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- Frédéric Lordon

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 16 min
In attesa del crollo? La bolla dell'Intelligenza Artificiale

L’attuale concentrazione della ricchezza nelle mani dei proprietari delle grandi aziende tecnologiche e degli imprenditori dell’intelligenza artificiale, sostenuta da un contesto deregolamentato sempre più aggressivo e da un sistema finanziario capace di allocare le risorse solo con una prospettiva di classe estremamente riduttiva, sta paradossalmente generando processi sempre più macroscopici di misallocation delle risorse, tra i quali la bolla dell’IA sta giocando un ruolo preponderante. Se ancora una volta i mercati azionari iperprivatizzati, la quasi totale deregolamentazione del sistema finanziario globale e i processi sempre più autoritari e antidemocratici di organizzazione dell’attività e della pianificazione economica dovessero scatenare una nuova crisi finanziaria sistemica, l’effetto cumulativo delle crisi che ne deriverebbe avrebbe un impatto enorme e assimmetrico sull’insieme della popolazione mondiale. Questo accentuerebbe ulteriormente il carattere insostenibile del capitalismo storico, moltiplicando il ricorso alla guerra come espediente privilegiato per uscire da una simile barbarie.
Che cos’è una bolla? Una convinzione collettiva. Che cos’è un crollo? Il collasso di questa convinzione. L’IA ha dato origine a ben due bolle. La prima è una bolla azionaria, come dimostra il fatto che le due aziende più importanti del settore, OpenAI e Anthropic, stanno per quotarsi in borsa con le capitalizzazioni di mercato astronomiche di circa 1000 miliardi di dollari ciascuna. La seconda è una bolla creditizia, che è ancora più preoccupante. Solitamente, i crolli dei mercati azionari sono infatti più spettacolari che distruttivi, poiché provocano perdite nel valore degli attivi, mentre le bolle creditizie, quando scoppiano, scatenano una cascata di insolvenze nell’intero sistema finanziario.
Si tratta di due bolle generate da una convinzione collettiva abbastanza potente da sostenere una mobilitazione di capitali senza precedenti nella storia del capitalismo. Bisogna ammettere che i capitalisti statunitensi sanno bene come orchestrare una narrazione, ovvero come generare una convinzione collettiva. Questa volta non hanno lesinato gli sforzi, deliziandoci con le visioni più grandiose. Ma queste hanno assunto una forma insolita e paradossale: convincere l’umanità dei terribili rischi, quasi esistenziali, del prodotto che questi stessi capitalisti stanno vendendo. Il direttore di Anthropic, Dario Amodei, ha padroneggiato questo stile retorico che. sotto l’apparente autocritica trasmette un messaggio del tutto di parte:
1) L’IA rappresenta un pericolo enorme, il che significa che è uno strumento dal potere senza precedenti e come tale deve interessarvi enormemente;
2) Ho creato un mostro, sono disposto ad ammetterlo, il che mi permette di avere la coscienza tranquilla (quindi se lo comprate da me vi portate a casa una dose di virtù insieme alla vostra arma letale);
3) Il governo del Mondo Libero è già stato avvertito che quest’arma non deve finire nelle mani di nessun altro – dei cinesi, per esempio? Che orrore! –, mentre le mie mani, come ho già detto, sono pulite;
4) Data l’importanza trascendentale di tutto ciò per il mondo intero, se le cose dovessero andare male dal punto di vista finanziario, in nessun caso dovrete permetterci di fallire come una semplice Lehman Brothers.
