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Immagine del redattore: Wolfgang Streeck
Wolfgang Streeck
4 ore fa
Tempo di lettura: 11 min

Chi pagherà i costi della crisi sistemica del capitalismo?



Elaborazione grafica da un'opera di Peter Keighron
Elaborazione grafica da un'opera di Peter Keighron

Cosa significa dire che ci troviamo in una «policrisi»? Nel contesto di un capitalismo sempre meno democratico, la totalità degli Stati ricchi del mondo si trova ad affrontare un insieme simile di crisi emerse in modo più o meno impercettibile. Dietro a esse si nasconde una crisi fiscale dello Stato, in gestazione da molto tempo, e che ora finalmente viene alla luce, in cui le crescenti esigenze poste alla società dal capitalismo contemporaneo si scontrano con le capacità sempre minori dei sistemi politici democratici di garantire le risorse necessarie per soddisfarle. Una delle conseguenze è la significativa ascesa, più o meno simultanea in tutti questi paesi, di partiti di opposizione di nuova generazione, critici nei confronti dell’ordine esistente, che minacciano di estromettere dal potere i vecchi partiti al governo dal secondo dopoguerra.


I dettagli variano da un paese all’altro, anche se non in misura significativa. Per quanto riguarda la Germania, tutti i governi, indipendentemente da chi li guidi, si trovano ad affrontare all’incirca i seguenti problemi, che sono tanto acuti quanto difficili da risolvere, almeno nel breve termine. E tutti causati da una politica latente di austerità, che si è tradotta in una mancanza di investimenti in beni pubblici. Tali problemi, non secondo un ordine di priorità particolare, sono: la stagnazione della crescita, in cui ogni cambiamento strutturale assume il carattere di un gioco a somma zero; il deterioramento delle infrastrutture pubbliche, comprese ferrovie, ponti e strade; una crescente carenza di alloggi e l’aumento degli affitti urbani; l’incapacità di adattare sia le città che le zone rurali alle conseguenze del cambiamento climatico; la mancanza di una politica in materia di immigrazione in grado di contrastare l’invecchiamento della popolazione e il forte calo dei tassi di natalità; il decadimento del sistema educativo, in particolare dell’istruzione primaria; l’indebitamento delle autorità locali e la loro sempre minore capacità di effettuare gli investimenti necessari e di fornire i servizi essenziali; la crescente disuguaglianza di reddito e di ricchezza, con le famiglie a basso reddito – in particolare, quelle con a capo madri single – che ne sono cronicamente le più colpite; e, ultimo ma non meno importante, l’ansia generalizzata per il futuro, alimentata in parte dal timore di tagli ai servizi pubblici essenziali forniti dallo Stato, il cui finanziamento sta diventando sempre più difficile.

 

Queste crisi, in Germania come altrove, hanno due cose in comune: in primo luogo, sorgono in un momento in cui gli Stati, in teoria responsabili della loro risoluzione, sono già profondamente indebitati; e, in secondo luogo, le promesse fatte dai leader di risolverle sono impossibili da mantenere, quanto meno non prima delle prossime elezioni. Non c’è, ovviamente, nulla di nuovo nell’idea che le finanze pubbliche possano diventare il tallone d’Achille del capitalismo governato democraticamente. A partire dagli anni ‘70 si è ampliato il divario tra i costi generali del capitalismo e ciò che le imprese capitalistiche sono disposte – o possono essere costrette – a pagare per coprirli. Tali costi derivano sia dalle precondizioni necessarie alla produzione capitalistica, sia dalle sue conseguenze – dagli investimenti in ricerca e sviluppo e nella formazione del «capitale umano» alla bonifica dei danni ambientali – ma anche dall’esigenza di garantire legittimità a un modo di produzione in cui i surplus generati finiscono nelle mani di una ristretta classe di detentori di capitale.

 

Tutte le forme di salario sociale – cioè le integrazioni statali al salario fissato dal mercato, come la previdenza sociale e l’assicurazione sanitaria – servono a rafforzare tale legittimità. Man mano che lo sviluppo capitalista (o la «modernizzazione») avanza, e sorgono nuove esigenze tra i lavoratori e le lavoratrici e le loro famiglie, queste spese aumentano, come nel caso delle scuole per l’infanzia o dell’assistenza agli anziani. Allo stesso tempo, la capacità di tassare sia le classi lavoratrici sia le classi dominanti, che traggono profitto dal lavoro altrui, sta raggiungendo il limite: per quanto riguarda i lavoratori, perché ulteriori aumenti delle tasse mettono a repentaglio l’etica del lavoro necessaria al capitalismo e il patriottismo necessario alla democrazia; e nel caso dei capitalisti, perché l’intensificarsi della globalizzazione e della finanziarizzazione ha enormemente accresciuto la capacità del capitale di dileguarsi quando le autorità fiscali si fanno avanti.

