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Immagine del redattore: Wolfgang Streeck
Wolfgang Streeck
11 minuti fa
Tempo di lettura: 13 min

La frattura del sistema politico tedesco


Joselynn Finch
Joselynn Finch

Le esigenze imposte dalla crisi sistemica del capitalismo agli attuali sistemi politici emersi dalla Seconda Guerra Mondiale stanno sottoponendoli a tensioni enormi, poiché il programma delle classi dominanti globali è tanto brutale quanto limitata la capacità degli  attuali partiti e delle loro classi dirigenti di valutare la possibilità pragmatica di trasformarlo. L’attuale configurazione istituzionale dei sistemi politici europei, come sostiene Wolfgang Streeck in questo articolo sul caso tedesco, le dinamiche di partecipazione elettorale e la limitazione di ciò che può essere enunciato nello spazio politico escludono la possibilità di sottoporre a giudizio politico la regressione fiscale, la deregolamentazione del processo di accumulazione e la spudorata appropriazione della forma-Stato da parte delle attuali classi dominanti. Ciò restringe sempre più il campo del politicamente possibile e genera una deriva autoritaria, reazionaria e dittatoriale, privando il campo politico di ogni opzione pragmatica di rottura con un ordine capitalista sempre più distruttivo, intollerabile e inaccettabile.


Non affrettiamo i tempi: ci vorranno ancora alcuni anni prima che l’AfD arrivi al potere. In nessuna delle cinque elezioni regionali tenutesi quest’anno l’AfD è riuscita a ottenere la maggioranza assoluta, sebbene sia stato l’unico partito ad aver aumentato la propria percentuale di voti in tutti i casi. Nel complesso delle cinque elezioni, il partito ha ottenuto una media del 27,3%. Il suo miglior risultato, il 43,8% in Sassonia-Anhalt, è stato più di due volte e mezzo superiore al suo risultato peggiore, il 16,3% a Berlino. I suoi maggiori progressi si sono registrati in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale, Länder con un elettorato relativamente ridotto (rispettivamente 1,7 milioni e 1,3 milioni in un paese con 60,5 milioni di aventi diritto al voto) e in cui la CDU del cancelliere Merz ha ottenuto risultati particolarmente negativi. È difficile credere che così tanti elettori della CDU in queste due regioni dell’est si siano trasformati in neonazisti negli ultimi cinque anni.

 

In ogni caso, in queste elezioni si sono osservate altre tendenze al di là dell’ascesa dell’AfD. I fattori regionali hanno giocato un ruolo, nello specifico la posizione relativa dei governatori statali in carica (deboli in Sassonia-Anhalt e a Berlino, forti nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore). I Verdi hanno subito una battuta d’arresto, registrando perdite in tre dei cinque Länder; la CDU ha ottenuto progressi – seppur modesti – nei due Länder occidentali (nel Baden-Württemberg, con i suoi 7,7 milioni di aventi diritto al voto, è arrivata a un soffio dalla vittoria, e nella Renania-Palatinato, con 2,9 milioni di aventi diritto al voto, ha effettivamente vinto); mentre Die Linke ha aumentato il proprio consenso in tre delle cinque elezioni: nei due Länder occidentali e, soprattutto, a Berlino (2,5 milioni di aventi diritto al voto), dove ha chiuso con quasi dieci punti percentuali di vantaggio sull’AfD.

 

Per l’SPD, invece, quest’anno elettorale è stato un disastro. Nelle cinque elezioni ha ottenuto una media di appena il 17,7%, o del 13,2% se si esclude il caso atipico del Meclemburgo-Pomerania Occidentale. La media della CDU, al contrario, è stata del 20,3%. Pertanto, non è solo la CDU a dover fare i conti con il fatto di non essere più ciò che viene definito un Volkspartei, ovvero un partito del popolo. Merz, almeno, ha affrontato l’argomento il giorno successivo alle elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale e a Berlino; la dirigenza dell’SPD continua invece ad avere difficoltà a trovare le parole giuste.

