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  • Immagine del redattore: Tariq Ali
    Tariq Ali
  • 1 ago
  • Tempo di lettura: 16 min

Dissidenza: intervista con Jean-Luc Mélenchon

Thomas Berra
Thomas Berra

La situazione politica analizzata da un critico acerrimo dell'estrema destra fascista, razzista e reazionaria, che difende la necessità di una pratica politica nettamente di sinistra per uscire dall'attuale crisi irrisolvibile. Questo articolo è apparso su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall' <<Istituto Repubblica & Democrazia>> di Podemos e da Traficantes de Sueños, ed è pubblicato con il permesso espresso del suo editore.


Tariq Ali: Cominciamo da Gaza. Siamo, ci auguriamo, nell’ultima fase di questa guerra israeliana. Il numero delle vittime sarà di centinaia di migliaia, forse vicino a mezzo milione. Nessun Paese occidentale ha fatto alcun tentativo concreto per fermarla. Il mese scorso Trump ha ordinato agli israeliani di firmare l’accordo per il cessate il fuoco con l’Iran e quando Israele lo ha infranto è andato su tutte le furie. Per usare le sue parole immortali: «Non hanno la minima idea di quello che stanno facendo». Ma questo mi porta alla domanda: secondo te, gli americani hanno davvero la minima idea di quello che stanno facendo?


Jean-Luc Mélenchon: Dobbiamo cercare di comprendere le ragioni di questi Stati occidentali. Non si tratta semplicemente del fatto che Trump sia pazzo o che gli europei siano codardi; forse lo sono, ma ciò che fanno si basa comunque su un piano di lungo termine, un piano che in passato ha fallito ma che ora è in fase di attuazione. L’obiettivo è, primo, riorganizzare l’intero Medio Oriente per garantire l’accesso al petrolio ai Paesi del Nord globale; e, secondo, creare le condizioni per una guerra con la Cina.

Il primo obiettivo risale alla guerra Iran-Iraq, quando gli USA usarono il regime di Saddam Hussein come strumento per contenere la rivoluzione iraniana. Dopo la caduta dell’URSS lanciarono la guerra del Golfo e George H. W. Bush proclamò un “nuovo ordine mondiale”. Fin dall’inizio ho pensato che si trattasse di un tentativo di controllare gasdotti e oleodotti e di proteggere l’indipendenza energetica americana mantenendo i prezzi sufficientemente alti, al livello di redditività del petrolio estratto con il fracking. Se consideriamo questa l’ambizione principale dell’Impero, possiamo dare senso a molti altri avvenimenti. Per esempio, che cosa hanno fatto gli Stati Uniti in Afghanistan dopo l’invasione del 2001? Hanno ostacolato la costruzione di un gasdotto che sarebbe passato attraverso l’Iran. La guerra contro il Daesh in Siria fu anch’essa, sotto molti aspetti, una lotta per il tracciato di un gasdotto.

Ecco dunque una linea di argomentazione piuttosto coerente. Un impero è tale solo se riesce a mantenere il controllo di determinate risorse, ed è esattamente ciò che vediamo oggi. Gli USA hanno deciso di rimodellare la mappa del Medio Oriente, usando Israele come strumento e alleato. Sanno di dover ricompensare Israele per questo lavoro, e lo fanno sostenendo il progetto politico del “Grande Israele”, secondo il quale la popolazione palestinese di Gaza e delle altre aree deve scomparire. Se davvero Europa e Stati Uniti avessero voluto fermare questa guerra, essa si sarebbe limitata a tre o quattro giorni di rappresaglie israeliane dopo il 7 ottobre. Invece è durata più di venti mesi. Dunque nessuno può dire che gli americani non sappiano quello che fanno, come hanno detto alcuni. Ciò che accade nella regione è tutto deliberato, pianificato e organizzato congiuntamente dagli Stati Uniti e da Netanyahu.  


