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Perché NAZA terrorizza l’élite liberale israeliana

Il film infrange l’illusione di superiorità morale degli israeliani “rispettabili”: i soldati più prestigiosi e altamente istruiti sono i principali responsabili del genocidio.
Per decenni, l’ala liberale israeliana ha coltivato un meccanismo di difesa comodo ed efficace. Di fronte a scomode questioni morali sulle azioni di Israele, la responsabilità poteva solitamente essere attribuita alle frange politiche. I colpevoli erano sempre le «mele marce»: i giovani delle colline, i ministri di estrema destra, un’unità di fanteria ribelle, coloni che nessuno a Tel Aviv nord inviterebbe a cena
Questa divisione dei ruoli era straordinariamente comoda. La destra commetteva i crimini; i liberali fornivano la morale. L’occupazione e le numerose ondate di guerra a Gaza, con tutta la loro bruttezza, erano cose che facevano «loro», mentre «noi» indagavamo sugli abusi e protestavamo per salvare la democrazia israeliana.
NAZA attacca quell’alibi. Il film aggira i soliti cattivi e punta dritto al Santo dei Santi dell’élite israeliana: l’Unità 8200, che fornisce le informazioni di intelligence per gli obiettivi dei raid aerei, e l’Aeronautica Militare, che trasforma quegli obiettivi in macerie e famiglie sterminate. Le persone sottoposte a scrutinio morale non sono i coloni, ma i diplomati delle scuole più prestigiose e delle unità militari d’élite che proseguono gli studi all’università o entrano in aziende high-tech – esattamente le persone che l’Israele liberale vede quando si guarda allo specchio.
Questa è la tesi più intollerabile del film. Se ciò che Israele ha fatto a Gaza è un genocidio, allora si tratta, in gran parte, di un genocidio liberale. Non perché i suoi artefici si definiscano liberali, ma perché il meccanismo di distruzione si basa su istituzioni gestite da israeliani laici, istruiti e tecnologicamente avanzati che si considerano l’antitesi dell’estrema destra. I registi negano persino ai protagonisti il vecchio rituale israeliano del «sparare e piangere», in cui il senso di colpa per la violenza in qualche modo la redime.
La reazione della destra era prevedibile: il capo dell’esercito ha definito il film una «calunnia di sangue», il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Cultura Miki Zohar hanno appoggiato la revoca della cittadinanza ai registi, mentre l’esercito ha valutato l’avvio di un’azione legale per presunte fughe di notizie.
Ancora più rivelatrice è stata la furia dei media «liberali» israeliani. I commentatori condannano un film che non hanno visto e ne respingono la testimonianza, proprio mentre l’esercito indaga su come informazioni riservate siano giunte ai registi e mentre la realtà della distruzione sistematica di Gaza è evidente. Giornalisti che abitualmente si affidano a fonti anonime dei servizi di sicurezza hanno scoperto un’improvvisa, quasi puritana preoccupazione per la trasparenza delle fonti, dimostrando scarsa solidarietà professionale e tagliando il ramo su cui si regge il giornalismo d’inchiesta.
I critici lamentano di non poter esaminare adeguatamente il film, senza quasi mai riconoscere che Israele ha negato ai giornalisti stranieri l’accesso indipendente a Gaza dall’ottobre 2023. Gli standard di scetticismo, praticamente inesistenti mentre l’esercito operava dietro un muro di censura e di accesso limitato, sono diventati notevolmente più rigorosi ora che sono gli stessi soldati israeliani a parlare.
Il dibattito pubblico ha dedicato ben meno attenzione alla sostanza delle testimonianze contenute in NAZA. Nell’Israele di oggi, chi ha parlato di possibili crimini sembra affrontare un pericolo legale più immediato per averne parlato rispetto a chi è accusato di averli commessi.
E, come se non bastasse, le rivelazioni principali non sono una novità. Yuval Abraham aveva già denunciato, nel novembre 2023, l’uso da parte dell’esercito di sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e i livelli permissivi di vittime civili. I media israeliani hanno avuto tutto il tempo – anzi, anni – per approfondire la vicenda. Il clamore attuale ha quindi ben poco a che vedere con gli standard giornalistici. Si tratta piuttosto di ciò che accade quando fatti che erano tollerabili finché confinati in una cronaca marginale diventano impossibili da tenere ai margini.
