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Partito e classe: sulla trasformazione strutturale del Partito repubblicano statunitense

La lotta di classe, i processi di costituzione politica e la qualità della pratica politica in un determinato periodo storico dipendono in modo cruciale dal tipo di organizzazioni e forme di partito che le classi sociali sono in grado di produrre e costruire, nonché dalla capacità di queste ultime di interagire dialetticamente con i regimi di sfruttamento, accumulazione e distribuzione del reddito, oltre che di influenzare le forme dello Stato, il diritto internazionale e le scelte geopolitiche delle classi dominanti, sempre orientati alla massimizzazione irrazionale del profitto, alla violenza sistemica e alla concentrazione del potere nudo sulla stragrande maggioranza della forza lavoro globale. Naussicaa Reener esamina in questo articolo come questi vettori abbiano influito sulla trasformazione del Partito repubblicano statunitense alla luce della critica contenuta in Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos (2025), di Paul Heideman.
Per chi pensava – o sperava – che le grandi aziende tecnologiche avessero consolidato una coalizione imprenditoriale attorno al Partito democratico, conciliando lo sfruttamento lucrativo con i principi liberali, il secondo insediamento di Trump deve aver rappresentato un duro colpo *. Mark Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan (Meta) erano seduti accanto a Jeff Bezos e Lauren Sánchez Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla/SpaceX). Dopo anni di appelli per frenare il flusso di fake news notizie i magnati sembravano sollevati dal cambio di governo. Zuckerberg, che aveva guidato la campagna delle sue aziende per espellere Trump dalle loro piattaforme dopo il 6 gennaio 2021, è apparso in un video confessionale di cinque minuti con i capelli ricci e una catena d’oro per annunciare che era ora di tornare alle «nostre radici incentrate sulla libertà di espressione». E questa volta, tutti hanno partecipato al gala organizzato dal miliardario di PayPal e cofondatore di Palantir, Peter Thiel, alla vigilia del ballo inaugurale.
La storia del Partito repubblicano di Paul Heideman si propone di spiegare come i vertici delle aziende statunitensi siano finiti per diventare supplicanti di fronte a un partito sempre più fuori dal loro controllo. Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos inizia mettendo in luce un contrasto storico: negli anni Cinquanta Joseph McCarthy fu messo al bando dal Partito repubblicano di Eisenhower sotto la pressione delle grandi aziende, mentre settant’anni dopo un tentativo analogo di espellere Trump in seguito alla sua contestazione dei risultati elettorali del 2020 si è rivelato vano. Due modelli di comportamento, sostiene Heideman, hanno portato il Partito repubblicano a questa situazione: l’indebolimento dei partiti politici e la disorganizzazione delle imprese statunitensi. Il primo ha reso il partito vulnerabile alle sfide interne e alla frattura, mentre il secondo ha portato le grandi aziende e i gruppi di interesse a dare priorità ai profitti a breve termine e specifici di ciascun settore, anziché promuovere l’unità politica. Entrambi questi processi fanno parte di un modello più ampio di sviluppo eccezionale. Sebbene gli Stati Uniti siano stati pionieri in ciò che Rogue Elephant definisce «i primi partiti elettorali di massa della storia mondiale», queste formazioni furono concepite non tanto per articolare programmi nazionali coerenti, quanto per attenuare il fazionalismo in una repubblica federale divisa; nel contempo, a differenza di altre democrazie capitalistiche, il Paese non ha mai
creato un’associazione centralizzata di imprenditori, in parte a causa della relativa debolezza dei sindacati.
Heideman traccia la traiettoria del Partito repubblicano attraverso due assi principali: la coerenza ideologica e la forza istituzionale, pur aggiungendo che molti di questi stessi modelli sono stati adottati dal Partito democratico o si applicano anche a quest’ultimo. Durante l’Era Progressista (1890-1920), i repubblicani erano dominanti dopo essere riusciti a respingere l’ascesa populista di William Jennings Bryan, ma il partito offriva scarsa differenziazione ideologica rispetto ai democratici. «In pratica – scrive Heideman – entrambi i partiti sostenevano l’esclusione degli interessi dei lavoratori». Woodrow Wilson, all’epoca docente di scienze politiche, temeva che i loro programmi indistinti e sovrapposti privassero gli elettori di un’alternativa chiara, fatto che a suo avviso minava la democrazia stessa. Due riforme, introdotte all’inizio del XX secolo per combattere la corruzione del «sistema del saccheggio» – consistente nell’assegnazione di impieghi e appalti pubblici in cambio di finanziamenti concessi a politici e partiti – modificarono in modo duraturo il funzionamento di questi ultimi. La prima prevedeva la nomina di funzionari non eletti, che mantenevano il proprio incarico anche durante i cambiamenti politici, per ricoprire cariche e svolgere funzioni amministrative che in precedenza erano state assegnate tramite nomina politica. La seconda, e più significativa delle due, introdusse le elezioni primarie dirette, che già nel 1917 erano obbligatorie nella maggior parte degli Stati. Sebbene l’intenzione fosse quella di frenare gli eccessi degli apparati politici in quelli che erano, in pratica, feudi di «partito unico», tali misure «resero la politica statunitense molto meno partecipativa e ridussero il ruolo dei partiti al suo interno», sostiene il libro, intensificando al contempo l’«incoerenza» dei loro programmi. Nello stesso periodo, il movimento operaio e le imprese compirono progressi simultanei nei rispettivi sforzi di auto-organizzazione. L’agitazione antisindacale diede impulso al primo grande aumento degli iscritti alla National Association of Manufacturers (NAM), fondata nel 1895. La Camera di Commercio fu fondata poco dopo. Tuttavia, le imprese ebbero difficoltà a raggiungere l’unità, data la realtà della concorrenza tra esse. «Siamo un organismo frammentato», ammettevano i responsabili della NAM nel periodo tra le due guerre. «Abbiamo i dirigenti, ma ci mancano le basi». Un dissidente criticò la Camera di Commercio definendola un club nei periodi di prosperità e un «potente centro di reazione» nei periodi di cambiamento, ma incapace di fornire un aiuto concreto in entrambi i casi.