 

Elezioni regionali tedesche del 2026

 

  



Per quanto riguarda la «lotta contro la destra», nonostante tutte le marce antifasciste, i docenti che si schierano in prima linea davanti ai propri studenti, i giornalisti che «prendono posizione», il Bundesamt für Verfassungsschutz (Ufficio federale per la protezione della Costituzione) che agisce come un’Inquisizione secolarizzata (l’AfD «confermata come parzialmente di estrema destra») e degli incessanti moniti del presidente della Repubblica e di tutti i presidenti di qualsiasi cosa si possa immaginare, tutto è stato vano. E, alla fine, è probabile che l’AfD sia stata grata per il loro contributo alle sue vittorie elettorali. Si può solo ipotizzare quanto tutto ciò – la «sollevazione delle persone perbene» e di «tutti i democratici» a sostegno della «nostra democrazia» contro i «non democratici» – abbia contribuito al successo dell’AfD; e quanto continuerà a contribuire in futuro, se gli altri partiti, a loro volta, andranno avanti con la loro lotta per l’«unità sociale» di una società gestita dallo Stato, all’insegna del principio secondo cui «non c’è alternativa», una società in cui ci si aspetta che i cittadini non si preoccupino dell’inflazione, della crisi abitativa, della povertà, della disuguaglianza, dell’insicurezza, del degrado dei trasporti pubblici e del declino delle scuole.

 

E adesso? Per un certo periodo, la «lotta contro la destra» ha relegato in secondo piano la lotta contro la crisi sociale ed economica, al punto da non far notare che, in realtà, quest’ultima non stava affatto avendo luogo. Questo può spiegare in parte il fervore allarmistico con cui i partiti tradizionali si sono mobilitati contro l’imminente ritorno del fascismo. Ma ora tutto ciò potrebbe volgere al termine, dato che l’AfD continua a crescere senza sosta, riuscendo a sottrarre elettori al bacino dei partiti tradizionali. Ora si avverte un senso di panico tra i partiti che hanno governato rispettivamente per ventiquattro (SPD) e diciassette (CDU/CSU) dei ventotto anni trascorsi dalla fine dell’era Kohl. Attualmente, l’idea è che ci siano stati «problemi di comunicazione» tra i partiti al governo e la cittadinanza e che occorra trovare nuove «narrazioni» per ristabilire la fiducia nella «nostra democrazia». C’è anche l’ovvia tentazione di ricorrere al metodo tradizionale di equiparare il nemico interno a quello esterno, sfruttando la situazione mondiale per presentare l’opposizione come la quinta colonna del nemico, come traditori della patria o, semplicemente, come «amici di Putin». Resta da vedere cosa potrà ottenere questa nuova «narrazione».

 

L’ascesa dell’AfD ha iniziato, nel frattempo, ad aprire una frattura nella coalizione CDU-SPD e a minare le varie barriere protettive (il cosiddetto «firewall») erette negli ultimi anni: tutti contro l’AfD, ma la CDU anche contro Die Linke. In quanto partiti del popolo, Volksparteien, la CDU e l’SPD rischiano l’oblio elettorale. E così, il falso consenso sulle «riforme necessarie» – venduto dalla CDU come un contributo alla «competitività economica» e dall’SPD come un contributo alla «giustizia sociale» – sta cominciando a svanire. Nel corso delle prossime discussioni al Bundestag, ai partiti di governo – con un giudizio reso più lucido dalle sconfitte elettorali – apparirà chiaro che la concezione della giustizia propria dell’SPD e quella della competitività propria della CDU sono reciprocamente incompatibili. L’iniziativa annunciata da Merz dopo le elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale e a Berlino per ripristinare la «coesione sociale» attraverso nuove e ottimistiche «narrazioni» non servirà a nascondere questo fatto a lungo. Infatti, le direzioni dei due partiti non riusciranno a convincere i deputati ad approvare leggi che mettano a rischio la loro rielezione: nella CDU, perché le riforme contengono troppo della SPD, e nella SPD, perché contengono troppo della CDU. C’è da aspettarsi delle rivolte.