È la leggenda perfetta, che presenta tutti gli ingredienti necessari: il futuro dell’umanità è in gioco e i cattivi non devono impossessarsi del trofeo. Naturalmente, una leggenda non è un modello di business. Finora bastava lanciare un incantesimo e questo evocava una magia smisurata: a partire dagli anni 2020 i «Big Five» – Microsoft, Google, Oracle, Meta e Amazon – hanno versato 1,9 trilioni di dollari nel calderone. Ora, però, il calderone deve generare profitti, se non a breve termine – cosa che non sembra probabile – almeno entro un lasso di tempo ragionevole e su una scala commisurata all’investimento effettuato fino ad oggi. Chi esprimeva scetticismo al riguardo è stato inizialmente bollato come catastrofista, come un guastafeste incapace di provare l’emozione del miracoloso e di immaginare il grande progresso civilizzatore del nostro tempo. Per quanto tempo potrà resistere questa fede collettiva nell’IA di fronte alle prove che la smentiscono? La risposta: per molto tempo, ma non per sempre, specialmente quando i segnali d’allarme cominciano a moltiplicarsi, come sta accadendo ora. È molto probabile che stiamo assistendo all’inizio dell’erosione di quella fede; una volta superata la soglia critica, si verificherà una correzione finanziaria tanto brutale quanto maniacale è stata la frenesia che ha generato questa bolla.
Le previsioni di ricavi possono in qualche modo giustificare la spesa in conto capitale? Da questo dipende il destino di tutti gli attori coinvolti: quello degli hyperscaler, ovvero i fornitori di servizi cloud che costruiscono enormi data center per raccogliere, ospitare ed elaborare i dati – AWS, Google, Microsoft, Oracle, Meta – e quello dei laboratori di IA, impegnati a consumare chip e potenza di calcolo su scala analoga. Anthropic si è impegnata a investire 330 miliardi di dollari in Google, AWS e Microsoft da qui al 2029, mentre OpenAI ha promesso 852 miliardi di dollari ad AWS, CoreWeave, Cerebras, Oracle, Microsoft e altre aziende simili entro la fine del 2030. Queste cifre astronomiche sono pensate per fare notizia, alimentando la convinzione collettiva del carattere trascendentale dell’IA. Tuttavia, la natura giuridica e contabile di questi «impegni» resta molto ambigua, poiché oscilla tra contratti giuridicamente vincolanti e semplici dichiarazioni d'intenti, tra slanci iperbolici e fumose visioni futuristiche.
A un certo punto, tutto questo dovrà tornare con i piedi per terra. E qualsiasi sia la cruda realtà, ci saranno delle vittime. Se i laboratori di IA dovranno mettere mano al portafoglio senza che la domanda riesca a tenere il passo con l’offerta, ciò comporterà la loro rovina; se gli hyperscaler rimarranno a bocca asciutta, la situazione non finirà bene neanche per loro, perché hanno già stanziato 2 trilioni di dollari in spese in conto capitale e prevedono di investire molte più risorse nei prossimi anni (l’obiettivo punta a 5,3 trilioni di dollari per il periodo 2025-2030, secondo Goldman Sachs). Nessuno conosce la percentuale esatta degli impegni definitivi, poiché né Anthropic né OpenAI sono quotate in borsa. Quello che sappiamo sono le cifre dei loro recenti round di finanziamento: 95 miliardi di dollari per Anthropic quest’anno e 122 miliardi di dollari per OpenAI, il che lascia comunque un enorme deficit di finanziamento, che non può essere colmato tramite il ben noto autofinanziamento, dato che attualmente entrambi registrano perdite ingenti. Come se non bastasse, Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia – e non dimentichiamo che è lui a fornire i chip che alimentano l’intero settore –, ha evidenziato che, sulla base di un costo stimato compreso tra 80 e 100 miliardi di dollari per gigawatt di potenza, i data center previsti finirebbero per costare non i 5,3 trilioni di dollari stimati da Goldman Sachs, ma tra i 9,5 e i 15 trilioni di dollari. Dopotutto, anche lui deve recuperare il suo capitale.
