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Immagine del redattore: Teemu Ruskola
Teemu Ruskola
26 ago
Tempo di lettura: 18 min

La formazione della classe operaia in Cina (1/3)


Arrigo Lora Totino, Macchina celibe, 1998
Arrigo Lora Totino, Macchina celibe, 1998

L’attuale classe operaia e il contadino cinesi sono il prodotto di un complesso processo di inserimento della formazione sociale cinese nell’economia mondiale capitalista, dopo che entrambi hanno avuto un ruolo di primo piano in una delle rivoluzioni cruciali del lungo XX secolo e in processi di mobilitazione sociale e politica di enorme intensità, i cui risultati politici, conseguenza della lotta di classe in corso in Cina, sono ancora da vedere.

 

Un modo per comprendere le notevoli trasformazioni politiche ed economiche vissute dalla Repubblica Popolare Cinese dal 1949 ad oggi è quello di prendere come punto di partenza l’opera di Edward P. Thompson, The Making of the English Working Class (1963). Il classico studio di Thompson descrive in modo vivido la nascita di una coscienza di classe operaia in Inghilterra durante gli anni cruciali compresi tra il 1780 e il 1832, sebbene l’autore collochi la sua narrazione in un contesto storico molto più ampio. In quanto proletariato paradigmatico delle fasi iniziali del capitalismo industriale in Occidente, la classe operaia inglese offre una lente ideale per esaminare la nascita di un altro proletariato di importanza globale situato all’estremità opposta della massa continentale eurasiatica, che per molti aspetti è emblematico dell’ultima fase del capitalismo: la classe operaia cinese [1] .

 

Sebbene Thompson si concentri sull’evoluzione della coscienza di classe dell’operaio inglese, inquadra la sua analisi nel processo delle enclosures [recinzioni], risalente alla fine del XV secolo, che privò la popolazione contadina delle proprie terre e non le lasciò altra scelta che vendere la propria forza lavoro. Anche in Cina si sta verificando una spoliazione del contadino, spesso definita nuovo processo delle recinzioni (xin quandi yundong). Tuttavia, i due processi differiscono notevolmente per portata temporale e spaziale. I processi che in Inghilterra si sono svolti nell’arco di diversi secoli si stanno condensando in soli tre decenni in Cina. Inoltre, si stanno verificando in ordine inverso: la mercificazione iniziale del lavoro industriale, verificatasi nel corso degli anni ‘90 e che ha dato origine alle abbaglianti file di grattacieli della Cina, è stata accompagnata da un flusso apparentemente inesauribile di lavoratori migranti verso le città, senza che si verificasse tuttavia la mercificazione su larga scala del suolo rurale. Perché, allora, espropriare una popolazione contadina che si è già sottomessa volontariamente al capitale per pura necessità economica, rendendo superfluo il ricorso all’evacuazione forzata?

 

Quando la Cina avviò il suo processo multidimensionale di riforme economiche nel 1978, era uno dei paesi più egualitari al mondo. Oggi è uno dei più diseguali secondo l’indice di Gini [2]. I cambiamenti nella sorte della classe operaia cinese costituiscono una parte cruciale di questa rivoluzione, o meglio, controrivoluzione, poiché il Partito Comunista Cinese (PCC) ha scelto lo sviluppo economico a scapito dell’uguaglianza come obiettivo primario. È importante sottolineare che sia la formazione che la disgregazione della classe operaia cinese si sono sviluppate parallelamente alla formazione e alla disgregazione di quella contadina. Marx riteneva che il comunismo avrebbe portato all’abolizione della distinzione tra città e campagna [3]. Tuttavia, sia la base industriale socialista costruita sotto la guida di Mao sia le fiorenti megalopoli cinesi di oggi sono state edificate sulle fondamenta delle vaste zone impoverite dell’entroterra del Paese. Il rapporto differenziato dei contadini e dei lavoratori urbani con la terra e il lavoro ha permesso allo Stato di convogliare un flusso continuo di risorse rurali verso le città, dapprima per sostenere la forza lavoro industriale nel e del socialismo di Stato e poi per sovvenzionare il capitale globale in seguito alla svolta della Cina verso il capitalismo di Stato negli anni ‘90. La natura mutevole di tale rapporto è fondamentale per comprendere la straordinaria e sorprendentemente rapida trasformazione della Cina.