Durante il New Deal, il movimento sindacale si alleò con il Partito democratico di Frank Delano Roosevelt, il che favorì una più netta coesione dei partiti lungo linee di classe. Per la prima volta dall’epoca precedente alla guerra civile, si delineò una divisione riconoscibile tra riforma e reazione. Roosevelt sostenne la contrattazione collettiva promulgando il National Industrial Recovery Act (1933), il che contribuì a innescare un’ondata massiccia di scioperi. Heideman cita John Lewis, presidente dell’United Mine Workers, il quale dichiarò: «Siamo convinti che non vi sia stato alcuno strumento giuridico paragonabile a questo sin dalla Proclamazione di emancipazione del presidente Lincoln». Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, tuttavia, questa alleanza rimase un processo incompiuto, come sostenuto all’interno del volume, poiché i Democratici associarono i sindacati e i liberali del Nord alla classe dominante segregazionista del Sud, consolidando i Repubblicani come il partito delle «grandi imprese e dei lavoratori autoctoni». I «polarizzatori» di ciascuna fazione cercarono di risolvere queste tensioni e, a metà degli anni Sessanta, nel pieno delle agitazioni per i diritti civili, conservatori e liberali si divisero in gran parte in partiti opposti, dando origine per la prima volta a un «sistema di partiti «ideologicamente coeso». Secondo Heideman, questo risultato fu un’arma a doppio taglio. Le stesse riforme che sistemarono la segmentazione partitica – la diffusione delle primarie e l’erosione del principio di anzianità nell’assegnazione delle presidenze dei comitati – indebolirono ulteriormente le organizzazioni interne dei partiti, che un modello emergente di «servizio» ridusse a semplici ausiliari professionali delle campagne elettorali, limitandosi a fornire fondi e supporto tecnico. L’avvento della televisione e i costi a esso associati aggravarono questa tendenza, così come le riforme sul finanziamento delle campagne elettorali, che autorizzarono i comitati di azione politica (PAC) a convogliare le donazioni direttamente ai candidati, limitando al contempo i contributi dei partiti.
Se gli anni Sessanta, che videro, il movimento sindacale raggiungere l’apice della propria forza ottenendo l’approvazione di normative favorevoli alla classe operaia, furono un periodo turbolento per le imprese, il decennio successivo segnò un cambiamento decisivo nell’equilibrio delle forze di classe. In risposta alle crescenti denunce di pratiche lavorative ingiuste, all’aumento dei costi nel settore edile e all’elevata inflazione registrata in un clima economico generalmente pessimista, il Labor Law Reform Group (LLRG) iniziò a spingere le imprese, in precedenza indifferenti , verso una posizione antisindacale più coordinata. Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos racconta il lavoro organizzativo svolto da dirigenti come Roger Blough, della US Steel, che si misero all’opera, costituendo dapprima il Construction Users’ Anti-Inflation Roundtable e poi, insieme all’LLRG, il Business Roundtable, il cui obiettivo, secondo la citazione di Heideman tratta da uno dei suoi membri, era «universale» e si concentrava sulla «sopravvivenza del sistema della libera impresa». A differenza delle precedenti organizzazioni padronali, la Business Roundtable intendeva agire non a favore di settori specifici, ma delle imprese nel loro complesso. Anche la Camera di Commercio riuscì a riorganizzarsi sotto la guida di Richard Lesher, quadruplicando il numero dei propri membri e aumentando la propria influenza politica attraverso il proprio comitato di azione politica (PAC).
In quel momento, sostiene Heideman, gli interessi imprenditoriali erano disposti ad accettare politiche che avrebbero influito negativamente sui loro risultati. Sostenendo il «Volcker shock» nonostante i suoi gravi costi a breve termine, le principali imprese appoggiarono la cura recessiva in una dimostrazione di determinazione capitalista collettiva. Heideman cita un rapporto della Business Roundtable, che «sosteneva senza mezzi termini che una recessione era un prezzo che valeva la pena pagare per combattere l’inflazione». Sotto l’amministrazione Reagan, la classe imprenditoriale ottenne la sua ricompensa. L’aliquota fiscale sulle imprese fu ridotta di oltre la metà e i lavoratori furono decisamente messi da parte. Tuttavia, una volta portati a termine questi compiti, il mondo imprenditoriale non riuscì a rimanere unito. Con «i propri nemici immediati sconfitti», scrive Heideman, «le imprese si resero presto conto di non poter mantenere l’unità che avevano trovato nel pieno della battaglia». I conflitti redistributivi riemersero all’interno dello schieramento imprenditoriale, quando i fanatici delle politiche dell’offerta si scontrarono con i conservatori fiscali più cauti in materia di aliquote e riduzione del deficit; un consulente paragonò le grandi imprese a «maiali che mangiano alla mangiatoia», in lotta per ottenere vantaggi da un governo favorevole ai propri interessi. La disciplina forgiata negli anni Settanta si affievolì, lasciando spazio a forme di difesa sempre più provinciali.
