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  • Immagine del redattore: Alp Kayserilioglu
    Alp Kayserilioglu
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Dopo il Rojava

Pizo Meyer
Pizo Meyer

La situazione di instabilità permanente nella Turchia orientale e nella Siria settentrionale, unita alle mutevoli strategie degli Stati Uniti, di Israele e della Turchia nell’intera zona, e l’emergere di un nuovo potere politico a Damasco hanno condannato il destino del Rojava come entità politica curda dotata di un’intensa vocazione democratica e costituente, un evento che riporta la causa curda sul filo del rasoio geopolitico.




L’accordo di cessate il fuoco raggiunto la scorsa settimana (30 gennaio) tra il governo siriano di al-Sharaa e le Forze Democratiche Siriane (FDS), guidate dai curdi, e salutato dagli Stati Uniti come «una pietra miliare storica nel cammino della Siria verso la riconciliazione nazionale», rappresenta una grande vittoria per Damasco. Significa anche la fine del Rojava come enclave curda autonoma nel nord-est del Paese. I colloqui tra il governo di al-Sharaa e i leader delle FDS, per concordare l’integrazione delle strutture politiche e militari del Rojava in quelle del nuovo Stato centrale, sono iniziati poco dopo la destituzione di Assad nel dicembre 2024. Tuttavia, nessun accordo era stato raggiunto e, dopo la scadenza del termine per il completamento del piano di integrazione nel dicembre 2025, Damasco ha deciso di imporre con la forza ciò che il processo diplomatico non era riuscito a ottenere fino a quel momento. Lo scorso 6 gennaio, le truppe governative siriane hanno attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, un’enclave isolata controllata dalle FDS nel centro della Siria. L’esercito siriano ha anche attaccato la debole posizione delle FDS lungo l’Eufrate, nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Deir-ez-Zor, provocando significative defezioni arabe. Infine, l’offensiva su larga scala contro il Rojava ha costretto le FDS a ritirarsi nei territori a maggioranza curda. Ulteriori violenze sono state evitate grazie a un cessate il fuoco temporaneo. Ora, in base ai termini della tregua, le FDS dovrebbero essere integrate nell’esercito siriano in tre brigate e gli organi di governo curdi fusi con le istituzioni statali. Secondo le informazioni disponibili, le forze di sicurezza del Ministero dell’Interno hanno iniziato a entrare nelle città di Hasaka e Qamishli, controllate dalle FDS.


L’esistenza del Rojava come spazio semiautonomo, dotato di una risonanza simbolica su scala mondiale – per la liberazione delle donne, senza precedenti nella Regione, e per l’autogoverno democratico di un popolo oppresso – dipendeva da circostanze uniche. Le FDS, che al loro apice controllavano più di un quarto della Siria, compresi i suoi principali giacimenti petroliferi, si sono formate nel contesto della guerra civile siriana, durante la quale le unità militari affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno iniziato a prendere il controllo delle zone prevalentemente curde del nord della Siria. Le FDS vere e proprie sono nate nel 2015, dopo che i combattenti curdi hanno difeso con successo la città di Kobane dall’assalto dei militanti dello Stato Islamico (ISIS) con l’aiuto di un ponte aereo statunitense, segnando l’inizio di un’alleanza con Washington che dura ormai da dieci anni. Il Rojava non si è unito alle principali forze di opposizione, che considerava jihadiste e nazionaliste, e ha persino avviato negoziati con Assad, senza mai raggiungere un accordo. Dopo la battaglia di Kobane, gli Stati Uniti hanno armato e addestrato le FDS, delegando alla forza guidata dai curdi la guerra contro l’ISIS garantendosi in questo modo un presidio nel Paese devastato dalla guerra.