 

Sebbene esistano numerosi studi che hanno analizzato i diversi aspetti della trasformazione del Paese, la maggior parte si concentra sulla Cina urbana o su quella rurale; o, peggio ancora, tratta le istituzioni urbane come se rappresentassero il Paese nel suo complesso. Per comprendere i cambiamenti e le diverse modalità di esistenza della classe operaia cinese, è indispensabile considerare la città e la campagna nella relazione dinamica reciproca che hanno instaurato tra loro. Allo stesso modo, e specialmente nel contesto socialista della Cina, la riorganizzazione del capitale e la ristrutturazione del lavoro non possono essere comprese se non considerate parte di un’unica trasformazione, le cui implicazioni non si ripercuotono solo sull’economia, ma anche sull’organizzazione della società e della famiglia in generale. Inoltre, le definizioni disciplinari convenzionali di ciò che viene considerato un fenomeno economico, politico o sociale risultano spesso inadeguate per comprendere il contesto cinese. È anche necessario collocare lo sviluppo della Cina dopo il 1949 nel quadro globale. Il nazionalismo e il socialismo cinesi sono stati, fin dai loro primissimi inizi, risposte all’espansione mondiale dell’imperialismo e del capitalismo.

 

Infine, una sintesi veramente esaustiva richiede una prospettiva comparativa. Questo saggio presta particolare attenzione all’esperienza inglese e, in misura minore, a quella sovietica. Nella misura in cui la concezione marxista della storia presuppone il susseguirsi di fasi – il capitalismo succede al feudalesimo, e poi segue il socialismo – il fenomeno delle recinzioni in Inghilterra rappresenta l’esempio classico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Sebbene la Rivoluzione bolscevica non si sia evidentemente conformata a questo schema, passando dal feudalesimo al socialismo, lo smantellamento dell’Unione Sovietica nel decennio degli anni ’90 è arrivato a essere considerato l’esempio paradigmatico di una transizione socialista al capitalismo. Molto di ciò che osserviamo in Cina ci sembrerà simile sia alla transizione dal feudalesimo al capitalismo verificatasi in Inghilterra sia alla transizione post-socialista dell’Unione Sovietica, ma l’esperienza cinese differisce da entrambe le transizioni anche sotto aspetti significativi, come vedremo.

 

L’utilità di elaborare confronti non sta nel conferire alla Cina uno status eccezionale, né nell’offrire l’ennesima versione del «capitalismo con caratteristiche cinesi»; semmai, ciò che sta accadendo in Cina si descrive meglio come capitalismo con caratteristiche globali. In realtà, l’importanza dei confronti storici è di natura euristica, poiché ci aiutano a riconsiderare alcune delle categorie chiave con cui abbiamo narrato la storia dello sviluppo della Cina. Infatti, la Repubblica Popolare Cinese presenta caratteristiche che possono essere classificate come socialiste, capitalistiche e feudali allo stesso tempo. A differenza dell’Inghilterra, la Cina non ha avuto bisogno del capitalismo agrario né della conseguente espropriazione dei contadini come trampolino di lancio per il suo iniziale sviluppo industriale sotto la guida di Mao. Paradossalmente, il capitalismo ha prosperato in Cina in gran parte proprio perché si è costruito su determinati fondamenti socialisti. Ancora oggi, esso continua a essere sostenuto da una serie di retaggi socialisti sopravvissuti, molti dei quali sono a loro volta radicati in istituzioni di parentela che risalgono al passato imperiale della Cina. In realtà, data la posizione della Cina nell’economia industriale mondiale, i sussidi socialisti vanno a beneficio degli attori del mercato di tutto il mondo.

