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La Cina: il nuovo Nord

Perché la Cina si definisce ancora un paese in via di sviluppo? Esiste un lessico inspiegabile che la qualifica emerging market? Il Sud globale si impernia sulla geografia, sull’economia o sulla politica? Avvicinarsi a Pechino per le nazioni in via di sviluppo è una scelta o una necessità? Gli interrogativi potrebbero continuare. Ce ne sono di più che tra la terra e il cielo; e nessuno ha risposte certe, inequivocabili. Nel frattempo la Cina continua a crescere e di conseguenza ad attrarre consensi. Ha finora sconfitto tutte le previsioni di crollo. L’aumento annuo del suo Pil è lontano dai trionfi statistici, ma gli analisti più puntigliosi rilevano che le ultime variazioni in valore assoluto equivalgono all’economia della Turchia o dell’Indonesia. Ridurre la crescita annua (dal 10 al 5%) non è un segnale di crisi ma di maturità, oltre che un sostegno alla stabilità internazionale. Dal 2008 al 2021 la Cina ha contribuito alla crescita globale nella misura del 40%. Ora la percentuale si è ridotta, ma è sempre la più alta al mondo. Il paese è il maggiore esportatore mondiale, quello che concede più prestiti, tra le maggiori destinazioni degli investimenti stranieri. Vanta infine una produzione industriale pari a un terzo del totale, più della somma di Usa, Giappone, Germania. Nessun governo, neanche quelli più inclini alla propaganda, può responsabilmente augurarsi una crisi profonda della seconda economia al mondo (prima dal 2017, se il Pil è conteggiato a parità di potere d’acquisto).
Esistono ovviamente delle aree critiche. Il pericolo di una loro combinazione è reale e le ripercussioni potrebbero essere devastanti. La Cina sta imparando a gestire situazioni complesse. Abituata a secoli di chiusura autoreferenziale, protetta dalla Grande Muraglia, intrisa di storia nazionale, poco esposta ai contatti con l’esterno, si trova in un terreno che non le è congeniale, quello delle compatibilità, degli scenari articolati, delle variabili economiche. È abituata ai rapporti di forza, difetta della duttilità, vede le trattative e i cedimenti come segni di debolezza. Eppure questo non le ha impedito di esercitare un’attrazione forte verso l’odierno Sud globale. La sua calamita si alimenta da una miscela di obbedienza, convenienza, necessità maggiore della riluttanza. I risultati dell’avvicinamento sono stati controversi, a seconda del punto di vista e della sua evoluzione su tre ambiti principali: la crescita, la democrazia, l’emersione.
1. La crescita
La Repubblica popolare è stata non allineata – e dunque vicina alle aspirazioni del Sud globale odierno – dalla sua nascita. Dopo le vittoriose guerre contro il Giappone e i nazionalisti, Pechino ha compiuto una doppia scelta. Ideologicamente l’appartenenza al blocco socialista rimaneva fuori discussione. Politicamente invece, allargava i margini di manovra. La partecipazione strategica di Zhou Enlai alla Conferenza di Bandung del 1955 suggellava l’adesione della Cina al movimento terzomondista e anticoloniale. Il sostegno cinese trova il suo simbolo più conosciuto nella ferrovia che collega Zambia e Tanzania. Costruita e operata da Pechino agli inizi degli anni settanta, lunga quasi 2000 km, trasportava il rame dalle miniere al porto di Dar es Salaam. L’ispirazione rimaneva ideale e materiale. I binari affermavano la leadership cinese e davano speranza al socialismo pan-africano.
