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- Jeremy Scahill e Jawa Ahmad

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Hamas non deporrà le armi unilateralmente

In esclusiva: Hamas afferma che non deporrà le armi unilateralmente, mentre Trump e Netanyahu minacciano di riprendere la guerra genocida su larga scala.
Basem Naim, alto funzionario di Hamas, spiega che la resistenza palestinese non è disposta a rinunciare al suo esiguo armamento costituito da armi leggere, la sua rete di tunnel e alla sua limitata capacità di produzione di razzi, richiesta avanzata dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu per umiliare ulteriormente la popolazione palestinese e concepita per provocare la ripresa della guerra genocida, incoraggiata dal presidente fascista degli Stati Uniti e dalle potenze democratiche genocidarie occidentali.
Mentre il presidente Donald Trump si prepara a convocare giovedì il primo incontro ufficiale del suo assurdo Board of Peace, lui stesso e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno nuovamente ribadito la loro richiesta che Hamas e le altre fazioni della resistenza palestinese depongano immediatamente le armi, insistendo sulla condizione che tutte le armi leggere debbano essere consegnate prima che l'esercito israeliano ritiri le sue forze. «È molto importante che Hamas mantenga il suo impegno alla smilitarizzazione totale e immediata», ha ribadito Trump in un post pubblicato domenica sul social Truth. Questa richiesta viene presentata come condizione sine qua non per l'avvio di qualsiasi ricostruzione a Gaza, ma non fornisce alcuna garanzia per la sicurezza o la sovranità palestinese. Un alto funzionario israeliano ha anche affermato lunedì scorso che Trump sta valutando di imporre un termine di due mesi affinché i palestinesi consegnino le armi. Sia Trump che Netanyahu hanno minacciato che potrebbe riprendere una guerra su larga scala contro Gaza, se Hamas si rifiuterà di capitolare.
Hamas, dal canto suo, non ha partecipato ad alcun negoziato formale negli ultimi mesi. Nonostante le notizie dei media su nuove bozze e preparativi degli Stati Uniti per i negoziati, i leader di Hamas affermano che non è stata presentata formalmente alcuna proposta al movimento e che non si sono tenute riunioni ufficiali con il gruppo per discutere possibili scenari. Basem Naim, un alto dirigente di Hamas che ha partecipato attivamente ai negoziati per raggiungere l'accordo di cessate il fuoco, ha dichiarato a Drop Site che il suo partito non accetterà le richieste vessatorie di disarmare unilateralmente la resistenza palestinese, né si sottometterà a una totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Naim ha ribadito che il partito di Hamas è disposto a negoziare il disarmo delle forze di resistenza solo se questo è collegato a un cessate il fuoco a lungo termine, che ponga dei limiti a Israele e sia accompagnato da un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese e di una forza armata in grado di difendersi.
«La nostra posizione al riguardo è molto chiara», ha affermato Naim. «Prima di parlare di disarmo o confisca delle armi, riteniamo necessario che Netanyahu e il suo governo estremista, insieme ai mediatori e al garante statunitense, garantiscano la piena attuazione di tutto ciò che è stato concordato nella prima fase, in modo da produrre un cambiamento fondamentale nella situazione umanitaria a Gaza». «La resistenza palestinese e le sue armi sono un diritto legittimo e di conseguenza il disarmo è rifiutato e non sarà accettato da nessun palestinese», ha continuato Naim. «Il problema è fondamentalmente politico, non di sicurezza, e la sua soluzione non risiede nelle armi della resistenza, ma nella fine dell’occupazione sionista. Gaza non è un progetto immobiliare, è parte integrante della patria palestinese».
