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La tesi del «capitalismo politico»

È come se il furto sfacciato, la corruzione e gli eccessi orgastici delle élite attuali fossero talmente spudorati da rendere superficiale, poco scientifico e pre-teorico prenderli sul serio. Senza dubbio, secondo questa linea di pensiero, la vera azione si trova altrove, dietro la scena politica stridente e pomposamente appariscente, piena di personaggi di bassa lega e truffatori da quattro soldi. Ma è proprio questo – l’elucidazione teorica della caotica oscenità del nostro momento attuale – che richiede urgentemente e imperativamente una spiegazione. Quello che segue è un tentativo rudimentale e panoramico di fare proprio questo. In via preliminare possiamo ipotizzare tre tratti distintivi dell’economia politica post-2008: bassi tassi di crescita, alti livelli di disuguaglianza e un panorama politico confuso. Una quota considerevole di lavoratori e lavoratrici, specialmente quelli privi di titolo di studio, si è spostata verso l’estrema destra, mentre una parte equivalente della popolazione istruita si è spostata verso sinistra. Qualsiasi teoria sociale critica adeguata deve partire da queste realtà fondamentali. Ma come spiegarle?
Ci sono due risposte principali. Una suggerisce che il nuovo periodo iniziato dopo la crisi finanziaria sistemica del 2008 presenti le caratteristiche e i tratti endogeni del capitalismo «normale». L’anomalia, da questa prospettiva, fu il periodo di alta crescita e bassa disuguaglianza dei «trenta anni gloriosi» trascorsi tra il 1945 e il 1975. Ora stiamo tornando a un sistema di bassa crescita, che è il modo in cui il capitalismo ha funzionato per la maggior parte della sua storia. Pertanto, come ha sottolineato l’opera di Thomas Piketty, la nuova economia politica è la vecchia economia politica: semplicemente, la nostra visione è stata distorta dall’esperienza del XX secolo [1].
La seconda risposta consiste nell’attribuire questi cambiamenti alla tecnologia, in particolare alla capacità dei proprietari delle aziende tecnologiche di ricavare rendite dai propri utenti. L’idea di fondo è che, man mano che un numero crescente di persone utilizza un software specifico o una determinata piattaforma di social media, il suo valore aumenta senza che vi sia alcun miglioramento tecnico; ciò è dovuto o al fatto che la piattaforma estrae più informazioni man mano che accumula più utenti, oppure al fatto che l’utilità della piattaforma aumenta per ciascuno di essi all’aumentare del loro numero. In entrambi i casi, il proprietario della piattaforma può appropriarsi di questo valore aggiunto senza essere costretto a effettuare alcun investimento proporzionale. Per i sostenitori di questa tesi, ciò costituisce una nuova forma di rendita, denominata nel gergo attuale «rendite di piattaforma» [2].
C’è molto da imparare da queste interpretazioni. La prima offre una serie di analogie tra la nostra epoca e il periodo precedente all’ascesa dello Stato sociale, mentre la seconda ci indica che gli effetti di rete e i redditi da piattaforma sono reali; tuttavia, come interpretazioni globali dell’economia, nessuna delle due risulta convincente. Il problema della prima interpretazione è che risulta difficile conciliarla con gran parte di ciò che sappiamo sul capitalismo a partire dal XV secolo. L’affermazione centrale secondo cui il capitalismo è stato, in generale, un sistema economico a bassa crescita semplicemente non è vera. Se lo fosse, come avrebbero potuto verificarsi, ad esempio, l’uscita dalla trappola maltusiana o la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale? Il problema della seconda interpretazione è che non tiene conto della natura competitiva delle grandi aziende tecnologiche. Senza dubbio le rendite di piattaforma esistono, ma fino a che punto sono durature? Prendiamo ad esempio Microsoft Word, una piattaforma che intrappola gli utenti semplicemente perché molti altri la utilizzano. Quel monopolio si è dimostrato vulnerabile alla pressione competitiva di Google Docs, in quello che sembra un esempio da manuale di concorrenza. Inoltre, anche se questi proventi fossero davvero duraturi, si tratta davvero di un fenomeno economico nuovo? In che cosa differisce il provento che Amazon ricava da quello che un tempo ricavano i proprietari dei centri commerciali tradizionali? [3].
