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  • Immagine del redattore: Pranab Bardhan
    Pranab Bardhan
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Stati Uniti e India: due modelli di corruzione


Callum James
Callum James

L’estrema disuguaglianza socioeconomica e l’enorme concentrazione di ricchezza che dominano negli Stati Uniti e in India rappresentano una tendenza globale dell’attuale sistema-mondo capitalista. Trasformano le rispettive classi politiche e imprenditoriali in gruppi predatori del pubblico, del comune e della ricchezza istituzionale accumulate grazie alle passate spinte democratiche. In entrambi i casi, la cattura delle istituzioni politiche, legislative e giudiziarie, dei sistemi mediatici e dell’apparato giuridico-amministrativo, inaugura, attraverso l’enorme accumulazione di ricchezza e nelle rispettive configurazioni statuali, un insieme inedito di dinamiche di dominio e di sfruttamento di classe.


È ormai opinione ampiamente condivisa, e un recente editoriale de «The New York Times» («A Comprehensive Accounting of Trump’s Culture of Corruption») lo ha dichiarato apertamente, che la presidenza di Trump sia, di gran lunga, la più corrotta nella storia degli Stati Uniti, storia del resto contrassegnata da numerose presidenze tutt’altro che irreprensibili. Le continue operazioni a proprio vantaggio, lo sfacciato arricchimento personale di Trump e della sua famiglia, il coinvolgimento in squallidi affari con le criptovalute, i numerosi casi di uso di informazioni privilegiate (tremilaseicento operazioni redditizie di borsa registrate solo nel primo trimestre di quest’anno in quello che sembra essere un modus operandi fraudolento diretto dallo stesso Ufficio Ovale), le grazie presidenziali concesse a criminali nell’ambito di un sistema ben organizzato di favori reciproci, gli attuali tentativi di sottrarre Trump e la sua famiglia al controllo fiscale delle autorità tributarie e di concedere loro un’immunità  preventiva da eventuali reati finanziari commessi, nonché il saccheggio delle risorse dei contribuenti per creare un fondo dedicato al pagamento di tangenti con cui l’attuale governo statunitense intende ricompensare compari e altri criminali: l’elenco continua ed è senza precedenti. Per quanto riguarda il Paese in sé, nel 2025 gli Stati Uniti hanno raggiunto la peggiore posizione registrata nella storia, collocandosi al ventinovesimo posto nella classifica elaborata da Transparency International, che, sebbene imperfetta, è una delle poche in questo campo. In altre parole, secondo tale classifica, al mondo ci sarebbero ben ventotto Paesi meno corrotti degli Stati Uniti.

 

L’India, ovviamente, è storicamente annoverata tra i Paesi più corrotti degli Stati Uniti. Nel 2025, secondo Transparency International, occupava il novantunesimo posto in classifica, nonostante i massimi esponenti politici indiani non siano affatto cleptocratici quanto i loro omologhi statunitensi. L’attuale regime, infatti, è salito al potere nel 2014 dopo una forte campagna contro gli scandali per corruzione che avevano coinvolto il governo precedente, scandali in una certa misura gonfiati dai media e dallo stesso BJP (Partito popolare indiano), nonché da un’agenzia di revisione contabile pubblica, che aveva effettuato una stima esagerata della somma di denaro implicata. Con grande clamore, il nuovo regime ha promesso di mettere ordine in India. Nel 2016, Modi ha annunciato una misura drastica: la «demonetizzazione», ovvero il ritiro dell’86% della moneta cartacea, al fine di eliminare la corruzione, il «denaro nero» (cioè quello evaso) e il contante illecito. Con una frase diventata famosa, ha chiesto di sopportare i sacrifici conseguenti a questa politica per «cinquanta giorni», affermando di essere disposto ad accettare qualsiasi punizione nel caso di insuccesso. La decisione si è rivelata disastrosa per i poveri, in particolare per chi lavora nel vasto settore informale, per le piccole imprese strutturalmente dipendenti dalla circolazione del contante e per i salariati a giornata. A distanza di anni, secondo la maggior parte delle analisi, questo comparto non ha ancora assorbito l’impatto di una misura così radicale. La maggior parte degli osservatori indipendenti afferma inoltre che questo provvedimento ha avuto un impatto minimo sul fenomeno della corruzione. Nel 2016, la classifica di Transparency International aveva collocato l’India al settantanovesimo posto, questo indica che, secondo questa valutazione (relativa), la corruzione è aumentata. Anche se si considera un altro parametro, l’indice di «controllo della corruzione» elaborato sulla base dei Worldwide Governance Indicators della banca Mondiale, si registra in India un certo deterioramento della situazione nell’ultimo decennio.