Netanyahu ha affermato regolarmente e falsamente, spesso sostenuto da Trump e da altri leader occiden
tali, che Hamas ha accettato il disarmo totale della resistenza palestinese come parte della prima fase del limitato accordo di "cessate il fuoco" firmato nell'ottobre 2025. Netanyahu ha anche giustificato la morte di oltre seicento palestinesi dalla firma del "cessate il fuoco", sostenendo che sia i combattenti di Hamas che i civili stanno violando l'accordo. In realtà, Hamas non ha firmato alcun termine relativo al disarmo, ma ha ribadito di non poter raggiungere un accordo unilaterale sul futuro governo o sulla resistenza armata a nome dell'intero popolo palestinese. «È chiaro che Netanyahu e il suo governo estremista stanno cercando nuove giustificazioni per continuare l'aggressione contro Gaza e riprendere la guerra, nonostante tutte le posizioni regionali e internazionali che rifiutano la ripresa dei combattimenti», ha detto Naim. «Anche Hamas sta facendo tutto il possibile per evitare la ripresa della guerra. Fino a poco tempo fa, Netanyahu utilizzava la questione dei prigionieri [israeliani] per giustificare il proseguimento dell'assalto alla Striscia di Gaza, il rifiuto di ritirare le sue forze militari, di aprire i valichi di frontiera e autorizzare l’ingresso degli aiuti», ha concluso l'alto dirigente di Hamas.
Durante il genocidio di Gaza, Israele ha chiesto la resa totale non solo di Hamas, ma anche della causa di liberazione palestinese. I responsabili di Hamas hanno dichiarato a Drop Site che, sebbene il gruppo rifiuti il disarmo totale, è disposto a negoziare la questione delle armi, compreso lo stoccaggio verificato a livello internazionale o lo smantellamento di alcune armi «offensive», a condizione che venga istituita una forza di sicurezza palestinese a Gaza. I responsabili di Hamas e della Jihad islamica palestinese hanno sostenuto che la resistenza armata si dissolverebbe solo nel contesto dell'istituzione di una forza armata palestinese riconosciuta a livello internazionale e in grado di difendere il proprio territorio e il proprio popolo. Il piano di Trump richiede la distruzione delle "infrastrutture offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi", e una visione a più lungo termine per "un processo concordato di smantellamento" di altre armi.
«La vita a Gaza oggi è insostenibile», ha affermato Naim, sottolineando che la proposta e le richieste comunicate non offrono alcuna garanzia per la sicurezza palestinese. «Come si può parlare di disarmo mentre l'aggressione continua e Netanyahu non si impegna a un cessate il fuoco? Si stanno formando, sostenendo e appoggiando bande armate per compiere pericolose operazioni di sicurezza, come rapimenti e omicidi. Come si può parlare di disarmo quando [quasi] il 60% della Striscia di Gaza è ancora occupata da Israele?».
Accordi di sicurezza reciproca
Come riportato in precedenza da Drop Site, Hamas ha ripetutamente suggerito ai mediatori regionali una soluzione al problema delle armi che preveda che la resistenza palestinese immagazzini o «congeli» le proprie armi e non le utilizzi in alcun attacco contro Israele. Questa proposta, che farebbe parte di un cessate il fuoco a lungo termine imposto a livello internazionale, avrebbe il sostegno degli stessi gruppi di resistenza palestinesi. La violazione di un accordo di questo tipo, specialmente un accordo sostenuto da un gran numero di paesi arabi e islamici, avrebbe gravi conseguenze per l'intera lotta palestinese. La chiave del suo successo, hanno avvertito i funzionari palestinesi, sarebbe costringere Israele a rispettare l'accordo. Israele ha sistematicamente violato gli accordi di cessate il fuoco non solo con la Palestina, ma anche con il Libano, Paese che continua a bombardare quasi quotidianamente nonostante il cessate il fuoco firmato nel novembre 2024. Le proposte di Hamas non hanno portato a nulla e, da quando Trump ha ufficialmente avviato il Board of Peace, non ci sono state praticamente discussioni sostanziali con i leader di Hamas.