 

Questo non fa presagire nulla di buono per il «firewall». Alcuni settori della CDU vorranno collaborare con l’AfD e potranno verificarlo in vari modi a livello locale e regionale. Allo stesso tempo, settori dell’SPD cercheranno di allinearsi con Die Linke, ad esempio aderendo a una coalizione tripartita «rosso-verde-rosso» guidata da Die Linke a Berlino. Ciò ricorderà al cancelliere come, all’inizio del 2025, poco prima delle elezioni federali, si sia appoggiato all’AfD per far approvare al Bundestag una risoluzione che esigeva una politica di immigrazione più rigorosa. Se l’SPD costringerà la CDU/CSU ad ammorbidire le proprie «riforme» – e non dimentichiamo che, con il «firewall» intatto, ciò non è affatto improbabile – dietro le quinte, i ribelli sogneranno di far approvare le proprie riforme insieme all’AfD. E così via, in una serie interminabile di esperimenti con permutazioni in continuo mutamento, che l’elettorato tedesco percepirà come un vero e proprio caos.

 

Non è che i sostenitori del «firewall» si siano già arresi. Ci sono segnali che presto cercheranno di consolidarlo in una veste rinnovata con l’aiuto della Corte costituzionale federale. A quanto pare, l’ala della CDU vicina alla Merkel, guidata dal rivale di Merz, Hendrik Wüst, ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, sta preparando una richiesta per mettere fuori legge l’AfD contro la volontà del cancelliere, ma con il sostegno assicurato dall’SPD e dai Verdi. Wüst governa in una coalizione armoniosa con i Verdi, mentre Merz è vincolato a una coalizione con l’SPD sempre più conflittuale e sta cercando di attuare un programma economico che sarebbe molto più facile da realizzare insieme all’AfD.

 

Un’istanza per mettere al bando un partito politico può essere presentata alla Corte dal governo federale, dal Bundestag o dal Bundesrat. Se venisse avanzata dal Land della Renania Settentrionale-Vestfalia al Bundesrat e sostenuta dai deputati al Bundestag eletti in tale Land, potrebbe giungere facilmente davanti alla Corte, anche senza il coinvolgimento di Merz. Poco prima delle elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale e a Berlino, Wüst ha indicato di voler istituire una commissione per esaminare le prospettive di questa iniziativa. Alcune dichiarazioni pubbliche davvero insolite da parte di un ex presidente della Corte costituzionale e dell’attuale presidente – entrambi membri della CDU – hanno lasciato intendere che la Corte non sarebbe affatto entusiasta di una simile mozione. Tuttavia, i sostenitori della messa al bando non devono necessariamente preoccuparsi del parere della Corte al riguardo, né tantomeno della sua sentenza definitiva.

 

Ciò che conta sono le ripercussioni politiche della richiesta di messa al bando, che saranno drammatiche. Il procedimento giudiziario durerebbe almeno due anni. Durante questo periodo, i media terrebbero costantemente informata l’opinione pubblica sui rapporti presentati dai servizi di intelligence e da altri enti descrivendo in dettaglio i pericoli rappresentati dall’AfD. Mentre il tribunale delibera, i membri dell’AfD dovrebbero affrontare la prospettiva di perdere i propri mezzi di sussistenza, qualora la messa al bando venisse approvata, ad esempio venendo destituiti dai propri incarichi nella pubblica amministrazione o, se imprenditori, vedendosi privati degli appalti pubblici. Già ora i simpatizzanti dell’AfD si trovano spesso in una situazione di emarginazione sociale tanto che il partito a volte fatica a trovare candidati per le cariche locali, con il risultato che non riesce a coprire tutti i seggi che ha conquistato. Senza dubbio, ciò diventerebbe ancora più frequente durante il procedimento giudiziario dinanzi alla Corte costituzionale. Nel frattempo, i membri e i dirigenti della CDU che si sentono meno a loro agio con il proprio partito legato all’SPD piuttosto che a una versione moderata dell’AfD dovrebbero pensarci due volte prima di cambiare schieramento. E qualsiasi tentativo di imporre decisioni politiche in alleanza con l’AfD a livello federale o regionale – sfidando così il «firewall» – equivarrebbe a un suicidio politico fintanto che dureranno i procedimenti giudiziari, indipendentemente dall’esito finale degli stessi.