Fortunatamente, esiste un approccio alternativo: la tesi del capitalismo politico. Il termine è stato coniato originariamente da Max Weber per descrivere un’attività economica orientata al profitto, ma che si basa prevalentemente su mezzi politici e non sull’ottenimento di guadagni di produttività derivanti dall’investimento [4].
Un ampio ventaglio di studiosi ne riconosce ormai l’utilità per descrivere diversi casi di comportamento dei sistemi economici, tra cui figurano gli Stati Uniti e l’Europa occidentale al momento attuale, la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Europa orientale post-comunista [5]. Il termine è stato utilizzato in modi davvero disparati. Per i neoliberisti sostenitori della «scelta pubblica», significa qualcosa di simile al «capitalismo clientelare», legato alla corruzione e alla ricerca di rendite in senso molto generale [6]. A sinistra, ha quasi il significato opposto, poiché viene associato agli Stati sviluppisti dell’Asia orientale, come la Cina e il Vietnam [7]. A complicare ulteriormente le cose, alcuni studiosi equiparano il capitalismo politico al capitalismo monopolistico [8].
Io utilizzo il termine per riferirmi a un tipo specifico di rapporto di proprietà in cui il potere politico interviene nel processo di espansione del valore. Storicamente, il capitalismo è stato caratterizzato come un circuito: il denaro viene utilizzato per acquistare merci, in particolare mezzi di produzione, materie prime e forza lavoro, che vengono poi combinati in un processo produttivo per generare altre merci. Successivamente, queste merci vengono vendute per ottenere altro denaro (D–M–D’). Questa è la formula generale di Marx per concettualizzare il capitale, che continua a funzionare nell’economia attuale: il denaro porta alle merci, che a loro volta portano a più denaro. La tesi del capitalismo politico suggerisce che sia emersa una nuova forma di espansione del valore, una nuova forma di proprietà, accanto a D–M–D’ e intrecciata con essa. In questo nuovo circuito, il denaro viene utilizzato per acquisire beni e influenza politica, fattori che, quando combinati adeguatamente – ovvero quando l’acquisizione di un bene è collegata a un investimento in politica – ampliano il valore del bene in questione. Il bene può quindi essere venduto per ottenere un profitto oppure utilizzato per effettuare nuovi acquisti di beni e nuovi investimenti politici. Questo nuovo circuito può essere descritto come D–A–D’ o, nella sua forma estesa, D–(A+P)–D’. I profitti derivano dall’accaparramento di una parte del prezzo gonfiato dei beni, manipolato politicamente.
Ci sono due obiezioni immediate a questo schema. La prima è che il capitalismo politico è sempre esistito. Le imprese hanno sempre esercitato pressioni per ottenere appalti pubblici. E i governi, a loro volta, hanno sempre avuto bisogno di promuovere gli investimenti e generare crescita economica per garantire la propria legittimità politica. Sebbene in generale sia vero che il capitalismo è sempre politico, nel senso che richiede un sistema politico che faccia valere la proprietà capitalista, l’inflazione dei prezzi degli asset guidata politicamente è emersa solo intorno al 1980. Gli sgravi fiscali, in particolare sulle plusvalenze, hanno fatto impennare il valore delle azioni senza che vi fosse un aumento sottostante della redditività. Questo impulso iniziale è stato rafforzato dall’impegno incrollabile delle banche centrali a mantenere alte le quotazioni di borsa a tutti i costi. La strategia di base dell’inflazione dei prezzi degli asset si è poi estesa dalle azioni ad altri investimenti, come gli immobili [9]. In questo nuovo contesto, le politiche fiscale e monetaria non possono più essere concepite come interventi esterni al processo di espansione del valore, poiché, al contrario, sono ora meccanismi centrali attraverso i quali si generano profitti.