Domenica scorsa Netanyahu ha cercato di anticipare qualsiasi possibile negoziazione tecnica con Hamas, che consenta ai combattenti palestinesi di conservare almeno le armi leggere, dichiarando che la Striscia di Gaza deve essere completamente smilitarizzata come condizione affinché Israele passi alla seconda fase dell'accordo. «Ciò che deve accadere è che prima Hamas venga disarmato e poi Gaza smilitarizzata. Disarmare significa che deve consegnare le armi», ha detto Netanyahu in un discorso pronunciato alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane riunite a Gerusalemme, scartando l'idea di negoziati sul disarmo. «Non ci sono praticamente armi pesanti a Gaza. Non c'è artiglieria, non ci sono carri armati, non c'è niente. L'arma pesante, quella che causa più danni, si chiama AK-47, e basta. È così che giustiziano le persone. È così che sparano alla nostra gente. È quello che hanno usato nel massacro del 7 ottobre, dei fucili d'assalto" ha aggiunto. "Quella è l'arma principale e deve sparire".
Lunedì Yossi Fuchs, segretario di gabinetto del primo ministro e consigliere principale di Netanyahu, ha affermato che il governo Trump ha chiesto a Israele di concedere un periodo di due mesi per costringere Hamas a disarmarsi prima che lo Stato terrorista israeliano rilanci un attacco militare su larga scala contro Gaza. "Attualmente ci stiamo preparando per un periodo di circa sessanta giorni durante il quale Hamas avrà la possibilità di disarmarsi. Siamo in totale coordinamento con gli americani, questa è stata la loro richiesta, che noi rispettiamo", ha dichiarato Fuchs in una conferenza stampa tenutasi a Gerusalemme. "Questo processo sarà monitorato, se andrà bene, ottimo. In caso contrario, le Forze di Difesa Israeliane dovranno tornare e completare la missione". Fuchs ha affermato di non sapere quando inizierà il periodo di sessanta giorni, ma ha previsto che, se il disarmo totale non avverrà entro giugno, Israele riprenderà la sua guerra totale contro Gaza.
"Parlare di disarmo significa l'assenza di qualsiasi accordo di sicurezza reciproco, lasciando Israele libero di operare nella Striscia di Gaza dove, quando e come vuole?", ha chiesto Naim. «Cercare di presentare il problema come l'esistenza di armi in mano palestinese, armi leggere che non possono essere paragonate in alcun modo all'arsenale convenzionale, chimico, biologico o nucleare posseduto da Israele, non considera ciò a cui abbiamo assistito nei due anni di genocidio nella Striscia di Gaza. Queste armi leggere in mano al popolo palestinese servono fondamentalmente per l'autodifesa, non per aggredire nessuno. Pertanto, tale misura è respinta e non può essere approvata, come affermano o esigono». Naim ha affermato che la posizione di Hamas è che qualsiasi proposta relativa alle armi o al disarmo deve concentrarsi su accordi di sicurezza reciproca e non su richieste unilaterali imposte alla parte palestinese. «Bisogna impedire che Israele continui l'aggressione e garantire l'istituzione di un cessate il fuoco di diversi anni, tre, cinque o sette, parallelamente al processo politico», ha affermato. «Durante questo periodo, la resistenza si impegnerebbe, sotto la supervisione palestinese, araba e internazionale, a rispettare il cessate il fuoco. Durante questo periodo, le armi sarebbero ritirate dal terreno e immagazzinate, dando al governo palestinese o al comitato amministrativo l'opportunità di gestire tutte le questioni civili e di sicurezza nella Striscia di Gaza senza interferenze da parte di nessuno».
