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- Rob Lucas

- 2 giorni fa
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Cuba sta per essere strangolata?

Il bivio in cui si trova Cuba è tra la possibilità di trovare modi di sopravvivenza politica e allentamento della pressione degli Stati Uniti e la capacità del popolo cubano di inventare vie fattibili per procedere alla rifondazione dello Stato e della democrazia cubani, che non comportino la ricolonizzazione dell’isola da parte del capitale predatorio multinazionale e della geopolitica fascista statunitense.
Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review.
L’ultima volta che ho visitato L’Avana, nel marzo 2025, era nel bel mezzo di quello che allora era il peggior blackout registrato da anni. All’atterraggio dell’aereo, il suolo appariva quasi completamente buio, appena punteggiato dalla luce dei microsistemi di emergenza attivati durante le interruzioni di corrente elettrica. Quel sabato sera la maggior parte dei bar della città erano chiusi, ad eccezione di quelli che potevano permettersi propri generatori. Il mio vicino di posto durante la traversata dell’Atlantico era un loquace ingegnere che si recava a Cuba come membro di una delegazione dell’Unione Europea interessata alla costruzione di batterie e parchi solari decentralizzati che, secondo quanto mi disse, avrebbero potuto risolvere i cronici problemi di approvvigionamento energetico di Cuba per i prossimi trent’anni. Ma i progressi continuavano ad essere lenti – questione di anni piuttosto che soluzione a breve termine della crisi energetica – secondo l’ingegnere, per colpa della burocrazia. Nel frattempo, lo Stato insulare riusciva a malapena a rimanere in piedi grazie alle forniture di petrolio venezuelano, sempre più limitate dalle sanzioni degli Stati Uniti, mentre ricorreva ad altre fonti, Messico, Russia e Algeria, o alle chiatte turche per la produzione di energia elettrica ancorate nella baia dell’Avana, che fornivano energia supplementare alla rete. Cuba è stata colpita da continui blackout dal 2024, quando le importazioni di petrolio venezuelano sono state drasticamente ridotte, un problema aggravato dall’invecchiamento della tecnologia utilizzata in quel settore, in gran parte di fabbricazione sovietica. La limitata disponibilità di energia elettrica è razionata attraverso interruzioni programmate della fornitura, mentre i momentanei eccessi di domanda vengono gestiti attraverso «disconnessioni di carico» e blackout parziali. Nessuna parte dell’isola è completamente immune dai blackout elettrici – ci sono stati momenti in cui l’intera rete è andata in tilt – ma fuori dalla capitale la situazione è molto peggiore.
Figura 1: Esportazioni di greggio e petrolio a Cuba dal 2020

Fonti: Kpler, FT.
Dopo un periodo di relativo ottimismo dovuto all’apertura registrata durante la presidenza Obama e all’avvio di un programma di «riforme» da parte dell’Avana, l’inasprimento del blocco sia durante il primo mandato di Trump che durante la presidenza di Biden – decretato in un contesto di disastri nefasti come l’epidemia di COVID-19 e il crollo del turismo internazionale, l’aumento dell’inflazione su scala mondiale, il disordine macroeconomico locale, la carenza di prodotti di base e la migrazione di massa dei giovani – ha lasciato lo Stato cubano nel momento più vulnerabile dalla vittoria della Rivoluzione nel 1959. Perfino durante il «periodo speciale» post-sovietico, quando Cuba affrontò problemi di approvvigionamento energetico e le restrizioni nell’approvvigionamento alimentare provocarono focolai di malattie fino ad allora sconosciute, l’isola mantenne inalterata la crescita della sua popolazione; oggi, invece, si trova ad affrontare un crollo demografico. Nel 2025 si sono susseguite le disgrazie: una recrudescenza internazionale di malattie trasmesse dalle zanzare, chikungunya e dengue, ha colpito un Paese che soffriva di carenze mediche, mentre l’uragano Melissa lasciava una scia di distruzione nella parte orientale dell’isola. Nel frattempo, un minaccioso schieramento statunitense – il più numeroso nella regione dalla fine della Guerra Fredda – si stava radunando nei Caraibi, giustiziando sommariamente i cosiddetti «narcoterroristi» al largo delle coste venezuelane. L’assurdità delle affermazioni dell'amministrazione Trump sul presunto «Cartello dei Soli», mentre aumentava la pressione su Maduro, ha rafforzato la sensazione che i veri obiettivi fossero inespressi: era forse Cuba il vero bersaglio?