 

C’è chi sostiene, con qualche ragione, che in alcuni settori della gestione amministrativa dello Stato indiano la tecnologia abbia ridotto il margine di corruzione; ad esempio, nei pagamenti delle prestazioni sociali, dove i trasferimenti digitali diretti hanno ridotto il numero di intermediari, o nell’esternalizzazione del rilascio di passaporti e patenti di guida. D’altro canto, alcune garanzie sono state indebolite. Il Prevention of Corruption Act del 1988, ad esempio, è stato depotenziato, introducendo l’onere della prova e rendendo più difficile indagare su un funzionario senza la previa approvazione di un’autorità politica o amministrativa. Anche il Right to Information Act del 2005 è stato sostanzialmente indebolito, poiché è stata compromessa l’indipendenza strutturale dei Commissari per l’informazione e le loro delegazioni paralizzate a causa della mancanza di personale, con il conseguente accumulo di pratiche inevase. Anche le nuove norme sulla privacy dei dati hanno creato nuovi ostacoli alle indagini sui casi di corruzione.

 

Nella letteratura sulla corruzione si distingue solitamente tra «corruzione minore» o ordinaria, che interessa le cariche pubbliche, e «grande corruzione» che di solito implica un rapporto illecito tra gli alti funzionari politici e le grandi imprese. In India è comune vedere la polizia stradale accettare denaro alla luce del sole da camion sovraccarichi: questo è il volto visibile della corruzione minore. Ma un solo contratto di difesa controverso firmato a porte chiuse con il Pentagono può implicare molto più denaro delle somme raccolte da migliaia di agenti di polizia stradale indiani nel corso di un anno. È probabile che gran parte dei dati internazionali, come quelli utilizzati da Transparency International, si riferiscano più alla corruzione minore nelle strade, negli uffici e nei tribunali che al secondo tipo di corruzione su grande scala. Nel determinare il livello di questo tipo di corruzione, vi sono almeno due fattori interconnessi particolarmente importanti da considerare: uno riguarda i finanziamenti alla politica e l’altro il «capitalismo clientelare».

 

Sia negli Stati Uniti che in India, l’influenza delle grandi imprese sul finanziamento delle campagne elettorali, sulle attività di lobbying, sulle pressioni politiche e sul controllo dei media è da tempo considerevole. Ma con l’aumento della concentrazione aziendale in entrambi i Paesi, tale influenza ha ormai raggiunto livelli incredibilmente elevati. Negli Stati Uniti, la sentenza della Corte Suprema Citizens United v. Federal Election Commission (2010) ha di fatto eliminato la maggior parte delle restrizioni in vigore sui finanziamenti ai partiti da parte dei super ricchi e delle grandi aziende. Da allora, le loro donazioni sono salite alle stelle, aumentando, secondo una stima, di diciassette volte tra il 2010 e il 2023. Una quota sproporzionata di questo aumento di donazioni a fini politici è andata al Partito Repubblicano. Trump ha ricompensato i miliardari con enormi tagli fiscali, lucrosi appalti pubblici, accordi sulle criptovalute e favori normativi (tra cui l’esenzione dalle normative ambientali e l’approvazione di leggi contro la regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, con potenziale pericolo per l’intera umanità). Il lobbismo e le strategie di pressione ben finanziate non influenzano solo l’attività dei legislatori ma, nel caso statunitense consentono ora ai gruppi di pressione di arrivare a sviluppare e redigere in alcuni casi la legge stessa (per un resoconto vivido, si veda The Business of America is Lobbying (2015), di Lee Drutman). A tutti gli effetti, la maggior parte della legislazione in discussione negli Stati Uniti è attualmente in vendita.