Ci troviamo quindi di fronte a un’equazione con una variabile e un parametro. La variabile: la domanda. Il parametro: il finanziamento, che dovrebbe concedere tempo finché la variabile non si concretizzi. La domanda è senza dubbio partita a un ritmo vertiginoso, spinta dalla ben nota esuberanza irrazionale: semplicemente non ci si può permettere di perdersi una rivoluzione, specialmente se si tratta di una rivoluzione capitalista. Nella prima fase, il clamore pubblicitario è stato l’unico fattore ad alimentare tale slancio. Poi è arrivata la prima ondata di adozione dell’IA, accompagnata da un’estasi di stupore rapito di fronte al suo potere. In questa fase non era ancora possibile fare una riflessione di carattere più prosaico, soprattutto da parte dei responsabili finanziari, poco pazienti con le meraviglie e i prodigi, se i conti non tornano. Dopo aver attirato i propri clienti con l’accesso gratuito, i laboratori di IA hanno iniziato a far pagare le aziende tramite piani tariffari a forfait. A quel punto, la spesa era ancora prevedibile. Una volta instaurata la fase successiva di dipendenza, il modello di prezzo è cambiato improvvisamente per basarsi sull’utilizzo, ovvero sui token, l’unità fondamentale che alimenta i grandi modelli linguistici (LLM). Questo cambiamento senza preavviso ha fatto impennare i costi legati all’IA, cogliendo i reparti finanziari completamente alla sprovvista.
Uber, ad esempio, ha scoperto che il proprio budget annuale previsto per l’IA era svanito in un solo trimestre. Ciò era prevedibile: il clamore pubblicitario aveva convinto con successo i dipendenti che, per far parte della nuova e gloriosa era e potenziare al massimo la propria produttività personale, dovevano saltare sul carrozzone. Per incoraggiarli ulteriormente, è stato coniato un nuovo concetto, il «tokenmaxxing», in base al quale i dipendenti dovevano cercare di massimizzare il consumo di token, in una competizione che generava classifiche e albi d’onore in cui veniva incluso chi riusciva a ottenere «i migliori risultati nel modo più efficiente, dimostrando così una vera fede». Di conseguenza, i dipendenti si sono lanciati in questa sfida con tale entusiasmo che le stesse aziende che li avevano spinti a questa frenesia hanno dovuto azionare il freno di emergenza. Tra queste figurano colossi come Amazon e Meta. Si è deciso di limitare l’uso fino a quando la situazione non si sia chiarita. Tuttavia, la situazione rimane tutt’altro che chiara. La spesa può essere valutata solo a posteriori e i guadagni in termini di produttività sono inconsistenti e poco trasparenti. Le aziende sono disposte a investire nell’IA, ma esigono almeno una certa visibilità sulla redditività del loro investimento; la visibilità sul ritorno economico è però attualmente torbida quanto una pozza di gasolio.
È improbabile che la chiarezza arrivi presto, soprattutto per quanto riguarda i prezzi, che sono stati notevolmente volatili. A giugno, il Wall Street Journal ha riferito che OpenAI intende ridurre drasticamente i prezzi dei token, una misura chiaramente volta a sottrarre quote di mercato ad Anthropic. Tuttavia, proprio come il suo rivale, OpenAI ha un bisogno urgente di entrate. A parità di condizioni, abbassare i prezzi non aiuta in tal senso: per quanto elastica possa essere la domanda globale, essa è determinata in ultima analisi dalle aziende che utilizzano l’IA. Data l’attuale incertezza, l’atteggiamento prevalente delle aziende è però di cautela o addirittura di riduzione delle spese.