Gli stretti rapporti tra lo Stato venezuelano e quello cubano cominciarono a essere instaurati all’inizio del primo mandato presidenziale di Hugo Chávez, grazie alle convinzioni politiche condivise e all’amicizia nata tra Chávez e Fidel Castro, che, a quanto mi risulta, erano soliti chiamarsi a tarda notte per conversare di politica mondiale e letteratura. Nel 2000, nell’ambito dell’accordo di cooperazione integrale in vigore tra i due paesi, furono stipulati accordi in base ai quali Cuba avrebbe inviato personale medico e tecnico in Venezuela in cambio di petrolio; le cure da parte dei medici cubani divennero una pratica abituale in Venezuela. Il tentativo di colpo di stato militare del 2002, il referendum revocatorio del 2004 e il plebiscito costituzionale che si concluse con una sconfitta nel 2007 hanno portato Chávez a chiedere a Cuba il sostegno per rafforzare il suo governo attraverso la ristrutturazione dei servizi militari e di intelligence. Questa è l’origine della presenza delle guardie del corpo cubane uccise durante il rapimento di Maduro lo scorso 3 gennaio. Nella fervida immaginazione della destra di Miami, questi accordi sono stati utilizzati per sostenere la tesi che Cuba muoveva le fila del Venezuela e che, di conseguenza, era Cuba a governare realmente un Paese la cui popolazione, superficie e ricchezza sono molto superiori a quelle dell’isola caraibica. Il rovesciamento dello chavismo da parte di Washington poteva così essere implicitamente riconcettualizzato come un atto di liberazione nazionale dal dominio di Cuba sul Venezuela.
Fin dall’inizio della sua carriera politica, Marco Rubio ha affinato le sue credenziali anticomuniste davanti al pubblico di Miami, presentando i suoi genitori come rifugiati dalla Cuba di Castro, quando in realtà erano diventati residenti negli Stati Uniti tre anni prima della Rivoluzione. Già durante il primo governo Trump, in un contesto favorevole ai sostenitori di una linea dura nei confronti dell’America Latina, Rubio ha svolto il suo ben noto ruolo nella definizione di diverse politiche aggressive contro Caracas e L’Avana. Non sorprende quindi che la sua nomina a segretario di Stato abbia comportato un aumento della pressione su entrambi i paesi.
Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti sono riusciti a rintraccire e attaccare i canali di finanziamento di Al Qaeda, perfezionando i propri dispositivi di guerra economica, arruolando i dipartimenti del Tesoro e del Commercio per causare il maggior danno possibile alle economie degli oppositori designati – Corea del Nord, Iran, Russia, Venezuela – attraverso la loro esclusione dai mercati finanziari globali, dai meccanismi di compensazione in dollari, dal sistema di pagamenti SWIFT o semplicemente rendendo troppo rischioso per le banche avere a che fare con loro. I risultati abituali di questo tipo di guerra economica sono stati inflazione, deprezzamento della moneta e scarsità di beni. Queste misure sono diventate le armi preferite in un’epoca in cui gli interventi militari diretti hanno perso il loro fascino, tenuto conto del disastro provocato dall’invasione dell’Iraq e dell’umiliazione della sconfitta subita da parte dei talebani.