Negli anni Novanta, organizzazioni come il Business Roundtable e la Camera di Commercio hanno modificato il proprio modello di business. «Anziché cercare di forgiare un consenso tra un gruppo eterogeneo di aziende, la Camera avrebbe offerto le proprie risorse al miglior offerente», scrive Heideman. Questa struttura avrebbe permesso al settore delle assicurazioni sanitarie «di promettere pubblicamente il proprio sostegno agli sforzi di riforma, finanziando al contempo la campagna di terra bruciata della Camera di Commercio contro un’opzione pubblica o l’introduzione di qualsiasi regolamentazione significativa nel settore». Un gruppo di pressione delle compagnie assicurative ha donato all’organizzazione 85 milioni di dollari per minare la regolamentazione. Sebbene il riciclaggio di decine di milioni di dollari attraverso gruppi di finanziamento opachi sia ormai una caratteristica comune della politica statunitense, all’epoca si trattava di una somma notevole. I rappresentanti del capitale smisero di presentarsi come custodi degli interessi generali dei datori di lavoro e, invece, abbracciarono cause più specifiche – la remunerazione dei dirigenti, il tabacco, i prodotti farmaceutici, le assicurazioni – e la redditizia fornitura di servizi di gestione della reputazione, indispensabili in un’era di amministratori delegati famosi. La risettorializzazione delle grandi imprese, sostiene Rogue Elephant, ha avuto un effetto determinante sul percorso del Partito repubblicano. Per Heideman, il deputato della Georgia Newt Gingrich è stato la figura chiave nel consolidamento di questa trasformazione.
In risposta a quella che alcuni conservatori consideravano una debolezza di Reagan – in particolare la sua firma di una legge fiscale democratica nel 1982 – Gingrich aveva avviato uno sforzo concertato per spostare il Partito repubblicano verso destra. Come gli aveva consigliato un consulente, il suo gruppo appena costituito, la Conservative Opportunity Society, avrebbe dovuto funzionare come i Vietcong, ovvero come un «movimento di guerriglia rivoluzionario». Il discorso politico assunse una piega apocalittica. Il compromesso fiscale, dichiarò Gingrich, era il «primo assalto di una lotta per l’anima e il futuro del Partito repubblicano». L’innovazione di Gingrich, che alla fine gli permise di scatenare una «guerra totale contro il liberalismo», fu il ricorso alla raccolta fondi per aggirare l’infrastruttura del partito, mettendo in campo un sistema di Comitati di Azione Politica (PAC) incentrato sugli Stati per eludere i limiti federali ai contributi alle organizzazioni e agli attori politici e costruire una rete alternativa di donatori. In qualità di presidente della Camera dei Rappresentanti, modificò il funzionamento del sistema clientelare d , assegnando incarichi di rilievo nelle commissioni in base alla capacità di raccolta fondi e non all’anzianità di servizio. I meccanismi che ne favorirono l’ascesa alla carica nel 1994 avrebbero a loro volta ispirato gli aspiranti rivali. Man mano che proliferavano i PAC promossi dai rappresentanti politici e le reti di finanziamento, la dipendenza dei membri nei suoi confronti si erose. «Quando Gingrich smise di essere la loro unica fonte di denaro, ebbero la libertà di rivoltarsi contro di lui», osserva Heideman a proposito di un ciclo che finì per consumare i successivi leader repubblicani. «Non c’era nulla che fosse off-limits, amico», ricordava il deputato della Carolina del Sud Lindsey Graham, della classe del 1992. «Potrai anche averci dato da mangiare, averci lavato e pettinato, ma ti avremmo morso lo stesso».