Questa posizione è stata espressa sistematicamente dai responsabili di Hamas sin dalla firma dell'accordo dell'ottobre 2025 a Sharm El Sheikh, in Egitto. Nonostante la falsità della descrizione generale fornita dai responsabili statunitensi e israeliani secondo cui Hamas avrebbe accettato tutte le condizioni di Trump, questa organizzazione e altre fazioni palestinesi non hanno firmato alcun accordo al di là della definizione di un cessate il fuoco, dello scambio di prigionieri e della creazione di un quadro iniziale per il ridispiegamento o il ritiro delle forze israeliane da alcune parti di Gaza. Ufficialmente, non esiste alcun accordo su una "seconda fase". I negoziatori palestinesi hanno chiarito che le richieste che riguardano il futuro di uno Stato palestinese, le armi delle fazioni di resistenza e altre questioni essenziali richiederebbero la consultazione di un'ampia rappresentanza dei partiti e delle fazioni politiche palestinesi. "Abbiamo discusso un approccio globale e olistico. In primo luogo, la questione umanitaria deve essere completamente separata dalle altre questioni: la vita quotidiana della popolazione, ovvero il suo approvvigionamento alimentare, l'accesso all'acqua e la disponibilità di medicinali, non può continuare a essere in balia di questo governo fascista e della sua agenda politica, il cui obiettivo dichiarato è risolvere il conflitto con la forza a favore dell'entità [sionista] e cancellare l'esistenza palestinese", ha affermato Naim. «Deve anche essere verificato un processo politico serio con scadenze definite, che inizi e finisca con la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale. A quel punto, le armi e i combattenti della resistenza entrerebbero a far parte di quello Stato e del suo esercito».
«O disarmo o guerra»
Lo scorso fine settimana Trump ha annunciato di aver ricevuto oltre 5 miliardi di dollari in impegni per il suo Board of Peace e che i paesi partner si sono impegnati a schierare migliaia di soldati come parte di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF). Sebbene Trump non abbia nominato Paesi specifici, l'Indonesia è stata la prima nazione a dichiarare pubblicamente la propria partecipazione, annunciando che si stava preparando per un possibile dispiegamento di fino a 8000 soldati. Molte nazioni hanno dichiarato che non invieranno truppe se la missione includerà il disarmo o lo scontro con le fazioni della resistenza palestinese. Hamas ha affermato di accogliere con favore una forza internazionale, ma solo affinché funga da cuscinetto neutrale tra le forze israeliane e la popolazione palestinese residente a Gaza. "La partecipazione dell'Indonesia non ha come obiettivo missioni di combattimento o di smilitarizzazione", si legge in una dichiarazione del 14 febbraio del Ministero degli Affari Esteri indonesiano, che ha poi aggiunto che "il mandato è di natura umanitaria e si concentra sulla protezione della popolazione civile, sull'assistenza umanitaria e sanitaria, sulla ricostruzione, nonché sulla formazione e lo sviluppo delle capacità e delle competenze della polizia palestinese". La dichiarazione affermava che l'Indonesia «porrebbe fine alla sua partecipazione se l'attuazione della Forza di stabilizzazione internazionale si discostasse» da tale mandato.
Il piano di Trump prevede anche la creazione di una forza di polizia palestinese sotto la bandiera del nuovo organo di governo tecnocratico noto come Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (CNAG). Composto da quindici palestinesi, il CNAG, organismo situato al livello più basso della gerarchia organica del Board of Peace creato da Trump, è l'unico organo che include palestinesi. Quando il genero di Trump, Jared Kushner, ha presentato una serie di diapositive sul piano di suo suocero in occasione dell’insediamento del Board of Peace tenutosi a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio, una diapositiva intitolata "Principi di smilitarizzazione" affermava: "Le armi pesanti saranno ritirate immediatamente. Le armi personali saranno registrate e ritirate per settori man mano che la polizia del CNAG sarà in grado di garantire la sicurezza personale". La sezione concludeva: "Lo stato finale: solo il personale autorizzato dal CNAG potrà portare armi".
Un alto funzionario del Board of Peace di Trump ha inoltre indicato che gli sforzi per disarmare i gruppi di resistenza palestinesi sarebbero stati compiuti nell'ambito della creazione di una forza di sicurezza palestinese e non come un atto formale di resa. Il fatto che i funzionari di Trump sembrassero orientarsi verso un processo di disarmo più lento di quello richiesto da Netanyahu è stato rafforzato anche da un articolo pubblicato dal New York Times che descriveva un progetto di piano statunitense che avrebbe richiesto ad Hamas di «consegnare tutte le armi in grado di attaccare Israele, ma avrebbe permesso al gruppo di conservare alcune armi leggere, almeno inizialmente». Il leader di Hamas a Gaza, il dottor Khalil Al-Hayya, ha recentemente incontrato al Cairo Nickolay Mladenov, l'alto rappresentante dell'amministrazione Trump, anche se un alto funzionario di Hamas ha detto a Drop Site che durante l'incontro non sono state presentate proposte ufficiali sul disarmo della resistenza palestinese. "In alcuni incontri, la questione è stata sollevata in termini generali, ma finora non è stata avviata alcuna discussione ufficiale con noi", ha detto il funzionario.
Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tenutasi lo scorso 13 febbraio, a Mladenov è stato chiesto quale sarebbe la situazione che vorrebbe vedere a Gaza tra un anno. "Mi auguro che avremo compiuto progressi significativi nel dispiegamento della nuova forza di sicurezza palestinese all'interno di Gaza e che Hamas avrà rinunciato a una parte significativa del suo armamento, in modo da poter avanzare al punto che Israele possa ritirarsi dalla Linea Gialla", ha detto Mladenov, un diplomatico bulgaro che è stato il massimo inviato delle Nazioni Unite nella regione tra il 2015 e il 2020. «Queste sono condizioni che ritengo fondamentali se vogliamo tornare alla risoluzione politica della questione palestinese, poiché questa richiede negoziati, richiede una leadership palestinese unica su tutto il territorio occupato e richiede un dialogo facilitato, non supervisionato, ma facilitato, dagli Stati Uniti, dall'Europa e da altri attori, come è stato in passato».
Sebbene il calendario teorico di Mladenov sembri contraddire le richieste di Netanyahu di un disarmo immediato, egli ha anche riconosciuto che non ci sarebbe alcuna ricostruzione seria né alcun ritiro militare israeliano a meno che non venisse dissolta la resistenza palestinese. Su questo punto, Mladenov ha affermato che non solo dovrebbe essere disarmato il braccio armato di Hamas, ma anche la Jihad Islamica e tutte le altre fazioni armate. Ha definito il piano di Trump «l'unica opzione per andare avanti con qualcosa che abbia senso a Gaza, porre fine a questa guerra e non permettere il ritorno alla violenza». Mladenov ha aggiunto: «Gaza deve essere governata da un'autorità di transizione autorizzata dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza in virtù della quale deve assumere il controllo civile e della sicurezza totale di Gaza, il che include il disarmo di tutte le fazioni della resistenza palestinese attive a Gaza, non solo di Hamas». Mladenov ha affermato che questa è la condizione affinché le forze israeliane si ritirino dalla Striscia e inizi la ricostruzione. «La realtà è che tutto questo deve procedere molto rapidamente», ha affermato. "Permettetemi di essere assolutamente chiaro sui rischi che corriamo qui: il primo rischio è che non si arrivi alla seconda fase del cessate il fuoco, ma si passi alla seconda fase della guerra, e questa è una grave minaccia". Ha detto che, se Israele riprendesse la guerra, non ci sarebbe spazio per il Board of Peace «fino a quando non vedremo cosa rimane e raccoglieremo le macerie, potenzialmente, alla fine della stessa». Mladenov ha avvertito che, se la fase due non si attivasse rapidamente, la divisione di Gaza in due metà da parte di Israele e il suo trattamento come entità separata dalla Cisgiordania e non come parte dello stesso territorio occupato sarebbero «consolidati».
Naim ha criticato duramente la dichiarazione di Mladenov. «È vergognoso sentire un certo politico statunitense o un funzionario internazionale come Mladenov dire: "O disarmo o guerra", perché in quest'ultimo caso ciò lo rende portavoce del governo israeliano, cessando di essere di conseguenza rappresentante di un organismo che lavora per creare la pace». Questo ultimatum coercitivo costituisce il fulcro della campagna di Israele per garantire il mantenimento del controllo totale sulla parte orientale di Gaza, nonché la sua capacità di attaccare a piacimento le zone occidentali e di impedire le minime concessioni offerte alla parte palestinese. La fase due del piano di Trump prevede un piano di ricostruzione su larga scala, una maggiore libertà di movimento per i palestinesi attraverso il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto, l'empowerment, sotto la guida di Mladenov, del comitato tecnocratico di transizione palestinese per assumere le funzioni di base di governo e il graduale dispiegamento di una forza di sicurezza palestinese nella Striscia di Gaza. Il piano include anche delle condizioni che richiedono il ritiro delle forze israeliane in un perimetro tracciato intorno alla Striscia di Gaza, invece dell'attuale status quo in cui Israele occupa più della metà dell'enclave.