In realtà, la dirigenza maoista agiva sul Terzo mondo guardando, con attenzione e timori maggiori, a Mosca. Il controllo sovietico era ingestibile, insopportabile per un paese grande, popoloso, anch’esso tra le potenze vincitrici e attore di un esperimento ancora più eccentrico di quello russo. Inoltre, la rivoluzione cinese trovava le fondamenta nelle campagne e non nelle città, nei contadini e non negli operai. Scegliere di appoggiare le giovani nazioni del Sud del mondo costituiva per Pechino un’opportunità preziosa, al tempo stesso fertile e obbligata. La scelta diventa eclatante durante gli anni della Rivoluzione culturale, quando il parossismo ideologico e la sterzata antisovietica raggiungono posizioni, sempre nel recinto terzomondista, estreme e incomprensibili.Una svolta epocale ha luogo con la morte di Mao, l’arresto degli elementi più radicali, il ritorno di Deng Xiaoping. Le ex colonie, l’America Latina hanno poco da offrire a un paese uscito dal caos, fragile, in guerra con i vicini, senza amici sostanziali sui temi cruciali come le al-eanze militari o le reazioni commerciali. Il pericolo rimane «il secolo delle umiliazioni», la perdita di sovranità nazionale, l’annacquamento dell’identità cinese. Il paese alla fine degli anni settanta ha una sola scelta per uscire dall’angolo, per conservare peso e sicurezza: rafforzarsi. Il pragmatismo di Deng è noto, ricordato dalla sua opinione sull’irrilevanza del colore dei gatti rispetto al risultato. Il traguardo è chiaro: uscire dal sottosviluppo. Il nuovo leader è ancora più preciso, determinato, realista: «Il nostro nemico non è il capitalismo, ma il medioevo».
In questa cornice, le relazioni con il Terzo mondo sbiadiscono d’importanza. Non sono più interlocutori privilegiati quando la Cina ricerca una veloce industrializzazione. Bisogna impiantare fabbriche, trasferire centinaia di milioni di persone, convertire i contadini in operai. Le università – chiuse durante la Rivoluzione culturale perché centri di sedizione – sono chiamate a laureare ingegneri. Sono consegnati alla storia, senza molti rimpianti, la retorica internazionalista, l’ambizione dell’«assedio delle campagne alle città». Una titanica riconversione prende forma; i partner obbligati sono gli Stati Uniti, l’Europa, il Giappone, i soli in grado di fornire competenze, macchinari, know-how, gli unici pronti ad acquistare le merci cinesi.
La Cina in cambio seppellisce qualsiasi ipotesi di espansione, ritira ogni appoggio alle guerriglie comuniste in Asia, garantisce l’ostilità all’Urss. Inizia negli anni ottanta un epocale trasferimento di risorse dall’Occidente. Nei casi più fortunati, alcuni paesi riescono a convertire le proprie strutture produttive; in altri la desertificazione industriale – basti pensare al Midwest statunitense – provoca disoccupazione e inquietudine, con evidenti ripercussioni sugli esiti elettorali. Si rafforza, pur senza amore, un bizzarro matrimonio d’interessi tra un paese formalmente comunista e le multinazionali più intraprendenti. È una win-win situation. La subiscono, fino all’estinzione o alla perdita di rilevanza, il blocco socialista e quello terzomondista. Quest’ultimo non trova la forza e l’unità per essere utile alla Cina. Diviso al suo interno, fiaccato dai colpi di Stato militari in Indonesia e in Congo, bloccato dalla rigidità moscovita, lo spirito di Bandung diventa un ologramma irrilevante per la Cina.
