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- Romeo Orlandi

- 1 giorno fa
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The Dark Side Of The Moon /4
Stati Uniti e Vietnam
Se si appanna la memoria, prevale l’interesse

Venticinque anni dopo la fine della guerra, il 13 Luglio 2000, viene firmato da Vietnam e Stati Uniti il Bta, Bilateral Trade Agreement. Alle spalle di un apparentemente semplice trattato commerciale si scorgono anni di trattative diplomatiche, rese difficili dalle cicatrici del conflitto. Nel suo futuro si intravede al contrario la costituzione di rapporti ispirati a fiducia crescente. Il Bta rappresenta lo spartiacque tra l’inimicizia del passato e la prospettiva di un futuro da costruire. Dato lo squilibrio economico dei due paesi, la firma congiunta rappresenta indiscutibilmente un successo per il Vietnam. È una pietra miliare per la sua ricostruzione. È infatti il paese asiatico ad avere maggiormente bisogno del gigante nordamericano, sia per uscire dall’isolamento politico, sia per trovare un alleato economico nella lotta contro il sottosviluppo. Deciso a percorrere la strada della crescita trainata dalle esportazioni, il Vietnam trova negli Stati Uniti, dove esiste una domanda insoddisfatta della sua vasta diaspora (più di un milione di residenti), un mercato essenziale per le sue merci. Il paese si era infatti avviato verso un’industrializzazione diffusa, basata su capacità manifatturiere derivanti dagli investimenti stranieri e dall’esportazione di prodotti di qualità crescente a prezzi contenuti. La Guerra Fredda è finita, la Cina ha accettato logiche capitaliste. Washington non teme più l’influenza sovietica o cinese. È consapevole che la battaglia si sia spostata verso assetti multipolari, sempre più determinati dalle convenienze economiche.
La necessità, probabilmente morale prima ancora che politica, di chiudere le ferite della guerra e di avviare nuovi percorsi in Asia ha senz’altro svolto un ruolo, orientando l’opinione pubblica e l’intera società civile americane. Non va infine dimenticato il grande interesse delle multinazionali per la loro delocalizzazione. Il Vietnam offre un’alternativa o una complementarietà alla Cina. Non ne detiene le stesse dimensioni e forza politica; offre dunque migliori margini di trattativa. Allo stesso tempo garantisce stabilità politica, bassi costi dei fattori di produzione, prospettive di conquista del mercato interno. L’accordo prevede, sulla base della reciprocità, lo status di Ntr (Normal trade relations) ai due paesi. La concessione di Washington comporta un abbassamento delle tariffe doganali sulle merci vietnamite al livello più basso praticato a ogni paese. Quasi tutti i beni vietnamiti esportati negli Usa ne beneficiano. Hanoi assume doveri più consistenti. Il trattato la impegna a liberalizzare progressivamente il mercato dei servizi, consentendo l’ingresso alle aziende finanziarie e assicurative degli Usa. È previsto inoltre che il paese si impegni a rispettare concretamente la proprietà intellettuale, costruendo altresì un clima più favorevole agli investimenti internazionali, liberandoli dal peso dei regolamenti e delle restrizioni operative. La burocrazia socialista sta tramontando, l’apertura alla concorrenza internazionale è uno stimolo e un’opportunità.
L’accordo è stato preceduto da un sapiente lavoro diplomatico, iniziato nella prima metà degli anni ’90. Per 15 anni infatti – cioè dalla liberazione di Saigon e dalla unificazione del paese – le ferite si sono rimarginate molto lentamente. Negli Stati Uniti l’impatto di vite umane perdute, di mutilazioni fisiche e psicologiche, la percezione di un conflitto inutile e comunque non vittorioso hanno cambiato negli anni la prospettiva di un rapporto pacificato. Hanno sicuramente svolto un ruolo l’opportunità di giocare la carta vietnamita in funzione equilibratrice nel sud-est asiatico rispetto all’emersione cinese. Il primo passo distensivo ha avuto origine dall’Amministrazione Carter che nel 1977 ha tolto il veto alla domanda di accesso del Vietnam unito alle Nazioni Unite. L’embargo e la sospensione dell’aiuto allo sviluppo sono invece rimasti in vigore più a lungo, impantanati nella lunga trattativa. Washington richiedeva maggiore assistenza per un’importante questione interna, la sorte dei prigionieri di guerra e degli scomparsi (Pow/Mia, prisoners of war, missing in action); Hanoi rivendicava gli aiuti come crediti riparatori stabiliti durante gli accordi di pace. Lo stallo ha trovato durante gli anni di Reagan un’aggravante negoziale derivante dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam per eliminare il regime di Pol Pot che aveva il sostegno degli Stati Uniti in chiave antisovietica. Soltanto con il ritiro delle truppe di Hanoi dalla Cambogia si sono allentate le rigidissime restrizioni. È stato aperto un ufficio degli Usa nella capitale vietnamita per i Pow/Mia, sono stati consentiti i viaggi tra i due paesi, si è avuta la parziale rimozione dell’embargo per i medicinali e gli aiuti alimentari. La cancellazione totale del provvedimento ha luogo nel 1994 con l’Amministrazione Clinton. Nella lentezza di un interminabile dopoguerra, la strada risultava comunque aperta per il ristabilimento di relazioni diplomatiche che si completano nell’Agosto 1995 con l’apertura delle rispettive ambasciate.