Tariq Ali: Hai detto che la seconda parte del piano americano è il conflitto con la Cina. Molti liberali e liberal-di­sinistra si stanno finalmente allontanando dagli eventi in Medio Oriente, sostenendo che il nostro vero obiettivo dovrebbe essere la Cina. Ma non si rendono conto che la vera minaccia è proprio Pechino, perché, come dici tu, se gli Stati Uniti controllassero tutto il petrolio della regione – cosa che avverrebbe se l’Iran cadesse – avrebbero in pugno il flusso di questa risorsa fondamentale. Potrebbero costringere Pechino a elemosinarlo, mantenendola così sotto controllo. Dunque la strategia USA in Medio Oriente può sembrare del tutto folle – e in vari aspetti lo è – ma nasconde una logica profonda: meglio combattere la Cina in questo modo che dichiararle guerra aperta. Questo ha già cominciato a creare enormi problemi in tutto l’Est. Ho notato, per esempio, che i leader di Giappone e Corea del Sud, due Paesi che ospitano importanti basi militari statunitensi, hanno cancellato all’improvviso la loro partecipazione al vertice della NATO di giugno.


Jean-Luc Mélenchon: Il conflitto tra Stati Uniti e Cina riguarda reti commerciali e di approvvigionamento; sotto certi aspetti i cinesi hanno già vinto, perché producono quasi tutto ciò che il mondo consuma. Non hanno interesse a scatenare una guerra perché sono già soddisfatti della loro influenza globale. Tuttavia questa è al tempo stesso una forza e una debolezza. Quando, per esempio, il 90% del petrolio iraniano va in Cina, bloccare lo stretto di Hormuz interromperebbe catene di approvvigionamento cruciali e paralizzerebbe gran parte della produzione cinese. Dunque la Cina è vulnerabile su quel fronte. Hai ragione nel dire che alcuni in Occidente preferirebbero una guerra fredda a una guerra calda, un accerchiamento e un contenimento piuttosto che un conflitto diretto. Ma si tratta di sfumature, e in realtà passare dall’una all’altra non è difficile. Uno dei principali consulenti economici di Biden ha ammesso che non esiste una “soluzione commerciale” al problema della competizione con la Cina, il che implica che non resta che quella militare.

Il dato riguardante Giappone e Corea è significativo anche per un altro motivo. Non sono solo loro: molte altre potenze della regione stanno ora rafforzando i legami con la Cina. Si pensava che il Vietnam fosse nel blocco USA, e invece ha firmato accordi con i cinesi. Lo ha fatto anche l’India, nonostante le tensioni bilaterali. In gran parte dell’Asia il capitalismo continua a essere plasmato dalle dinamiche del commercio e della produzione, mentre negli Stati Uniti si è trasformato in un sistema predatorio e tributario. In altre parole, Washington cerca ora di usare il proprio potere per esigere tributi dal resto del mondo, come è emerso al vertice NATO che hai citato, quando si è deciso che ogni Stato membro dovrebbe spendere il 5% del PIL in difesa. Naturalmente quei soldi non serviranno a costruire aerei o sottomarini in patria, ma a comprarli dall’America.

Ricordo una conversazione interessante con un alto dirigente cinese. Gli dissi che la Cina stava inondando il mercato europeo con le sue auto elettriche in surplus, e lui mi rispose: «Signor Mélenchon, lei crede che ci siano troppe auto elettriche al mondo?» Ovviamente ho dovuto rispondere di no. Allora ha replicato: «Non vi stiamo costringendo a comprare i nostri prodotti; sta a voi decidere se acquistarli o no». Un Comunista che mi spiegava i vantaggi del libero scambio: un promemoria sul fatto che, nel confronto USA-Cina, c’è in gioco la competizione tra due forme diverse di accumulazione capitalistica – anche se è riduttivo descrivere il modello cinese come semplicemente capitalistico. Quando ho chiesto del bilanciamento militare, mi ha detto che la Cina è in una posizione favorevole perché, per usare le sue parole, «il nostro fronte è il Mare Cinese. Il fronte dell’America è il mondo intero».