Inoltre, ci si potrebbe chiedere quanto sia seria la guerra dei prezzi tra OpenAI e Anthropic e, qualora dovesse intensificarsi, quali potrebbero essere le conseguenze. Senza dubbio ci sarebbero dei danni, non per gli hyperscaler (ai quali poco importa da dove provenga la domanda, purché sia solida), ma per i creditori e gli azionisti che hanno sostenuto il perdente. Tuttavia, lo scontro assomiglia più a una scaramuccia da cortile scolastico che alla battaglia di Guadalcanal. Le vere ostilità si stanno combattendo su un altro fronte: la concorrenza cinese. Nonostante debbano affrontare i problemi di un doppio embargo (sia interno che esterno) e di un accesso limitato ai chip di Nvidia, i cinesi, sfruttando al massimo la «restrizione creativa», hanno sviluppato modelli di linguaggio su larga scala (LLM) che, pur essendo forse meno sofisticati (anche se questo è discutibile), si adattano meglio alle reali esigenze dei consumatori. Dopotutto, non tutti hanno bisogno di un’IA per scrivere una tesi su Lacan o per dimostrare l’ipotesi di Riemann. Anche se non si riesce a vedere chiaramente dentro la scatola nera dell’IA cinese, una cosa è certa: DeepSeek è riuscita a offrire un’IA quasi all’altezza di quella offerta dalle aziende occidentali, ma a prezzi che sfidano ogni concorrenza. La differenza di prezzo corrisponde alla differenza tra la spesa in conto capitale cinese e quella statunitense. Il rapporto è di 1 a 10: nel 2025 57 miliardi di dollari per la Cina, contro i 443 miliardi di dollari per gli Stati Uniti; le stime per il 2027 si attestano rispettivamente a 157 miliardi di dollari e 1.000 miliardi di dollari. Sembra che in Cina, in mancanza di trilioni di dollari, ci si stia dedicando a riflettere sul serio.
Il debutto di DeepSeek ha avuto il fragore di un tuono, ma l'impatto del fulmine è stato immediatamente dimenticato. Tutti sono tornati a professare la convinzione predominante: la supremazia dell’IA prodotta negli Stati Uniti. Tuttavia, questo stato di negazione non poteva durare a lungo; dopo un rimbalzo iniziale seguito da una pausa (il periodo di negazione), la domanda settimanale di token cinesi è presto schizzata da 5 a 20 trilioni in un solo mese, lasciando molto indietro i modelli statunitensi, che si attestavano intorno ai 5 trilioni. Il prezzo dei token, che ha toccato il fondo, dovrebbe scuotere i fedeli dal loro compiacimento, perché la posta in gioco non è altro che il possibile crollo di un modello di business da 5 trilioni di dollari. Goldman Sachs, agendo in modo molto simile al Dicastero per la Dottrina della Fede, può benissimo alimentare le fiamme dell’entusiasmo, prevedendo un passaggio dall’IA puramente «da chat» all’IA «agentica» pronosticando un’esplosione della domanda mensile di token fino a circa 120 quadrilioni entro il 2030. Tuttavia, curiosamente, tralascia la domanda cruciale che ne deriva: chi si aggiudicherà quel mercato?
A differenza della sua controparte vaticana, tuttavia, il “Dicastero” di Goldman Sachs non è composto da persone tutte uguali. Lì si tollera la diversità di punti di vista, anche se, non illudiamoci, non tanto per integrità ma per la dipendenza da diversificate fonti di profitto. Vale la pena ricordare che, all’apice della crisi dei mutui subprime, la divisione vendite di Goldman Sachs scaricava gli attivi tossici sui clienti privati, mentre la sua sala di negoziazione scommetteva sul crollo del mercato. Non sorprende, quindi, che oggi la banca promuova con enfasi la prospettiva di quadrilioni di dollari legati ai token, proprio mentre uno dei suoi strateghi interni prevede che gran parte di tale domanda sarà diretta verso la Cina e il Giappone. Come a voler ribadire la correttezza di questa previsone – e senza tenere quasi conto delle sue attuali alleanze negli Stati Uniti – Microsoft ha annunciato con entusiasmo la sostituzione dei prodotti di OpenAI e Anthropic con DeepSeek. L’analista di Goldman insiste sul fatto che «i principali fornitori di capitale sono sovraesposti al rischio» e sostiene che «la creazione di valore per gli azionisti otterrebbe risultati migliori se si destinasse meno capitale all’IA». Il problema, tuttavia, è che «meno» non è un’opzione per il modello economico dell’IA statunitense.