L’obiettivo dichiarato delle sanzioni imposte a Cuba dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni ‘60 è stato quello di delegittimare il governo cubano infliggendo privazioni economiche alla popolazione; il fatto che, a distanza di oltre sessant’anni, la rivolta popolare tanto attesa non sia ancora avvenuta ha suscitato una scarsa riflessione a livello strategico. A quanto pare, l’immutabilità della situazione persiste ormai da così tanto tempo che la voluminosa letteratura recente sulle sanzioni fatica a trovare qualcosa di nuovo da dire al riguardo. La politica statunitense nei confronti di Cuba è stata così persistentemente punitiva dal trionfo della Rivoluzione che viene da chiedersi se non ci sia altro che gli Stati Uniti possano fare. Tuttavia, le sanzioni contro Cuba sono cambiate in questa nuova era di guerra economica, a partire dall’attacco diretto espressamente contro l’industria turistica nel 2003 e proseguendo con la reintroduzione da parte di Trump e Biden del Titolo III dell’Helms-Burton Act, il cui obiettivo è quello di scoraggiare gli investimenti stranieri attraverso minacce legali. In un momento in cui i cosiddetti «punti di strozzatura» geoeconomici svolgono un ruolo sempre più importante nella politica estera statunitense – e con una «svolta emisferica» all’orizzonte – la dipendenza cubana dal petrolio venezuelano offriva un bersaglio facile e la possibilità di prendere due piccioni con una fava.
Mentre Cuba ha mantenuto un significativo grado di sostegno internazionale, i resti impopolari dello chavismo ufficiale, che regnavano in modo antidemocratico su una società afflitta dalla corruzione e dalle crisi economiche ricorrenti, erano un bersaglio su cui pochi a livello internazionale avrebbero versato una lacrima, tranne Cuba.
A partire dal 2017, il primo governo Trump ha intensificato le sanzioni contro il Venezuela. Ma, come nel caso della Russia, questa volta la guerra economica non è stata una semplice questione di blocco alla vecchia maniera, indipendentemente dal recente spettacolo delle petroliere catturate in alto mare, poiché l’intreccio inveterato tra i settori petroliferi venezuelano e statunitense persisteva in forma ridotta anche sotto il mandato di Chávez, con la Chevron che otteneva una deroga speciale dal Dipartimento del Tesoro per continuare a operare in Venezuela nonostante le sanzioni, deroga che non è stata revocata fino alla primavera del 2025. A causa di queste complicazioni, le misure statunitensi hanno rischiato di essere controproducenti in alcuni momenti: in un comico passo falso, lo Stato russo, attraverso Rosneft, è stato sul punto di ereditare una parte importante dell’infrastruttura petrolifera di PdVSA situata negli Stati Uniti dopo il crollo dell’azienda venezuelana, di cui la compagnia petrolifera russa deteneva una quota significativa, il che ha spinto i funzionari del Dipartimento del Tesoro ad affrettarsi a impedire che ciò accadesse.
Dopo una pausa tra il 2020 e il 2022, le importazioni statunitensi di greggio venezuelano sono riprese nel 2023, molto prima del recente intervento militare, con un volume nettamente superiore a quello che il Venezuela forniva a Cuba (confrontare la figura 2 con la figura 1). Anziché concentrarsi semplicemente sulla produzione, le sanzioni sono state applicate anche, come nel caso della Russia, al trasporto marittimo, stabilendo così una distinzione tra petroliere legali e illegali, che gli Stati Uniti si sono incaricati di controllare in prima persona. Non c’è alcun dubbio sul trattamento riservato alle spedizioni verso Cuba: parte della campagna di pressione navale esercitata su Maduro ha incluso il sequestro di una spedizione di petrolio destinata a Cuba lo scorso dicembre, alla fine di un anno in cui gli Stati Uniti avevano importato una quantità molto maggiore di greggio venezuelano. I funzionari statunitensi incaricati di imporre le sanzioni non si preoccupano solitamente troppo della coerenza dei discorsi giuridici ed etici che accompagnano i loro atti di guerra economica.
Figura 2: Importazioni statunitensi di greggio venezuelano dal 2017

Nel 2025 il Messico ha sostituito il Venezuela come principale fornitore di petrolio a Cuba in base a un accordo che probabilmente prevede la consegna di forniture a prezzi scontati o gratuitamente, anche se in quantità molto inferiori a quelle fornite fino ad allora da Caracas.