 

Come vedremo, il confronto con l’Inghilterra aiuta a chiarire il ruolo fondamentale svolto dalle specifiche forme di proprietà fondiaria rurale e urbana nella Repubblica Popolare Cinese, una distinzione giuridica che non ha precedenti nella storia cinese, né nel pensiero marxista né nella prassi sovietica. Una premessa fondamentale di questo saggio è che non è mai esistita un’unica Repubblica Popolare Cinese. Ci sono sempre stati (almeno) due popoli, se non due repubbliche. Da quando l’agricoltura è stata collettivizzata in seguito alla riforma agraria dei primi anni ’50, ogni appezzamento di terra e ogni essere umano in Cina è stato classificato giuridicamente e amministrativamente come urbano o rurale. A differenza delle sue controparti socialiste, la Cina non ha mai espropriato i propri contadini nazionalizzando la proprietà dell’intera terra. Ancora oggi la Cina distingue tra due diverse forme di proprietà pubblica: il suolo urbano, di proprietà dello Stato, e il suolo rurale, di proprietà dei collettivi che coltivano la terra [4]. In primo luogo, esaminerò perché l’analisi della terra e del lavoro sia uno strumento particolarmente utile per comprendere la trasformazione della Cina ed esplorerò alcuni dei limiti dell’analisi marxista del rapporto esistente tra loro. Successivamente, traccerò le prime fasi dell’epica creazione e della successiva disintegrazione della classe operaia cinese e della sua controparte rurale, il contadino.

 

 

Lavoro e terra

 

L’ambizione di Thompson era quella di cogliere l’emergere di una nuova coscienza tra i lavoratori e le lavoratrici inglesi. Per quanto riguarda la Cina, una simile analisi sarebbe prematura. Sebbene non vi sia dubbio che oggi esista una classe operaia cinese in senso oggettivo, questa non ha ancora acquisito un’autocoscienza politica del tipo descritto da Thompson. Senza dubbio, esiste una coscienza di sé che lotta per emergere. Se lo farà, e quando lo farà, avrà conseguenze di vasta portata. Per ora, tuttavia, i lavoratori continuano a essere troppo isolati gli uni dagli altri perché si consolidi una coscienza collettiva e questa trovi un’espressione pubblica, forse in modo analogo alla situazione del contadino francese descritta in Il 18 brumario di Luigi Bonaparte. Il mio obiettivo principale non è, quindi, tracciare una mappa dell’esperienza soggettiva dei lavoratori e delle lavoratrici cinesi, ma descrivere analiticamente le forze storiche, sociali, politiche ed economiche che hanno contribuito a formare l’attuale classe operaia cinese, e a tal fine mi concentrerò sulla mercificazione del lavoro e della terra.

 

L’importanza della terra e del lavoro emerge chiaramente dalla sua straordinaria rilevanza politica, spesso descritta come «la questione della terra» e «la questione contadina». A partire dalle proteste di piazza Tienanmen, poche cose spaventano di più il PCC dei segnali di instabilità sociale. La maggior parte dei disordini registrati dal 1989 non è stata provocata da dissidenti che rivendicavano una maggiore partecipazione politica, bensì da lavoratori e lavoratrici che si opponevano alle condizioni di lavoro e da contadini e contadine che protestavano contro l’espropriazione delle loro terre. La terra e il lavoro sono importanti sia dal punto di vista concettuale che politico e sono profondamente interconnessi nelle riforme attualmente in corso in Cina.

 

La potente critica di Marx al lavoro alienato, una denuncia dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici sotto il capitalismo, presenta un limite importante: la sua preoccupazione principale è lo sfruttamento dell’essere umano da parte dell’essere umano. Dà per scontato, e considera addirittura naturale, lo sfruttamento della natura da parte dell’essere umano. Per Marx il problema del capitalismo non è la necessità di lavorare in quanto tale – il lavoro è «una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura, che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini» –, ma al contrario la forma specifica in cui esso è organizzato. Come gli economisti politici classici, e Aristotele prima di loro, Marx distingue tra valore d’uso e valore di scambio: il primo viene prodotto per la sussistenza o scambiato con altre cose utili, mentre il secondo viene scambiato per ottenere un profitto. Nel proporre una definizione universale del lavoro, Marx lo caratterizza come un’attività umana intenzionale, che produce un valore d’uso.