 

Wüst sarebbe il primo a trarre vantaggio da questa situazione, dovendo affrontare le elezioni per la sua rielezione nel maggio del 2027. Nel suo Land, la Renania Settentrionale-Vestfalia – il più grande della Repubblica Federale con 13 milioni di aventi diritto al voto – l’AfD è irrimediabilmente divisa tra una fazione moderata e una più radicale, mentre l’ambiente cattolico-liberale della CDU è ancora relativamente intatto. I sondaggi attribuiscono alla CDU un vantaggio ragionevolmente consistente sull’AfD, sebbene tale vantaggio si stia gradualmente riducendo. Eventuali effetti negativi sui consensi per l’AfD derivanti dalla copertura mediatica del procedimento presso la Corte costituzionale sarebbero accolti con grande favore e contribuirebbero a rinnovare la coalizione tra la CDU e i Verdi.

 

Per quanto riguarda la stessa Corte costituzionale, una richiesta di messa al bando dell’AfD la sottoporrebbe a una pressione politica che probabilmente le risulterebbe profondamente fastidiosa. Se respingesse la richiesta, la sentenza verrebbe acclamata dall’AfD come una sorta di lasciapassare, di certificazione di piena regolarità e così verrebbe percepita in larga misura dall’elettorato. Se, al contrario, la Corte dichiarasse illegale l’AfD, migliaia di rappresentanti eletti ai tre livelli di governo, insieme a diverse migliaia di membri dello staff, perderebbero immediatamente i propri incarichi e i propri posti di lavoro in un colpo solo. Successivamente lo Stato dovrebbe stabilire, attraverso controlli continui, se qualsiasi attività politica degli ex deputati dell’AfD possa essere considerata come supporto a un’«organizzazione sostitutiva», reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione. Tutto ciò potrebbe dare luogo a centinaia di processi penali, che sarebbero seguiti da vicino dai media, se non in Germania, sicuramente a livello internazionale. Gli unici partiti vietati finora nella Repubblica Federale – il Partito Socialista del Reich (1952) e il Partito Comunista Tedesco (1956) – non avevano rappresentanti eletti al momento della loro messa al bando.

 

Dal punto di vista di Die Linke, vi sarebbe preoccupazione per la motivazione giuridica della sentenza definitiva della Corte costituzionale, che potrebbe incoraggiare un tentativo da parte della CDU/CSU e dei Verdi di mettere fuori legge anche Die Linke. È ipotizzabile che la fazione di Merz all’interno della CDU insista, in cambio del proprio sostegno alla messa al bando dell’AfD, affinché la mozione per la messa al bando di questa formazione includa anche Die Linke, magari accusandola di «antisemitismo» anticostituzionale. Si intravedono già segnali in questa direzione nelle attuali controversie relative alla formazione del nuovo governo regionale di Berlino, che potrebbe essere guidato per la prima volta da Die Linke. Attualmente è in corso una campagna contro il presunto antisemitismo del partito, sostenuta dai media tradizionali, che è una copia esatta di quella condotta contro Jeremy Corbyn.