La battaglia con la Cina è già iniziata, e siamo ancora in una fase preparatoria. Al momento ci sono navi da guerra e armamenti nordamericani sparsi in tutto il globo, che Washington dovrebbe concentrare in vista di un’eventuale offensiva. Ci restano dunque alcuni anni di tempo, una finestra di opportunità. La Francia rimane un Paese con risorse militari e materiali in grado di intervenire sull’equilibrio globale. Sono convinto che un giorno avremo un governo insoumis capace di rivendicare la sovranità sulla nostra produzione interna e sulla politica estera: un esecutivo che riconosca che, anche se la Cina rappresenta una minaccia sistemica per l’Impero, non lo è per noi. È per questo che mi impegno in questa campagna.


La Germania è un capitolo a parte. Sai, in Francia diciamo spesso “i nostri amici tedeschi”. In realtà i tedeschi non sono amici di nessuno. Sono mossi dal proprio interesse e infrangono accordi con noi in continuazione. Adesso sono disposti a investire 46 miliardi di dollari nella loro economia di guerra perché hanno perso la battaglia dell’industria automobilistica più di quindici anni fa. Eppure persino i tedeschi hanno imparato una dura lezione dagli Stati Uniti. Avevano finito per dipendere da Gazprom per l’energia. Schröder era andato a lavorare per la società e aveva negoziato ottimi accordi con i russi. Poi gli americani hanno detto “basta” e hanno distrutto Nord Stream. Vedi, l’Impero colpisce chiunque osi disobbedirgli.


Tariq Ali: Come pensi che sarà il mondo alla fine del secolo?


Jean-Luc Mélenchon: L’unica cosa di cui possiamo essere certi è che o la civiltà umana troverà il modo di unirsi contro il cambiamento climatico, oppure collasserà. Ci saranno sempre esseri umani in grado di sopravvivere alle tempeste, alla siccità, alle inondazioni. Ma i tecnocrati non saranno in grado di far funzionare la società nel suo insieme. In Francia abbiamo alcuni dei migliori tecnocrati al mondo, eppure sono così stupidi da credere che tutto rimarrà sostanzialmente invariato. Hanno in programma di costruire nuovi impianti nucleari come parte della loro strategia climatica; ma non si possono far funzionare le centrali nucleari senza raffreddarle, e il raffreddamento richiede acqua fredda, che è sempre più scarsa. Siamo già stati costretti a fermare alcuni reattori perché il caldo è diventato eccessivo. Questo è solo un esempio, ma ce ne sono decine di altri in cui le decisioni politiche vengono prese come se il mondo rimanesse quello di oggi. In quanto materialisti, dobbiamo pensare all’azione politica nei parametri di un ecosistema minacciato dalla distruzione. Se non partiamo da questa premessa, i nostri argomenti non avranno valore.

Oggi il 90% del commercio mondiale avviene via mare. Eppure non è il modo più semplice per trasportare le merci. Diversi studi hanno già dimostrato che il trasporto ferroviario è più sicuro, più rapido e spesso più economico. Si può immaginare allora che, man mano che il clima peggiora, i cinesi esploreranno nuove rotte per i loro manufatti. La tratta Pechino–Berlino sarà fondamentale per il loro collegamento con l’Europa; non dimentichiamo che la Cina un tempo scelse la Germania come punto d’arrivo di una delle Vie della Seta. L’altra grande via passa per Teheran e raggiunge l’Europa meridionale. La Cina avrà un vantaggio globale nello sviluppare questi nuovi corridoi commerciali perché domina in efficienza tecnica: una risorsa essenziale nell’ambito del capitalismo tradizionale. Gli Stati Uniti, al contrario, non hanno alcuna capacità tecnica. Gli americani sono incapaci persino di mantenere in orbita la Stazione Spaziale Internazionale, mentre i cinesi rinnovano l’equipaggio ogni sei mesi. Gli USA fanno fatica a lanciare qualsiasi cosa nello spazio, mentre la Cina ha appena fatto atterrare un robot sul lato oscuro della Luna. Gli “occidentali” – metto il termine tra virgolette perché non mi piace, non mi considero occidentale – sono talmente pieni di sé, così arroganti e presuntuosi, da non ammettere questo squilibrio.