"Gli Stati Uniti stanno facendo in questo momento la parte dei poliziotti buoni, a fronte della parte di poliziotto cattivo di Netanyahu. Gli americani parlano di ricostruzione e pace, mentre lui mantiene la minaccia della guerra. Quindi li vedo impegnati in un esercizio di depistaggio, che spinge costantemente Hamas alle corde", ha detto Sami Hermez, analista politico e professore di antropologia alla Northwestern University del Qatar. "Non credo che si possano separare gli Stati Uniti e Israele o Trump e Netanyahu, come se si trattasse di due strategie diverse e non di partner impegnati in una strategia globale in cui lavorano in tandem. È ingenuo pensare il contrario o seguire la narrativa dei media secondo cui Trump ogni tanto non è d'accordo con Netanyahu ".
Devastazione a Gaza
Nonostante la generale struttura coloniale del Board of Peace e la costante deferenza di Trump nei confronti dell'agenda di Israele, Netanyahu continua a rifiutare pubblicamente qualsiasi piano che consenta ai palestinesi di rimanere a Gaza con una minima parvenza di autonomia o con la possibilità di ricostruire le loro case, ospedali, strade o scuole. Israele ha sistematicamente rifiutato di rispettare i termini del cosiddetto accordo di cessate il fuoco firmato nell'ottobre 2025. Nei quattro mesi trascorsi dalla sua entrata in vigore lo scorso 10 ottobre, sono state registrate circa 1620 violazioni da parte di Israele, secondo gli ultimi dati dell'Ufficio stampa del governo di Gaza. Tra queste vi sono centinaia di incidenti con sparatorie, bombardamenti e attacchi aerei ripetuti, incursioni in quartieri residenziali e demolizioni di case ed edifici. Queste violazioni hanno causato la morte di almeno 603 palestinesi e il ferimento di oltre 1600.
Israele ha anche rifiutato di consentire l'ingresso dei quantitativi concordati di generi alimentari e altri prodotti di prima necessità previsti dall'accordo. Sebbene fosse previsto che 600 camion di aiuti entrassero quotidianamente nella Striscia di Gaza, la media è stata di soli 260 camion al giorno. Le consegne di carburante sono state particolarmente limitate, con solo 861 camion entrati rispetto ai 6000 concordati. Israele ha severamente limitato il passaggio da e verso Gaza attraverso il valico di Rafah dalla sua parziale riapertura la scorsa settimana, consentendo solo a circa un quarto del numero previsto di palestinesi di uscire o tornare a Gaza. Mentre Israele continua a far penetrare le sue forze militari nella Striscia di Gaza oltre i limiti consentiti, costruisce anche infrastrutture nelle zone a est della stessa, il che indica l'esistenza di piani a lungo termine per procedere a un'occupazione a tempo indeterminato.
Se consideriamo la situazione da una prospettiva più ampia, Netanyahu sta creando uno stato di caos a Gaza, che relega il popolo palestinese in fragili accampamenti costituiti da tende e con un accesso limitato ai beni di prima necessità. Non ha nascosto che l'obiettivo di Israele è che Trump permetta il continuo intensificarsi degli attacchi israeliani, limiti severamente qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita o la speranza di ricostruzione della Striscia di Gaza e incoraggi l'espulsione su larga scala della popolazione palestinese dalla stessa. Con lo spauracchio delle poche armi leggere della resistenza, Netanyahu mantiene la giustificazione politica per continuare la guerra di bassa intensità, che Amnesty International ha definito una continuazione del genocidio, sotto la minaccia della ripresa di operazioni su più ampia scala.