 

Se l’AfD non venisse dichiarata illegale, c’è da aspettarsi che il sistema partitico tedesco diventi più simile a quello di altri paesi europei, come, ad esempio, i Paesi Bassi. I due principali partiti di centro del dopoguerra – uno democratico-cristiano e conservatore borghese, l’altro socialdemocratico e progressista – sono da tempo in declino e potrebbero, a un certo punto, frammentarsi in partiti derivati più piccoli. (In Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania Occidentale e Berlino, la somma dei voti della CDU e dell’SPD è scesa rispettivamente del 6,5, del 19,0, del 12,5 e del 15,8% rispetto alle elezioni tenutesi cinque anni fa.) All’estremo opposto dello spettro politico rispetto all’AfD, un partito di sinistra potrebbe affermarsi saldamente, il che potrebbe significare che l’ascesa di Die Linke nelle cinque elezioni non è stata un’anomalia e, di conseguenza, che potrebbe continuare in futuro (questo, come detto prima, esporrebbe il partito agli stessi tentativi di messa al bando subiti dall’AfD). In generale, ci si potrebbe aspettare un sistema a sette o otto partiti anziché a tre o quattro, caratterizzato da frequenti alleanze e rotture ai margini. Le coalizioni – perfino tra fazioni politiche significativamente distanti – sarebbero necessarie e sempre più possibili; tuttavia, richiederebbero lunghe trattative, che comporterebbero lunghi periodi di transizione con governi ad interim. A causa della natura frammentata di un sistema come questo, le coalizioni tenderebbero a essere formate da almeno tre partiti anziché da due.

 

Inoltre, non solo i vecchi partiti di centro, ma anche i nuovi partiti più estremisti sarebbero soggetti a divisioni interne e frammentazioni in conseguenza delle opportunità che si aprirebbero di partecipare al governo. Alla destra di un’AfD più consolidata, potrebbe attecchire un rinato NPD (Partito Nazionaldemocratico Tedesco neonazista, nazionalista, pangermanista, xenofobo, fondato nel 1964) così come sono emersi partiti alla destra della Nuova Destra in numerosi paesi europei quali Francia, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e così via. Mentre un’AfD meno estremista potrebbe diventare un potenziale partner per una CDU guidata da Merz, mentre una CDU più liberale guidata da Wüst potrebbe governare con i Verdi e con ciò che resterà dell’SPD e, a un certo punto, forse anche con una Die Linke moderata, i cui elementi più radicali potrebbero staccarsi e formare un proprio partito. All’interno del sistema federale tedesco, si potrebbero sperimentare nuovi partiti e coalizioni di partiti a livello regionale per valutarne la fattibilità a livello nazionale.


Infine, resta da vedere quale sarà il futuro della BSW (Bündnis Soziale Gerechtigkeit und Wirtschaftliche Vernunft ovvero Alleanza Sahra Wagenknecht – Per la Ragione e la Giustizia). Nelle cinque elezioni regionali ha ottenuto circa il 5% dei voti, ma solo in Sassonia-Anhalt è bastato per conquistare seggi nel parlamento regionale. Prima di altri partiti, la BSW ha cercato di abbattere il «firewall» che circondava l’AfD nel tentativo di sottrarre tale partito al suo rifugio di irresponsabilità garantita. Nel farlo, tuttavia, è diventata a sua volta un altro bersaglio della «lotta contro la destra». Il riconteggio dei voti delle ultime elezioni federali richiesto dalla BSW è ancora in sospeso a distanza di un anno e mezzo, il che costituisce di per sé uno scandalo. Ci sono forti indizi che, se la Corte costituzionale ordinasse infine al Bundestag di adempiere al proprio dovere, alla BSW dovrebbe essere riconosciuto l’intero 5 % dei voti. Ciò significherebbe che il Bundestag, nella sua attuale composizione, sarebbe stato costituito in modo irregolare. Dato che ciò assegnerebbe alla BSW circa trenta seggi a scapito degli altri partiti, la non più così grande Grande Coalizione di Merz con l’SPD perderebbe la maggioranza. Naturalmente, più il Bundestag ritarda il riconteggio, meno importanza avrà tutto ciò. La Corte costituzionale potrebbe decidere di annunciare una possibile messa al bando dell’AfD più o meno nello stesso momento in cui il Bundestag sarà costretto ad assegnare i seggi alla BSW, solo pochi mesi prima delle elezioni del 2029.

