konnektor
- Alessandro Stella

- 18 lug
- Tempo di lettura: 7 min
Uno sport in rapida ascesa

La sera del 31 maggio 2025 e il giorno successivo, gli Champs-Élysées sono stati teatro di <<disordini>>. Nonostante la massiccia presenza della polizia, nonostante la chiusura delle stazioni della metropolitana intorno alla zona, nonostante gli esercenti si fossero protetti affiggendo manifesti nelle loro vetrine… <<il più bel viale del mondo>> ha nuovamente subito danneggiamenti. I negozi sono stati vandalizzati, gli arredi urbani distrutti, gli agenti di p.s. attaccati con mortai d'artiglieria. Le auto, le biciclette e i cassonetti della spazzatura incendiati. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Lundimatin» e viene qui riproposto con l’espresso consenso del suo editore.
Era una serata di festa e, nonostante le misure preventive e gli avvertimenti della prefettura, migliaia e migliaia di sostenitori del PSG si erano radunati sugli Champs per celebrare i loro campioni. Non era la prima volta. Dal 1998 e dalla vittoria della squadra francese ai mondiali [di calcio, N.d.T.], è qui che gli appassionati hanno preso l'abitudine di venire a festeggiare. In modo spontaneo, la sera stessa subito dopo la partita, senza aspettare il defilé ufficiale pianificato il giorno dopo. E, ogni volta, tracima. Appassionati di calcio? Non c'è dubbio. La prova? Il primo esercizio ad essere saccheggiato è stato di Foot Locker, una catena di abbigliamento sportivo. Potete immaginare la gioia dei tifosi che sono riusciti ad accaparrarsi gratuitamente una maglia da 150 euro o un paio di scarpe da 300 euro.
Dal 1998 è diventato un rituale. Dalla vittoria della squadra di soccer francese «nera, bianca e marrone» alla Coppa del mondo, gli Champs-Élysées sono invasi da folle di festaioli, venuti ad inneggiare il proprio club ed i suoi idoli. Le persone che gli somigliano e con cui si identificano. È stato così dopo la vittoria della squadra algerina nel giugno 2014, poi nel luglio 2019 e ancora nel dicembre 2021. Senza dimenticare il successo della Nazionale del 2018. Da tre decenni a questa parte, ogni volta che gli esclusi dal gioco del potere e del denaro possono recarsi agli Champs ad onorare chi sentono vicino e che sono esplosi agli occhi del mondo grazie al proprio coraggio – nonostante il milieu sociale svantaggiato – , i festeggiamenti si trasformano in scontri con le guardie, devastazioni e saccheggi.
Durante le due notti di rivolta del 31 maggio, a Parigi sono state arrestate circa 500 persone, di cui più di 200 sono state portate in tribunale e alcune processate per direttissima. Passati dalla custodia della polizia al tribunale al gabbio in pochissimo tempo, accusati di danneggiamento, furto, resistenza o insulto alle forze dell'ordine. Secondo fonti dell’arma, la maggior parte degli accusati aveva un'età compresa tra i 14 e i 20 anni. Una larghissima maggioranza non aveva precedenti penali, studiava, frequentava corsi di formazione o era composta da giovani lavoratori precari. Alcuni parigini, ma la maggior parte provenienti dai quartieri periferici.
Il fatto che le partite di calcio in particolare – e le competizioni sportive in generale, esclusi ovviamente il golf e il tennis! – possano finire in rissa non è una novità. Dagli anni '70, tifoserie hinchas, ultras e hooligans hanno invaso gli stadi, portando con sé identità, divisioni…rabbia. Riflettevano sensibilità ed istanze dell'epoca, come le brigate rossonere a San Siro o le brigate autonome a Livorno. Perché – ipocrisia a parte – la storia delle competizioni sportive, fin dalle origini, ci racconta come lo sport sia un altro modo di fare la guerra. Di mostrare ed imporre la propria forza al nemico.
FESTAIOLI, ULTRAS, DELINQUENTI, BARBARI
«Ci hanno rovinato la festa», titolavano i giornali sportivi. Nessuna indulgenza per i violenti e i rivoltosi, bisogna essere intransigenti e comminare pene senza attenuanti che ne consentano la sospensione. Hanno invocato a gran voce in parlamento i padri morali (?) Gérald Darmanin – Ministro della Giustizia – e François Bayrou, il premier. La macchina repressiva non si fa attendere e non fa sconti.