Queste forniture provenienti dal Messico sono oggi anch’esse in discussione e il Paese ne ha già sospese diverse in virtù di una decisione che Claudia Sheinbaum ha definito «sovrana», anche se la posizione minacciosa degli Stati Uniti in un momento in cui è in corso la revisione del Trattato di libero scambio nordamericano non smette di essere un ulteriore elemento di peso in questa decisione. Al momento della stesura di questo articolo, il governo Trump aveva appena dichiarato che imporrà dazi doganali a qualsiasi paese che fornisca petrolio a Cuba, adducendo l’argomento, palesemente ridicolo, che Cuba ha adottato «misure straordinarie che danneggiano e minacciano» gli Stati Uniti e che il paese caraibico «sostiene il terrorismo e destabilizza la regione attraverso la migrazione e la violenza».
Il cerchio si stringe, ma Cuba dispone di una certa fornitura interna di greggio e di una certa capacità di raffinazione, che rappresenta una parte non trascurabile del consumo del Paese: il 41% nel 2023, anche prima del crollo delle forniture venezuelane, una percentuale apparentemente sufficiente a mantenere in funzione le fatiscenti centrali termoelettriche, che costituiscono la spina dorsale della rete elettrica cubana. Cuba dispone anche di gas naturale, una risorsa che nel 2023 rappresentava il 12,6% della produzione di elettricità e il 23,6% della produzione energetica nazionale; nel loro insieme, questi combustibili fossili rappresentano da soli una quantità leggermente maggioritaria della produzione energetica proveniente da fonti «sovrane». Di conseguenza, Cuba potrebbe disporre di una certa capacità di resistere anche a un embargo totale sul combustibile, ma ciò rappresenterà comunque una sfida: non bisogna sottovalutare il fatto che, nello stesso anno, la maggior parte delle forniture di petrolio a Cuba, che rappresentano l’84% del suo consumo energetico totale, proveniva dal Venezuela.
Le energie rinnovabili potrebbero venire in soccorso? «Per quanto lo vogliano, non possono toglierci il sole», mi ha detto un funzionario cubano nel 2025. Recentemente, la Cina ha finanziato progetti solari in tutto il Paese, quindi è ipotizzabile che la situazione possa trasformarsi in tempi relativamente brevi: nel 2023 l’elettricità totale generata è stata pari a 54.304 MWh al giorno, di cui solo 457,5 MWh, cioè lo 0,8%, proveniva dall’energia solare, ma la capacità solare è oggi, secondo le stime disponibili, di 3250 MWh al giorno, con un aumento del 610% in appena due anni. Sebbene si tratti ancora di una quota davvero piccola rispetto al fabbisogno (circa il 6% del totale del 2023), si prevede che tale cifra dovrebbe almeno triplicarsi entro il 2030, portando l’energia solare a circa il 18% del totale dell’energia elettrica consumata.
La quota combinata delle energie rinnovabili nel mix energetico cubano era già aumentata in modo significativo, raggiungendo il 5,2% nel 2021. Anche se non siamo ancora di fronte a una rivoluzione energetica, ci sono segnali che potrebbero indicare una transizione relativamente rapida in cui l’energia solare colmerebbe sempre più il vuoto lasciato dalle fonti energetiche importate. È possibile che l’attuale crisi energetica rappresenti un momento cruciale nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, tra lo strangolamento della dipendenza dal petrolio venezuelano e un’alternativa verde a quest’ultimo.
