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- Rashi Agrawal

- 1 giorno fa
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Generare rivolta: la formazione della classe operaia nell’India neoliberista

Il modello neoliberista imposto da Narendra Modi, fondato sul neoliberismo, sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione dell’economia, ha inevitabilmente prodotto una società più ingiusta, più povera e più diseguale. Gli scioperi e le lotte operaie di marzo e aprile scorso, nella regione di Delhi, si inseriscono nel contesto dello sciopero generale del 12 febbraio indetto dalla Joint Platform of Central Trade Unions e, soprattutto mettono in evidenza come gli squilibri del capitalismo globale si trovino ad affrontare un’ondata, graduale ma inevitabile, di lotte incentrate sulle condizioni di lavoro, sulla produzione, la distribuzione e l’espropriazione del reddito e della ricchezza e, inoltre, contro gli attuali modelli di riproduzione sociale.
Ad aprile un’ondata di scioperi si è diffusa nella Regione della Capitale Nazionale, intorno a Delhi. Le proteste sono iniziate a Manesar, nello Stato dell’Haryana, si sono estese a Noida, una città dell’Uttar Pradesh a 100 chilometri di distanza, e si sono immediatamente diffuse in città più lontane come Bhiwadi, Faridabad, Neemrana, Rudrapur e oltre. In meno di un mese, le valutazioni effettuate sul campo hanno registrato scioperi in oltre centocinquanta centri produttivi situati in cinque stati. La Regione della Capitale Nazionale è una delle zone più densamente industrializzate al mondo, una costellazione di poli industriali pianificati sorti a grande velocità in seguito alla liberalizzazione economica degli anni ’90. La regione si estende a partire da Delhi, il suo nucleo, attraverso vari Stati adiacenti – Haryana, Uttar Pradesh e Rajasthan, tutti governati dal Partito Popolare Indiano (BJP) – in cui sono impiegati vari milioni di lavoratori e lavoratrici nella produzione di automobili, prodotti elettronici, abbigliamento e beni di consumo.
Il malcontento si è accumulato per anni. I salari sono stati tenuti bassi dalla concorrenza tra i vari stati per attirare investimenti nel settore industriale, mentre il salario minimo è stato congelato dal 2016. L’inflazione ha gravemente eroso il potere d’acquisto. Ma la sindacalizzazione rimane quasi impossibile, a causa del tipo di contratti di lavoro e della frammentazione delle catene di approvvigionamento. Per questo motivo, fino a poco tempo fa, la resistenza dei lavoratori di fronte a queste condizioni è stata principalmente individuale e informale: rallentamenti del ritmo di lavoro, assenze per malattia o rifiuto di fare straordinari. In casi estremi, i lavoratori salgono su un autobus per tornare al proprio paese e non tornano più al lavoro; il tasso di turnover nelle fabbriche della Regione della Capitale Nazionale è talmente alto che i dirigenti aziendali lo considerano un costo intrinseco al funzionamento dell’azienda.
Prendiamo ad esempio Manesar, la città dove sono iniziati gli scioperi. La cintura industriale di Gurgaon-Manesar, situata a sud-ovest di Nuova Delhi, si è sviluppata attorno alla Maruti Suzuki, il principale produttore automobilistico indiano, insediatosi in questa zona all’inizio degli anni ’80 come joint venture tra il governo indiano e l’azienda giapponese. Il programma di produzione attuato dal governo indiano ha trasformato questa zona in uno dei principali centri di produzione automobilistica dell’India. Il solo «villaggio industriale modello» di Manesar conta 2.200 stabilimenti, che nel 2023 impiegavano circa 300.000 lavoratori. Il lavoratore a contratto medio di uno stabilimento di componenti automobilistici svolge turni di dodici ore al giorno, guadagna 600 rupie (circa 6 dollari) al giorno, non firma alcun contratto scritto, non dispone di alcun meccanismo formale di reclamo e il suo impiego è soggetto a rinnovo ogni trenta giorni, che il datore di lavoro può anche decidere di non rispettare. Il pagamento degli straordinari viene raramente calcolato in modo corretto e le trattenute per «danni» sono comuni e arbitrarie. Un’indagine condotta dal Migrant Worker Solidarity Network ha rivelato che oltre il 60% dei lavoratori della cintura industriale di Manesar non ha mai ricevuto una busta paga.
A Noida, un distretto industriale situato a sud-est di Nuova Delhi specializzato nel settore dell’abbigliamento e dell’elettronica, la produzione è distribuita tra migliaia di fabbriche collegate tramite appaltatori e subappaltatori. I lavoratori subiscono quotidianamente veri e propri «furti» del salario sotto forma di detrazioni illegali e licenziamenti arbitrari. Lo status di apprendista, limitato per legge a due anni, è sistematicamente utilizzato per negare ai lavoratori le prestazioni spettanti ai dipendenti a tempo indeterminato e salari commisurati alle loro competenze. I lavoratori sopportano condizioni di sfruttamento e illegalità, perché il rischio di licenziamento è uno di quelli che la maggior parte di loro non può permettersi di correre. Un lavoratore a contratto senza risparmi, senza previdenza sociale e con una famiglia che dipende dalle rimesse mensili inviate al proprio paese d’origine, non può permettersi una perdita di reddito. E in tutta la Regione della Capitale Nazionale, il licenziamento è stata la risposta abituale a qualsiasi forma di resistenza. Essere inseriti in una lista nera in un distretto in cui tutte le fabbriche condividono appaltatori e supervisori significherebbe non poter più trovare lavoro.