Nella propria lettura degli eventi, poliziotti, giudici, ministri e giornalisti utilizzano tutti il «politicamente corretto», le allusioni mirate e le squalifiche. Si guardano bene dal fare riferimenti diretti al colore della pelle, alle presunte origini etniche o alla possibile religione di questi giovani rivoltosi. Il prefetto di Parigi Laurent Nuñez, ad esempio, ha dichiarato: «Avevamo a che fare con persone che, per la maggior parte, erano venute solo per saccheggiare e rompere le cose. Era tutt'altro che una manifestazione di gioia sportiva». «Le Monde»1 ha riferito che il prefetto abbia inteso escludere tutti i sostenitori del PSG – compresi gli ultras – non coinvolti nei reati. Secondo il prefetto, il 70% degli arrestati proveniva dai quartieri periferici e un terzo era costituito da minori.
Una settimana dopo l'incidente, «Le Journal du Dimanche» si è scatenato con il titolo in prima pagina Que faire face aux barbares – Cosa fare con i barbari? – .
«Tra i rivoltosi ci saranno stati anche dei tifosi di calcio, ma soprattutto c'erano molti giovani delinquenti della periferia parigina, molti dei quali immigrati. In gran parte francesi, senza dubbio, ma di origine extraeuropea»2.
Questi giornalisti della domenica hanno pensato per un attimo che alle loro parole potesse fare eco quanto segue: «Tra le truppe dell'esercito francese che parteciparono agli sbarchi in Provenza il 15 agosto 1944, vi erano forse alcuni francesi di origine 'gallica', ma la grande maggioranza era costituita da nordafricani e africani, 'nativi della Repubblica’». Erano "barbari", come li definì il Ministro degli Interni Bruno Retailleau.
Chi sono dunque questi nuovi "barbari"? È noto che questo antico termine si riferisca agli stranieri, per la lingua – barbarismi, appunto – i costumi, la provenienza geografica. Dall’origine greco-latina del neologismo questo si arricchisce di un accento di crudeltà e ferocia, a differenza dei civilizzati usi alla definizione. Pronunciato da Retailleau, il lemma risuona come le campane delle chiese che chiamano i buoni cristiani a combattere gli infedeli provenienti dalla "barbarie", cioè dal Maghreb. Eric Zemmour spiega: «i tifosi del PSG che hanno distrutto lo stadio sono "barbari" che saccheggiano, rubano e, se possono, stuprano». Lo shift a “barbarico” la dice lunga su chi sia il bersaglio3.
CHAMPS-ÉLYSÉES, CAMPI DI BATTAGLIA
Una festa dello sport che degenera in saccheggi e razzie, scontri con la polizia e risse con negozianti e residenti. Perché «il viale più bello del mondo» è diventato il teatro emblematico degli scontri degli ultimi decenni? Perché, evidentemente, questo luogo simboleggia il potere e la felicità di “chi può”
Anche dopo la morte, secondo l'etimologia greca di Campi Elisi, «il paradiso dei ricchi virtuosi». Dall'Eliseo all'Arco di trionfo, due chilometri di ricchezza di ogni tipo.
I prezzi degli immobili qui sono tra i più cari al mondo, circa 15.000-20.000 euri al metro quadro. Il valore complessivo del viale è stimato in 18 miliardi di euri. Praticamente il PIL del Mali o del Burkina Faso; superiore a quello del Madagascar, che ha una popolazione di 30 milioni di abitanti. Se si aggiungessero le strade e i viali adiacenti, dal Faubourg Saint-Honoré ai dodici viali che dipartono dall'Arco di Trionfo, la ricchezza concentrata in questi Beaux Quartiers sarebbe equivalente a quella di mezza Africa.
Per molto tempo, gli Champs-Élysées furono riservati alle celebrazioni nazionali e alle vittorie sui nemici. Qui, il 26 agosto 1944, il generale de Gaulle celebrò la liberazione di Parigi. Dal 1981, con la vittoria di Mitterrand e della sinistra, la celebrazione della Rivoluzione francese si tiene qui il 14 luglio. In precedenza aveva luogo alla Bastiglia, alla République o alla Nation. Originariamente una festa popolare nei quartieri popolari, è diventata un defilé militare, dove il popolo non è altro che uno spettatore dietro le transenne4.