La questione è se lo Stato cubano abbia o meno una capacità di resistenza sufficiente per raggiungere un nuovo terreno strategico. Oltre alla richiesta ampiamente diffusa espressa da Trump lo scorso 11 gennaio, ovvero che Cuba «raggiunga un accordo prima che sia troppo tardi», e pur mantenendo il consueto tono minaccioso, il presidente statunitense ha lasciato trasparire una certa ambivalenza sulle prospettive degli Stati Uniti al riguardo, forse dopo aver preso conoscenza di una valutazione della situazione da parte dei servizi segreti statunitensi:
«Non credo sia possibile esercitare molta più pressione, a meno di entrare e radere al suolo il paese. Guardate, i cubani [...] tutto il loro sostentamento, tutto ciò che li mantiene in vita proveniva dal Venezuela [...]. Credo che Cuba sia appesa a un filo [...]. Guardate, Cuba otteneva tutti i suoi soldi proteggendo [Maduro]. Erano come dei protettori. Sono persone dure, forti. Sono persone fantastiche. Marco ha un po’ di sangue cubano [...]. Credo che Cuba abbia davvero dei problemi seri. Ma, per essere onesti, bisogna dire che la gente dice questo di Cuba da molti anni. Cuba ha problemi da venticinque anni. E, anche se non sono caduti, credo che siano molto vicini a farlo di loro spontanea volontà».
Nonostante il suo deterioramento, vale la pena ricordare alcune particolarità di Cuba che potrebbero mettere in discussione le prospettive di una facile vittoria degli Stati Uniti. Inutile dire che in qualsiasi scontro militare diretto gli Stati Uniti avrebbero una capacità distruttiva assolutamente schiacciante; in effetti, potrebbero «radere al suolo il paese» con estrema facilità. Ma gli Stati Uniti hanno una storia poco brillante per quanto riguarda la vittoria nelle guerre, anche quelle piccole, cosa che potrebbe essere correlata alla loro dipendenza dalla superiorità tecnologica. Inoltre, in generale, la sua popolazione si colloca piuttosto a sinistra della lobby di Miami per quanto riguarda la politica applicata a Cuba: una chiara maggioranza ha sostenuto l’apertura dell’era Obama e la fine delle sanzioni. Cuba, dal canto suo, dispone di un arsenale piccolo e decrepito, per lo più di fabbricazione sovietica, e di alcune forniture russe più recenti. Tuttavia, su scala mondiale, il suo bilancio militare è relativamente elevato: il 4,2% del PIL nel 2020, secondo l’ultima stima pubblicata dalla CIA (anche se va notato che tale percentuale del PIL può essere in parte dovuta alla priorità data alle spese militari in un contesto di riduzione della produzione totale). Secondo il rapporto del 2025 di Global Firepower, il bilancio della difesa cubano era di 4,5 miliardi di dollari, il che collocava Cuba al cinquantaquattresimo posto su un totale di centoquarantacinque paesi: situazione piuttosto considerevole per un paese povero con una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti.
La storia di Cuba, invece, ci parla di un paese incline a dare il massimo oltre le proprie capacità: è l’unico paese delle sue dimensioni con una storia di campagne militari straniere di successo, intraprese di propria iniziativa e su invito dei movimenti di liberazione nazionale in Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, per non parlare dei sorprendenti risultati ottenuti in materia di intelligence contro gli Stati Uniti. Cuba, naturalmente, si sta preparando a un’eventuale invasione statunitense più o meno dal trionfo della Rivoluzione. Le sue forze armate contano circa 50.000 membri in servizio attivo e sono strettamente integrate nel regime civile del Partito Comunista, mentre gran parte della popolazione rimane nominalmente disponibile per essere chiamata alle armi. Le forze armate godono di un alto livello di legittimità tra la popolazione cubana, poiché si sono tenute fuori dalla repressione interna e controllano i settori più redditizi dell’economia: turismo, finanza, edilizia, immobiliare, ecc. E, con l’eccezione rappresentata dalla base statunitense nella baia di Guantánamo, Cuba ha il vantaggio insulare di avere confini naturalmente difendibili.