Insomma, se il capitalismo continuerà a dominare con i neoliberisti al potere, l’umanità è perduta, per il semplice fatto che il capitalismo è un sistema suicida che trae profitto dai disastri che provoca. Ogni sistema precedente è stato costretto a fermarsi quando generava troppo disordine. Questo no. Se piove tanto ti vende gli ombrelli. Se fa troppo caldo ti vende il gelato. Nel corso dei prossimi decenni i regimi collettivisti dimostreranno che il collettivismo è una prospettiva più soddisfacente per l’essere umano rispetto alla competizione liberale.


Voglio anche fare una scommessa. Credo che entro la fine del secolo – forse anche prima – gli Stati Uniti d’America non esisteranno più. Perché? Perché non si tratta di una nazione, ma di un Paese in guerra con tutti i suoi vicini fin dalla nascita. Samuel Huntington lo descriveva come una struttura fondamentalmente instabile e prevedeva che la lingua dominante diventerà lo spagnolo. Un’enorme parte della popolazione statunitense parla ormai spagnolo in famiglia, e questa componente è per lo più cattolica, a differenza dei “protestanti illuminati” che hanno fondato il Paese. Queste dinamiche linguistiche e culturali sono molto importanti. La gente tiene alla propria lingua madre: quella con cui la madre cantava per farla addormentare, quella in cui dice “ti amo” al partner. In California – uno Stato strappato al Messico e con un’economia che è la quarta al mondo per PIL – lo spagnolo è ovunque più diffuso dell’inglese. Non stupisce che la campagna per l’indipendenza californiana stia guadagnando terreno, con un referendum forse già il prossimo anno. Non so se avrà successo, ma è significativo che uno Stato di primo piano all’interno della potenza egemone stia già valutando la secessione. Ne vedremo altre. E l’ideologia dominante negli Stati Uniti – «ognuno per sé» – non li terrà uniti.


Tariq Ali: Nel tuo recente libro scrivi che il popolo francese può esplodere all’improvviso, come un vulcano, perché in profondità qualcosa bolle costantemente nella società. L’ultima volta che ho sentito dire una cosa simile è stato da Nicolas Sarkozy. Quando era presidente, un cronista adulatore gli aveva chiesto: «Lei è così popolare, signor Sarkozy, i suoi consensi sono alle stelle, ha una moglie bellissima», e così via. E la risposta di Sarkozy, con mia sorpresa, fu che chi pone domande del genere non capisce la Francia, perché in questo Paese le stesse persone che oggi ti osannano possono irrompere nella tua camera da letto e ucciderti domani.


Jean-Luc Mélenchon: Questo aspetto della società francese deriva, anzitutto, dalla nostra storia. Due imperi e tre monarchi in meno di un secolo. Cinque Repubbliche in due secoli e, naturalmente, tre rivoluzioni. Ne è scaturita una cultura collettiva di insubordinazione. Ho scelto proprio quella parola per il nostro movimento perché esprime l’ethos che intendiamo incarnare: un istinto ribelle, una capacità sempre presente di rifiutare l’ordine imposto dall’alto. Se vogliamo mettere a punto una strategia rivoluzionaria, dobbiamo poggiare su queste fondamenta culturali. Un tempo si diceva sottovoce «sono comunista» o «sono socialista». Oggi si afferma «sono insoumis».