 

Già negli anni ‘50 John Kenneth Galbraith descrisse la discrepanza che derivava da una situazione di opulenza privata e miseria pubblica. Tuttavia, ciò che vedeva non era che l’inizio. Negli anni ‘80 e ‘90, al fine di colmare il crescente divario tra le esigenze poste allo Stato e le risorse di cui disponeva – o, più precisamente, per sovvenzionare il sistema di produzione capitalistico in modo tale che sia i soggetti capitalisti che lo guidavano sia i soggetti non capitalisti da essi utilizzati ne rimanessero coinvolti – gli Stati a capitalismo avanzato idearono la strategia di indebitarsi presso il settore finanziario deregolamentato – in termini cumulativi, anziché secondo una logica ciclica di stampo keynesiano – per soddisfare le richieste di entrambe le classi, in funzione del loro rispettivo potere contrattuale.

 

Ma non si poteva continuare all’infinito. Gli ultimi tre decenni hanno visto una serie di tagli fiscali a favore delle imprese e dei redditi più elevati, che hanno portato a un ulteriore accumulo di ricchezza tra i detentori di ingenti patrimoni, oltre che all’aumento dei costi per il sostegno a una popolazione che invecchia e che dipende dalla manodopera immigrata. Il risultato è stato un aumento vertiginoso dei livelli di indebitamento. In Germania, questa situazione è stata a lungo evitata in parte trascurando la manutenzione delle infrastrutture costruite negli anni ‘60. Ma con l’introduzione dei cosiddetti «fondi speciali» del governo Merz – destinati a finanziare le infrastrutture tramite indebitamento al di fuori dei tetti fissati costituzionalmente – e con un bilancio della difesa ormai senza più limiti, il debito sta raggiungendo livelli tali da destare segni di nervosismo tra i creditori. Normalmente, i detentori di capitale possono convivere tranquillamente, anzi, molto tranquillamente, con il debito pubblico. Quando lo Stato ha bisogno di prestiti, prima o poi ricorre a quelli che possono prestare capitali che, altrimenti, avrebbero dovuto versare sotto forma di imposte.

Se, invece, ora li cedono allo Stato, lo fanno solo in via temporanea; non solo quei capitali rimangono loro proprietà privata, ma lo Stato li custodisce in modo sicuro per loro conto e in più riconosce un tasso di interesse competitivo; inoltre, quando i creditori venissero a mancare, possono lasciare in eredità sia il capitale che gli interessi ai propri discendenti, assicurandosi che la propria ricchezza rimanga non solo all’interno della propria classe sociale, ma pure all’interno della propria famiglia.

 

Chi si sentirebbe in ansia per questo? Si è tuttavia raggiunto un punto critico in cui il livello di indebitamento è talmente elevato che, secondo la valutazione dei «mercati», lo Stato rischia di perdere la propria «solvibilità», sorgono cioè dubbi sulla sua capacità di onorare il pagamento degli interessi attingendo alle entrate correnti, al punto che anche gli interessi devono essere finanziati ricorrendo a nuovo debito. Di conseguenza, i tassi di interesse su ulteriore debito aumentano a causa del rischio di insolvenza o di un cosiddetto “haircut” [letteralmente «taglio di capelli»] ovvero lo sconto di valore applicato a un titolo offerto in garanzia per ottenere un prestito, imposto democraticamente dal secondo sovrano: l’elettorato. Lo stesso accade quando i tassi di interesse salgono per altre ragioni, come la lotta all’inflazione. A ciò si è già arrivati, o si sta per arrivare, in un numero sempre maggiore di paesi, compresi gli Stati Uniti, dove l’onere degli interessi che il governo federale deve pagare è ora superiore al suo astronomico bilancio della difesa, che a sua volta è il più alto nella storia del paese, compreso anche il periodo della Seconda guerra mondiale.

 

Gli Stati che rischiano di perdere la propria solvibilità, secondo l’imperscrutabile verdetto dei mercati, devono ora convincere i propri cittadini ad accettare un’austerità manifesta anziché latente. Questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi in tutto il mondo, ad eccezione degli Stati Uniti, che, in quanto detentori della valuta di riserva mondiale, possono stampare dollari a piacimento, almeno fino all’inevitabile collasso. Attualmente, i responsabili politici dei paesi grandi e piccoli del capitalismo ancora democratico si trovano alle prese con la questione di come dare la notizia ai propri cittadini. In Germania tale strategia si sta sviluppando attraverso il cosiddetto «dibattito sulle riforme» – che comprende tagli alle pensioni, alle indennità di malattia e ai diritti dei lavoratori – condotto sotto lo sguardo attento dei «mercati», mentre, allo stesso tempo, si aprono i rubinetti del debito per placare gli alleati occidentali e l’industria degli armamenti e forse per tentare un ultimo disperato tentativo di frenare la deindustrializzazione.