L’insensibilità burocratica
NAZA è particolarmente inquietante quando mostra come l’uccisione di massa venga tradotta nel linguaggio dell’industria tecnologica. I soldati dei servizi segreti parlano di sviluppo di algoritmi, generazione di obiettivi, set di dati, soglie e ottimizzazione. La persona che morirà alla fine del processo appare inizialmente come una voce in un sistema. La famiglia che la circonda appare come una stima. L’edificio distrutto e i cadaveri carbonizzati appaiono come il risultato finale.
L’Unità 8200 è anche uno dei percorsi più prestigiosi per entrare nel mondo dell’high-tech, consentendo di convertire in seguito, in capitale professionale, le competenze acquisite all’interno dell’apparato di targeting di massa. L’oscenità non sta nel fatto che i soldati sembrino sadici, ma in quanto spesso appaiano semplicemente competenti.
È qui che la descrizione di Hannah Arendt della «spensieratezza» burocratica diventa utile – non come una banale analogia storica, ma come descrizione di come la responsabilità possa essere frammentata. La spensieratezza, per Arendt, non significava tanto stupidità quanto il fallimento o l’incapacità di vedere il mondo dal punto di vista della persona su cui si agisce.
Le grandi burocrazie facilitano questo processo dividendo l’azione in funzioni distinte. Una persona scrive il codice, un’altra verifica le informazioni di intelligence, un’altra ancora approva un obiettivo, un’altra pilota l’aereo. Ciascuno può svolgere il proprio compito in modo professionale, mentre la responsabilità morale per l’insieme rimane senza proprietario.
Arendt era chiara sul fatto che la spensieratezza burocratica non esonerasse gli individui dalla responsabilità delle loro azioni. Ma alcuni critici di Arendt hanno sostenuto che l’adesione alla burocrazia può fungere da comodo travestimento: l’ideologo convinto che si presenta come un impiegato obbediente.
I soldati di NAZA ci offrono un altro modo di riflettere su questa distinzione. Non sono imputati che cercano di sfuggire alla punizione. Hanno scelto di parlare, esponendosi potenzialmente a un procedimento penale per averlo fatto. Eppure, anche nella confessione, ricorrono ripetutamente e istintivamente al vocabolario dei sistemi, delle procedure e dei compiti tecnici.
La loro testimonianza suggerisce che il linguaggio burocratico non deve necessariamente essere né un’autentica espressione di spensieratezza né una difesa strategica in aula. Può essere il linguaggio attraverso il quale le persone comprendono il proprio lavoro e, allo stesso tempo, razionalizzano la propria partecipazione alla violenza.
Anche la distanza tra questi soldati e le loro vittime è in qualche modo paradossale. Gli ufficiali dei servizi segreti possono intercettare telefonate, ascoltare le famiglie all’interno degli edifici, guardare le immagini in diretta ed esaminare le conseguenze degli attacchi in alta risoluzione. Lo stesso sistema che crea una straordinaria vicinanza alle vittime può anche mantenere una profonda distanza morale da esse. La voce di un bambino diventa un’informazione utilizzata per una verifica; una famiglia diventa un «danno collaterale».
Una maggiore quantità di informazioni non produce necessariamente una maggiore consapevolezza, ma piuttosto un’astrazione più dettagliata. All’interno delle unità militari d’élite, questa distanza può essere rafforzata dalla mentalità del joiner: una persona il cui desiderio di appartenenza la spinge a subordinare il pensiero critico indipendente alle norme del gruppo.
Il titolo stesso del film coglie questo processo. NAZA è l’abbreviazione militare di «nezek agavi», che in ebraico significa «danno collaterale». La frase compie già di per sé un atto di compressione morale: uomini, donne e bambini morti e feriti diventano una categoria all’interno di un calcolo operativo. L’automazione conferisce a quell’eufemismo un potere ancora maggiore.