Eppure, negli anni recenti, una nuova forma di collaborazione si è creata con le nazioni del Mezzogiorno. Il mastice è l’economia, l’utilità la stella polare, il modello cinese invidiabile. Non un esempio da seguire – sarebbe peraltro impossibile – quanto il riconoscimento che si possa uscire dal sottosviluppo con metodi propri, non necessariamente quelli del liberismo e delle organizzazioni che lo rappresentano. Proprio mentre l’Occidente è investito da crisi ricorrenti – negli ultimi 15 anni di tipo finanziario, sanitario, militare – Pechino rafforza la sua posizione in ogni settore. Quando entra in crisi la capacità autoregolatrice del mercato e aumentano le disuguaglianze in Occidente, la Cina rafforza l’intervento pubblico in economia e innesta enormi quantità di denaro per sostenere la domanda interna. La nazione asiatica offre così la certezza che un percorso diverso sia praticabile.Cambia la cornice e con essa il quadro. La Cina è da anni la fabbrica del mondo e non ha intenzione di dismetterla. Per farla funzionare ha bisogno di tecnologia, energia, materie prime. Per la prima ha compiuto internamente dei passi da gigante. Per le commodities, il Sud globale è una risorsa inesauribile, dal petrolio brasiliano alla soia thailandese, dalla gomma malese al litio boliviano, dal grano argentino al cobalto indonesiano. Pechino negozia con i governi su base bilaterale, dove può far valere le sue dimensioni. Gestisce sapientemente le trattative. Esporta le sue merci in quei paesi, costruisce scuole e ospedali con proprie maestranze, non richiede certificati che attestino l’adesione degli accordi agli standard internazionali. Siamo anni luce dalla vecchia versione del colonialismo: la Cina è il primo paese al mondo che trasferisce congiuntamente capitali, merci e manodopera. I governi del Sud globale hanno ovviamente opinioni differenziate verso la Cina, certamente non allineate. Ne riconoscono però la dignità e non tendono a escluderla. Rifiutano qualsiasi condanna, non si accodano al China bashing. Oggi il gigante asiatico è il primo partner commerciale per la maggioranza dei paesi, in misura ancor maggiore per quelli non occidentali. Anche i suoi investimenti, soprattutto nelle infrastrutture, sono essenziali. Assumono la veste della Belt and Road Initiative, sono finanziate dalla Asian Infrastructure Investment Bank, l’istituzione che comprende 109 paesi con base nella capitale cinese. A Shanghai invece si trova la sede della New Development Bank, la Banca d’investimento dei paesi BRICS al cui vertice siede l’ex presidente brasiliano Dilma Rousseff. È noto come BRICS da fortunato acronimo (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sia diventato un gruppo di paesi che tende a una maggiore coesione. Le sue differenze prevalgono an-cora sulle affinità, soprattutto dopo l’ingresso nella compagine di Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia.
I pilastri fondativi dei paesi BRICS però non cambiano: uguaglianza tra i membri, non interferenza negli affari interni di un paese, condivisione dei risultati. I suoi membri – per la maggior parte assimilabili al Sud globale – registrano una evidente eterogeneità in termini di sistemi politici, livelli di industrializzazione, indici di democrazia, oltre ovviamente alle diversità di lingua, religioni e costumi. Tutto questo non ha impedito il sorpasso al G7. Il gruppo delle economie industrializzate produce il 30% del Pil mondiale, rispetto al 35% dei 9 paesi BRICS (a parità di potere d’acquisto). In una lampante sproporzione, la Cina sfiora i due terzi di questa percentuale. Senza i suoi risultati – una serie ininterrotta di crescite, un caso unico nella storia economica – questo nuovo scenario internazionale non sarebbe stato possibile. Senza il rispetto raccolto presso i paesi del Sud globale, questa espressione probabilmente non sarebbe nata. Al suo interno molte voci sono critiche; la Cina è spesso accettata ma non ammirata, invidiata senza adorazione, temuta ma non rifiutata. Stringe legami con tutti, a secondo delle convenienze. Così la Cina – un paese molto omogeneo e ideologizzato – diventa paradossalmente alfiere e sentinella della diversità, della My way policy, dell’indipendenza, esattamente quanto richiesto dal Sud globale.