La sola manifestazione politica autorizzata sugli Champs è stata quella del 30 maggio 1968 «contro la chienlit5», un raduno di tutti i reazionari dell'insurrezione del maggio '68. Per il resto, nessun corteo di sindacati o di sinistra è mai stato autorizzato in questo spazio riservato agli eredi dell’Ancien Régime. Per alcuni anni, dal 2008 al 2017, il Comune di Parigi ha concesso lo svolgimento del mercatino di Natale: si poteva passeggiare mangiando hot dog, crauti o kebab, e bevendo una pinta di birra o vin brulé. Nel 2017 tuttavia, l’amministrazione…di sinistra (sic!) ha ritenuto che la qualità dell’intrattenimento e della somministrazione fosse di qualità mediocre, quindi ha messo fine alla “gentile concessione”. Da dieci anni gli inquilini (chi sono?!) e gli esercenti si battevano per porre fine a questa insolenza, che ai loro occhi era intollerabile: per un mese – per di più sotto Natale – i marciapiedi del viale erano sporcati dalle frites-merguez, sopraffatti dagli odori e calpestati da quella "ignobile marmaglia". Che non aveva il diritto di stare lì. Punto e basta.
Eppure, nell'autunno 2018, patatràc! La buona borghesia degli Champs è rimasta piuttosto sorpresa nel vedere i Gilets Jaunes riversarsi nelle loro vetrine.
Sabato dopo sabato – per mesi e mesi – residenti, negozianti, clienti abituali e turisti dal pingue portafogli si sono sentiti espropriati del proprio spazio privilegiato, inorriditi e disgustati dalla sola presenza di questi corpi estranei alla loro ordinaria vita agiata. Tanto più che – oltre a profanare gli Champs con snack e bevande nello zaino, senza comprare nulla sul posto – «quella gente« è arrivata a designare quelli come luoghi di potere da distruggere.
Per mesi e mesi sono diventati un campo di battaglia. Ogni sabato. Con la polizia e i militari sempre più violenti, a difendere i luoghi del potere e i loro ἄριστοι6. In un crescendo culminato il 16 marzo 2019 – giornata insurrezionale – quando migliaia di persone hanno gridato «rivoluzione, rivoluzione» mettendo a soqquadro le belle vetrine per tutto il pomeriggio.
C'è da scommettere che indossando un gilet giallo, una giacca nera o una maglia del PSG, gli Champs-Élysées saranno in futuro ancora – e di più – uno scenario di scontro tra ricchi, potenti e sprezzanti, e proletari, discriminati ed oppressi che si sollevano in rivolta.
1 «Le Monde», 12 giugno 2025, p. 10.
2 «Le Journal du Dimanche», 8 giugno 2025, p. 4.
3 Questo riferimento alle tribù barbare si rifà senza dubbio alle lontane memorie familiari degli Zemmours, che erano tra i coloni spagnoli, molti dei quali marrani, che dal XVI secolo si erano insediati nei presidi (Ceuta, Melilla, Orano tra gli altri), avamposti militari della civiltà cristiana nel Maghreb musulmano. Molto prima della conquista e della colonizzazione militare francese, le roccaforti cristiane in Nordafrica erano state utilizzate per secoli per saccheggiare i beni e per catturare e ridurre in schiavitù uomini, donne e bambini barbari. Un odio di lunga data nei confronti dei colonizzatori dei “Piedi Neri”.
4 Sulla storia degli Champs-Élysées: L. Bantigny, La plus belle avenue du monde. Une histoire sociale et politique des Champs-Élysées, La découverte, Parigi 2020.
5 “Mascherata”. L’espressione fa il suo esordio con de Gaulle [N.d.T.]
6 Le elites di virtù e talento [N.d.T.}
Alessandro Stella è stato membro di Potere operario e poi dell’Autonomia. Rifugiatosi in Francia all’inizio degli anni Ottanta, è oggi direttore di ricerca in Antropologia storica presso il CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. Tra i suoi libri: La Révolte des Ciompi (1993); Histoires d’esclaves dans la péninsule ibérique (2000); Amours et désamours à Cadix.