Precedenti reportage di +972 e Local Call hanno descritto periodi in cui gli ufficiali affermavano che l’esercito consentiva l’uccisione di un massimo di 15 o 20 civili quando si prendeva di mira un membro di basso rango di Hamas, e di oltre 100 in alcuni attacchi contro comandanti di alto livello. L’esercito contesta gli elementi chiave di tali resoconti e sostiene che le decisioni relative agli attacchi sono prese da esseri umani in conformità con il diritto internazionale. Ma il problema morale messo in luce dalle testimonianze rimane: una volta che la morte dei civili viene rappresentata principalmente come un numero ammissibile associato a un obiettivo, l’uccisione può essere trattata come un problema contabile.
Ecco come si presenta la banalità del male nell’era digitale. La vecchia burocrazia prevedeva moduli, firme e catene di comando; il nuovo apparato di selezione aggiunge interfacce, indici di affidabilità, elenchi di obiettivi e strumenti software. Nessuno dei due esonera chi li utilizza. Ma entrambi possono aiutare l’utente a percepirsi come operatore di un sistema piuttosto che come responsabile delle conseguenze.
Offuscamento calcolato
La reazione dei media israeliani riproduce spesso questo spostamento di responsabilità. Di fronte alle testimonianze relative a uccisioni di massa, gran parte del dibattito si rifugia immediatamente nelle questioni procedurali: un determinato sistema era davvero «IA»? È stato un algoritmo a prendere la decisione o si è limitato ad assisterla? La catena di comando è stata descritta con perfetta precisione?
Alcune di queste domande sono importanti. Ma l’analisi tecnica può anche diventare un rifugio per sfuggire alla questione più ampia sollevata dalle testimonianze. Se la discussione può essere ridotta a stabilire se il numero di civili uccisi in un particolare attacco sia esatto, si può evitare di confrontarsi con il fatto che i soldati stanno descrivendo un sistema costruito per generare ed elaborare uccisioni su vasta scala.
I soldati della NAZA si proteggono dal peso umano del loro lavoro parlando di individuazione e ottimizzazione degli obiettivi. I loro critici nei media israeliani possono proteggersi trasformandosi in revisori incaricati di verificare i fatti all’interno di quel meccanismo. La simmetria è scomoda: entrambi trasformano un problema etico in uno tecnico.
E i problemi tecnici sono rassicuranti, perché hanno una soluzione. Gli algoritmi possono essere migliorati, i database ripuliti, i protocolli riscritti. Ciò che gli israeliani liberali non riescono a sopportare di sentire è la possibilità che la macchina stia effettivamente funzionando come previsto.
Ci sono ragioni strutturali per cui il giornalismo israeliano è così incline a questa fuga in avanti. La stampa è radicata in una società in cui il servizio militare è un’istituzione fondamentale per la socializzazione e l’avanzamento professionale. Molti giornalisti di spicco hanno iniziato la carriera nei media militari o nel giornalismo di sicurezza, e i corrispondenti militari dipendono dall’Unità del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) per l’accesso alle informazioni. Le categorie linguistiche dell’esercito – precisione, intelligence, necessità operativa, qualità dell’obiettivo – arrivano in redazione già dotate dell’autorità di descrizioni neutre, piuttosto che del linguaggio di una delle parti in guerra.
A seguito di una serie di dichiarazioni provocatorie da parte del capo di stato maggiore, l’esercito ha infine rilasciato una risposta ufficiale al film che riproduce perfettamente proprio quella evasività burocratica che il documentario critica. I militari hanno affermato, ad esempio, che i civili venivano regolarmente avvertiti prima degli attacchi, nascondendo deliberatamente la triste realtà secondo cui si trattava di un’eccezione sporadica. La vera prassi operativa – quella responsabile del massacro di migliaia di bambini – era il bombardamento improvviso senza preavviso.
L’esercito ha sostenuto che, tecnicamente parlando, l’intelligenza artificiale «non ha mai selezionato autonomamente gli obiettivi», ben sapendo che i pochi secondi concessi a un operatore umano per autorizzare un attacco precludono qualsiasi revisione significativa dal punto di vista fattuale o etico. Allo stesso modo, ha evitato qualsiasi discussione sulla scelta come obiettivi di membri di basso livello, molti dei quali sono stati uccisi in attacchi condotti deliberatamente nelle loro case, spesso in presenza delle loro famiglie.