Dobbiamo considerare la questione non solo dal punto di vista della domanda, ma anche da quello dei fornitori di capitale che scommettono su questa impresa da 5 trilioni di dollari. Il settore finanziario dovrebbe essere in grado di valutare la validità delle affermazioni secondo cui un’innovazione è «rivoluzionaria», per determinarne gli orizzonti temporali e la sostenibilità del sostegno finanziario necessario. Tuttavia, né il discernimento né la lucida razionalità figurano tra i tratti distintivi della forma neoliberista di attività finanziaria. Lo abbiamo già visto con la «Nuova Economia» (un’etichetta grottesca che abbiamo ormai dimenticato) della bolla delle dot-com. Ed eccoci di nuovo qui… Stiamo entrando in un terreno pericoloso. E sappiamo quale contributo possiamo aspettarci dai principali attori: nessuno. OpenAI e Anthropic, che stanno perdendo denaro a fiumi, non hanno ancora generato nemmeno un kopek di profitto. Per quanto riguarda gli hyperscaler, nemmeno loro sono in gran forma. Il Financial Times stima, «secondo le ipotesi più ottimistiche», che, ad eccezione di Amazon, tutti gli hyperscaler registreranno risultati negativi sul proprio investimento nel periodo 2025-2030. Il dato relativo a Oracle è di un incredibile -35%. Infatti, per mantenere il ritmo finanziario, gli hyperscaler stanno ora ricorrendo a misure impreviste, come la sospensione del riacquisto di azioni proprie - per il quale in precedenza spendevano somme colossali - al fine di placare gli azionisti, mentre iniziano ad accumulare debito.
La maggior parte del sostegno finanziario per l’IA proviene da fonti esterne. E tale sostegno sta per esaurirsi. Le banche stanno iniziando a gettare la spugna: alla fine del 2025 avevano già stanziato 450 miliardi di dollari nel settore dell’IA, secondo una stima della Federal Reserve di Chicago. Goldman Sachs Research sottolinea che si prevede che i finanziamenti attraverso i «mercati privati» assumano un’importanza sempre maggiore, il che costituisce un ritorno al linguaggio velato e in codice della Santa Sede. È così che si presenta il «piano di finanziamento» dell’IA: dovendo cercare risorse nell’ombra. Senza dubbio, c’è chi non vede l’ora di offrirsi volontario; dopotutto, la mancanza di regolamentazione è la migliore alleata di un vero credente. Goldman Sachs elogia i vari segmenti e classi di attività disposti a impegnarsi sotto l’audace bandiera degli «investimenti alternativi». Tutti, senza eccezioni, sono coinvolti: credito privato, capitale di rischio, fondi infrastrutturali e immobiliari (il settore immobiliare è fondamentale, data l’enorme superficie richiesta dai data center). I confini tra queste alternative sono sempre più sfumati, così come le linee che le separano dagli attori del sistema finanziario regolamentato. Le banche forniscono leva finanziaria a queste entità; i fondi pensione e le compagnie assicurative vi investono una parte dei risparmi previdenziali dei propri clienti, mentre alcune compagnie assicurative concedono loro addirittura prestiti: è un «si salvi chi può». Così, ogni angolo del mondo finanziario, sia esso opaco o trasparente, è coinvolto nel finanziamento dell’IA, il che prepara il terreno al disastro.
