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Il cuneo rosso penetra nel sistema politico bianco in Francia

Martin Barnay analizza: 1) il sistema politico in cui si sono scatenate le mobilitazioni innescate dagli studenti delle scuole superiori, la risposta repressiva data a queste ultime da Emmanuel Macron, che si è dimostrato un presidente estremamente violento nei confronti delle manifestazioni di malcontento popolare; 2) le condizioni di bilancio e finanziarie dello Stato francese e la posizione dei partiti francesi di fronte alle mobilitazioni in corso e la loro intersezione con le elezioni presidenziali del prossimo anno in un contesto in cui la loro capacità di innovazione politica è estremamente bassa, come avviene in tutta Europa; 3) la tentazione autoritaria, altissima di fronte alla crisi sistemica del capitalismo storico, da parte delle attuali classi dirigenti francesi ed europee, sempre più incapaci di comprenderne e gestirne le conseguenze.
La Francia vanta una lunga tradizione di coinvolgimento della gioventù francese nella politica. Il gollismo, lanciato da un movimento giovanile, finì per naufragare a causa di un altro movimento giovanile. Nel novembre del 1940 migliaia di studenti marciarono sotto l’Arco di Trionfo gridando «Vive de Gaulle» in un momento in cui il generale e il suo movimento della Francia Libera potevano contare solo sul sostegno di una piccola minoranza. Nel maggio del 1968 la rivolta studentesca scatenò una crisi sociale dalla quale l’autorità di De Gaulle non si riprese mai. Meno di un anno dopo, in seguito alla sconfitta in un referendum, aveva lasciato la carica. Ora, un’altra ribellione giovanile minaccia di scatenare una crisi di legittimità per la presidenza sotto assedio di Emmanuel Macron, che si avvicina agli ultimi mesi del suo mandato.
I disordini sono iniziati il 17 settembre presso il lycée polivalente di istruzione secondaria generale e formazione professionale Antoine de Saint-Exupéry, situato a Créteil, nella periferia sud-orientale di Parigi, dove studenti e docenti avevano indetto manifestazioni per protestare contro la carenza di personale e il degrado delle strutture scolastiche. Le proteste non hanno tardato a estendersi al resto del Paese. All’inizio di ottobre circa un terzo dei lycées era stato colpito da interruzioni o chiusure preventive. Da allora, genitori, studenti universitari e sindacalisti hanno dato il loro sostegno al movimento, con manifestazioni indette in tutte le principali città della Francia. La reazione del governo di Sébastien Lecornu è stata quella della repressione. I blocchi delle scuole, talvolta accompagnati da barricate in fiamme, si sono scontrati con numerosi contingenti di forze dell’ordine corazzate e con arresti di massa. Nella seconda settimana di ottobre, quasi settemila persone erano state arrestate dalla polizia, l’86 per cento delle quali minorenni, un numero che supera il totale registrato durante i dieci mesi di attività del movimento dei Gilets Jaunes.
La polizia ha fatto ricorso allo stesso arsenale di proiettili di gomma e granate stordenti utilizzato contro le manifestazioni del 2018-2019 per reprimerle, con risultati simili. Un ragazzo di quindici anni ha perso una mano a Lens, un altro adolescente ha perso un occhio a Tours, e così via, tra le innumerevoli lesioni causate dalle forze dell’ordine in queste settimane, alle quali vanno aggiunte quelle provocate sabato scorso, 17 ottobre. Tutte queste si aggiungono alla sinistra lista dei manifestanti mutilati dalle forze dell’ordine durante la presidenza di Emmanuel Macron.