2. La democrazia
Oltre agli obiettivi tangibili, serpeggia nel Sud globale la tentazione di emulare la Cina nel sistema politico. Dentro la Grande Muraglia le elezioni sono considerate un disagio, il dissenso viene tollerato se non è organizzato, gli intellettuali devono uniformarsi. Non è difficile immaginare che qualche aspirante dittatore o demagogo venga sedotto dalla tentazione di imitare Xi Jinping. Il presidente Xi è un uomo forte, potente, abile nel silenziare l’opposizione. E il nuovo timoniere, incaricato di guidare la Cina in tenzoni pericolose, dove gli indugi sono esiziali e i dubbi un lusso non consentito. Incarna una continuità invidiabile: Partito comunista cinese (Pcc) è stato al potere dal 1949, un arco di tempo superiore a quello dei bolscevichi. La narrazione ufficiale si impernia su tre eroi nazionali: Mao ha liberato la Cina, Deng l’ha arricchita, Xi l’ha resa forte. È difficile credere a questa linearità. In realtà le lotte intestine e le convulsioni del paese sono state attraversate da eventi drammatici, come il fanatismo della Rivoluzione culturale o la repressione di Tian Anmen. Questi passaggi sono trascurati o ignorati dalla narrazione ufficiale. La convenienza a non ricordarli, o addirittura la tentazione di imitarli, si rafforza però nel Sud globale, soprattutto quando gli esecutivi sono deboli, gli autocrati in agguato, le prospettive deludenti. Nell’impossibilità di duplicare Pechino – i risultati cinesi hanno bisogno dell’impalcatura cinese – almeno non la si condanna. Per avvicinarsi ai risultati della Cina, è suggeribile non inimicarsela.
I paesi in via di sviluppo hanno dunque compreso bene, essendone anche vittime, la disillusione occidentale sul processo democratico che la Cina avrebbe dovuto intraprendere. Negli ultimi anni dello scorso millennio il pensiero dominante celebrava la vittoria del capitalismo e della democrazia. Il liberismo affermava che qualsiasi ostacolo alla libera circolazione dei fattori di produzione provocava una diminuzione della ricchezza collettiva. La storia sembrava finita. La sinergia tra democrazia politica e intraprendenza economica appariva ineludibile, la via obbligata per raggiungere prosperità e felicità. La Cina si sarebbe adeguata. Il suo ingresso nel WTO nel 2001 ne sigillava l’adesione alla globalizzazione, un fenomeno che con la più popolosa nazione al mondo sarebbe diventato irreversibile. I paesi del Sud globale avevano un solo esempio da seguire: accodarsi al mainstream.
Pechino, era opinione diffusa, avrebbe cambiato il suo sistema politico. La nuova classe imprenditoriale – causa ed effetto dello sviluppo delle forze produttive – doveva trovare in altri partiti, giornali, banche la protezione dei suoi interessi. I consumatori della citta, liberati dai bi-sogni primari, avrebbero indirizzato i loro acquisti verso l’estero, acquisendo gusti e idee innovative. In sintesi: lo sviluppo economico portava con sé i germi della democrazia. Si vedevano all’orizzonte il multipartitismo, la dialettica parlamentare, le elezioni, il dissolvimento del Pcc.Proprio in quegli anni, i primi del millennio, dalla Cina proveniva una risposta meditata, passata tuttavia pressoché inosservata. La «Teoria delle tre rappresentanze» del presidente Zhang Zemin affermava che il Pcc proteggeva tutti i cittadini. Era espressione degli interessi di tre gruppi sociali: le forze produttive (quindi non solo operai e contadini, ma anche imprenditori e borghesia), gli esponenti della cultura, l’intera società cinese. La legittimità a governare proveniva dalla storia e non doveva essere sottoposta a verifiche elettorali. Soprattutto, il partito si era trasformato, pronto cosi a raccogliere ogni istanza. Tutto questo eliminava la necessità di altre organizzazioni politiche. Quella al potere accoglie tutte le istanze, per questo non accetta critiche. Con il Pcc inattaccabile, il collante del paese veniva affidato al nazionalismo e ai miglioramenti personali, al cuore e al portafogli.