Un altro fattore che ha frenato l’azione collettiva è rappresentato dalle diverse condizioni dei lavoratori. Un lavoratore a tempo indeterminato ha priorità diverse rispetto a un lavoratore con contratto di trenta giorni, che può essere licenziato senza preavviso. Le rivendicazioni di un apprendista differiscono da quelle di un lavoratore a cottimo, il cui reddito mensile può variare in modo imprevedibile. Tuttavia, i meccanismi istituzionali necessari per superare tali differenze sono stati ulteriormente limitati dai nuovi Codici del Lavoro entrati in vigore nel novembre 2025. Queste riforme hanno consolidato il percorso di liberalizzazione del mercato del lavoro facilitando i licenziamenti di massa, semplificando la normativa vigente e snellendo le procedure, nonché subordinando il riconoscimento sindacale al raggiungimento del 51% di affiliazione, una soglia praticamente irraggiungibile nelle aziende interessate, e introducendo requisiti procedurali che rendono notevolmente più difficile l’organizzazione di scioperi legali.
Tuttavia, nei primi tre mesi di quest’anno si sono registrati segnali che indicavano come la resistenza di massa dei lavoratori stesse comunque crescendo: sono state documentate almeno ventotto importanti azioni sindacali. Tra queste figura lo sciopero presso la raffineria dell’Indian Oil a Panipat, nello Stato dell’Haryana: 30.000 lavoratori hanno interrotto la produzione per sei giorni, mentre le forze di sicurezza sparavano per disperdere la folla. Si sono svolte azioni anche presso l’ArcelorMittal Nippon Steel a Surat, presso l’Adani Power (Singrauli) e negli stabilimenti dell’UltraTech Cement in quattro Stati. Non si è trattato di azioni coordinate, ma in realtà di reazioni comuni alle stesse pressioni strutturali.
Perché queste rivendicazioni di lunga data sono sfociate improvvisamente in azioni sindacali? I nuovi Codici del Lavoro hanno avuto un ruolo fondamentale nel contesto politico soprattutto per la delusione che hanno provocato: in primo luogo, perché molti lavoratori si aspettavano aumenti salariali o una maggiore sicurezza sul lavoro e, in secondo luogo, perché i Codici sono stati ampiamente pubblicizzati, anche tramite cartelloni pubblicitari commissionati dal governo indiano e installati lungo il corridoio industriale che li presentavano come il risultato di importanti riforme. Ad aprile si sono aggiunti altri due fattori che, insieme, hanno alterato in modo decisivo le aspettative dei lavoratori. Il primo è stato l’aumento del costo della vita. L’India importa la maggior parte del proprio petrolio greggio e lo scoppio della guerra in Medio Oriente e nel Golfo Persico ha provocato un vertiginoso aumento dei prezzi del carburante e del gas da cucina, divorando quel poco che restava degli stipendi dei lavoratori dopo aver pagato l’affitto. Per i lavoratori che guadagnavano circa 10.000 rupie al mese (3,80 dollari al giorno al netto delle trattenute), il prezzo di una bombola di gas da cucina è diventato una questione di sopravvivenza. Il secondo è stato un fattore scatenante immediato: il 9 aprile il governo dello Stato dell’Haryana, sotto la pressione di settimane di continui disordini sindacali a Manesar, ha annunciato un aumento del 35% del salario minimo per i lavoratori non qualificati, che è passato da 11.274 rupie (119 dollari) a 15.220 rupie (161 dollari) al mese. Per i lavoratori di Noida, che percepivano una retribuzione inferiore per un lavoro identico svolto nelle stesse multinazionali, l’annuncio ha scatenato indignazione e la speranza di poter costringere anche il governo dell’Uttar Pradesh a cedere.
La catena di approvvigionamento è diventata il circuito attraverso cui si diffondevano le notizie degli scioperi. Quando i lavoratori del settore dell’abbigliamento della Richa Global a Manesar hanno indetto uno sciopero e sono stati attaccati dalla polizia, i lavoratori della Richa Global a Noida hanno indetto uno sciopero in risposta all’aggressione. I lavoratori della Motherson, uno dei maggiori produttori di componenti automobilistici dell’India, hanno visto gli scioperi estendersi da Noida a Faridabad, Lucknow, Haldwani e Bhiwadi, avanzando lungo la catena di produzione. Il 14 aprile oltre 42.000 lavoratori erano scesi in piazza in 83 località. La mobilitazione si è diffusa orizzontalmente attraverso colloqui davanti ai cancelli delle fabbriche, reti migratorie e solidarietà di casta e regionali, che uniscono i lavoratori ai loro villaggi d’origine. Anche i social media sono stati fondamentali. I lavoratori migranti del Bihar e dell’Uttar Pradesh orientale hanno creato una cultura parallela di solidarietà su Instagram, dove si potevano vedere immagini dei lavoratori dell’Indian Oil a Panipat che lanciavano pietre contro le forze paramilitari. La diffusione di quelle immagini ha contribuito a far sì che la classe lavoratrice si riconoscesse al di là dei confini geografici e settoriali.