Il divieto di utilizzare i cellulari nelle scuole superiori, introdotto all’inizio dell’anno, sembra essere stato un altro dei fattori scatenanti delle proteste. Ma le cause del malcontento sono molteplici. Un’ondata di caldo nel pieno del periodo degli esami, lo scorso giugno, ha messo in luce lo stato fatiscente di molti edifici scolastici. Parcour sup, la piattaforma per l’ammissione all’università introdotta nel 2018, continua a essere motivo di risentimento tra gli studenti, che la considerano uno strumento di selezione e di competizione spietata, che classifica i candidati in base al rendimento scolastico, alla disponibilità di posti, alla zona di residenza e ad altri criteri poco trasparenti, e che impone scelte indesiderate e condanna molti e molte all’incertezza delle liste d’attesa. Ancora più determinante per la crisi è il calo dell’attrattiva della professione docente stessa. Gli insegnanti, la maggior parte dei quali sono dipendenti pubblici, hanno visto i propri stipendi stagnare a causa dei prolungati congelamenti delle tabelle salariali del settore pubblico. La Francia, in termini globali, non spende una cifra insolitamente bassa per l’istruzione secondaria. Le disuguaglianze derivano in realtà dal modo in cui vengono distribuite le risorse. Le scuole dei quartieri periferici più poveri e delle zone periurbane ne escono svantaggiate rispetto a quelle dei centri urbani più prosperi, mentre il settore privato, fortemente sovvenzionato, si rivolge in modo sproporzionato alle famiglie più abbienti. Nella Seine-Saint-Denis, uno dei primi bastioni del movimento, le stime suggeriscono che, quando uno studente o una studentessa si presenta al baccalauréat, potrebbe aver perso l’equivalente di quasi un intero anno di scolarizzazione, semplicemente perché gli insegnanti assenti non sono stati sostituiti. Queste lamentele hanno assunto anche una connotazione generazionale più ampia, visibile negli striscioni che alludono alle proteste della «Generazione Z» registrate dal Nepal al Marocco, passando per il Madagascar.
Il precedente più significativo dell’attuale crisi va ricercato nella rivolta dei lycées dell’autunno del 1990, un’altra rivolta che ebbe inizio nelle zone urbane periferiche più povere di Parigi. La causa scatenante immediata fu lo stupro di una ragazza di 15 anni all’interno della sua scuola a Saint-Ouen, in un contesto di crescente violenza negli istituti scolastici. Insegnanti e studenti denunciavano aggressioni, estorsioni e incursioni di estranei nelle scuole, che consideravano abbandonate dallo Stato. Le richieste iniziali di «sicurezza e pulizia» si ampliarono fino a comprendere il sovraffollamento delle aule e il deterioramento delle infrastrutture. Il movimento sopravvisse alle vacanze di Ognissanti con oltre 300.000 persone che manifestarono in tutta la Francia il 12 novembre. Dopo aver inizialmente minimizzato la mobilitazione, il governo socialista di Michel Rocard presentò un pacchetto di misure d’emergenza del valore di 4,5 miliardi di franchi. Con il ricordo ancora vivo dell’uccisione da parte della polizia di Malik Oussekine, un giovane studente di origine algerina picchiato a morte il 6 dicembre 1986 dai membri di un’unità della polizia motorizzata parigina (voltigeurs motocyclistes) [1] durante la manifestazione indetta contro il progetto di riforma del sistema universitario presentato da Rocard, il governo ordinò alla polizia antisommossa di agire con moderazione, tollerando disordini considerevoli pur di non rischiare un’altra vittima. In questo senso, il contrasto con la risposta di Macron è più che evidente.
Laurent Nuñez, il suo ministro dell’Interno, ha inizialmente optato per il termine «violences urbaines» per descrivere le proteste dello scorso settembre, espressione solitamente associata ai disordini nelle banlieues. Questo approccio è diventato sempre più difficile da sostenere man mano che il movimento raggiungeva il lycée Louis-le-Grand e l’Henri-IV, nonché altri prestigiosi istituti dell’elegante V arrondissement, situati ai vertici della gerarchia accademica francese. Anche Sciences Po e l’École Normale Supérieure sono state bloccate, l’Université Panthéon-Assas e l’École de Mines de Paris hanno visto interrotte le loro attività e persino l’Institut Catholique, notoriamente pacifico, è stato chiuso dai manifestanti, cosa che, secondo Le Monde, non accadeva da tempo immemorabile. Il governo francese ha impiegato quasi due settimane per offrire qualcosa che assomigliasse a una risposta politica: incontri con le organizzazioni studentesche, la promessa di mobilitare tremila docenti per coprire le assenze negli istituti più colpiti e una nuova piattaforma online per raccogliere le opinioni degli studenti. È improbabile che la consultazione in sé ispiri molta più fiducia dei cahiers de doléances redatti durante la crisi dei Gilets Jaunes, ovvero i registri delle lamentele pubbliche, il cui nome risaliva al malcontento contadino sotto l’ancien régime e alla loro convocazione da parte di Luigi XVI nel gennaio 1789.