La previsione quindi di un’omologazione della Cina si è rivelata fallace. Con eleganza si potrebbe chiamare disillusione. Più realisticamente si e trattato di un abbaglio collettivo, un grave errore di una classe dirigente mondiale che ha confuso i sogni con la realtà. Ogni previsione di processo democratico a stata respinta, tutte le scommesse su un crollo dell’economia cinese sono rimaste finora perdenti. Pur senza democrazia, si produce sufficiente ricchezza sociale. È questa sorpresa a inquietare l’Occidente ma non il Sud globale. Viene erosa la necessità della democrazia, che da postulato per la crescita diventa una possibilità. Da mezzo secolo Pechino e Shanghai non conoscono gli scaffali vuoti di Mosca, Maputo e L’Avana ai tempi del collettivismo. Ogni interpretazione della Cina come mera somma di Stato autoritario e bassi salari si è presto arenata, vittima della sua semplicità, travolta dai fatti.
La dirigenza continua a inanellare successi, ovviamente dal suo punto di vista. Conferma i suoi due obiettivi nevralgici: progresso del paese e mantenimento del potere. Non sorprende che i governi del Sud globale non dimostrino ostilità a Pechino. Preoccupa invece che sempre di più tentino improbabili duplicazioni.
Esiste un’ultima motivazione per la considerazione guadagnata dalla Cina: la capacità di non cedere, di mantenere il proprio punto di vista. Deriva da due elementi: la stazza del paese e la forza conquistata nei decenni. Su quest’ultima, il Sud globale ha imparato che – al di là delle dimensioni – solo i muscoli garantiscono libertà decisionale, politica identitaria, perseguimento dei propri interessi. La Cina oggi è rispettata e temuta, rispettata proprio perché temuta. Il suo ruolo è presente in ogni agenda internazionale, non esiste nessun argomento globale che non la veda al tavolo negoziale, rimangono senza conseguenze le accuse sulla violazione dei diritti umani, della proprietà intellettuale, della repressione nel Tibet e nel Xinjiang. Pechino vanta un tridente che attrarrebbe ogni governo del Sud globale, anche i più inclini alla democrazia: stabilità, crescita, forza.
3. L’emersione
Esistono ovviamente limiti e contraddizioni in questo crescente avvicinamento. Sarebbe ingenuo e analiticamente deficitario non evidenziarli. In almeno tre versanti la Cina può porsi in contrapposizione verso il Sud globale, diventandone appunto il Nord, assumendo cioè una posizione dominante che gli impedisce di emergere compiutamente.
Il primo è la trasformazione del modello cinese da esempio a ostacolo. Dall’intera Asia è arrivato un messaggio chiarissimo: un’industrializzazione veloce è la scorciatoia per sconfiggere il sottosviluppo. La produzione è il dovere, l’export la leva per innestare un ciclo virtuoso e infinito di investimenti. Nessuna novità – bassi salari e bassi consumi – ma per la prima volta il modello è stato impiegato in retroterra contadini e sterminati. I risultati, non solo per la Cina, sono stati molto redditizi. La strada sembra dunque tracciata: urbanizzazione, ciminiere, trasformazione del paesaggio. Tuttavia, Pechino ha occupato il terreno e ha ristretto i margini di manovra. Diventata la fabbrica del mondo, impedisce di fatto la nascita di concorrenti che possono ancora offrire costi ridotti. Se prima veniva accusata di aver tolto lavoro all’industria occidentale, ora se ne rileva il blocco verso i paesi emergenti. Come si può sviluppare un’industria se Pechino vanta know-how, economie di scala, eccellente rete strutturale, promessa di un mercato interno sterminato? Come può un’imprenditoria nascente competere sui mercati globali? Come possono essere scelte produzioni strategiche che non siano già appannaggio della Cina? Indubbiamente non tutto è bloccato, ma gli spazi sono limitati, le scelte pressoché obbligate.