 

Nel capitalismo, siamo condizionati a pensare al lavoro come a un rapporto eminentemente sociale: una persona che lavora per un’altra. Tuttavia, nel senso universale in cui lo definisce Marx – e non nella forma di sfruttamento che assume nel capitalismo – il lavoro è l’espressione del rapporto dell’essere umano con la natura:

In primo luogo, il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una tra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita [5].

 

In particolare, il lavoro si riferisce al ricambio organico tra l’essere umano e la terra, attraverso il quale il primo trasforma quest’ultima per il proprio uso o, come afferma Marx, la terra «si trova ad essere, senza contributo dell’uomo, l’oggetto generale del lavoro umano».

 

Sebbene ogni forma di vita esista in natura, il modo in cui l’animale umano ne estrae valore d’uso è unico. Senza dubbio, Marx si sforza di riconoscere i modi straordinari in cui i ragni tessono le loro ragnatele e le api costruiscono i loro alveari, ma si rifiuta categoricamente di qualificare come «lavoro» la loro attività, escludendo dalla sua considerazione «le forme istintive di lavoro che rimangono nell’ambito animale». Ciò che rende il lavoro specificamente umano è la sua natura intenzionale. Mentre «l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera», l’architetto, a differenza dell’ape, «ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera» [6]. Più che semplicemente «istintivo», il lavoro è in ultima analisi creativo, il che distingue l’essere umano dalla natura: «Operando mediante tale modo sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria» [7].


In effetti, il lavoro non solo distingue l’essere umano dalla natura, ma lo pone al di sopra di essa. Marx descrive lo sfruttamento della terra da parte dell’uomo in termini relativamente benevoli, come «uso» della natura da parte sua – «un processo a cui partecipano sia l’uomo che la natura» –, ma afferma anche che il lavoratore «controlla le reazioni materiali tra sé e la natura», anzi, «si oppone alla natura» al fine di «appropriarsi» dei suoi prodotti. In ultima analisi, afferma, si tratta di un processo mediante il quale l’essere umano «assoggetta il gioco delle forze [della natura] al proprio potere» [8]. Engels è ancora più diretto riguardo al rapporto gerarchico tra l’essere umano e la natura: «L’animale si limita a utilizzare il proprio ambiente e provoca cambiamenti in esso semplicemente con la sua presenza; l’essere umano, attraverso i propri cambiamenti, lo pone al servizio dei propri fini, lo domina» [9] . In ultima analisi, si tratta di un rapporto di subordinazione piuttosto che di mero utilizzo.

 

In sintesi, è la sottomissione della natura ciò che ci rende umani, ciò che costituisce una parte vitale del nostro essere come specie (Gattungswesen). In questo senso, Marx è un umanista classico. È significativo che Adam Smith collochi l’umanità dell’essere umano non nel modo in cui fa uso dell’ambiente naturale, ma nella sua propensione allo scambio, una propensione al «commercio e al baratto» che, secondo lui, non è condivisa da altri animali [10] . Poiché Smith privilegia il valore di scambio rispetto al valore d’uso, per lui il lavoro è lavoro, sia esso svolto dall’essere umano o dagli animali: «Non solo i servi che lavorano [per l’agricoltore], ma anche il suo bestiame messo al lavoro, sono lavoratori produttivi» [11] . Il lavoro è, più che il luogo in cui risiede l’umanità del lavoratore, l’espressione della sua animalità. Di conseguenza, per Smith, il capitalista che cerca di ottenere profitti è l’apoteosi dell’essere umano, a differenza di Marx, per il quale lo è il lavoratore.

 

Nello studio delle conseguenze del processo delle enclosures, Polanyi si concentra in particolare sul ruolo svolto dalla mercificazione della terra e del lavoro in quella che egli definisce la trasformazione dell’Europa in una «società di mercato» nel corso del XVIII e XIX secolo. Per Polanyi si trattava di eventi che superavano di gran lunga l’importanza dei mercati delle merci, che egli non considera un fenomeno particolarmente distintivo, poiché sono stati presenti in molti tipi diversi di società. L’aspetto significativo dei mercati del lavoro e della terra è che non sono prodotti in sé, ma fattori di produzione, ovvero mezzi attraverso i quali vengono prodotti i beni [12] .