La seconda obiezione è che il drastico progresso dell’intelligenza artificiale ha trasformato la situazione, ponendoci in questo momento alle soglie di una rinnovata crescita del PIL e della produttività del lavoro [10]. Una prova fondamentale sembrerebbe essere il recente boom degli investimenti nei data center. A prima vista, ciò sembra essere una prova inconfutabile che l’era della «stagnazione secolare», così definita da molti economisti, sia giunta al termine. In realtà, questo boom è un’espressione del problema sottostante, ovvero l’esistenza di un’enorme riserva di risparmio priva di opportunità di investimento allettanti. Una differenza iniziale tra la bolla delle dot-com dei primi anni 2000 e l’attuale ondata di investimenti nell’IA risiede nel fatto che, mentre la prima era alimentata principalmente da piccole start-up fortemente indebitate e prive di un modello di business plausibile, la seconda è trainata in gran parte da aziende altamente redditizie. Tuttavia, a causa dei recenti ingenti investimenti di capitale, questa attività è ora finanziata in gran parte tramite indebitamento organizzato attraverso complesse strutture finanziarie, mentre la nuova tecnologia non ha ancora dimostrato alcuna redditività [11]. Sebbene sia forse prematuro esigere redditività dall’IA, la pazienza degli investitori sembra esaurirsi. Anziché un ciclo di crescita autosufficiente, ciò presenta tutte le caratteristiche dell’ennesima bolla generata dal settore finanziario.
Le obiezioni sollevate, secondo cui nulla è cambiato molto e tutto sta per cambiare, non risultano particolarmente convincenti. Al contrario, l’ascesa del nuovo circuito D–A–D’ di espansione del valore spiega in larga misura la natura del capitalismo contemporaneo: il suo elevato livello di disuguaglianza, la forma specifica di tale disuguaglianza, il suo basso tasso di crescita e il suo basso tasso di investimento al di fuori dell’iniezione di denaro, di natura molto limitata, destinata all’IA. È importante sottolineare che questa nuova forma di capitalismo non è tanto l’espressione di una trasformazione tecnologica quanto la conseguenza di una specifica storia politica: una generalizzata e diretta appropriazione del potere politico e il suo utilizzo per promuovere continuamente l’inflazione dei prezzi degli asset.
Qual è e come si presenta il panorama politico del nuovo capitalismo? I fatti macropolitici non sono oggetto di grande controversia. Nonostante la vertiginosa disuguaglianza di ricchezza e reddito, la politica di classe, che inizialmente aveva dato vita agli Stati del benessere nel dopoguerra, brilla per la sua assenza. I vari tentativi di rivitalizzare la socialdemocrazia sono falliti e la rivolta contro la classe politica dominante si è manifestata principalmente nell’estrema destra. Perché? E qual è il nesso tra questa situazione e la nuova fase del capitalismo? È utile, in primo luogo, esaminare l’impatto generale del capitalismo politico sulla quota del lavoro nel reddito nazionale e, successivamente, analizzare più approfonditamente la struttura della disuguaglianza esistente tra gli stessi lavoratori dipendenti. La combinazione di questi due processi spiega perché si registri un malcontento così profondo nei confronti della democrazia liberale e perché risulti così difficile organizzare una politica socialdemocratica.
Le conseguenze distributive del capitalismo politico sono evidenti e brutali. Dal 1980 la quota del lavoro nel reddito nazionale degli Stati Uniti è diminuita del 7 per 100, mentre la quota degli utili è aumentata drasticamente in un contesto di calo degli investimenti [12].
A prima vista, ciò potrebbe sembrare una base ovvia per un programma populista di sinistra diretto specificamente contro il gruppo di coloro che traggono profitti in modo sempre più parassitario. Ma tale conclusione sarebbe errata, poiché ignora la distribuzione estremamente diseguale della fetta sempre più ridotta del reddito da lavoro dipendente. Un elemento importante è il forte aumento della disuguaglianza tra le imprese. Se è vero che l’economia è sempre stata dominata da un numero relativamente ridotto di imprese di grande successo, il modo in cui ciò interagisce con la disuguaglianza salariale è nuovo [13]. Le imprese erano solite impiegare una combinazione di manodopera qualificata e non qualificata o, in altre parole, di lavoratori in possesso di titolo di studio e privi di esso. Questo è sempre meno comune, poiché le imprese si dividono tra quelle che assumono principalmente lavoratori senza titolo di studio e quelle che ricorrono esclusivamente a laureati [14]. La dinamica macroeconomica dell’aumento della disuguaglianza di reddito non ha quindi portato a un’ampia divisione della popolazione tra proprietari e non proprietari, ma in realtà il processo ha frammentato la classe lavoratrice.