Il sostegno statunitense ai curdi, sempre «temporaneo, tattico e transazionale», non è mai stato un accordo solido. Washington ha chiuso un occhio su una serie di operazioni militari turche che hanno ridotto il territorio e l’unità della regione autonoma da parte delle forze curde. Ankara considerava il Rojava una grave minaccia alla sicurezza nazionale, temendo che i progressi lì ottenuti si estendessero oltre il confine siriano. La precarietà del sostegno statunitense è diventata evidente con la caduta di Assad, evento che ha alterato radicalmente gli equilibri geopolitici, di cui i curdi avevano temporaneamente beneficiato. Gli Stati Uniti hanno espresso immediato sostegno ai nuovi jihadisti, convertiti in democratici, insediatisi a Damasco. La fragile aura egemonica del regime siriano guidato dall’ex comandante di Al Qaeda si è indebolita per i massacri commessi contro gli alauiti nell’ovest e contro i drusi nel sud nella primavera e estate del 2025. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno raffreddato la loro posizione nei suoi confronti, non certo per motivazioni di ordine etico, ma per timore che il governo di al-Sharaa si rivelasse troppo debole per controllare le milizie attive nel Paese e per garantirne la stabilità.


In questo contesto, la strategia di Washington sembra essere ancora una volta quella di destreggiarsi tra i diversi attori per favorire il loro reciproco riequilibrio. I negoziati tra il governo siriano e le FDS sembravano inizialmente pendere leggermente a favore dei curdi: i rapporti disponibili nel mese di ottobre propendevano per un rafforzamento del governo regionale curdo e il mantenimento delle strutture della FDS, ma i calcoli erano già cambiati nel mese di dicembre. Le informazioni disponibili non suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano esplicitamente dato il via libera alla successiva escalation militare di Damasco, ma neppure che l’abbiano ostacolata, posizione peraltro abituale dell’alleato americano: se fallisci, è un tuo problema; se hai successo, ti copriamo le spalle. Il successo dell’assalto delle forze di al-Sharaa ha cambiato decisamente l’equilibrio delle forze. Dopo l’incursione, l’inviato speciale degli Stati Uniti, Tom Barrack, ha dato il colpo di grazia all'«alleanza contro l’ISIS»: il ruolo delle FDS era da considerarsi «in gran parte scaduto», poiché il «governo siriano era pronto ad assumersi le responsabilità in materia di sicurezza». Con un nuovo governo centrale siriano al comando del Paese, che ora sembrava ricettivo agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati, Washington non aveva più motivo di sostenere un alleato alternativo in Siria. Se questo è un tradimento, è stato un tradimento assolutamente prevedibile, perché si tratta e si è trattato di una coerente politica estera imperialista.


Non è stata solo Washington a far pendere l’ago della bilancia a sfavore delle forze curde. Dall’istituzione del governo di transizione a Damasco, gli interessi di Israele, Turchia, Siria e Stati Uniti – discussi in una serie di incontri tenutisi all’inizio del 2026 volti a spianare la strada verso nord-est a  al-Sharaa – hanno trovato un punto d’incontro, superando le precedenti divergenze che consentivano l’indipendenza del Rojava. Israele ha firmato un patto di sicurezza con il nuovo regime siriano, negoziato dagli Stati Uniti, che ha ridotto il suo interesse a utilizzare i curdi per mantenere una pressione su Damasco; la Turchia ha manifestato la sua intenzione di allontanarsi ulteriormente dalla Russia, il che ha ammorbidito la posizione degli Stati Uniti nei confronti delle ingerenze turche in Siria. Infatti, la Turchia ha esercitato una significativa inflluenza nel riorientare le scelte di Damasco nei confronti delle FDS. A partire da dicembre, il Ministero della Difesa turco e il Ministro degli Affari Esteri, Hakan Fidan, hanno lanciato esplicite minacce militari contro le FDS accompagnate da forti rassicurazioni di sostegno allo Stato siriano nel caso di suo intervento. 