Più precisamente, Polanyi definisce la terra e il lavoro «merci fittizie», riconoscendo che non vengono prodotti per i mercati. Ovviamente, la terra non viene prodotta affatto: esiste prima dei mercati. Non possiamo produrre più di quanto già esista e anche la rivendicazione di terre ha limiti finiti. Senza dubbio, anche sotto il capitalismo, i lavoratori e le lavoratrici sono e devono essere continuamente prodotti e riprodotti, ma non con lo scopo puramente strumentale di soddisfare i mercati del lavoro (a differenza di quanto accade fondamentalmente nelle società schiaviste). Infatti, sostiene Polanyi, la mercificazione del lavoro equivale a una mercificazione degli esseri umani, mentre la mercificazione della terra non è altro che una mercificazione della natura. Il problema della mercificazione della terra non sta, quindi, solo nel fatto che storicamente comporta l’espropriazione dei contadini, ma nel fatto che altera il nostro rapporto con l’ambiente stesso in cui esistiamo. Non dovrebbe quindi sorprenderci che anche in Cina la mercificazione degli esseri umani e quella della natura siano state processi particolarmente controversi. In questo contesto, il processo di recinzione della terra fornisce un quadro storico e analitico adeguato per considerare le trasformazioni della classe operaia cinese.

 

 

Tipi di recinzione

 

Fino alla fine del XV secolo e all’inizio del XVI, l’agricoltura inglese veniva praticata principalmente in tenute signorili organizzate anche come campi comuni. Si trattava di un sistema agricolo di sussistenza in cui si sovrapponevano elementi individuali e collettivi. Affittuari di vario tipo possedevano appezzamenti di terra che coltivavano individualmente, ma i campi venivano lavorati sia individualmente che collettivamente. Esistevano inoltre ulteriori terreni comuni soggetti a uso collettivo, che comprendevano un’ampia gamma di diritti consuetudinari, molti dei quali erano a disposizione anche dei plebei senza terra: pascolo degli animali domestici, raccolta di legna da ardere, estrazione di torba e così via.

 

I mercati dei prodotti agricoli crebbero col tempo e, con l’accelerazione dell’urbanizzazione, i prezzi aumentarono di conseguenza, prima quelli della lana e ben presto quelli dei cereali. Per produrre a fini commerciali, i signori feudali iniziarono a espellere i propri affittuari e a recintare i beni comuni, il che si tradusse in un modello ineguale che segnò la frammentazione dei terreni agricoli in tutta Europa. Le recinzioni ebbero luogo tramite misure legali e violenza extralegale, il che trasformò i terreni su cui gravavano diritti consuetudinari e forme di possesso sovrapposte in forme esclusive di proprietà moderna, che potevano essere acquistate e vendute a piacimento da un unico proprietario. Per Marx, questi atti iniziali di violenza e spossessamento costituirono l’esempio paradigmatico di «accumulazione originaria», ovvero di un’accumulazione che «non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico» [13].

 

Con il passaggio dall’agricoltura feudale di sussistenza al capitalismo agrario, il crescente capitale rurale gettò a sua volta le basi per nuove forme di industria, a cominciare dalle fabbriche tessili e dalla manifattura rurale, che culminarono infine nelle industrie urbane. Una volta recintati i beni comuni ed espropriati i loro occupanti, gli ex contadini non avevano nulla da vendere se non la propria forza lavoro. Fu quindi la loro alienazione dalla terra a non lasciare loro altra scelta se non quella di accettare il lavoro alienato e, di conseguenza, di diventare la classe operaia originaria, di cui Thompson racconta la presa di coscienza. La mercificazione della terra e del lavoro furono, quindi, processi storici che si sovrapponevano, in cui il primo pose le basi per il secondo. Tuttavia, poiché c’erano «furfanti incalliti» e altri individui che preferivano la vita vagabonda e sceglievano di vivere di elemosina o di caccia, per esempio, il Parlamento inglese promulgò una serie di leggi che Marx definisce «legislazione sanguinaria contro gli espropriati», che proibivano il vagabondaggio e l’accattonaggio. La privatizzazione dei beni comuni fu accompagnata anche dalle recinzioni delle foreste reali d’Inghilterra – una fonte vitale di sussistenza per molti – e dalla contemporanea criminalizzazione della pesca e della caccia, cosicché vivere della natura divenne un furto [14] .