Ma non è tutto. Ci sono anche i mutamenti demografici, la mescolanza di etnie e culture diverse. Per sottomettersi all’ordine costituito, bisogna esserne – in misura maggiore o minore – integrati. Il servo dev’essere educato ad accettare la propria condizione di servo, perché lo era suo padre, suo nonno e così via. Se invece arrivi in Francia da poco, se hai messo a repentaglio la vita per arrivare qui e porti in te l’entusiasmo di vivere, allora vuoi affermarti e non sottometterti. Desideri che i tuoi figli ottengano un buon titolo di studio. E questo genera nelle comunità migranti una spinta interna che le classi dominanti, nella loro solita arroganza, non riescono a comprendere. Mitterrand venne eletto nel maggio del 1981 perché il Partito Comunista organizzava la classe operaia tradizionale e il Partito Socialista aggregava le classi in ascesa. Ma oggi in Francia non esistono più classi sociali in ascesa se non nelle comunità d’immigrati.

Noi di La France insoumise non abbiamo mai creduto che i francesi siano diventati razzisti, chiusi o egoisti. Sì, c’è chi lo è, ma ci sono anche forze opposte, numerose e robuste. Per questo concentriamo la nostra attenzione sui quartieri popolari – compresi quelli degli immigrati – e sui giovani, perché sono due settori sociali che hanno interesse ad aprire la società anziché isolarla. Non siamo un popolo come gli anglosassoni, orientati unicamente al business. Qui, quando si vuole criticare qualcuno, si usa un’espressione popolare tipo: «heureusement que tout le monde ne fait pas comme vous» («meno male che non tutti si comportano come te»). Insomma, ciò che conta è ciò che fanno tutti. In Francia esiste un egalitarismo spontaneo che riemerge perfino nel linguaggio quotidiano.

Questa nazione è stata forgiata dalle rivoluzioni, organizzata attorno allo Stato e ai servizi pubblici. Tutte le nostre conquiste – tecniche, materiali, intellettuali – nascono dalla forza dello Stato. Di conseguenza, distruggendo lo Stato il neoliberismo sta distruggendo la nazione francese stessa. Vuoi un catalogo della devastazione? Una scuola che chiude ogni giorno, un reparto maternità ogni trimestre, 9.000 chilometri di linee ferroviarie dismesse, dieci raffinerie sparite. La guerra dell’oligarchia contro la società significa smantellare il patrimonio pubblico a vantaggio di quello privato. Eppure, proprio a causa di questo impoverimento dello Stato, gli investimenti privati si sono arrestati. Tutti i capitali si sono riversati nella finanza. I ricchi non creano posti di lavoro, non comprano macchinari per produrre. Guadagnano stando fermi, manovrando le leve della speculazione.

La nostra strategia politica combina questa diagnosi materiale con un’analisi culturale. Sul piano socioculturale, in altri Paesi si potrebbe dire: «Sì, è normale, sono i loro soldi, fanno come vogliono». La Francia è diversa. Qui devi dare conto delle tue azioni. Sei responsabile di fronte al collettivo. Non è nazionalismo astratto: non penso che i francesi siano migliori di altri. Anche da noi c’è chi viene spinto a mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Ma questo impulso collettivo profondo mi rende comunque ottimista quando vedo i fascisti tentare di imporre la loro visione cupa dell’esistenza. Non hanno nessuna ambizione per la società, nessuna proposta sul futuro. Sanno soltanto che non sopportano gli arabi o i neri.

È facilissimo mettere in difficoltà i fascisti: basta sventolare una bandiera rossa e subito arrivano in massa. Ho detto l’altro giorno che la lingua francese non appartiene ai francesi, ma a chiunque la parli. È nato un putiferio: «Il francese appartiene ai francesi!» In realtà ci sono 29 Paesi in cui il francese è lingua ufficiale. Riconoscendo questo fatto possiamo avviare un dibattito sulla lingua come bene comune. Quando dici a un fascista che in Congo centinaia di milioni di persone parlano francese, s’incastra. Se gli ricordi che in media i senegalesi sono più istruiti dei francesi, impazzisce. E ancor più se gli dici che gli algerini musulmani spesso ottengono risultati scolastici superiori. Credo che, per fronteggiare il fascismo, dobbiamo scatenare al contempo una guerra culturale frontale e la battaglia economica. Non possiamo avere paura. Certo, può essere sgradevole, ma è così che la gente comprende davvero la realtà umana. Siamo anche operai, ma siamo pure amanti, poeti, musicisti – e queste identità hanno un loro spazio in politica. Non so se tutto questo ti sembri troppo romantico.