Al-Sharaa ha goduto a lungo del sostegno di Ankara, in modo esplicito sin dalla sua blitzkrieg contro il regime indebolito di Assad alla fine del 2024. Le relazioni della Turchia con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui è in conflitto da decenni, rappresentano un contesto significativo per quanto sta accadendo in territorio siriano. Dall’altra parte del confine turco. I negoziati tra le due parti sono in corso da oltre un anno, su iniziativa dello Stato turco, forse nella speranza di sfruttare in un modo o nell’altro la nuova dinamica scatenatasi in Siria, con l’obiettivo di costringere il PKK e le FDS, che considera una loro estensione, a disarmarsi e a sciogliersi. Erdoğan stesso potrebbe avere interessi più limitati: conquistare gli elettori e i deputati curdi attraverso un riconoscimento simbolico per prolungare il suo mandato. Da parte sua, il PKK è evidentemente entrato nel processo di pace sulla base di un calcolo realistico dei rapporti di forza esistenti nella Regione, poiché la diplomazia è forse il mezzo più idoneo a garantire i diritti che lo legittimerebbero come attore sociale e politico. Nel frattempo, lo smantellamento del Rojava, risorsa vitale per il movimento curdo in generale, nonché un’influenza extraterritoriale cruciale per il PKK, ha costituito un tassello fondamentale delle ambizioni turche di ottenere una «Turchia libera dal terrorismo». È difficile valutare quali effetti avranno gli eventi in Siria sui negoziati. Alcuni ritengono che si tratti del colpo definitivo al PKK, ma non bisogna dimenticare che il partito ha subito battute d’arresto peggiori nella sua storia, in particolare durante il periodo di sconfitta organizzativa e militare e di disorientamento registrato nel decennio 2000, dopo l’incarcerazione del suo leader Abdullah Öcalan.


Quale altra strategia alternativa avrebbe potuto eventualmente seguire il Rojava? Fin dall’inizio era chiaro che la finestra di opportunità per l’autogoverno non sarebbe rimasta aperta per sempre e che il Rojava non aveva affatto il potenziale necessario per diventare un attore regionale a pieno titolo. Le FDS avrebbero potuto raggiungere un accordo con Assad, scegliendo di lottare per ottenere un maggiore riconoscimento all’interno di una Siria integrata, riducendo così la possibilità che i jihadisti prendessero il potere? Oppure, destituito Assad, le FDS avrebbero potuto raggiungere un qualche tipo di accordo con i nuovi governanti di Damasco senza insistere su un cambiamento costituzionale e accettando lo status quo raggiunto nel dicembre 2025, evitando l’escalation militare e di ritrovarsi in una posizione molto indebolita nel successivo accordo? I leader del PKK erano consapevoli dell’approccio strumentale di Washington. Sono stati poco proattivi nel coltivare alleanze strategiche alternative? E perché il Rojava non è stato evidentemente in grado di esercitare una influenza egemonica sulle zone a maggioranza araba? È imperativo discutere queste e altre questioni simili in modo autocritico, non per perdersi in ipotesi controfattuali e recriminazioni, ma per trarne insegnamenti per le sfide che ci attendono.



Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños.


Si consiglia di leggere 


Alp Kayserilioglu, «Pillola amara per le forze curde», «Il terremoto dello Stato in Turchia» e «Rinascita repubblicana in Turchia?», El Salto. Cihan Tuğal, «La Siria nelle mani di Erdoğan?», Diario Red, e «La resilienza di Erdoğan» e «Rinascita turca?», El Salto, e «La Turchia al bivio?», NLR 127 e «Islamisti della NATO» NLR 44. Daniel Finn, «Le fogne di Erdoğan» e Cengiz Gunes, «La nuova sinistra turca», NLR 107. Lorenzo Trombetta, «Stati Uniti abbandonano i curdi siriani per al-Shara'a », Limes, 20 gennaio 2026.


Si consiglia di leggere

Alp Kayserilioğlu, Píldora amarga para las fuerzas kurdas (El Salto, 4 aprile 2024); El terremoto del Estado en Turquía (El Salto, 23 febbraio 2023). ¿Renacimiento republicano en Turquía? (El Salto, 16 maggio 2023).


Cihan Tuğal ¿Siria en manos de Erdogan? (Diario Red, 9 dicembre 2024); La resiliencia de Erdoğan (El Salto, 30 maggio 2023). ¿Renacimiento turco? (El Salto, 20 maggio 2023); Turkey at the Crossroads? (New Left Review 127, Gen/Feb 2021); Nato’s Islamists (New Left Review 44, Mar/Apr 2007).


Daniel Finn e Cengiz Gunes, Erdoğan’s Sewers (New Left Review / Sidecar, 20 febbraio 2023).

Cengiz Gunes, The New Turkish Left (New Left Review 107, Set/Ott 2017).

Lorenzo Trombetta, Stati Uniti e Russia scaricano i curdi per al-Shara'a (Limes, 20 gennaio 2026). 


● Traduzione di Elisabetta Galasso


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