Inoltre, la posizione di Pechino nelle catene del valore globali si è rafforzata negli anni. La sua centralità è fuori discussione. Ogni tentativo di decoupling e durato lo spazio di un mattino o di una campagna elettorale. Disallineare o disaccoppiare le economie della Cina da quelle dell’Occidente è impossibile, almeno in tempi brevi. Lo affermano anche le menti più lucide a Washington. Dopo averle fornito tecnologia per decenni, è difficile scegliere un’altra destinazione. Una nuova fabbrica del mondo non si erige in poco tempo, rimangono i tentativi abbozzati di backshoring, nearshoring, friendshoring. I prossimi investimenti dai paesi industrializzati potrebbero comunque rivolgersi verso il Sud globale, nella misura in cui i loro governi siano affidabili e capaci di garantire le richieste della committenza. Probabilmente un impulso può venire da Pechino stessa, decisa a modernizzare la sua struttura e a ridurre le produzioni di basso valore aggiunto e di ridotto costo unitario. Per questo alcuni paesi che più lentamente hanno iniziato un processo analogo potrebbero approfittare di investimenti sia cinesi che internazionali. L’industria tessile del Bangladesh rappresenta al riguardo uno degli esempi più conosciuti. Si tratta tuttavia di decisioni subite più che assunte. La Cina compie lt percorso inverso, questa volta dismette le industrie mature e investe altrove. Combina i suoi interessi con quelli delle nazioni più povere. Così facendo, aumenta la loro distanza da se stessa, non la diminuisce.
Infine, i singoli paesi del Sud globale, in mancanza di strutture organizzate che li rappresentino, vengono penalizzati dalle trattative bilaterali. La Cina fa valere il suo peso con gli interlocutori più potenti (Brasile, India, Indonesia, Pakistan) e a maggior ragione con quelli più piccoli, le cui dimensioni del Pil non raggiungono quello di un quartiere di Shanghai. Oltre tre anni fa si svolgeva il primo Forum on China-Africa Cooperation. Nell’ultima edizione di Pechino (settembre 2024) il presidente Xi ha ricevuto 53 capi di Stato e di governo. L’atmosfera a stata improntata alla massima collaborazione. Pechino ha selettivamente concesso prestiti, promesso investimenti, cancellato debiti, garantito agevolazioni tariffarie. L’amicizia e stata ribadita, il suo afflato ideale confermato, la non interferenza ormai un dogma. Ma la sproporzione tra gli attori convenuti rimane insanabile. Le sue ripercussioni sul piano geopolitico evidenziano un vincitore annunciato.
4. Conclusioni
La Cina non è ancora il nuovo Nord, ma si accinge a diventarlo velocemente. In ogni caso ha smesso da tempo di essere un paese emergente. La variazione degli assetti geopolitici in parte è storicamente inevitabile, in parte è dovuta al perdurare in Occidente di analisi unidirezionali che conducono a risultati modesti. Anche se la condotta della Cina fosse irreprensibile, se le accuse a lei rivolte fossero frutto della propaganda, se veramente quello registrato fosse un peaceful rise, la sua ascesa sarebbe comunque dirompente, proprio perché erode interessi consolidati. Le sue dimensioni, il forte nazionalismo, la disciplina e l’identità che la caratterizzano sono sufficienti a porla su binari divergenti, se non addirittura in rotta di collisione. Per le ambizioni di Pechino, sarebbe stato probabilmente necessario uno scrutinio più serrato, certamente i governi occidentali non dovevano rinunciare al proprio ruolo di indirizzo rispetto a un fenomeno complesso e pieno di conseguenze.
Nella deideologizzazione dopo la guerra fredda, le relazioni intensificate tra Cina e Sud globale appartengono all’evoluzione attesa dei rapporti. Questi ultimi sono tuttavia platealmente sbilanciati a favore di Pechino. Proprio perché globale, il Sud ha comunque iniziato una prolungata fase di riscatto e di sconfitta del sottosviluppo. Indipendentemente dal calore del rapporto con la Cina – e in assenza di inasprimenti militari – questa fase e destinata a continuare. Nelle specificità economiche, nel dominante supply-centric growth model, il Sud globale rimane un interlocutore ineludibile, prezioso e protetto: più dall’aggettivo che dal punto cardinale.
Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