Sebbene qualsiasi scontro diretto tra Cuba e Stati Uniti sarebbe chiaramente una lotta tra Davide e Golia, la presenza di forze militari statunitensi sull’isola potrebbe rivelarsi costosa e impopolare per gli Stati Uniti, fattori che spesso sono decisivi per vincere una guerra. Di conseguenza, l’esortazione di Trump ai cubani a cedere «di loro spontanea volontà» e a «raggiungere un accordo» è probabilmente la via più realistica per gli Stati Uniti per uscirne vittoriosi. È intrinsecamente più difficile valutare, poiché si tratta di questioni di natura opaca, se parte dell’esercito, della burocrazia o del governo cubani potrebbero essere ricettivi a tali inviti, come sembra essere avvenuto nel caso del Venezuela. Il fatto che le Forze Armate Rivoluzionarie controllino settori chiave dell’economia in un contesto di parziale liberalizzazione e crisi generale potrebbe comportare un rischio di corruzione. L’esperienza diffusa di famiglie cubane divise tra Cuba e la Florida, con l’inevitabile confronto in termini di ricchezza, potrebbe rappresentare un fattore soggettivo di attrazione per alcuni settori sia a livello dello Stato cubano nel suo complesso che delle forze armate.
Ma non dovremmo sottovalutare la forza del nazionalismo cubano. Nel caso di Cuba, lo Stato-nazione è qualcosa praticamente sui generis: il prodotto tardivo non di iniziative dell’élite creola, come è stata consuetudine nelle Americhe, ma della trasformazione di una lotta convenzionale per l’indipendenza in una guerra sociale per la liberazione degli schiavi, sullo sfondo dell’ultimo baluardo dell’economia delle piantagioni atlantiche. Ciò ha conferito al progetto cubano una componente sociale molto prima dell’irruzione di Fidel Castro ed è stato fondamentalmente questo aspetto che si è cercato di neutralizzare quando gli Stati Uniti hanno invaso l’isola nel 1898, con il pretesto di sostenere l’indipendenza del popolo cubano, per rivendicare le ultime colonie della Spagna e impadronirsi di gran parte dell’economia locale. Per questo motivo, quelle che Fernando Martínez Heredia ha definito la prima e la seconda «repubblica» di Cuba si sono rivelate instabili nel lungo periodo: sotto il dominio statunitense, entrambe le repubbliche hanno cercato di raggiungere accordi che potessero risolvere le persistenti rivendicazioni sociali. Sebbene le pressioni geopolitiche abbiano a lungo spinto Cuba a diventare un protettorato degli Stati Uniti, le sue forze sociali, pienamente consapevoli di ciò, hanno rappresentato un importante freno. Ciò è avvenuto anche sotto il regime di Batista, momento celebre simboleggiato in Il padrino, parte II, quando la mafia taglia una torta che rappresenta l’isola.
In ultima analisi, tali tensioni sono state risolte attraverso una rivoluzione e il consolidamento di un tipo particolare di Stato – internazionalista, sociale, popolare – diverso dagli Stati tipici della regione. La forma archetipica di Stato in America Latina è così estroversa e socialmente divisa che difficilmente può essere considerata «nazionale»: incline ai colpi di Stato, caratterizzata da una piccola élite ricca che controlla gran parte dell’economia e tende ad allinearsi con gli interessi estrattivi stranieri; afflitta dalla criminalità e dalla corruzione; appena fugacemente democratica, se mai lo fosse. Si tratta di una configurazione che Cuba ha in gran parte evitato grazie alla Rivoluzione che, nonostante i suoi aspetti autoritari e burocratici, ha mantenuto per decenni un insolito aspetto popolare e una capacità seppur incostante di partecipazione di massa. L’identità cubana è piuttosto complessa, data la dispersione della sua diaspora e la contraddizione incarnata dallo stretto della Florida, ma nella misura in cui continua a identificarsi con un territorio e con una vivida esperienza di un trattamento aggressivo e prepotente da parte del suo vicino settentrionale, può facilmente assumere un carattere militante. L’identificazione con i guerriglieri mambises del diciannovesimo secolo, l’invocazione della carica al machete, la ripetizione del grido «Patria o muerte», spesso ai più alti livelli dello Stato, non mancano di basi popolari residue. Anche nel mezzo della più profonda demoralizzazione dopo anni di crisi e della scomparsa della generazione rivoluzionaria, le minacce esterne possono alimentare quelle braci.