 

Sebbene Marx attribuisca un ruolo centrale al fenomeno delle recinzioni come motore dello sviluppo del capitalismo in Inghilterra, riconosce anche la portata globale dell’accumulazione originaria, in base alla quale i domini imperiali fornivano risorse, manodopera schiavizzata e mercati vincolati. Poiché il fenomeno delle recinzioni coincise con l’ascesa del colonialismo, il nuovo regime di proprietà terriera fu esportato in tutti i luoghi in cui i coloni decisero di stabilirsi. Possiamo considerare la successiva ascesa dello Stato-nazione come una sorta di processo di recinzione globale, che ha trasformato l’intero pianeta in una formazione giuridica suddivisa in Stati, i quali rivendicano il controllo esclusivo dei propri territori. Infatti, con la rivendicazione dei fondali marini da parte degli Stati costieri e di ciò che storicamente è stato riconosciuto come «la libertà dei mari», molti parlano anche di «recinzioni degli oceani».

 

In Inghilterra, le opinioni sull’importanza del fenomeno delle recinzioni dipendono in larga misura dal fatto che si mettano in risalto le sue conseguenze economiche o politiche. Pur riconoscendone la violenza, l’opera di Barrington Moore Jr., Social Origins of Dictatorship and Democracy: Lord and Peasant in the Making of the Modern World (1966), si concentra principalmente sulla sua eredità politica. Moore celebra l’espropriazione dei contadini come la loro emancipazione: liberati dalla sudditanza feudale, essi diventano politicamente indipendenti e gettano le basi della cittadinanza democratica moderna. Marx non lamenta la scomparsa delle gerarchie feudali, ma si concentra prevalentemente sulle nuove forme di asservimento economico, piuttosto che sulla liberazione politica, che considera illusoria. Anche in Cina, la spoliazione dei contadini che si sta verificando attualmente comporta la mercificazione della terra e del lavoro, il che comporta importanti conseguenze sia politiche che economiche.

 

A volte si dimentica che la trasformazione economica della Cina avvenuta dopo la scomparsa di Mao è iniziata nelle campagne grazie alle riforme agrarie seguite dall’industrializzazione agricola. La straordinaria crescita delle imprese rurali durante gli anni ‘80 e la prima metà del decennio successivo è stata in realtà ciò che ha sollevato dalla povertà milioni di contadini e ha dato impulso all’espansione senza precedenti della Cina in quel periodo. Negli anni successivi, a seguito di un processo di radicale riorientamento, si è assistito alla stagnazione delle zone rurali e al loro netto superamento da parte delle città, il che ha fatto sì che l’immagine di queste metropoli scintillanti diventasse l’orizzonte del nuovo millennio. Tuttavia, durante i primi due decenni dell’era delle riforme, quando gli osservatori stranieri parlavano del miracolo economico cinese, ciò che in realtà stavano descrivendo era una rivoluzione industriale agricola.

 