Se il malcontento dovesse protrarsi, il ministro dell’Istruzione, Edouard Geffray, sarà senza dubbio il capro espiatorio. Ex capo di gabinetto del centrista François Bayrou, Geffray non è certo un nuovo arrivato in Rue de Grenelle. Ha ricoperto incarichi di alto livello presso il Ministero dal 2017 e, di conseguenza, incarna un grado insolito di continuità amministrativa in un dipartimento che è passato per le mani di otto ministri e ministre durante i dieci anni di mandato di Macron, la stragrande maggioranza dei quali ha avuto mandati della durata di circa un anno o, in alcuni casi, anche più brevi. Ma a Macron e al suo primo ministro, Sébastien Lecornu, restano poche carte da giocare, poiché la crisi è scoppiata proprio mentre iniziano le trattative sul prossimo bilancio generale dello Stato. Nuñez è particolarmente sotto i riflettori a causa delle polemiche suscitate dalla repressione poliziesca delle proteste studentesche, ma era già sotto pressione per il recente scandalo legato a Rima Hassan, eurodeputata di La France insoumise (LFI), arrestata con l’accusa di «glorificare il terrorismo» per i suoi commenti a favore della Palestina sui social media. Núñez è stato ripreso in un video mentre riferiva falsamente ai giornalisti che erano state rinvenute sostanze stupefacenti tra gli effetti personali dell’eurodeputata di origine palestinese. Hassan ha presentato una denuncia contro di lui per violazione del segreto istruttorio. In un governo meno logoro di quello attuale, la vicenda avrebbe potuto bastare a costringerlo alle dimissioni. Ma Macron si aggrappa ai pochi collaboratori fidati che gli restano a solo mezzo anno dalle elezioni presidenziali.
La convergence des luttes è ciò che preoccupa maggiormente il governo francese. Molti di coloro che scendono in piazza sono troppo giovani per votare, ma la rivolta studentesca potrebbe trasformarsi in un punto di convergenza di molteplici rivendicazioni che vanno ben oltre l’istruzione, in particolare il costo della vita e i prezzi del carburante. I ministri sperano chiaramente che le vacanze di metà trimestre, iniziate questa settimana, frenino lo slancio del movimento [2]. La mobilitazione e la giornata di protesta di sabato scorso, che ha subito una feroce repressione, hanno evocato lo spettro dei Gilets Jaunes, la cui rivolta contro gli aumenti delle tasse sul carburante nel novembre 2018 ha provocato mesi di scontri violenti nel centro di Parigi. I ministri terranno d’occhio il settore dei trasporti su strada, poiché i camionisti sono stati tra i primi protagonisti di quel movimento. Il primo ministro Lecornu ha ordinato il rilascio di dieci milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche, il che, secondo il governo, dovrebbe ridurre i prezzi alle stazioni di servizio di circa quindici centesimi al litro.
Su tutti i fronti, la presidenza di Macron procede claudicante verso la sua conclusione. Il suo decennio al potere è stato segnato dal susseguirsi di crisi, dai Gilets Jaunes (2018) alle proteste di massa contro la riforma delle pensioni nel 2023 e alla situazione di stallo parlamentare seguita alla sua decisione di sciogliere l’Assemblea nazionale e indire elezioni nel 2024, che si sono concluse con la sconfitta del suo partito. Eletto con la promessa di superare le divisioni partitiche, Macron ha invece presieduto a un crescente allontanamento tra la classe politica e gran parte dell’elettorato. Sul piano internazionale, il presidente continua a mostrarsi iperattivo senza un’apparente capacità di influenzare gli eventi. L’Ucraina ne è l’esempio più lampante: Parigi mantiene un fermo sostegno a Kiev e una linea dura nei confronti di Mosca, anche quando Washington esercita pressioni affinché si riprendano i negoziati. Il mercato obbligazionario è un’altra spina nel fianco del macronismo, forse ancora più profonda. Il tasso di interesse sul debito pubblico francese in dieci anni si è avvicinato al 5 per cento, il livello più alto in quasi venticinque anni, il che ha ampliato notevolmente il differenziale rispetto alle obbligazioni tedesche. La stampa finanziaria anglo-statunitense definisce la Francia il nuovo «uomo malato» dell’eurozona. Alla fine del secondo trimestre del 2026 il debito pubblico si attestava al 119 per cento del PIL.