Nella sua risposta al film, l’esercito ha inoltre affermato di non aver mai «approvato o effettuato alcun attacco a Gaza in cui si prevedesse la morte di 500 civili o di un numero anche solo vagamente simile», come menzionato in una delle testimonianze del film. Anche questa è una manovra volta a confondere le acque: concentrando il dibattito su uno dei rapporti più elevati tra obiettivi e civili, si cerca di distogliere l’attenzione dall’accumulo di migliaia di attacchi che hanno costituito il meccanismo principale del massacro di massa a Gaza, in ciascuno dei quali l’uccisione di un numero di civili compreso tra decine e centinaia era considerata accettabile.
E come sempre, l’esercito ha suggerito che i presunti crimini vengono «affrontati attraverso azioni disciplinari, indagini penali o altre misure». La realtà è che Israele ha condannato solo due soldati per aver causato danni ai palestinesi negli ultimi tre anni – cosa che non sorprende, visto che alti funzionari militari si sono vantati di aver ucciso 70.000 «terroristi» a Gaza.
Eppure, per la stampa israeliana, le confutazioni prive di fondamento dell’esercito erano esattamente ciò che voleva sentire. Desiderosi di un alibi psicologico, e forse inconsciamente in colpa per non aver fatto il proprio lavoro, i giornalisti israeliani si sono affrettati a celebrare la dichiarazione dell’esercito, definendo il film un esempio di giornalismo approssimativo e rifugiandosi in una confortante tautologia autoritaria: i fatti riportati nel film devono essere sbagliati, semplicemente perché lo dice l’esercito.
L’alibi liberale
Il centro-sinistra israeliano si è a lungo definito attraverso i propri nemici: se il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ci disprezza, se i coloni ci definiscono traditori, se l’estrema destra attacca i tribunali e la stampa, allora noi dobbiamo essere l’Israele democratico e morale.NAZA infrange questa confortante illusione. Suggerisce che si possa opporsi a Ben Gvir, votare per il centro, lavorare nel settore high-tech, manifestare per la democrazia e tuttavia partecipare a – o sostenere materialmente – un sistema capace di uccisioni di massa. L’odio da parte dei fascisti non è un certificato di innocenza.
I coloni saranno anche le voci più forti che invocano l’«emigrazione volontaria» di milioni di palestinesi da Gaza, ma la capacità di trasformare quella popolazione in bersagli è stata costruita e gestita da istituzioni al centro della rispettabile società israeliana.
Il film si conclude passando dai tetti di Tel Aviv alle rovine di Gaza, annullando la distanza creata dal linguaggio burocratico. Un padre palestinese scava freneticamente tra le macerie di un edificio crollato alla ricerca dei suoi figli morti. Nella marea di commenti israeliani su NAZA, non ho visto quasi nessuna discussione su quel padre.
Questa assenza non è casuale. I sistemi dell’esercito trasformano i palestinesi in bersagli e in stime di danni collaterali; il dibattito pubblico, a sua volta, trasforma il film stesso in una controversia tecnica. In entrambe le fasi, il palestinese scompare. Ma, in definitiva, la disumanizzazione è reciproca: solo un popolo che ha perso la propria umanità può ignorare una scena così straziante che mostra al pubblico israeliano, forse per la prima volta, il risultato delle proprie azioni.
Lo scandalo di NAZA non sta nel fatto che riveli agli israeliani qualcosa che non avevano modo di sapere. Sta piuttosto nel fatto che attacca il privilegio dell’ignoranza. Prende il linguaggio dei codici, dei servizi segreti e delle procedure – il linguaggio attraverso il quale le persone rispettabili si proteggono da ciò che viene fatto a loro – e vi reinserisce i corpi.
Ecco perché la furia che circonda il film fa parte della storia che il film racconta. Una società che può ancora inorridire di fronte all’accusa di un crimine di guerra, ma non di fronte a un padre che scava tra le macerie alla ricerca dei propri figli, ha già deciso cosa ritiene intollerabile. E la reazione violenta al film dimostra che l’opinione pubblica israeliana è incapace di confrontarsi con la propria immagine allo specchio, anche quando ciò che riflette sono i suoi soldati più prestigiosi.
2 ottobre 2026
Sebastian Ben Daniel (John Brown) è un accademico e blogger israeliano.
Per gentile concessione di +972, che ringraziamo.