Se l’edificio crolla, gli effetti saranno senza dubbio catastrofici. Come potrebbero non esserlo? L’equazione del modello di business è fondamentalmente insostenibile: l’intero investimento si basa sulle ipotesi più assurde riguardo alla domanda. Il mondo finanziario sta cominciando a rendersene conto poco a poco, come dimostrano alcune cautele da parte delle banche e la corsa sfrenata verso territori oscuri dove la finanza neoliberista non lesina né entusiasmo né immaginazione. L’accordo proposto ad Anthropic da due fondi di credito privati, Apollo e Blackstone, per nascondere il suo debito, passerà alla storia come un classico del genere. «Big Sky», come è denominato questo progetto (bisogna ammettere che questi tizi hanno una vena poetica), offre ad Anthropic l’accesso ai chip di Broadcom tramite un contratto di leasing da 35 miliardi di dollari, che mantiene il debito fuori dal proprio bilancio. Siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo evitare di dare l’impressione di un surriscaldamento per non spaventare il mercato. Ecco i complessi meccanismi:
1) Apollo e Blackstone costituiscono un’entità ad hoc, uno special purpose vehicle (SPV), per dirla in inglese, cui spetta l’onere del contratto di acquisto dei chips che sono successivamente dati in leasing ad Anthropic;
2) La SPV copre le proprie necessità di finaziamento pari a 35 miliardi di USD con 1 miliardo di equity, cioè di capitale di rischio, e con ben 34 miliardi di crediti
3) Tale debito pari a 34 miliardi di dollari si suddivide a sua volta in due tranche denominate «senior» (le più sicure, cioè coperte da garanzie), una da 6 miliardi di dollari con rating (Moody’s) A1 e un’altra da 24 miliardi di dollari con rating A2, oltre a una tranche «junior» da 4 miliardi di dollari;
4) L’operazione assume una piega davvero insolita quando si scopre che le due tranche senior (che ammontano a 30 miliardi di dollari) sono garantite da… Broadcom, cioè dalla stessa società che costruisce i chip per conto di chi, come Anthropic, li richiede a noleggio. Ciò significa che, se Anthropic, che paga gli interessi alla SPV, dovesse sospendere i propri pagamenti del contratto di leasing, troverebbe Broadcom a coprirne la perdita e a risponderne ai creditori della SPV vendendo sul mercato i chip oggetto del contratto di leasing e coprendo in proprio ogni differenza residua che seguisse la vendita di tali chip;
5) Come se non bastasse, Morgan Stanley, che fornisce consulenza (quale?) a Broadcom in questa operazione, ha anche generosamente offerto i propri servizi, concedendo prestiti agli investitori che desiderassero acquistare questi titoli.
Cosa potrebbe andare storto? Addentrarsi in questo territorio è il segnale più chiaro che un «ciclo creditizio» sta deragliando. Il ricorso a schemi così contorti come quei prestiti garantiti da chip – e Big Sky è ben lungi dall’essere un caso isolato – indica che c’è troppo da nascondere. Morgan Stanley ha pubblicato delle stime relative alle passività fuori bilancio degli hyperscaler, che sono davvero da brivido: se si sommano le passività relative ai risultati futuri, ovvero gli impegni futuri a fornire potenza di calcolo basati su capacità ancora da costruire, con altre passività, come quelle relative all’acquisto di terreni, edifici e chip, si ottiene un totale di 1,8 trilioni di dollari. Il tutto fuori bilancio, ovviamente.
Potremmo chiederci: dove va a finire davvero tutto quel denaro? Una domanda sempre più retorica, a quanto pare. Il complesso economico-finanziario dell’IA è diventato un groviglio intricato e impenetrabile; comprenderne ogni singola ramificazione è una sfida travolgente. Tuttavia, ovunque si guardi, si vedono vicoli ciechi e variabili imprevedibili che, qualunque sia l’esito, avranno conseguenze nefaste per alcuni, se non per tutti gli attori coinvolti. E nel bel mezzo di tutto ciò, il settore finanziario è coinvolto fino al collo, dopo aver superato con indifferenza ogni limite della ragione; ora, profondamente inquieto in privato, continua a promuovere pubblicamente quella convinzione, convinzione che sta cominciando a vacillare. Stanno venendo alla luce comportamenti strani, guidati da intenzioni a volte contorte e altre volte nascoste. Amodei dichiara senza mezzi termini che, se Anthropic non riuscirà a raggiungere i mille miliardi di dollari di ricavi, non vede alternativa che possa evitare il fallimento. Sam Altman, il suo omologo in OpenAI, che era alla disperata ricerca di una quotazione in borsa immediata per evitare di rimanere indietro in un mercato ormai saturo a causa di SpaceX e Anthropic, ora ritiene che sia giunto il momento di riconsiderare la questione e di prendersi un po’ di tempo per fare chiarezza su prezzi, concorrenza e domanda.