I sostenitori di Macron sostengono che il presidente, rimasto fedele al suo approccio di fare «tutto il necessario» di fronte alla crisi del COVID-19, abbia dovuto affrontare anche le crisi energetiche provocate dalle guerre in Ucraina e in Iran. Ma anche le sue politiche a favore delle imprese hanno contribuito a questa situazione. La Corte dei conti stima che i tagli alle imposte e ai contributi previdenziali introdotti dal 2018 abbiano comportato un costo annuo per le finanze pubbliche di circa 62 miliardi all’anno fino al 2023, pari a 2,2 punti percentuali del PIL o a circa la metà del disavanzo strutturale accumulato nello stesso periodo. Il disavanzo di bilancio è, di conseguenza, in parte il risultato di decisioni politiche deliberate volte a ridurre la tassazione delle imprese e i contributi a carico dei datori di lavoro, e ciò nonostante sia stata tagliata la spesa pubblica, siano state ristrette le indennità di disoccupazione e sia stata innalzata l’età pensionabile. Per gran parte della popolazione, le richieste di sacrifici che ne derivano suonano false se provengono da un governo la cui generosità nei confronti delle imprese è stata raramente accompagnata da condizioni da rispettare per queste ultime.
L’incertezza su come la BCE potrebbe reagire a un nuovo aumento dei costi di finanziamento della Francia ha aggravato la tensione. Bloomberg ha sollevato dubbi su fino a che punto Christine Lagarde, presidente della BCE, potrebbe spingersi per salvare il suo paese natale senza dare adito ad accuse di favoritismo. La stessa Lagarde ha ribadito la scorsa settimana che la soluzione ai problemi di debito della Francia si trova a Parigi, non a Francoforte. Se dovesse dimettersi prima della fine del suo mandato, come ha lasciato intendere, è improbabile che il suo successore – tra i nomi che circolano c’è quello di Klaas Knot, ex governatore della Banca centrale dei Paesi Bassi – si mostri più accomodante. Per quanto allarmistiche possano essere le avvertenze dei mercati finanziari, il loro effetto politico è reale, perché lasciano al governo un margine di manovra molto ridotto per placare la piazza.
A sette mesi dalle elezioni presidenziali, la campagna elettorale vede i principali blocchi politici in vari stati di disorganizzazione. Il Rassemblement National è in testa ai sondaggi, godendo di un ampio margine di vantaggio: l’ultimo sondaggio di Odoxa colloca Marine Le Pen al 37 per cento dei consensi contro il 18 per cento di Jean-Luc Mélenchon e il 17 per cento di Édouard Philippe, ex primo ministro di Macron e probabile candidato del centro-destra. Tuttavia, gran parte del dramma è finora provenuto dal Rassemblement National. Le Pen può nuovamente candidarsi legalmente, dopo la riduzione della sua ineleggibilità in appello, ma Jordan Bardella, considerato a lungo il «piano B» del partito, è stato indebolito dalle rivelazioni di messaggi antisemiti presumibilmente scritti all’inizio della sua carriera politica. Il fatto che il materiale provenisse da persone a lui vicine ha alimentato i sospetti di una resa dei conti interna. La vicenda non ha finora scalzato Le Pen dalla prima posizione, ma complica una parte della strategia del Rassemblement National. Bardella risulta utile non solo come figura giovanile emblematica, ma anche come voce rassicurante, liberale e favorevole al mercato all’interno del partito. Le Pen ha continuato a sostenerlo e lui era alla sua destra quando, questo mese, ha presentato il suo piano di bilancio: 140 miliardi di euro di risparmio netto entro il 2032 e l’introduzione di una «regola d’oro» costituzionale, che impone riduzioni annuali del deficit, concepita per dissipare le preoccupazioni degli investitori. Tutto ciò costituisce un piccolo paradosso per un partito impegnato nella «preferenza nazionale», dato che più della metà del debito pubblico francese è nelle mani di stranieri.