 


Nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale tre dei partiti più importanti – la CDU, il Partito Liberale Democratico (FDP, Freie Demokratische Partei) e la BSW – non hanno raggiunto la soglia del 5 %, ottenendo complessivamente il 10,7% dei voti; inoltre, diversi partiti minori, classificati come «altri», hanno totalizzato il 3,3%. Di conseguenza, in totale il 14% di coloro che hanno espresso il proprio voto non sarà rappresentato in Parlamento nei prossimi cinque anni. La percentuale è rispettivamente del 12,9% a Berlino, del 6,9% in Sassonia-Anhalt, del 15,8% nel Baden-Württemberg e del 15,9% nella Renania-Palatinato. A ciò si aggiungono il 21,1% degli aventi diritto al voto nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale, il 25% a Berlino e il 22,2% in Sassonia-Anhalt che non hanno votato; nel Baden-Württemberg e nella Renania-Palatinato, le percentuali sono state rispettivamente del 30,4% e del 31,6%. Ciò non è irrilevante, se si interpreta l’astensione, almeno in parte, come voti a favore del cosiddetto NOTA (None Of The Above, nessuna delle liste presentate). Ciò significherebbe che la percentuale di elettori senza rappresentanza nei cinque Länder oscilla tra il 30% e il 48%. Inoltre, si stima che circa il 10% della popolazione residente in tutto il Paese non possieda un passaporto tedesco e pertanto non abbia diritto di voto, il che amplia ulteriormente il gap di rappresentanza.

 

Con la frammentazione del sistema partitico, potrebbe essere giustificata una riduzione della soglia di rappresentanza parlamentare al 2 o al 3%; ciò potrebbe addirittura essere richiesto dal diritto costituzionale. L’argomento tradizionale a favore della soglia del 5% – che si compensa la perdita di rappresentatività con la facilità di formare un governo – non è più sostenibile in un sistema partitico frammentato in cui la necessità di formare coalizioni tripartite rende comunque improbabile la rapida formazione di un governo.


 

Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. 

Traduzione di Mauro Trotta

 


Si consiglia la lettura di Wolfgang Streeck, «Alemania gira a la derecha», NLR152, Gewaltbereit: Essays zur Zeitenwende (2026), Taking Back Control? States and State Systems After Globalism (2024), «¿Quién va a pagar los costes inminentes de la crisis sistémica del capitalismo y de sus clases dominantes?», «Sí, podemos», ¿o acaso no? Sobre el catastrófico curso diseñado para Europa por sus clases dominantes», «La guerra de Irán y sus consecuencias: entrevista a Wolfgang Streeck», «No se vislumbra un final: reflexiones sobre la literatura reciente en torno a la destrucción de Gaza», «Violencia estadounidense: entrevista a Wolfgang Streeck», «¿Cómo terminará el capitalismo?», NLR 87, «La crisis del capitalismo democrático», NLR 71,  ¿Cómo terminará el capitalismo? (2017),  Comprando tiempo: La crisis pospuesta del capitalismo democrático (2016), «La coyuntura leída por Wolfgang Streeck» y «La Unión Europea en guerra: dos años después», Diario Red; «El retorno del rey», «El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales», «Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos» y «La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial», tutti pubblicati su El Salto.

 

Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata nell’edizione tedesca di Jacobin e viene qui ripubblicata con l’espressa autorizzazione dell’autore.

 

 

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