Una polveriera pronta a esplodere: basta un fiammifero. E ora è spuntata la scatola dei fiammiferi. Innanzitutto, l’aumento dei tassi di interesse. Prendiamo ad esempio i titoli del Tesoro statunitensi, i cui prezzi sono spinti al rialzo da una politica monetaria volta a contrastare l’inflazione prevista a seguito del conflitto bellico scoppiato nel Golfo. Insieme al tasso di interesse sui fondi della Federal Reserve, attorno al quale ruotano i rendimenti di queste obbligazioni, il rendimento di queste ultime funge da riferimento per i costi di finanziamento nell’intero sistema. Quando si tratta di aumenti dei tassi di interesse, a volte basta ben poco per scuotere un sistema costruito sul differenziale tra il rendimento degli investimenti e il costo dei fondi presi in prestito; non ci si può permettere che tale differenziale si riduca e tanto meno che diventi negativo. Un ulteriore aumento dei tassi e queste operazioni finiscono improvvisamente in rosso, il che spinge gli speculatori a precipitarsi verso l’uscita.
Dobbiamo quindi prendere atto di ciò che sta accadendo sui mercati azionari. C’è una crescente preoccupazione per il debito utilizzato per finanziare l’acquisto di azioni, concesso con facilità dagli operatori di mercato agli investitori per effettuare queste operazioni. Il cosiddetto «debito con leva finanziaria», ovvero quello concesso dagli stessi operatori di mercato, non è affatto marginale: ha già raggiunto un massimo storico di 1,4 trilioni di dollari. Cosa accadrà se i mercati azionari cambieranno rotta? Gli investitori si troveranno ad affrontare le spietate margin call, ovvero la richiesta da parte di un gestore al cliente di fornire garanzie aggiuntive per assicurare un prestito, quando gli attivi a copertura di tale prestito stanno perdendo valore. A questo punto, dovremmo rivedere la nostra tesi iniziale: le bolle azionarie non sono particolarmente pericolose fintanto che rimangono scollegate dal sistema creditizio. Diventano pericolose quando creano il rischio di insolvenze e di una frenetica ricerca di liquidità. Per soddisfare le esigenze di finanziamento in un segmento del mercato, gli investitori vendono attività in un altro. Quel mercato, a sua volta, subisce tensioni di liquidità, il che innesca nuove vendite in altri punti del mercato e così via. Se il sistema finanziario si trova già sull’orlo di un punto critico di instabilità strutturale, questa reazione a catena può spingerlo verso il collasso.
Infine, esiste la possibilità che si verifichi un incidente grave. La quotazione in borsa fallita di un laboratorio di IA. Un crollo borsistico simbolicamente significativo: SpaceX, ad esempio, il cui debutto non ha impedito che il prezzo delle azioni, dopo un rimbalzo iniziale, iniziasse la sua discesa verso terra. E poi c’è Oracle, impegnata a costruirsi una reputazione leggendaria in materia di fallimenti, che potrebbe innescare una reazione a catena: un rendimento dell’investimento pari a -35%, un debito cinque volte superiore al proprio capitale sociale e piani per licenziare progressivamente diecimila dipendenti, apparentemente in nome di un massiccio aumento della produttività guidato dall’IA, ma che in realtà è una misura disperata per ripristinare il flusso di cassa ed evitare la sospensione dei pagamenti. Il crollo di Oracle sarebbe il tipo di evento che si osserva in tutte le grandi crisi finanziarie: il momento in cui l’incantesimo si spezza all’improvviso e una convinzione, minata dall’interno e ormai troppo fragile, crolla. E allora la debacle è generalizzata.
Si consiglia la lettura di Robert Brenner, «The Boom and the Bubble», NLR 6. Dylan Riley y Robert Brenner, «Seven Theses on American Politics» NLR 138, y «The Long Downturn and Its Political Results», NLR 155.
Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale di teoria e politica edita a Madrid da Traficantes de Sueños.
Frédéric Lordon (1962) è un economista e filosofo francese. È ricercatore presso il Centro di sociologia europea (CSE), direttore di ricerca al CNRS e membro degli Économistes atterrés, un collettivo che sostiene un pensiero economico eterodosso.