Contemporaneamente vedono la luce misure volte a sostenere egli investimenti Usa in Vietnam. In un progressivo disimpegno dalle tensioni, nasceva la prima concessione finanziaria dalla fine della guerra, un prestito di 2,3 milioni di Usd alla Caterpillar per la costruzione di una rete commerciale. La prima multinazionale statunitense rimetteva piede in Vietnam; era il coronamento di un’iniziativa lungimirante ma non facile, tesa ma non lineare, dove i motivi di contrasto non venivano celati ma trascurati per una pacificazione utile a entrambi i paesi. Il suggello è stato apposto dall’Amministrazione G.W. Bush che nel 2006 si è recato in Vietnam e l’anno dopo gli ha concesso il Pntr (Permanent normal trade relations), prezioso viatico per l’ingresso del paese nel Wto (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio). Il Vietnam appariva dunque pienamente inserito nel circuito della globalizzazione.
Da allora l’assenza di frizioni ha indotto Washington ha rafforzare Hanoi come contenimento di Pechino. Il versante economico ha trainato l’intervento politico. Per ironia della storia sono aumentate le forniture militari statunitensi all’ex nemico. Le due presidenze di Obama, imperniate su una maggiore attenzione della politica estera verso l’Asia, hanno rafforzato la cooperazione tra i due paesi. I flussi commerciali sono aumentati considerevolmente; quello vietnamita in maniera esponenziale, pari a 10 volte quello statunitense. Per ridurre il disavanzo commerciale Trump ha imposto dei dazi pesanti al Vietnam (prima il 46%, ridotto poi al 20% sulle merci vietnamite) ma ciò non ha impedito un aumento delle vendite di Hanoi, pari all’astronomica cifra di 210 miliardi dollari nel 2025.
Evidentemente il ruolo vietnamita nelle catene globali del valore – pur se non inevitabile come quello cinese – denota un’importanza crescente. Anche qui, il decoupling non è praticabile. Il Vietnam non confina più la propria industria a beni di basso valore aggiunto e ridotto costo unitario. Sono i beni di consumo0 che vengono associati ai paesi in via di sviluppo. Multinazionali dell’high-tech investono ora in Vietnam attratte dalla qualità dell’istruzione, dal redditizio andamento congiunturale, dal controllo della forza lavoro. La politica pragmatica e nazionalistica del governo sta dando i suoi frutti. Le relazioni con Pechino si mantengono fertili e amichevoli; il ruolo del paese è crescente nel sud-est asiatico, l’inesistenza per di tensioni gravi nelle sue relazioni internazionali favoriscono una crescita impetuosa ma ordinata. Gli Stati Uniti sembra non riescano a contenere la Cina con l’arma vietnamita. Pechino è troppo vicina, ingombrante, storicamente pressante per inimicarsela. Se il mondo della prodizione e del commercio ha bisogno di stabilità, se l’ambizione asiatica – a esclusione di economie avanzate – è ancora sconfiggere il sottosviluppo, allora il Vietnam rappresenta un esperimento prezioso, abile nell’attrarre tecnologia e cooperazione. Forse, probabilmente, i ricordi della guerra, dopo 50 anni, possono sbiadire; certamente non lo faranno le convenienze economiche e di progresso alle quali Hanoi ha affidato il proprio riscatto.
9 giugno 2026
Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