 

Dato che non hanno alcuna speranza, in un futuro prevedibile, di tenere sotto controllo una crisi fiscale che ormai non procede più lentamente, né le crisi delle infrastrutture e del welfare che la accompagnano – soprattutto ora che il tetto del debito è stato raggiunto – i partiti del centro conservatore hanno abbandonato il loro tradizionale approccio a diffondere buon umore e ottimismo («Ce la faremo!»). Tale approccio non riscuote più lo stesso successo che aveva ai tempi di Angela Merkel. Lo stesso vale per il consueto ritornello democratico secondo cui, se non si è soddisfatti delle politiche del governo, basta semplicemente votare un altro partito alle prossime elezioni; il rischio che ciò avvantaggi la nuova opposizione antisistemica sembra troppo grande. Tale situazione spiana la strada alla formazione di un cartello di partiti all’interno del quale si eviti il conflitto almeno tra le formazioni principali. In Germania questo scenario risulta particolarmente plausibile: dopotutto, la CDU e l’SPD sono state al governo in modo quasi ininterrotto durante i lunghi anni di «austerità nell’ombra», governando prevalentemente in coalizione.

 

Così uniti, si può aprire un secondo fronte di crisi. Il problema non è più semplicemente l’aumento degli affitti e il costo della vita alle stelle, la riduzione dei servizi pubblici o il fatto che fasce sempre più ampie della popolazione dipendano dai banchi alimentari – il settore con il tasso di crescita più alto in Germania – ma il «populismo», l’AfD e il neofascismo. Tutto ciò rende necessario che «noi, i democratici», serriamo ancora una volta le file. Anziché lottare contro il crescente potere dei mercati sul popolo, ci viene chiesto di combattere la destra, di difendere fino in fondo la «nostra democrazia», in nome della quale ci si chiede, per favore, di mettere da parte le nostre meschine dispute su chi debba subire per primo la spietata austerità richiesta dai mercati dei capitali sovvenzionati e chi dovrebbe per ora esserne risparmiato.

 

A prima vista, nella prospettiva della classe politica dominante, questa linea d’azione risulta senza dubbio allettante. Le manifestazioni di tutte le persone di buon senso contro l’AfD sono preferibili alle manifestazioni contro l’aumento del costo della vita; fare muro contro l’AfD costa molto meno che isolare le pareti dei vecchi appartamenti; i rapporti del Bundesamt für Verfassungsschutz (Ufficio federale e per la tutela della Costituzione) sono molto più economici degli asili e delle scuole in cui si possano accogliere ed educare tutti i bambini e le bambine. Inoltre, giocare con l’idea, in nome della «democrazia militante», che la Corte costituzionale tedesca vieti un partito sostenuto da almeno un terzo dell’elettorato garantisce che ci sia qualcosa di emozionante da raccontare nei telegiornali serali sul lavoro quotidiano di chi governa lo Stato.

 

Ma tutto questo non funzionerà, né ora né a lungo termine. La «lotta contro la destra» non risolve nemmeno il problema dell’AfD. Né le manifestazioni di massa, né i boicottaggi ai congressi del partito, né i blocchi stradali, né le valutazioni del Bundesamt für Verfassungsschutz (l’AfD è stata «riconosciuta come [un partito] di estrema destra»), né la minaccia della sua messa al bando sono servite a frenarne l’ascesa al primo posto negli ultimi sondaggi d’opinione né a impedirne la vittoria nelle recenti elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, perché tutte queste azioni non fanno nulla per risolvere i veri problemi, che la classe politica vorrebbe nascondere dietro il problema AfD. Anche se il partito venisse messo al bando, i treni continuerebbero a non circolare in orario, il numero di morti per il caldo non diminuirebbe, le città non diventerebbero più vivibili, gli affitti non calerebbero e le pensioni e i posti di lavoro non sarebbero più garantiti. Lo stesso accadrebbe, del resto, se l’AfD entrasse al governo invece di finire in prigione, politicamente o fisicamente. Tuttavia, la saggezza politica dominante teme di dare all’AfD l’opportunità di fallire di fronte alla policrisi, proprio come hanno fatto tutti gli altri.