 

In India, il processo di lobbying e di pressione su politici e legislatori è più nascosto e meno documentato. L’esecutivo, sotto l’attuale regime, introduce regolarmente leggi importanti senza alcuna consultazione e le impone al legislativo senza lasciare quasi alcun margine di discussione. Per quanto riguarda il finanziamento elettorale, il sordido piano dei buoni elettorali introdotto nel 2017 ha permesso al partito al governo (BJP) di accedere a fonti di risorse in contanti non dichiarate e a possibili schemi di estorsione (ora ci sono prove che le aziende ispezionate dalle agenzie investigative governative si siano affrettate ad aumentare l’acquisto di buoni elettorali). Anche dopo la sospensione del piano, avvenuta con grande ritardo, da parte della Corte Suprema indiana, l?association for Democratic Reforms, di carattere apartitico, ha stimato che, nell’anno elettorale 2024-2025, il BJP abbia ricevuto donazioni pari a dieci volte quelle ricevute complessivamente dagli altri cinque partiti politici a livello nazionale. Si sospetta che parte di questo denaro sia stato speso per corrompere politici dell’opposizione attivi in quegli Stati in cui i risultati elettorali erano contesi, al fine di garantire che il BJP potesse formare il governo in tali Stati. Le agenzie investigative centrali perseguono con forza le accuse di corruzione contro i politici dell’opposizione, ma tali accuse vengono ritirate se i politici in questione decidono di cambiare schieramento. Il partito al governo è ora ampiamente descritto in India come una gigantesca «lavatrice» di politici corrotti.

 

Per quanto riguarda il capitalismo clientelare, non c’è dubbio che l’oligarchia sia una caratteristica dominante delle economie sia degli Stati Uniti che dell’India. E questi oligarchi non esitano a spacciare i propri interessi finanziari come interessi nazionali. Nel 2023, quando la società di investimento newyorkese Hindenburg Research ha accusato il conglomerato indiano Adani Group di frode e manipolazione del mercato azionario, i rappresentanti del gruppo hanno definito le accuse un «attacco calcolato contro l’India» (e si sono assicurati di avere una grande bandiera indiana alle loro spalle mentre lo dicevano). Naturalmente, il governo indiano ha utilizzato la sua schiacciante maggioranza per opporsi a tutte le richieste di indagini parlamentari su tali accuse. Allo stesso modo, quando il figlio di Trump, Donald Trump Jr., ha recentemente invitato i finanzieri statunitensi a investire nella sua società di private equity, 1789 Capital, ha descritto questa azione come un atto di «capitalismo patriottico».

 

Dato che in India il campo da gioco è molto più ristretto, il numero di conglomerati aziendali che beneficiano di favori e speciali deroghe normative è, di conseguenza, minore. Le norme vengono abitualmente modificate per aiutare questa cricca di aziende affini ad aggiudicarsi appalti, manipolare aste, praticare «prezzi predatori» per eliminare la concorrenza (mentre la cosiddetta Commissione della Concorrenza guarda dall’altra parte) o violare le norme ambientali. Il governo indiano, vietando con forza le indagini su accordi commerciali discutibili o su scandali finanziari, offre una sorta di «garanzia sovrana» di impunità.

 

Al di fuori del governo, in India le indagini serie sono pochissime. L’Ong Voice, che indaga su queste pratiche di malversazione aziendale e istituzionale, è stata in gran parte messa a tacere tramite intimidazioni. La presa di controllo di gran parte dei media e la repressione dei restanti significa che il giornalismo d’inchiesta sulla corruzione è quasi estinto (salvo alcuni tentativi coraggiosi ma deboli da parte di organizzazioni di piccole dimensioni, che dispongono di fondi insufficienti o si finanziano tramite crowdfunding; tra queste ultime, ho seguito spesso gli account di un gruppo chiamato The Reporters’ Collective). Negli Stati Uniti, nonostante gli sforzi del governo Trump per intimidire o per convincere i propri amici e compari a comprarli, i media hanno invece mantenuto viva la tradizione del giornalismo d’inchiesta. Ma le Ong accusate di aiutare immigrati o «terroristi» stanno attraversando un periodo difficile.

 

Il capitalismo clientelare è, ovviamente, un capitalismo corrotto. Con ogni probabilità è in forte espansione in India. «The Economist» pubblica di tanto in tanto il suo «indice del capitalismo clientelare», basato principalmente sui dati relativi alla ricchezza dei miliardari. Nel 2023, ha stimato che, nel decennio precedente, la percentuale della ricchezza dei miliardari indiani derivante da settori i cui profitti provengono da rendite ottenute grazie a normative o regolamenti sbilanciati a loro favore o facilitati dai loro legami diretti con la classe politica era aumentata dal 5 a quasi l’8 per cento del Pil. I settori della rendita corrotti includono quelli legati all’estrazione di risorse naturali, alla costruzione di infrastrutture e a qualsiasi altro ambito in cui le autorizzazioni o le normative governative esercitino un impatto rilevante. Il capitalismo clientelare ha ormai iniziato a distorcere e contaminare l’intero clima degli investimenti privati in India e, di conseguenza, a influire anche sulla crescita economica.