Durante l’era Clinton, secondo l’analisi presentata nel volume presentata nel volume si è aperto un altro divario tra il settore imprenditoriale come classe e il Partito repubblicano. Mentre Clinton si assicurava il sostegno delle élite per l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) e «faceva venire l’acquolina in bocca alle aziende» con la privatizzazione della previdenza sociale, la determinazione della leadership del Partito repubblicano a vederlo cadere lo allontanò ancora di più dalle priorità delle grandi imprese. La rottura avvenne con l’impeachment. In quell’occasione i repubblicani si allontanarono dalle preferenze della maggioranza degli imprenditori statunitensi per rispondere alla richiesta di potenti gruppi di interesse minoritari, in particolare la destra cristiana e le grandi aziende produttrici di tabacco, per i quali la Food and Drug Administration di Clinton era una nemesi. Il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Tom DeLay, si affermò come il principale alleato della Philip Morris al Congresso, e l’azienda si posizionò come il suo maggiore donatore nel corso di diversi cicli elettorali. «L’impeachment fu il momento in cui la politica guidata dai finanziatori e un’élite imprenditoriale sempre più frammentata entrarono in conflitto», sostiene Heideman, dando origine a un Partito repubblicano sempre più suscettibile di essere conquistato dagli “imprenditori politici” della linea dura, la cui influenza non poteva più essere contenuta dall’élite di potere tradizionale. Tutto tornò a quadrare, anche se solo per un breve periodo, sotto la presidenza di George W. Bush. Dopo aver preso le distanze dall’aggressività dell’era Gingrich attraverso il linguaggio del «conservatorismo compassionevole», Bush riunì i repubblicani dell’establishment e l’ala destra del partito attorno ai tagli fiscali, alla deregolamentazione e al keynesismo militare. Furono istituiti incontri settimanali tra i leader del Congresso e le lobby, in cui la Casa Bianca stabiliva le priorità e si aspettava che le imprese si allineassero, un’aspettativa che divenne chiara quando Bush informò i principali dirigenti che solo una frazione del suo pacchetto fiscale sarebbe andata direttamente alle imprese. Lo stesso è accaduto con la marcia verso la guerra in Iraq, che Heideman identifica come il culmine di un consenso bipartisan sul cambio di regime forgiato alla fine dell’era Clinton. Sebbene si sia parlato molto dei legami del governo Bush con le compagnie petrolifere, Heideman trova «pochissime prove» del fatto che l’invasione sia stata condotta su richiesta di queste ultime. Al contrario, proprio come nel caso della politica fiscale, «il governo ha tracciato la rotta e ha assicurato alle imprese che avrebbe tutelato i loro interessi, se lo avessero sostenuto».
Per un certo periodo, l’11 settembre e le crociate imperiali in Medio Oriente hanno suscitato un sostegno relativamente unanime da parte del partito e delle imprese a loro favore. Quando l’opinione pubblica si è schierata contro la guerra in Iraq, le fratture sono riemerse. La riforma della previdenza sociale di Bush non ha trovato un sostegno duraturo: né tra i cittadini, né al Senato, né tantomeno tra le imprese, nonostante gli incentivi materiali. La riforma dell’immigrazione, sostenuta dagli imprenditori ma denunciata dall’ala nativista del partito, ha ampliato il divario esistente tra la Casa Bianca e il Congresso. Poi è arrivata la crisi finanziaria. Bush si è avvalso dei voti democratici per portare avanti il salvataggio di Wall Street sostenuto dalle imprese, con una maggioranza di repubblicani alla Camera dei Rappresentanti che votava contro il Troubled Asset Relief Program (TARP). Alla fine della presidenza di Bush, il partito era più diviso che in qualsiasi altro momento dai tempi del Watergate.
Durante gli anni di Obama, gli interessi economici si sono schierati a sostegno dei candidati del Tea Party, mentre la sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United contro la Commissione Elettorale Federale ha aperto le porte a finanziamenti politici poco trasparenti. Organizzazioni nell’ombra come FreedomWorks e Americans for Prosperity, entrambe finanziate da Charles e David Koch, sono emerse come una «ecologia alternativa delle élite», che non temeva di sfidare né la leadership del partito né le lobby imprenditoriali tradizionali. «Il Tea Party ha contribuito a reinventare l’opposizione al governo di Obama, passando dall’essere un progetto del malandato Partito repubblicano a diventare un progetto del movimento conservatore in rinascita», scrive Heideman. E di cambiamento d’immagine si è trattato: Rogue Elephant cita con ironia il rapporto di Theda Skocpol e Vanessa Williamson, redatto dopo aver intervistato attivisti del Tea Party, secondo cui «un numero sorprendente delle persone con cui abbiamo parlato collocava la propria prima esperienza politica nella campagna di Goldwater del 1964». Questi sforzi non fecero altro che emarginare ulteriormente lo stesso Partito repubblicano, sebbene contribuirono a restituirgli il controllo della Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di mid-term del 2010, quando entrarono in vigore le politiche di austerità di Obama. Gli scontri al Congresso sull’Affordable Care Act, la chiusura del governo del 2011 e le successive battaglie di bilancio hanno esacerbato le tensioni esistenti tra una destra sempre più spavalda e un establishment che rifuggiva dalle tattiche massimaliste. Tuttavia, i tentativi del consigliere di Bush, Karl Rove, e della Camera di Commercio di frenare i rivali alle primarie si scontravano con una proliferazione di gruppi esterni e Comitati di Azione Politica (PAC) promossi da determinati rappresentanti, il che rendeva difficile la centralizzazione. I super PAC hanno superato ben presto i partiti stessi in termini di spesa e il coordinamento tra i gruppi allineati con i repubblicani è risultato più labile rispetto a quello tra i democratici. Tuttavia, per trovare un candidato presidenziale credibile occorre qualcosa di più del denaro; dato che nessuno ha soddisfatto realmente l’ala destra del partito nel 2012, il Partito repubblicano si è consolidato attorno alla candidatura del timido Mitt Romney. Nel 2016 le figure dell’establishment e gli insorti si sono impegnati in una guerra di logoramento reciproco; nessuno dei due schieramenti ha compreso il pericolo rappresentato dalla candidatura di Trump ed entrambi hanno dato per scontato che la sua presenza danneggiasse l’altro. Il crollo del coordinamento dell’élite, radicato nell’indebolimento dell’apparato del partito e in una classe imprenditoriale divisa, ha lasciato un varco che Trump ha sfruttato con spietato istinto.