Un gruppo di aziende altamente redditizie, che per lo più traggono vantaggio dall’inflazione dei prezzi degli attivi, ha condiviso parte dei propri profitti con un gruppo ristretto e altamente qualificato dei propri lavoratori, mentre la grande maggioranza delle aziende a bassa redditività paga molto poco ai propri dipendenti [15]. Pertanto, nel contesto di una diminuzione generale della quota dei redditi da lavoro nel reddito nazionale totale, i lavoratori con e senza titolo universitario hanno avuto destini economici molto diversi. Il primo gruppo se l’è cavata relativamente bene, mentre la posizione relativa del secondo si è deteriorata [16]. Nonostante il calo della quota del reddito da lavoro nel reddito nazionale, la politica non è stata caratterizzata da una recrudescenza del conflitto di classe, ma piuttosto da una lotta tra gruppi di status in cui chi possiede una formazione universitaria o titoli accademici si oppone a chi ne è sprovvisto. Intrecciato a questa opposizione vi è un conflitto che contrappone i lavoratori bianchi e nativi del Paese alle persone di colore e agli immigrati [17]. Perché la politica ha assunto questa forma? Non vi sono risposte del tutto soddisfacenti a questa domanda. Un gruppo di studiosi invoca, in modo piuttosto tautologico, l’esistenza di uno «scontro culturale», mentre un altro lo attribuisce in generale alle concezioni errate sostenute dalla sinistra e dal centro-sinistra.
Nel contesto del capitalismo politico, tuttavia, il motivo per cui la nostra politica assume questa forma risulta chiaro. Man mano che l’autorità politica si orienta sempre più verso gli interessi dei detentori di capitale, il margine per offrire benefici alla massa dei lavoratori dipendenti si è ridotto, mentre, allo stesso tempo, si è ampliato il margine affinché un segmento relativamente piccolo della classe operaia possa partecipare a questi enormi profitti, il che ha portato i lavoratori dipendenti ad adottare strategie diverse, estranee alla classe, per proteggere i propri interessi materiali. Hanno prevalso due strategie di questo tipo. La prima, accessibile principalmente a chi possiede titoli di studio formali, consiste nel cercare di ottenere alcuni vantaggi dalle imprese che hanno beneficiato, direttamente o indirettamente, dell’inflazione dei prezzi degli asset.
Questo gruppo di lavoratori dipendenti relativamente privilegiati ha costituito la base della politica di centro-sinistra, che ha rivendicato la competenza specialistica e la scienza e si è sentita spontaneamente attratta dall’ideologia della meritocrazia, che si adatta perfettamente alle sue circostanze materiali. La seconda strategia, alla portata soprattutto di chi non possiede titoli accademici, è consistita nel ricorrere a identità primarie (razza, cittadinanza, genere) per difendere ciò che si può ragionevolmente difendere [18]. Questo gruppo è stato il principale sostegno della politica di destra nel periodo attuale, la quale divide i lavoratori dipendenti e delegittima le istituzioni democratiche, oltre ad essere profondamente connessa alle realtà materiali del capitalismo nella sua fase attuale.
La conclusione politica di questa analisi è cupa. Il capitalismo è stato compatibile con la democrazia nella misura in cui si è verificata una separazione relativa tra l’economia e lo Stato. Se si potevano garantire gli interessi materiali fondamentali dei capitalisti, questi ultimi potevano tollerare una varietà di esiti politici. Inoltre, nella misura in cui il capitalismo era un sistema dinamico orientato alla crescita, ha creato una classe lavoratrice interessata ad ampliare i propri diritti e dotata della capacità di rivendicarli, il che ha portato a un sistema in cui le elezioni avevano delle conseguenze. Ma il capitalismo politico mina la democrazia su entrambi i fronti. Dal punto di vista capitalista, trasforma il controllo sullo Stato in una questione economicamente decisiva, riducendo così la tolleranza nei confronti dei cambiamenti elettorali. Dal punto di vista della classe lavoratrice, la frammenta in gruppi privilegiati e meno privilegiati, una realtà che mina la formazione di interessi collettivi e la capacità dei movimenti sociali. Questa configurazione politica tende a rafforzarsi e a erodere profondamente la democrazia elettorale. È probabile che il matrimonio forzato tra capitalismo e democrazia vada in pezzi nei prossimi decenni, se non verrà modificata la struttura fondamentale dell’economia politica. La crisi della democrazia non può essere attribuita agli errori strategici e di comunicazione dei partiti di centro-sinistra, né a una trasformazione culturale diffusa. In realtà, è il carattere stesso del capitalismo contemporaneo a minarla. Questo è un monito per tutti noi.