La destra tradizionale e il centro macronista, al contrario, stanno incontrando difficoltà nel trovare un successore al presidente uscente, a cui la Costituzione impedisce di candidarsi per un terzo mandato consecutivo. Come nel 2022, le figure che circolano non sono ancora riuscite a suscitare un entusiasmo all’altezza delle rispettive ambizioni. Philippe è il candidato preferito da una parte considerevole dell’entourage di Macron. Protetto di Alain Juppé, pilastro del centro-destra filoeuropeo francese, ha coltivato una moderazione anonima che risulta rassicurante. Bruno Retailleau, il leader di estrema destra de Les Républicains, potrebbe ancora unirsi alla causa di Philippe. I rapporti di Philippe con Macron, tuttavia, sono rimasti tesi sin dalla sua destituzione da primo ministro nel 2020. Una vittoria di Philippe nel 2027 potrebbe vanificare le stesse speranze di Macron di tornare all’Eliseo cinque anni dopo. Dopotutto, il presidente uscente avrà solo 54 anni nel 2032 e, costituzionalmente, potrà ricandidarsi.
Le cose non sembrano andare molto meglio nemmeno al centro-sinistra. Le cosiddette primarie socialdemocratiche, indette dal Partito Socialista, dall’amorfo movimento «Place Publique» di Raphaël Glucksmann e dalla più piccola «Gauche républicaine et socialiste», si sono concluse l’11 ottobre con una vittoria schiacciante di Glucksmann, che ha ottenuto il 66 per cento dei voti in una consultazione alla quale si sono iscritte solo 140.000 persone, una cifra che contrasta con gli oltre due milioni di partecipanti registrati alle primarie socialiste del 2017. I non iscritti al partito, che costituivano la grande maggioranza dei partecipanti, hanno dovuto pagare 15 € per esprimere il proprio voto online. I programmi elettorali dei candidati non erano ancora disponibili sulla piattaforma la sera prima dell’apertura delle urne e la votazione è stata interrotta da quello che gli organizzatori hanno definito un «attacco informatico», costringendoli a prorogare il termine della consultazione di un altro giorno. L’iniziativa delle primarie mirava essenzialmente a posizionare Glucksmann come un rivale credibile di Mélenchon per la leadership della sinistra. Che Glucksmann abbia qualche possibilità di trionfare è un’altra questione.
Glucksmann, figlio del filosofo neoconservatore André Glucksmann, è cresciuto nella ristretta cerchia della semi-intellighenzia parigina, tanto coccolata dai media. Dopo aver sostenuto la candidatura di Nicolas Sarkozy nel 2007, Raphaël Glucksmann ha trascorso quattro anni come consulente del presidente georgiano Mikhail Saakashvili, un convinto atlantista. Ora, in qualità di eurodeputato eletto su una lista sostenuta dai socialisti, ha fatto della difesa e della politica estera la sua specialità, sostenendo il riarmo, un maggiore sostegno militare all’Ucraina e una politica più dura nei confronti della Russia e di altri nemici dell’Occidente. Nonostante l’attenzione adulatoria dei media, i recenti sondaggi sul primo turno lo collocano intorno al 9 per cento. Non ha nemmeno mostrato nulla di simile all’energia travolgente alla Rastignac con cui Macron ha portato avanti la sua campagna elettorale nel 2017. François Hollande, dal canto suo, ha rinunciato a candidarsi alle primarie e rimane in attesa da fuori. Una candidatura dell’ultimo minuto dell’ex presidente rischierebbe di dividere ulteriormente un campo socialista già indebolito.