Tariq Ali: Anche in Francia non si è stati immuni alla crescita globale dell’estrema destra. L’intellighenzia liberale e liberal-di­sinistra tradizionale non è stata in grado di reagire, perché è il sistema che essa stessa sostiene ad aver permesso a queste forze reazionarie di crescere così in fretta. Pensi che sia possibile che un partito guidato da una figura come Le Pen o Éric Zemmour riesca da solo a vincere e a formare un governo di maggioranza in Francia?


Jean-Luc Mélenchon: L’ascesa dell’estrema destra è stata una catastrofe intellettuale. Parte della loro forza deriva dal fatto che abbiamo perso i punti di riferimento coerenti del pensiero critico. I socialdemocratici non hanno alcun interesse in questo tipo di riflessione: invece di offrire spiegazioni organiche, si limitano a ripetere alcuni principi economici stantii che tu ed io sentiamo da quarant’anni. Non basta, soprattutto per i giovani o per chi ha vissuto una vita difficile, ha lavorato sodo, pagato le tasse, contribuito, e vuole capire perché adesso si ritrova a vivere in un mondo così marcio. L’estrema destra fornisce loro un arsenale intero di certezze: gli uomini sono uomini, le donne sono donne, i bianchi sono superiori. La maggior parte delle persone resta vigile di fronte a questa propaganda, ma molte altre la accolgono. Questo significa che ci troviamo di fronte a uno scenario in cui – sì – l’estrema destra può vincere da sola assorbendo buona parte del tradizionale elettorato di destra.

Bruno Amable e Stefano Palombarini scrivono su L'illusion du bloc bourgeois: Alliances sociales et avenir du modèle français (2018) che in Francia esistano tre blocchi: la sinistra, la destra e l’estrema destra. A questo va aggiunta una quarta categoria: non un blocco né un attore omogeneo, ma una massa di persone disilluse da tutto. Sono milioni, e noi combattiamo per farle tornare nella famiglia politica della sinistra. Ma l’estrema destra ha un compito molto più facile: in parte grazie al declino del centro-destra, compresi i “macronisti”. Questi ultimi cominciano a rendersi conto di non riuscire più a convincere la gente; perciò abbracciano l’ideologia, la retorica, la cultura dell’estrema destra.

Il ministro dell’Interno ha recentemente ordinato una giornata di retate nei pressi delle stazioni ferroviarie per “fiutare” gli immigrati senza documenti in regola. È stato orribile. Ho detto ai miei compagni che dobbiamo prepararci a una lotta molto più intensa contro queste operazioni in futuro. Con la convergenza tra destra e ultradestra, questo razzismo sta diventando la norma. Se lavori in Francia da dieci anni e le autorità non ti inviano i documenti di rinnovo, possono fermarti in strada e deportarti. Ti strappano via la vita in pochi istanti. No, non possiamo accettarlo. È insopportabile.

Perciò, oltre a giocare un ruolo guida nelle lotte sociali, dobbiamo anche combattere questa battaglia delle idee. È per questo che abbiamo creato la fondazione Institut La Boétie, per mettere in relazione gli intellettuali con la società. Abbiamo organizzato conferenze, tavole rotonde, pubblicato volumi. La maggior parte dei relatori viene dalla Francia, ma ne sono arrivati anche da fuori. David Harvey ha parlato di geografia critica; Nancy Fraser ha esposto la sua visione di femminismo materialista e riproduzione sociale. L’obiettivo non è “arruolare” intellettuali, bensì diffondere le loro idee, che all’improvviso raggiungono migliaia di persone. Abbiamo ricevuto richieste di incontri da tutta la nazione; ne abbiamo già realizzati più di ottanta.