La vittoria di Trump, come afferma Heideman, «era come un quadro puntinista: da lontano presentava un’immagine chiara, ma osservandola da vicino si dissolveva nel caos». A prima vista, il risultato sembrava di routine: dopo due mandati democratici, un candidato repubblicano ottiene una vittoria di misura nel Collegio Elettorale ribaltando il risultato in una manciata di Stati del Midwest. Da vicino, tuttavia, Rogue Elephant mostra che il percorso è stato molto accidentato. Fin dal momento in cui ha annunciato la sua candidatura, Trump ha dovuto affrontare una forte opposizione da parte delle grandi aziende e delle reti imprenditoriali conservatrici; nelle elezioni generali, i fondi delle aziende sono affluiti in modo decisivo verso Hillary Clinton, che lo ha superato nella spesa elettorale in un rapporto di due a uno. All’interno del Partito repubblicano, ci si aspettava che la corsa si trasformasse in uno scontro tra un candidato dell’establishment (Jeb Bush), un aspirante di estrema destra (Ted Cruz) e un estremista dal profilo moderato (Marco Rubio). Invece, le lotte tra fazioni e le mancanze di coordinamento dell’élite hanno permesso a Trump di aggiudicarsi la candidatura con circa il 40 per cento dei voti alle primarie. La classe dei finanziatori del partito era divisa, la sua leadership vacillava e gli elettori delle primarie, ostili all’immigrazione e sempre più scettici nei confronti dell’ortodossia del libero mercato, trovarono in Trump un candidato che prometteva di costruire un muro al confine meridionale, di ritirarsi dall’Accordo di libero scambio del Nord America e di «salvare Medicare, Medicaid e la Previdenza Sociale senza tagli». La svolta avvenne nel maggio 2016, quando il magnate immobiliare Steve Wynn organizzò un incontro tra Trump e Rove, il quale lo convinse a nominare Mike Pence come vicepresidente, un gesto di conciliazione nei confronti degli evangelici e degli ultraliberali favorevoli al libero mercato. La famiglia Mercer ha fornito una tempestiva iniezione di denaro e un energico consigliere nella figura di Steve Bannon, artefice di una strategia antisistema rivolta agli elettori economicamente frustrati degli Stati indecisi. Le elezioni si sono decise con un margine minimo; la campagna di Trump ha paradossalmente beneficiato dell’ansia dei finanziatori di fronte alla sua disorganizzazione, sottolinea Heideman, poiché il denaro destinato alle primarie ha indirettamente rafforzato le sue prospettive negli Stati contesi.
Una volta insediato, Trump è riuscito a ottenere un notevole grado di controllo personale sul proprio partito. Tuttavia, lo Stato americano, costituzionalmente frammentato e caratterizzato da una fitta burocrazia, si è dimostrato resistente al governo per decreto e i suoi tentativi di governare attraverso la lealtà personale e l’improvvisazione esecutiva hanno dato risultati altalenanti: l’abrogazione della legislazione Obamacare non è andata a buon fine; le iniziative in materia di politiche sull’immigrazione sono state vanificate dai tribunali; le indagini e l’impeachment hanno eroso il suo capitale politico. Il suo principale risultato legislativo è stata l’approvazione di una legge fiscale di stampo convenzionalmente repubblicano. «Un tentativo fallito di tagliare le prestazioni sociali, un massiccio sgravio fiscale a favore degli americani più ricchi e una politica estera aggressiva nei confronti dell’Iran – commenta Heideman – sarebbero stati risultati probabili anche di una presidenza di Mitt Romney». Le elezioni del 2020 hanno ribadito i modelli emersi quattro anni prima, portando questa volta a una vittoria di misura del Partito democratico, che ha superato il Partito repubblicano in termini di spesa nella maggior parte delle voci di bilancio di oltre il 200 per cento. Quando Trump mise in dubbio il risultato, fu condannato dalla Camera di Commercio e dal Business Roundtable; La National Association of Manufacturers (NAM) spinse per ricorrere al Venticinquesimo Emendamento per destituirlo. Ma questa defezione si rivelò effimera, come dimostra Rogue Elephant. I canali alternativi di raccolta fondi hanno attenuato le perdite dei repubblicani e, con i «negazionisti elettorali» al comando del partito negli Stati e nei gruppi parlamentari, le imprese si sono dimostrate incapaci o poco disposte a mettere in riga il Partito repubblicano. Nonostante l’indignazione riportata dalla stampa e una storia altalenante di appoggi, che è costata al partito elezioni che avrebbe potuto vincere, il dominio di Trump sul Partito repubblicano si è consolidato, culminando nella sua schiacciante e agevole vittoria alle primarie del 2024. Il personalismo ha soppresso le antiche lotte tra fazioni senza risolverle, impedendo l’emergere di qualsiasi consenso stabile post-Trump.