Quando nel 1978 ebbero inizio le riforme economiche, il loro obiettivo principale era alleviare la povertà rurale. A ogni famiglia fu assegnato il diritto di uso temporaneo di un piccolo appezzamento, insieme al diritto di vendere tutto ciò che produceva oltre la quota assegnata. Sebbene il terreno rurale rimanesse di proprietà collettiva, questa riforma relativamente limitata diede origine a un mercato ristretto per i prodotti agricoli. Una volta che i contadini iniziarono a guadagnare denaro dalla vendita delle loro eccedenze, alcuni investirono i propri guadagni nell’industria agricola. Tale industria si organizzò sotto forma di collettivi rurali, noti come imprese comunali rurali (township and village enterprises), che assunsero diverse forme di proprietà: pubblica, privata, semiprivata e comune. In un certo senso, ciò era simile all’esperienza inglese: anche lì l’industria era sorta precocemente nelle campagne, integrando l’agricoltura senza soppiantarla. Nel caso cinese, tuttavia, i contadini erano proprietari sia della terra che del capitale e ovviamente non avevano bisogno di privarsene per gestire le proprie imprese. Le imprese municipali rurali ebbero un successo sorprendente e sono spesso considerate un’incarnazione spontanea dello spirito capitalista che emanava dal suolo cinese. Tuttavia, le prime riforme rurali devono essere considerate un esempio di sviluppo socialista: forma autoctona di impresa pubblica locale, le imprese municipali rurali rappresentarono la trasformazione di quello che era stato un bene comune agricolo in uno industriale.

 

Il boom economico delle imprese municipali rurali durante gli anni ’80 e all’inizio del decennio successivo iniziò rapidamente a ridurre il divario di benessere esistente tra i contadini e i loro concittadini urbani. Allo stesso tempo, il loro successo aumentò anche la pressione sul settore pubblico urbano, che soffriva di gravi problemi. A metà degli anni ‘90, lo Stato ha compiuto una svolta decisiva, passando dalla riforma rurale a quella urbana, privilegiando il capitalismo di Stato rispetto all’industria rurale collettivizzata. Sono proprio questo capitalismo di Stato e le città scintillanti che esso ha costruito a rappresentare oggi la Cina nei media mondiali. Lo Stato ha avviato il processo ristrutturando il proprio rapporto giuridico sia con il capitale che con il lavoro. Con l’aiuto di una nuova legge sulle società, entrata in vigore nel 1994, le imprese pubbliche (state-owned enterprises) sono state trasformate in società per azioni. Sebbene lo Stato rimanesse l’azionista di maggioranza, iniziava a invitare il capitale mondiale a contribuire alla trasformazione delle proprie imprese pubbliche in imprese orientate al profitto. Per quanto riguarda il lavoro, i lavoratori delle imprese pubbliche non possedevano terreni e furono, al contrario, privati del loro principale diritto socialista: la sicurezza del posto di lavoro a vita. Questa mercificazione del lavoro, nota colloquialmente come «la rottura della ciotola di riso di ferro», ha determinato la disgregazione della classe operaia cinese come strato socialista privilegiato, inaugurando la sua trasformazione in un proletariato industriale ordinario del tipo descritto da Thompson.

 

Tuttavia, soprattutto dopo l’adesione della Cina all’OMC nel 2001, le sue città sono state inondate da capitali globali e la forza lavoro urbana esistente non era più sufficiente a soddisfarne la domanda. Allo stesso tempo, le zone rurali della Cina traboccavano di contadini disoccupati e sottoccupati, il che ha favorito una crescente ondata di manodopera migrante che affluiva dalle campagne alle città. Lo smantellamento delle imprese pubbliche è stato accompagnato dalla mercificazione dei terreni urbani destinati all’edilizia residenziale e allo sviluppo privato, un processo che è culminato in un’enorme bolla immobiliare che oggi minaccia l’economia cinese. È importante sottolineare che, poiché l’alloggio e altri beni di prima necessità sono reperibili sul mercato, i contadini hanno potuto trasferirsi nelle città anche senza essere registrati come residenti urbani. Tuttavia, continuavano a essere cittadini di seconda classe, privi dell’accesso a tutte le prestazioni di cui godono i residenti urbani, costretti a spostarsi quotidianamente tra i luoghi di lavoro e i propri villaggi e a dipendere dalla terra che le loro famiglie continuavano a coltivare per sopravvivere nel caso perdano il lavoro, non vengano pagati o subiscano infortuni sul lavoro.