La famosa affermazione di Charles Tilly secondo cui «la guerra fa lo Stato» ha, in questo caso, un fondo di verità. Il governo rivoluzionario ha dovuto ricostruire gli apparati repressivi interni e le forze militari esterne praticamente da zero, sotto la minaccia imminente di un’invasione statunitense, e ci è riuscito grazie a una storia nazionale convincente: l’epopea dell’indipendenza, da José Martí a Fidel Castro. Sotto forte pressione, furono create strutture per imporre la disciplina di fronte alle minacce congiunte della controrivoluzione interna e dell’intervento straniero. Non sorprende che ciò abbia portato alla creazione di uno Stato parzialmente militare e autoritario: vale la pena ricordare che la Francia e la Gran Bretagna hanno forgiato Stati di questo tipo nei loro momenti rivoluzionari, per non parlare, ovviamente, dell’esperienza più ampia delle rivoluzioni comuniste del XX secolo. Alcuni aspetti del modello statale cubano – il monolitismo, la sfiducia nei confronti delle correnti critiche, l’intolleranza culturale – sono stati successivamente importati da un’Unione Sovietica ormai conservatrice, senza che Cuba perdesse per questo la sua indipendenza e la sua capacità di agire in modo diverso, che erano artefatti della sua stessa dimensione anticoloniale; semplicemente, non è possibile innestare integralmente un altro modello statale senza basi materiali che lo sostengano. Infatti, se c’è stata un’influenza esterna significativa nella formazione dello Stato cubano, questa è stata la pressione persistente a cui è stato sottoposto da parte degli Stati Uniti. Ciò ha senza dubbio accentuato le tendenze verso il consolidamento autoritario e ha ostacolato le prospettive di una piena partecipazione democratica, mentre l’accoglienza dei migranti cubani da parte degli Stati Uniti ha avuto l’effetto perverso di fornire una valvola di sfogo ai settori scontenti della popolazione, indebolendo al contempo Cuba dal punto di vista demografico.
Volendo fare un paragone, nonostante la lunga storia di colpi di Stato e corruzione precedente a Hugo Chávez e l’approvazione di una costituzione popolare e democratica sotto il suo mandato, lo Stato venezuelano non ha mai sperimentato lo stesso tipo di rimodellamento rivoluzionario. E nonostante Chávez abbia potuto contare sul sostegno di Cuba per ristrutturare alcuni settori dell’esercito e dei servizi segreti, le trasformazioni chaviste hanno avuto una portata più limitata. È probabile che ciò abbia offerto maggiori opportunità ai servizi segreti statunitensi di guadagnare terreno o di trovare potenziali traditori con cui negoziare. È difficile immaginare se ciò valga nella stessa misura nel caso di Cuba. Senza dubbio, le spie hanno studiato attentamente il terreno per vedere dove poter operare le loro magie, ma è possibile che i meccanismi creati proprio per evitare questo siano ancora in qualche misura attivi.
Il recente esempio di Alejandro Gil Fernández, ministro dell’Economia fino alla sua caduta nel 2024 – condannato per spionaggio e per reati di corruzione, appropriazione indebita, concussione, evasione fiscale e riciclaggio – potrebbe rappresentare un segnale di ciò che intendiamo, anche se l’insieme delle accuse e l’opacità del processo sembrerebbero consigliare di non dare per scontata la veridicità della versione ufficiale. Sono circolate voci su casi di corruzione ai massimi livelli e di cooptazione da parte dei servizi segreti stranieri, ma è difficile sapere cosa credere e cosa no. È qui che risiede il pericolo maggiore. Gli Stati rivoluzionari non rimangono immutati nel tempo e le loro mutazioni sono spesso legate alla scomparsa dei loro fondatori. Man mano che la coorte rivoluzionaria scompare, Cuba si addentra in un territorio sconosciuto. Il suo antico antagonista troverà finalmente collaboratori disponibili o le sue recenti aggressioni mobiliteranno le nuove generazioni?
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Rob Lucas è direttore editoriale presso New Left Review