La reazione dello Stato ha riproposto un precedente brutale. Nel 2011-2012 i lavoratori dello stabilimento Maruti Suzuki di Manesar avevano condotto una campagna per il diritto di costituire un sindacato indipendente. A seguito di un violento scontro nel luglio 2012, 546 lavoratori a tempo indeterminato e 1800 a tempo determinato sono stati licenziati con procedure illegali. Più di 147 sono stati incarcerati. Tredici leader dello sciopero sono stati condannati all’ergastolo sulla base di quelle che un rapporto pubblicato dalla People's Union for Democratic Rights ha definito prove falsificate. La repressione e la criminalizzazione degli scioperi hanno contribuito all’indebolimento dell’infrastruttura organizzativa della regione.
Quest’anno, lo Stato e la polizia hanno tentato di criminalizzare gli scioperanti in modo analogo. Hanno affermato che le azioni sindacali fossero state orchestrate da agitatori esterni e le hanno definite «cospirazioni su WhatsApp»; quando tali accuse non hanno retto, hanno addotto legami con il Pakistan, il Naxalismo [movimento di guerriglia di ispirazione maoista], qualsiasi cosa potesse distogliere l’attenzione dalla questione in oggetto: le condizioni di lavoro e i salari. A Manesar si sono verificati arresti di massa di centinaia di lavoratori, oltre a persecuzioni contro organizzatori e attivisti. Membri dell’organizzazione sindacale Inquilabi Mazdoor Kendra sono stati arrestati insieme ai lavoratori dello stabilimento di componenti automobilistici Bellsonica; tutti sono stati bollati come cospiratori e incarcerati. A Noida sono stati arrestati migliaia di lavoratori. Sono stati perseguitati anche coloro che sostenevano gli scioperi, tra cui un ingegnere informatico, che aveva pubblicato un video in cui esortava i lavoratori a protestare pacificamente, e un giornalista veterano, che non metteva piede in città da dodici anni. Successivamente è stata invocata la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che consente la detenzione «preventiva» senza accuse né processo. Centinaia di lavoratori sono ancora in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Sono stati documentati casi di tortura durante la detenzione.
A giugno la produzione era ripresa in tutta la regione, anche se molti di coloro che erano fuggiti in seguito agli arresti non sono potuti tornare al lavoro. Ciononostante, il movimento ha ottenuto un’importante concessione immediata: pochi giorni dopo la mobilitazione, sia l’Haryana che l’Uttar Pradesh hanno rivisto il salario minimo. Tuttavia, i progressi si sono rivelati disomogenei. Molti imprenditori non hanno ancora applicato le tariffe riviste, sono proseguite le ritorsioni attraverso il mancato rinnovo dei contratti e centinaia di lavoratori sono ancora in carcere mentre continuano i procedimenti penali contro organizzatori e attivisti.
Sebbene gli scioperi possono non aver trasformato il regime lavorativo che li ha provocati, hanno comunque messo in luce una contraddizione fondamentale del modello economico indiano. Nell’ultimo decennio, il governo di Modi ha posto il settore industriale al centro della propria strategia di crescita, trasformando le fabbriche, le reti logistiche e le vaste catene di approvvigionamento del corridoio industriale Delhi-Regione della Capitale Nazionale nel fiore all’occhiello del Paese, promosse come prova dell’ascesa dell’India a potenza industriale mondiale. Questo slancio industriale ha fatto affidamento su un regime lavorativo «flessibile» caratterizzato da profonda precarietà, salari stagnanti e crescente frustrazione diffusa tra i lavoratori e le lavoratrici, che le leggi anti-lavoratori non possono reprimere all’infinito, come hanno chiaramente dimostrato gli scioperi della scorsa primavera. Che questi si rivelino un punto di svolta dipenderà dall’infrastruttura organizzativa che verrà costruita sulla loro onda.
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Rashi Agarwal è Senior Research Associate presso il dipartimento di Transizioni Energetiche del think tank accademico Sustainable Futures Collaborative. Il suo lavoro si concentra sulla transizione energetica equa e sulla governance energetica in India. Si interessa inoltre di uguaglianza di genere e inclusione sociale, gestione delle risorse naturali e politica climatica internazionale.
Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale di teoria e politica edita a Madrid da Traficantes de Sueños.
Traduzione di Mauro Trotta