 

La chiave del proverbiale «basso costo» della manodopera cinese risiede nella natura ibrida dei suoi lavoratori migranti. Durante il periodo socialista, lo Stato sottraeva il prodotto del lavoro ai contadini, mentre oggi il capitale urbano attira i contadini più capaci, anche se solo in modo temporaneo e a rotazione, mentre questi continuano a ricevere il sostegno dei propri villaggi. I lavoratori migranti costituiscono, di fatto, un esercito di riserva di manodopera mercificata, che sostiene i costi della propria riproduzione, in modo simile agli immigrati privi di documenti negli Stati Uniti, ad esempio. La continua dipendenza di questi lavoratori dal sostegno dei propri familiari residenti in campagna permette ai datori di lavoro urbani di pagar loro salari al di sotto del livello di sussistenza. Pertanto, la questione non è come questi migranti siano riusciti a evitare l’espropriazione, a differenza del proletariato industriale inglese dell’inizio del XIX secolo, ma, al contrario, come il loro mantenimento della proprietà della terra consenta al capitalismo di Stato cinese di sfruttarli.

 

 

Note

 

1 Questo saggio è tratto da Teemu Ruskola, The Unmaking of the Chinese Working Class: The Global Limits of Capitalism, di prossima pubblicazione presso Verso.

2 Lin Chun, Revolution and Counterrevolution in China, Londra e New York, 2021, p. 205.

3 Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto, New York, 2006, p. 33; ed. italiana Milano, 2018.

4 Sebbene la distinzione tra le forme rurali e urbane di proprietà pubblica della terra sia mutevole, esistono evidentemente numerose altre divisioni che frammentano la Repubblica Popolare Cinese. In particolare, vi sono cittadini maschi e femmine, un’altra importante categorizzazione che è al tempo stesso giuridica e sociale. Esistono inoltre molteplici gruppi etnici con relative distinzioni giuridiche e sociali. Allo stesso modo, vi sono cittadini politicamente privilegiati. Si veda, in generale, Yu Xingzhong, «Citizenship, Ideology and the PRC Constitution», in Merle Goldman ed Elizabeth Perry (a cura di), Changing Meanings of Citizenship in Modern China, Cambridge (MA), 2002.

5 Karl Marx, Il capitale, New York, 1977, p. 290, 283; ed. italiana Roma 1964.

Ibid., p. 284 (corsivo aggiunto).

Ibid., p. 283.

Ibid., p. 283.

9 Friedrich Engels, «Il ruolo del lavoro nella transizione dalla scimmia all’uomo», in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, New York, 1972, p. 260; ed. italiana Roma 1975.

10 Adam Smith, The Wealth of Nations: An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations – A Selected Edition, Oxford, 1993, vol. I, cap. 2, p. 21.

11 Ibid., vol. II, cap. 5, p. 217.

12 Karl Polanyi, La grande trasformazione: Le origini politiche ed economiche del nostro tempo, Boston (MA), 1957.

13 K. Marx, Il capitale, op. cit., p. 873.

14 Ibid., cap. 28: «Bloody Legislation Against the Expropriated», pp. 896-904; Charles Young, The Royal Forests of Medieval England, Filadelfia (PA), 1979; pp. 896-904; Edward P. Thompson, Whigs and Hunters: The Origin of the Black Act, Londra, 1975.


 

Teemu Ruskola è titolare della cattedra “Jonas Robitscher” di Diritto e membro del corpo docente dei Dipartimenti di Studi sull’Asia Orientale, Storia e Studi sulle donne, il genere e la sessualità dell’Università di Emory (Atlanta, Georgia). Insegna inoltre presso il Centro di diritto cinese e cultura giuridica cinese dell’Università di Helsinki ed è stato professore ospite in numerose istituzioni accademiche, tra cui il Georgetown University Law Center. Ruskola svolge attività di ricerca e pubblica lavori sul diritto cinese, il diritto comparato, il diritto e la sessualità e il diritto internazionale. È autore, tra le altre opere, di Legal Orientalism: China, the United States, and Modern Law (2013) e The Unmaking of the Chinese Working Class (2026).

 

Questo articolo è apparso su «New Left Review» 151, rivista bimestrale di teoria e politica pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’editore (traduzione del testo originale «New Left Review» 151.


Traduzione di Mauro Trotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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