"Più a lungo Netanyahu riuscirà a mantenere Gaza inabitabile, meglio sarà per lui; più a lungo riuscirà a ritardare qualsiasi ricostruzione e qualsiasi aiuto, meglio sarà per lui. L'idea del disarmo totale è un buon modo per garantire che non si faccia nulla a Gaza, perché lui sa che si tratta di una richiesta irrealistica", ha affermato Hermez. "Gli Stati Uniti e Israele stanno seguendo sostanzialmente lo stesso copione che hanno utilizzato in Cisgiordania per decenni: parlano di pace e gli Stati Uniti finanziano persino iniziative di pace, mentre le truppe sul campo rendono la vita dei palestinesi un inferno e continuano a opprimere la popolazione palestinese. Tutto in nome di una promessa futura: prima era la creazione di uno Stato dopo Oslo, ora è la semplice ricostruzione di Gaza. L'incognita, ovviamente, è Hamas e la resilienza della vita sul campo".
Naim ha affermato che gli eventi accaduti mettono in luce il proseguimento della strategia israeliana, che si protrae da decenni, volta non solo ad annientare le aspirazioni di creare uno Stato palestinese, ma anche ad intensificare la guerra per espellere completamente la popolazione palestinese dalla propria terra. Ha anche sottolineato il continuo assedio di Israele alla Cisgiordania occupata, che consiste nel perpetrare regolari invasioni militari, nell'espansione degli insediamenti illegali e nel moltiplicarsi del terrore che i coloni sostenuti dallo Stato scatenano quotidianamente contro la popolazione palestinese. Ha citato anche le recenti misure giudiziarie che consentono a Israele di registrare per la prima volta dal 1967 i terreni della Cisgiordania come proprietà legale dello Stato.
«L'esperienza palestinese negli oltre trentatré anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo, la cui premessa era la creazione di uno Stato palestinese, mostra come Israele, specialmente durante la presidenza di Netanyahu iniziata nel 1996, abbia utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per distruggere questa opportunità, per indebolire e minare l'Autorità [Palestinese] e per espandere con ogni mezzo l'annessione del territorio palestinese. Le recenti decisioni, che eludono le leggi vigenti e gli obblighi contratti dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi e dei giordani e che annullano la legge giordana e la capacità amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, equivalgono a un'annessione sia di fatto che legale», ha affermato. «Questa esperienza conferma che il problema non è mai stato il popolo palestinese o la sua resistenza, ma il progetto israeliano di colonizzazione, volto a cancellare l'esistenza palestinese e a porre fine alla causa palestinese a favore di uno Stato ebraico tra il fiume e il mare». Naim ha aggiunto: «Ciò che Netanyahu e il suo esercito non sono riusciti a ottenere in due anni, non lo otterranno con nessun altro mezzo, indipendentemente dal sostegno che potranno ricevere da qualsiasi altro attore».
Si consiglia di leggere Jeremy Scahill y Jawa Ahmad, «El inquebrantable Nael Barghouti» y «Trump, Gaza y los Acuerdos de Oslo: un déjà vu», Huda Ammori, «Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí», Nora Barrows-Friedman, «El genocidio israelí continua implacable durante el «alto el fuego» ante el silencio y la complicidad occidentales» y «El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza», Ali Abunimah, «La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas», Craig Mokhiber, «El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan» y «La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza»; Qassam Muaddi, «Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida» Michael Arria, «Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento», todos ellos publicados en Diario Red. Consejo de Derechos Humanos de Naciones Unidas, Informes de la Relatora Especial sobre la situación de los derechos humanos en los territorios palestinos ocupados desde 1967, Francesca Albanese, «Anatomía de un genocidio» (2024) y «De la economía de la ocupación a la economía del genocidio» (2025) y «Gaza Genocide: a Collective Crime» (2025). Ilan Pappé, «Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?» y «El colapso del sionismo», El Salto. Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004).
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Drop Site ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore.
● Traduzione di Elisabetta Galasso