Note
[1] Thomas Piketty documenta in modo ben noto tre fasi fondamentali della disuguaglianza: un regime di elevata disuguaglianza precedente alla Seconda guerra mondiale; un regime di bassa disuguaglianza e alta crescita durante «les trente glorieuses»; e un ritorno a livelli più elevati di disuguaglianza e minore crescita a partire all’incirca dal 1980. Cfr. Le capital au XXIe siècle, Parigi, 2013 [ed. inglese: Capital in the Twenty-First Century, Cambridge (MA), 2014, p. 368; ed. spagnola: Il capitale nel XXI secolo, Madrid, 2014], e Capital et idéologie, Parigi, 2019; Capital and Ideology, Cambridge (MA), 2020, pp. 16-20.
[2] Si vedano Cédric Durand, Techno-féodalisme: critique de l’économie numérique, Parigi, 2020, e Yanis Varoufakis, Technofeudalism: what killed capitalism, New York, 2023.
[3] Per due critiche incisive al modello tecnofeudale, si vedano Evgeny Morozov, «Critica de la razón tecnofeudal», New Left Review 133-134, marzo-giugno 2022, pp. 99-140 [«Critique of Techno-Feudal Reason» New Left Review 133-134, novembre-febbraio di 2022, pp. 89-126, e «Le numérique nous ramène-t-il au Moyen Âge?», Le Monde Diplomatique, n. 857, 72, agosto 2025, pp. 1, 8-9.
[4] Max Weber, Economy and Society: An Outline of Interpretive Sociology, Oakland (CA), 1978, pp. 965-966 e Richard Holcombe, Political Capitalism: How Political Power is Made and Maintained, New York, 2018, p. 41.
[5] Per una prima esposizione, cfr. Dylan Riley e Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», New Left Review 138, gennaio-febbraio 2023, pp. 7-31. Una spiegazione più dettagliata del modello si trova in Dylan Riley, «The Rise of Political Capitalism, the Crisis of Democracy, and the Strategic Tasks of the Left», in Rosa Vasilaki e George Souvlis (a cura di), Politics of Liberation: Conversations with Theory and History, Atene, 2025, pp. 79-103. Dylan Riley e Robert Brenner, «La larga desaceleración económica y sus consecuencias políticas: Una respuesta a los críticos», New Left Review 155, novembre-dicembre 2025, pp. 29-80, rispondono a una serie di obiezioni. Mehrdad Vahab, Destructive Coordination, Anfal and Islamic Political Capitalism: A New Reading of Contemporary Iran, Londra, 2022, p. 117, descrive il capitalismo politico come una forma di generazione di profitti basata sull’appropriazione politica piuttosto che sulla produzione. Péter Mihályi e Iván Szelényi. «The Place of Rent-Seeking and Corruption in Varieties of Capitalism Models», in Tamás Gerőcs e Miklós Szani (a cura di), Market Liberalism and Economic Patriotism in the Capitalist World System, Londra, 2019, pp. 67-97, sviluppano ampiamente il concetto di rendita come spiegazione alternativa alle tesi sostenute da Piketty. Venelin I. Ganev, in «Postcommunist Political Capitalism: A Weberian Interpretation», Comparative Studies in Society and History, vol. 51, n. 3, 2009, pp. 648-674, sviluppa l’idea del capitalismo politico come un insieme di poteri politici de facto associati alla frammentazione dello Stato e alla violazione del diritto formale.
[6] Vahabi definisce il capitalismo politico come un sistema in cui «si trae profitto dalla sfera della distribuzione attraverso attività di appropriazione», Destructive Coordination, Anfal and Islamic Political Capitalism: A New Reading of Contemporary Iran, cit., p. 117; Randall G. Holcombe, Political Capitalism: How Economic and Political Power is Made and Maintained, Cambridge, 2018, p. 41, suggerisce che il capitalismo politico sia un sistema in cui «la redditività aziendale dipende dalle relazioni e dai contatti, e le imprese devono partecipare a tale sistema per continuare a essere redditizie».
[7] Branko Milanovic, in Capitalism Alone, Cambridge (MA), 2019, pp. 96-97, individua tre caratteristiche del capitalismo politico: una burocrazia efficiente, l’assenza dello Stato di diritto e l’autonomia dello Stato. È curioso, quindi, che non lo analizzi realmente come una forma di capitalismo, bensì come una forma di Stato.