 

Negli Stati Uniti, secondo lo stesso indice elaborato da «The Economist», la quota della ricchezza dei multimiliardari derivante da settori i cui profitti provengono da rendite ottenute grazie a normative o regolamenti sbilanciati a loro favore, come il petrolio, l’estrazione mineraria e i casinò, ammontava nel 2023 a circa il 2% del Pil, ma, se si include il settore tecnologico, che presenta alcuni tratti di «clientelismo», la cifra sale al 6%. Negli ultimi due anni, abbiamo visto come non solo Elon Musk e Peter Thiel, ma la maggior parte dei titani della tecnologia, tutti beneficiari di appalti pubblici, si siano apertamente avvicinati all’amministrazione Trump, contribuendo a finanziare le sue campagne elettorali e ora il suo progetto di sala da ballo alla Casa Bianca.

 

Una notizia recente mette in luce come la corruzione in India e negli Stati Uniti siano indissolubilmente legate. Si tratta del rapporto esistente tra l’amministrazione Trump e il Gruppo Adani, che intrattiene stretti legami con il regime di Modi. Secondo un’accusa mossa dal governo Biden, Adani Green Energy è stata incriminata in un grave caso di corruzione nell’Andhra Pradesh, dove avrebbe pagato a funzionari e politici indiani 265 milioni di dollari tra il 2020 e il 2024 affinché un’azienda pubblica accettasse un contratto da 6 miliardi di dollari nel settore dell'energia solare. L’accusa sosteneva che, così facendo, il Gruppo Adani avesse ingannato gli investitori statunitensi coinvolti nel progetto. A quel tempo, il vecchio Foreign Corrupt Pratices Act era ancora in vigore; uno dei primi ordini esecutivi di Trump, dopo il suo ritorno alla presidenza nel gennaio 2025, fu quello di sospenderne l’applicazione.

 

Il giorno dopo la vittoria elettorale di Trump nel novembre 2024, Gautam Adani, amministratore delegato del gruppo, si è congratulato con lui sui social media, definendolo «l’incarnazione di una tenacia incrollabile, di un coraggio imperturbabile, di una determinazione implacabile a rimanere fedele alle proprie convinzioni». Una settimana dopo, Adani ha promesso dieci miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti. Ha poi proceduto a reclutare un nuovo team legale, guidato da uno degli avvocati personali di Trump, Robert J. Giuffra. Il 18 maggio di quest’anno, i procuratori federali statunitensi hanno chiesto al giudice competente di ritirare le accuse relative alla corruzione contro Adani e i suoi coimputati. In una breve lettera, i procuratori hanno affermato di aver deciso di «non dedicare ulteriori risorse a queste accuse penali». Adani ha saputo cogliere con astuzia l’atteggiamento transazionale dell’amministrazione Trump. Nel frattempo, nel suo Paese, l’India, Adani può essere certo che non ci sarà alcuna indagine ufficiale al riguardo. Questo rientra nella «garanzia sovrana» di impunità.


Si consiglia di leggere Pranab Bardan, «La “nueva” India: Un diagnóstico económico-político», NLR 136, Alpa Shah, «Explicando a Modi», NLR 124, Achin Vanaik, «Las dos hegemonías de la India», NLR  112 y «La nueva derecha de la India», NLR 9, y Radhika Desai, «La India de Modi: ¿El punto álgido de la hindutva?» Diario Red/New Left Review 147. Grey Anderson, «Destruir al adversario para educar al electorado: de los usos del lobby proisraelí en Estados Unidos», Ant/agón, Dylan Riley y Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», Ant/agón/NLR 155.



Pranab Bardhan è professore emerito di Economia all’Università di Berkeley. Autore, tra le altre opere, di Awakening Giants, Feet of Clay Assessing the Economic Rise of China and India (2013), Scarcity, Conflicts, and Cooperation: Essays in the Political and Institutional Economics of Development (2005), The Political Economy of Development in India (1998) e Land, Labor, and Rural Poverty: Essays in Development Economics (1984). @pranabbardhan


 

Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale edita a Madrid da Traficantes de Sueños.

 

 

 

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