Mélenchon, al contrario, si è finora risparmiato gran parte del disordine interno che affligge i suoi concorrenti. Un’indagine giudiziaria, protrattasi per otto anni, sui collaboratori di La France Insoumise al Parlamento europeo si è conclusa questa primavera senza che fossero formulate accuse formali. Le proteste studentesche, dal canto loro, trovano in Mélenchon un terreno favorevole, dato che hanno posto al centro degli eventi la gioventù urbana, un elettorato che egli ha contribuito in larga misura a politicizzare. I sondaggi attuali lo collocano leggermente davanti a Philippe nella lotta per il secondo posto, il che fa intravedere la possibilità di un ballottaggio tra il leader di La France Insoumise e Le Pen. La prospettiva di un malcontento sociale più diffuso questo autunno potrebbe rivelarsi utile a Mélenchon, ma una campagna che si svolga sullo sfondo degli scontri con la polizia lo costringerebbe a dedicare gran parte del suo tempo a discutere di violenza e ordine pubblico, anziché organizzare i grandi comizi e i tour di educazione politica che sono stati il segno distintivo delle sue precedenti campagne presidenziali. Il Rassemblement National si presenta alle elezioni godendo oggi di un sostegno doppio rispetto a quello dei suoi rivali più vicini, mentre i partiti che hanno governato la Francia per la maggior parte della Quinta Repubblica sono frammentati o in declino. Chiunque vincerà nel 2027 erediterà gli stessi vincoli fiscali, insieme a una popolazione sempre meno disposta a sostenerne i costi.
Si consiglia la lettura di Massimo Meloni, «Le lotte di Francia», Sylvain George, «L’ordine contro la gioventù: violenza di Stato e governo dell’interruzione dell’ordine costituito», «Appello del Coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e delle periferie», Contre Attaque, «Questa è una rivolta della gioventù francese contro un governo illegittimo e violento», Alessandro Stella, «Lezioni dagli studenti francesi delle scuole superiori in lotta», tutti pubblicati su Ant/agón. Alessandro Stella, «Bloccare tutto, meglio dello sciopero» e Les Soulèvements de la Terre, «10 settembre 2025 in Francia: bloccare tutto e mirare bene», Diario Red. Stathis Kouvelakis, «L’insurrezione francese: l’economia politica dei gilets jaunes», NLR 119, Didier Fassin e Anne-Claire Defossez, «Un movimento improbabile? La Francia di Macron e l’ascesa dei gilets jaunes» e Rebeca Lossin, «Territorio ribelle», entrambi pubblicati su NLR 115. Theo Burgéron, «Marine Le Pen e i tribunali della Repubblica: come normalizzare l’estrema destra e il fascismo», «Media fossili», El Salto. Serge Halimi, «La situazione in Francia», NLR 144, e «Il pericoloso stallo della sinistra francese», Diario Red. Natahm Sperber, «La crisi francese: organica o congiunturale?», Diario Red/New Left Review 148. Perry Anderson, «Il centro può resistere», NLR 105. Wolfgang Streeck, «L’Unione Europea in guerra: due anni dopo» e Maurizio Lazzarato, «La “guerra civile” in Francia», entrambi pubblicati su Diario Red. Fréderic Lordon, «La rivolta francese», El Salto.
Martin Barnay è dottorando e Paul F. Lazarsfeld Fellow presso il Dipartimento di Sociologia della Columbia University.
Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore.
Note
[1] I voltigeurs motocyclistes erano un’unità, all’epoca dipendente dalla prefettura di Parigi, composta da motociclette di grossa cilindrata con a bordo due agenti di polizia, il secondo dei quali aveva il compito di reprimere e colpire i manifestanti con vari tipi di manganelli direttamente dal veicolo stesso. Questa unità di polizia fu sciolta in seguito all’omicidio di Malik Oussekine. Durante le mobilitazioni dei gilets jaunes [gilet gialli] questo modello di intervento di polizia è stato ripreso con grande urgenza nel dicembre 2018 dai Détachements d'Action Rapide (DAR), che sono stati immediatamente sostituiti nel marzo 2019 dalle Brigades de répression de l'action violente motorisées (BRAV-M), che hanno partecipato anche alla repressione della giornata dello scorso 17 ottobre.
[2] In Francia le vacanze scolastiche, secondo il calendario scolastico dell’anno accademico 2026-2027, sono organizzate in pause di due settimane ogni sei o otto settimane, che vengono attuate tenendo conto della suddivisione del Paese in tre zone accademiche (A, B e C) per il godimento delle vacanze invernali e primaverili.