Nella sua conclusione, Heideman amplia il quadro di analisi per considerare la polarizzazione asimmetrica dei due partiti. La trasformazione del Partito repubblicano è stata drammatica, ma Heideman si chiede perché il Partito democratico non abbia vissuto nulla di paragonabile. La risposta, sostiene, risiede nella mancanza strutturale di grandi finanziatori per i programmi di sinistra, ma anche nella forma stessa del partito. Il Partito democratico rimane orientato verso un mosaico di gruppi di interesse – sindacati, organizzazioni razziali e di genere, gruppi di elettori incentrati su temi specifici – che strutturano la competizione alle primarie attorno alla gestione delle coalizioni piuttosto che alla lotta ideologica, il che ha impedito che si verificasse lo stesso grado di polarizzazione, anche quando la struttura cede sotto la pressione di campagne esterne al partito. Guardando al futuro, Heideman prevede una maggiore volatilità. La ricostruzione dei partiti richiederebbe una riforma del finanziamento delle campagne elettorali su una scala che sembra politicamente lontana; una rinnovata disciplina capitalista richiederebbe sconvolgimenti che attualmente non si intravedono all’orizzonte.
Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos offre un'impressionante panoramica dell'evoluzione della destra statunitense nell'ultimo mezzo secolo e Heideman si dimostra molto acuto nell'individuare i paradossi. Uno dei punti di forza del libro è la sua attenzione alle conseguenze indesiderate. Heideman dimostra che le riforme procedurali degli anni Sessanta, promosse dai New Politics Democrats per democratizzare il partito, hanno indebolito la coesione istituzionale e, combinandosi con l’escalation dei finanziamenti alle campagne elettorali degli anni Settanta, hanno aumentato drasticamente l’influenza dei principali finanziatori. Il «patto di Reagan», anziché stabilizzare un consenso duraturo tra le imprese, ha generato nuovi conflitti tra queste ultime. Il gruppo di Gingrich ha instaurato un modello di rivolta interna, che ben presto si è rivoltato contro i suoi stessi autori. E gli stessi metodi che hanno permesso a Trump di stabilire un «controllo personalistico» senza precedenti sul Partito repubblicano si sono rivelati particolarmente inadeguati ai compiti di governo. Concedendo alla classe dei finanziatori il riconoscimento che le spetta e rintracciando le basi materiali della lotta tra le diverse fazioni, Heideman va oltre la superficie giornalistica e riporta i determinanti strutturali al centro dell’analisi.
Docente di storia a New York, Heideman ha conseguito il dottorato in Studi Americani presso l’Università di Rutgers-Newark, dove ha completato la sua tesi di dottorato sotto la supervisione di Barbara Foley nel 2014. Il suo libro trae origine da un articolo del 2021 pubblicato su Catalyst, scritto su richiesta del direttore della rivista, Vivek Chibber. L’influenza di Chibber è citata nei ringraziamenti del libro, così come quella di Corey Robin, il cui invito ad «analizzare ciò che Trump ha fatto piuttosto che ciò che ha detto» è considerato l’ispirazione dell’approccio adottato nel libro di Heideman. La «teoria dell’investimento nella competizione tra partiti» di Thomas Ferguson, secondo cui i partiti politici negli Stati Uniti funzionano come coalizioni di grandi investitori, le cui preferenze politiche determinano le agende elettorali e limitano la gamma di risultati possibili, costituisce un altro punto di riferimento fondamentale.
Nonostante tutte le sue qualità, l’analisi concreta di Rogue Elephant non sembra sempre allinearsi con la realtà secondo cui le aziende statunitensi si trovano in una posizione eccellente sotto l’amministrazione Trump, ottenendo profitti senza dover affrontare la sfida di una vera governance, del controllo o persino della responsabilità. Il trionfo delle imprese non deve necessariamente apparire organizzato. Il capitalismo è fondamentalmente reattivo: le imprese si adattano incessantemente ai segnali dei prezzi, ai cambiamenti tecnologici e alle strategie dei loro rivali per sopravvivere. Il cambiamento, non l’equilibrio, è la loro condizione ottimale. Heideman mostra come la disunione della classe imprenditoriale abbia contribuito a spingere il Partito repubblicano verso le turbolenze del trumpismo, ma non è evidente che tale frattura abbia ridotto il potere delle imprese, né che la capacità del partito delle imprese di difendere senza riserve le richieste specifiche di ciascun settore non sia anche un segno di forza. Al suo apice, la Camera di Commercio raramente sosteneva politiche che abbracciassero l’intero spettro imprenditoriale – anzi, spesso alle imprese veniva chiesto di fare concessioni su grandi progetti di legge fiscali e simili –, ma ottenne una vera e propria serie di vittorie nei settori automobilistico, delle assicurazioni sanitarie e dell’industria farmaceutica. Sebbene il capitale mostri segni di entropia quando le cose vanno bene, è stato in grado di unirsi molto rapidamente, quando è stato necessario, per frenare una legislazione sfavorevole. Durante la presidenza Clinton, l’AFL-CIO compì uno sforzo concertato per far approvare una legge federale, il Workplace Fairness Act, concepita per proteggere i lavoratori in sciopero dall’essere sostituiti da crumiri. Come dimostra Timothy Minchin nella sua storia dell’AFL-CIO, Labor Under Fire: A History of the AFL-CIO since 1979 (2017), il fatto che le aziende potessero semplicemente assumere crumiri ha spezzato molti scioperi e ha fatto sì che migliaia di lavoratori statunitensi perdessero il posto di lavoro. Clinton, pur non pronunciandosi apertamente sul disegno di legge, affermò che lo avrebbe firmato. Ma i Democratici contavano solo su cinquantasette seggi al Senato, tre in meno della soglia necessaria per approvare la legge. In quel momento, scrive Minchin, «da parte delle imprese, la lotta fu guidata dall’Alliance to Keep Americans Working, una coalizione di oltre novanta società e gruppi imprenditoriali, tra cui la National Association of Manufacturers e la Camera di Commercio degli Stati Uniti. La battaglia mise in luce il crescente potere – e l’unità – della lobby imprenditoriale, che è una delle cause principali del calo della densità sindacale». I rappresentanti del Sud, in particolare, furono sommersi da lettere e petizioni, mentre i gruppi imprenditoriali si mobilitavano contro la legge. Questa fallì al Senato e Clinton finì per promulgare un decreto, che conteneva importanti limitazioni.
