti surplus con la maggior parte dei suoi partner commerciali, ciò non ha portato a un accumulo sostanziale di renminbi offshore. Se due Paesi diversi dalla Cina – l’Arabia Saudita e il Brasile, ad esempio – volessero commerciare tra loro in renminbi su larga scala, si troverebbero immediatamente di fronte al problema della scarsità della valuta cinese nei mercati offshore. Se regolassero le transazioni nel territorio continentale della Cina, si troverebbero di fronte a opportunità di investimento limitate e a restrizioni significative per portare il loro denaro fuori dal Paese. Se la Cina avesse optato per una maggiore apertura finanziaria e avesse reso il renminbi totalmente convertibile, probabilmente avremmo già assistito a una significativa erosione del primato del dollaro. Molte economie asiatiche, comprese quelle dipendenti dalla Cina per il loro legame con la Belt and Road Initiative, avrebbero potuto avviare un processo di de-dollarizzazione indebitandosi in renminbi con la Cina e aumentandone l’uso nelle proprie transazioni commerciali, il che avrebbe segnato, come minimo, la fine dell’egemonia del dollaro all’interno della sfera d’influenza della Cina, che si è rapidamente espansa negli ultimi anni con il diminuire dell’influenza geopolitica statunitense in Asia.

 

Così, proprio quando l’ombrello militare globale degli Stati Uniti, che costituisce la base tradizionale dell’egemonia del dollaro, mostra segni di indebolimento, lo Stato-partito del Pcc sta inavvertitamente prolungando il dominio del dollaro. In assenza di una profonda riforma finanziaria in Cina, è probabile che persista l’attuale stallo in cui il mondo rimane intrappolato suo malgrado nel sistema del dollaro. È paradossale che, mentre si intensifica la rivalità tra Stati Uniti e Cina, il controllo della potenza asiatica sulla propria economia sia diventato un fattore chiave per la sopravvivenza dell’impero statunitense.



Si consiglia la lettura di Costas Lapavitsas, «A Topography of the New Dollar Hegemony», NLR 157, Joel Andreas, «Sendas no seguidas», NLR 130, Victor Shih, «El dilema del crédito chino: Entrevista con Robert Brenner», NLR 115. Teemu Ruskola, «La formación de la clase obrera en China», Ant/agón/New Left Review 151.


Ho-fung Hung è Henry M. and Elizabeth P. Wiesenfeld Professor di Economia Politica presso il Dipartimento di Sociologia a la Paul H Nitze School of Advanced International Studies della John Hopkins University. Autore, tra gli altri lavori, di Greenback Empire: Global Dollar Dominance and the New Cold War (2026), The China Question: Eight Centuries of Fantasy and Fear (2026), The China Boom: Why China Will Not Rule the World (2018), Clash of Empires: From «Chimerica» to the «New Cold War» (2022) e Protest with Chinese Characteristics: Demonstrations, Riots, and Petitions in the Mid-Qing Dynasty (2011).


 

Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños.

 

 

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