 

I «democratici» farebbero bene a ricordare qualcosa che Einstein molto probabilmente non ha mai detto, anche se avrebbe dovuto farlo: «La follia è fare sempre la stessa cosa, aspettandosi risultati diversi». L’AfD non vedrà calare il consenso con la prossima manifestazione né con la prossima ondata di informazione televisiva di parte; in realtà, accadrà il contrario. Mentre le forze dello Stato e della democrazia si esauriscono sul campo di battaglia secondario della «democrazia contro il populismo» nel tentativo di distogliere l’attenzione dalle crisi che esse stesse hanno provocato, l’AfD avrà vita facile. Ciò vale anche per l’ultima versione della «democrazia militante», che consiste nell’affiancare al nemico interno uno esterno (russo), confondendo il più possibile le due questioni utilizzando teorie del complotto. Tuttavia, la trasformazione di uno Stato sociale in uno Stato di guerra – ispirata alla Zeitenwende [“svolta epocale” espressione riferita in particolare all’aggressione russa all’Ucraina] e bollando l’AfD come «quinta colonna del Cremlino» – solleva la questione di come un governo oberato dal debito intenda finanziare il conseguente aumento della spesa per la difesa fino ad almeno il 5% del PIL. Ricorrerà a un’austerità ancora maggiore – o addirittura a ulteriore debito – a rischio di una rottura definitiva con il popolo sovrano o con i mercati finanziari mondiali, o con entrambi contemporaneamente?

 

Cosa dovrebbero fare coloro che stanno dalla parte della «democrazia»? Un primo passo sarebbe ammettere che, dopo tutti questi anni di credit-pump capitalism [capitalismo pompato da credito e da debito], come lo definì Ralf Dahrendorf, non può più esserci una formula magica. In secondo luogo, bisognerebbe smettere di fare promesse che tutti sanno essere prive di sostanza: quella di «dare una scossa all’economia», come se fosse il motore di un vecchio Maggiolino Volkswagen in panne; quella di pareggiare il bilancio pur spendendo il 5% del prodotto nazionale lordo – per di più ricorrendo all’indebitamento – in armamenti; o quella di portare il sistema scolastico agli standard scandinavi mentre gli attuali alunni sono ancora sui banchi; tutto ciò continuando semplicemente a «tagliare le spese» e a «lavorare sodo».

 

Soprattutto, bisogna porsi delle domande – specialmente da parte della sinistra – di fronte a un pubblico che, contrariamente ai consigli degli «esperti» di pubbliche relazioni, dobbiamo continuare a considerare capace di ragionare, se vogliamo che la democrazia continui a esistere. Come possiamo fare in modo che il capitale si faccia carico dei costi che impone alla società e alla natura? Come possiamo evitare l’elusione e l’evasione fiscale? Come possiamo proteggere le imprese che offrono lavoro di qualità ai cittadini del nostro Paese da un sistema commerciale globale che non ha alcun riguardo per i lavoratori? Come possiamo frenare il calo demografico, sia attraverso l’immigrazione sia grazie a migliori politiche a favore della famiglia? Come possiamo alleggerire il peso del debito delle nostre amministrazioni locali per consentire loro di fornire i servizi pubblici indispensabili per una vita dignitosa di tutti e tutte in società in transizione come la nostra? E come deve essere ristrutturata la «nostra democrazia» affinché sia una democrazia per tutti e tutte e offra ai cittadini l’opportunità di prendere in mano la propria vita, invece di dover implorare aiuto a uno Stato le cui casse sono vuote e continueranno a esserlo per molto tempo? Il tempo dei giochi è finito; la situazione è grave ed è urgente diventare adulti.

 

 

Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995.

 

 

Consigliamo di leggere: Wolfgang Streeck, Gewaltbereit: Essays zur Zeitenwende (2026), Taking Back Control? States and State Systems After Globalism (2024), «Sí, podemos», ¿o acaso no? Sobre el catastrófico curso diseñado para Europa por sus clases dominantes», «La guerra de Irán y sus consecuencias: entrevista a Wolfgang Streeck», «No se vislumbra un final: reflexiones sobre la literatura reciente en torno a la destrucción de Gaza», «Violencia estadounidense: entrevista a Wolfgang Streeck», «Progreso tecnológico y cambio histórico: Engels, la guerra y la hipertrofia del Estado en el siglo XX», NLR 123, «¿Cómo terminará el capitalismo?», NLR 87, «La crisis del capitalismo democrático», NLR 71,  ¿Cómo terminará el capitalismo?, (2017),  Comprando tiempo: La crisis pospuesta del capitalismo democrático (2016), «La coyuntura leída por Wolfgang Streeck» y «La Unión Europea en guerra: dos años después», Diario Red; «El retorno del rey», «El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales», «Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos» y «La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial», tutti pubblicati su El Salto.

 

 

Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata nell’edizione tedesca di Jacobin.

 

 

Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar e viene ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’autore.

 

● Traduzione di Mauro Trotta

 

 

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