Esaminando le principali leggi economiche e i decreti approvati o firmati da Trump, si notano segni di tensione tra gli interessi delle fazioni e le priorità della classe nel suo complesso. Rogue Elephan: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos offre un’interessante analisi della legge di bilancio di Trump per il 2017, che ha ridotto in un colpo solo l’imposta sulle società e l’imposta sul reddito dei ricchi. George W. Bush, scrive Heideman, «aveva riunito i leader aziendali in una sala e aveva detto loro che non avrebbe inserito i tagli da loro preferiti nel suo piano fiscale, ma che, se avessero sostenuto la sua strategia, sarebbero stati riccamente ricompensati». Trump, al contrario, ha finanziato il suo regalo ai ricchi con un dazio doganale, che imponeva un forte sovrapprezzo agli importatori. I dazi del secondo mandato di Trump, introdotti come strumenti di una politica estera rischiosa, non possono essere descritti come qualcosa che serva agli interessi delle grandi imprese né a breve né a lungo termine. Almeno sotto questo aspetto, l’opposizione si è mostrata sorprendentemente coesa. Ford, ad esempio, con la sua quota relativamente elevata di produzione nazionale, potrebbe ritenere che i dazi conferiscano un vantaggio alle case automobilistiche straniere, ma finora l’azienda ha comunque privilegiato i benefici derivanti dalla possibilità di importare componenti e prodotti finiti.
I magnati delle piattaforme che competevano per conquistare il favore di Trump non si sono recati in massa a Washington lo scorso gennaio per promuovere un programma comune, ma per cercare un trattamento preferenziale. Hanno partecipato all’insediamento non perché le aziende stessero andando male in questo contesto caotico e avessero bisogno di guadagnare influenza, ma perché le aziende stanno cercando la deregolamentazione. Il mercato azionario, il PIL e gli utili aziendali hanno registrato una ripresa dopo il difficile primo trimestre del 2025. La distruzione del quadro normativo statunitense ha senza dubbio contribuito a questo risultato. Secondo le informazioni disponibili, il «Kochtopus» ha speso 548 milioni di dollari durante il ciclo elettorale del 2024, esercitando pressioni sulle grandi società affinché spingessero il Partito repubblicano più a destra su molte questioni, nonostante Trump non sia mai stato il loro candidato preferito. E, naturalmente, c’è la bolla dell’IA. «Se sfrutteremo anche solo una frazione delle opportunità che ci si presentano», ha annunciato Zuckerberg nella relazione sui risultati del terzo trimestre di Meta, «i prossimi anni saranno il periodo più emozionante della nostra storia».
La narrativa di Heideman, attenta alle forze strutturali, a volte trascura la centralità degli eventi storici reali, compresi i profondi cambiamenti verificatisi nella natura del capitalismo statunitense. Alle turbolenze economiche degli anni Settanta – la concorrenza tra capitalisti che portò a una contrazione dei profitti, gli shock di Nixon e l'inizio della stagflazione – è stata dedicata solo una minima parte rispetto allo spazio riservato alle controversie sulla regolamentazione svoltesi al Congresso, mentre lo spostamento del settore industriale a favore di quello finanziario negli anni Novanta, quando la liberalizzazione commerciale e un dollaro forte accelerarono la delocalizzazione della produzione, viene rapidamente sorvolato. Sebbene Rogue Elephant offra una correzione ammirevolmente pragmatica alle spiegazioni psicologizzanti dell’ascesa di Trump, c’è comunque qualcosa che manca: su Trump stesso, sull’elettorato o sulle dinamiche non razionali in gioco. A volte ciò si manifesta sotto forma di eufemismo, come quando Heideman descrive Christine O’Donnell, ex candidata del Tea Party al Senato per il Delaware, come «solo vagamente ancorata alla realtà». La ricordo come la candidata che fu costretta a mandare in onda uno spot in cui dichiarava: «Non sono una strega». In altre occasioni, la mancanza di attenzione verso i singoli attori viene percepita come un’omissione più significativa. John Lewis, il leader sindacale che aveva elogiato la legislazione di Roosevelt del 1933, si rivoltò contro il Partito democratico alcuni anni dopo. Heideman non ne fa menzione, sebbene sia un buon esempio di come una base unificata possa, di fatto, provocare una frattura. Al contrario, da quando il libro di Heideman è andato in stampa, Marjorie Taylor Greene – l’incendiaria deputata repubblicana del 14° distretto della Georgia, le cui buffonate vengono citate come prova del controllo vacillante della leadership del partito – è stata costretta a ritirarsi, nonostante la sua potenza finanziaria.