[8] Stephen Maher e Scott Aquanno, «Profitable Immiseration: Finance Capital at the End of the World», Socialist Register, 2026, pp. 1-31, 1-2, combinano il capitalismo politico con il tecnofeudalismo e condannano entrambi come una versione rinnovata della «teoria del “capitale monopolistico”, secondo cui le tendenze intrinseche del capitalismo verso la concentrazione e la centralizzazione riducono la concorrenza, consentendo alle grandi imprese di fissare i prezzi e ottenere “superprofitti”».
[9] Melinda Cooper, Counterrevolution: Extravagance and Austerity in Public Finance (2024), pp. 70-71, spiega molto bene la stretta relazione esistente tra la politica fiscale e l’impennata dei prezzi degli attivi nel caso del settore immobiliare. Thomas Piketty Capital in the Twenty-First Century, cit., p. 189, documenta l’aumento storico della «Q di Tobin», ovvero la differenza tra il valore di mercato e il valore contabile delle imprese a partire dal 1980. Cfr. anche Jonathan Levy, Ages of American Capitalism: A History of the United States, New York, 2021, pp. 611-622.
[10] S. Maher e S. Aquanno, «Profitable Immiseration: Finance Capital at the End of the World», cit., p. 2, dove gli autori affermano che «Trump non è emerso dal declino capitalista, ma da una crisi politica e sociale generata dal successo dell’accumulazione».
[11] Cfr. Jared Bernstein e Ryan Cummings, «Updating Our AI Bubble Call», Substack, 8 luglio 2026. Come sottolinea Frédéric Lordon, «OpenAI e Anthropic, che stanno perdendo denaro a fiumi, non hanno ancora generato nemmeno un kopek di profitto». Cfr. «In attesa del crollo? Ant/agón, 12 luglio 2026.
[12] Per una buona spiegazione di queste dinamiche, cfr. Jan Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, Princeton (NJ), 2021, pp. 10-11 e 76-77.
[13] Hendrik Bessembinder, «One Hundred Years in the US Stock Markets», manoscritto inedito, 21 marzo 2026.
[14] J. Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, cit., pp. 9-10.
[15] Andrew Yamakura Elrod, «What Was Bidenomics», Phenomenal World, 26 settembre 2024, e J. Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, cit., p. 10.
[16] Ibid., p. 8.
[17] Matt Grossman e David A. Hopkins, Polarized by Degrees: How the Diploma Divide and the Culture War Transformed American Politics (2024), pp. 1-4.
[18] Per un’eccellente analisi di questa strategia, si veda David Ost, Red Pill Politics: Demystifying the Far Right From Fascism to Right-Wing Populism (2026), in particolare p. 14.
Consigliamo la lettura di Dylan Riley, «Conjeturas de inversión a ciegas sobre la IA», «Marx y Weber o la racionalidad política del capitalismo», «Capitalismo, capitalistas, política», «Culturas políticas, marxismo, política de clase», «Intereses materiales y lucha de clases», «Lenin en Estados Unidos», «Después de la cultura de masas» y «Contra Arendt», todos ellos publicados en Diario Red, y «Sermones para príncipes», NLR 143, «Líneas de fractura: Lógicas políticas del sistema de partidos en Estados Unidos», NLR 126, y Dylan Riley y Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», NLR 155. Aaron Benanav, «Más allá del capitalismo –1: Fundamentos para una economía multicriterio», NLR 153.
Questo testo è stato pubblicato su The Ideas Letter e viene qui riprodotto con l’esplicito consenso dell’autore.
Dylan Riley è professore di sociologia all’Università della California, Berkeley. È autore di The Civic Foundations of Fascism in Europe: Italy, Spain, and Romania 1870-1945 (Johns Hopkins University Press, 2010; Verso, 2019). È inoltre coautore, insieme a Rebecca Jean Emigh e Patricia Ahmed, di un’opera in due volumi intitolata Antecedents of Censuses: From Medieval to Nation States e Changes in Censuses: From Imperialism to Welfare States (Palgrave, 2016). Oltre a questi libri, ha pubblicato articoli su «American Journal of Sociology», «American Sociological Review», «Catalyst», «Comparative Sociology», «Contemporary Sociology», «Comparative Studies in Society and History», «Social Science History», «The Socio-Economic Review» e «New Left Review» (di cui è membro del comitato editoriale). I suoi lavori sono stati tradotti in tedesco, russo e spagnolo.