Tariq Ali: Una coalizione tra destra e estrema destra in Francia sarebbe diversa, per natura, dal governo di Meloni in Italia?


Jean-Luc Mélenchon: In Francia la retorica razzista è diventata straordinariamente virulenta e la violenza viene sempre più tollerata. Solo poche settimane fa un poliziotto che aveva sparato e ucciso una giovane donna seduta sul sedile passeggero di un’auto ha visto cadere le accuse contro di lui. Archiviato. Niente processo. Gli scandali di brutalità della polizia si susseguono quasi ogni settimana. Le forze dell’ordine sono dominate da questo tipo di elementi. Di conseguenza, un regime di estrema destra in Francia sarebbe ancora più violento, ancora più aggressivo, di quello italiano.

L’estrema destra è convinta di trovarsi nella Francia dei primi del Novecento, quando gli immigrati stavano zitti e buoni. Non si rendono conto che le nostre popolazioni si sono mescolate: ci sono 3,5 milioni di persone con doppia cittadinanza francese e algerina, legate profondamente a entrambi i Paesi, e 6 milioni di musulmani francesi. Ma i neofascisti ignorano tutto questo o si rifiutano di crederci. Vedono i musulmani come invasori per via della loro religione e dimenticano che qui, per tre secoli, si è combattuta una guerra civile di religione tra cattolici e protestanti.

Tutta la macchina politica e intellettuale delle classi dirigenti francesi si muove ormai in questa direzione. Ciò include la misera sinistra “ufficiale” guidata dal Partito Socialista, che ci ringhia contro dall’alba al tramonto. Non si rendono conto di essere parte di una strategia più ampia: fungono da auxiliares della destra. Vivono in un mondo di sogno, vogliono una grande coalizione di centro alla tedesca: socialdemocratici indistinguibili dai liberali, verdi sempre pronti a invocare la guerra. Sono loro, ogni giorno, a dividerci fingendo di cercare l’unità.


È tutto molto contorto, molto meschino, ma tanto è la lotta. È dura? E allora? È mai stata facile? Non voglio dare l’impressione che l’estrema destra abbia già vinto. Dico spesso ai miei giovani compagni: voi non avete conosciuto la Francia di quando la maggioranza degli abitanti dei villaggi andava in chiesa ogni domenica e il parroco insegnava loro che non dovevano avere nulla a che fare con comunisti o socialisti. Negli anni Ottanta giravo per le case bussando porta a porta, e la gente mi diceva: «Se siete alleati coi comunisti vuol dire che siete contro Dio. E noi non possiamo votare contro Dio». Io cercavo di spiegare che Dio c’entrava poco con le elezioni francesi. Si tratta piuttosto di scegliere in che mondo vogliamo vivere. Se non lo capisci, finisci col votare per i liberali o per i fascisti: i primi predicano «ognuno per sé», i secondi «tutti contro gli arabi”. Loro hanno la propria visione del mondo; noi, la sinistra, dobbiamo offrire un’altra prospettiva. Questo è ciò che stiamo cercando di fare. Perciò a volte mi dicono che sono troppo lirico o romantico. 

Sì, lo sono, e non me ne vergogno.


Tariq Ali: In bocca al lupo.

Consigli di lettura

N. Sperber, Crisis francesa, ¿orgánica o estructural?, in «Diario Red / New Left Review»;

P. Anderson, El centro puede resistir (La “guerra civil” en Francia), in «New Left Review» n. 105, 2017;

W. Streeck, La Unión Europea en guerra: dos años después, in «Diario Red», 2021;

M. Lazzarato, La “guerra civile” in Francia, in «Diario Red», 2018;

F. Lordon, El levantamiento francés, in «El Salto», 2019;

S. Budgen, Shrewd Tortoise, in «Sidecar», 2020.



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