Nel libro non sono stati inoltre sufficientemente approfonditi né gli effetti dei cambiamenti indicati da Heideman nel Partito democratico, né il «riassetto» che ha portato il partito a guadagnare terreno tra i gruppi più benestanti, mentre parte della sua base della classe operaia ha cambiato la propria fedeltà passando al Partito repubblicano. «Si potrebbe affermare potrebbe affermare, scrive Heideman,
che i Democratici si siano allontanati dalla ridistribuzione, assecondando le preferenze dei loro nuovi elettori dell’alta borghesia. Tuttavia, non è questo ciò che è accaduto. Infatti, durante il mandato di Joe Biden, i Democratici hanno tentato di approvare la misura di politica ridistributiva più ambiziosa dai tempi della Great Society. Il fatto che sia stata bloccata dai due senatori più conservatori del gruppo parlamentare democratico non sminuisce il fatto che il resto del partito l’abbia sostenuta.
Ci sono due aspetti che non vengono menzionati: in primo luogo, che questa era la ricompensa di consolazione concessa all’ala del partito guidata da Sanders, che stava spingendo Biden verso sinistra; e, in secondo luogo, che la vera spinta del «Build Back Better» non risiedeva in benevoli impulsi ridistributivi, ma nella necessità di correggere la destabilizzazione causata dalla pandemia di COVID-19. La misura era accompagnata dal proseguimento del Paycheck Protection Program (Programma di protezione degli stipendi), un aiuto di cui hanno approfittato appieno le grandi società.
Heideman accenna solo di sfuggita al successo delle sfide lanciate dalla sinistra alla leadership del Partito democratico, che presenta un netto contrasto con la resa dei repubblicani di fronte alla loro ala destra ribelle. Adam Hilton, in un articolo pubblicato sul Socialist Register, affronta la questione da una prospettiva che integra quella di Heideman. «Perché questa struttura» – un partito relativamente permeabile – «dovrebbe orientarsi in modo così sistematico verso gli interessi capitalisti?», chiede Hilton. La sua risposta è che il Partito democratico manca di «deliberazione interna sia sulle principali questioni politiche di attualità sia sulle visioni politiche alternative per la società», una carenza che «funziona come un importante disincentivo alla partecipazione generalizzata della base». Le conseguenze sono emerse chiaramente nell’effimero successo di Sanders, limitato dalla struttura dei superdelegati del partito. Un Partito repubblicano più forte, come sostiene Heideman, avrebbe potuto impedire l’ascesa di Trump, ma in quale situazione avrebbe lasciato il Paese? La sinistra ha pochi motivi per riporre le proprie speranze in un’inversione di tendenza dell’atrofia dei Democratici.
È improbabile che gli appelli populisti opportunistici di Trump e Vance si fondino in un’alternativa stabile a destra o provochino una reazione unitaria tra i Democratici, prevede Heideman. «Il fascino del “conservatorismo nazionale” ha meno a che fare con il suo programma economico – sottolinea Heideman – e più con la sua disponibilità ad abbracciare l’antiliberalismo». Lo stesso Gingrich ha osservato che Trump «non era essenzialmente un conservatore», ma un «antiliberale». Anzi, ha aggiunto l’ex presidente della Camera dei Rappresentanti, «potrebbe essere il distruttore più efficace del liberalismo che io abbia mai visto in vita mia». L’orientamento del Partito repubblicano, lontano da un programma conservatore positivo, trova un riflesso più che evidente nei Democratici, il cui posizionamento come unica alternativa al fascismo – il partito della democrazia in sé – sa di disperazione.
* Paul Heideman, Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos, Londra e New York, Verso, 2025, 320 pp.
Si consiglia la lettura di , «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», NLR 155&Ant/agón. Dylan Riley, «Capitalismo, capitalistas, política», «Culturas políticas, marxismo, política de clase», «Intereses materiales y lucha de clases», «Lenin en Estados Unidos», todos ellos publicados en Diario Red, «Marx y Weber o la racionalidad política de la comprensión del capitalismo», Ant/agón, y «Líneas de fractura: Lógicas políticas del sistema de partidos en Estados Unidos», NLR 126.
Nausicaa Renner è redattrice fondatrice di Drop Site News. In precedenza è stata redattrice di The Intercept, redattrice digitale della Columbia Journalism Review e redattrice senior di n+1. I suoi saggi su politica, psicoanalisi e libri sono apparsi su Parapraxis, n+1, The New York Times Magazine, The New Yorker e The New Republic, tra le altre testate.
Questo articolo è apparso su New Left Review 157, rivista bimestrale di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’editore.
L'immagine di copertina è di Joselin Finch, che ringraziamo.

