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- Madlen Nikolova

- 2 giorni fa
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Il malgoverno bulgaro

Il modello autoritario e neoliberista di governance sociale promosso dall’Unione Europea e dalla sua classe dirigente è corrosivo per le istituzioni democratiche e le politiche economiche interne egualitarie e sostenibili, necessarie per correggere i gravi squilibri che caratterizzano sia le economie nazionali sia lo spazio europeo, rafforzando i diritti fondamentali sanciti nominalmente dai trattati europei. Sintomaticamente, tutte le formazioni sociali europee sperimentano le stesse tendenze di corruzione, stagnazione e mancanza di immaginazione politica, che soffocano ogni forma di innovazione politica con conseguenze nefaste per la qualità democratica delle società europee.
* Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños.I bulgari andranno alle urne ancora una volta il 19 aprile, dopo che un’ondata massiccia di proteste ha rovesciato la coalizione di destra guidata dal primo ministro Rosen Zhelyazkov alla fine dello scorso anno. Le manifestazioni sono scoppiate a novembre in risposta alla proposta di legge di bilancio per il 2026, che prevedeva di aumentare i contributi previdenziali e le tasse, incrementare gli stipendi di polizia, forze armate e magistratura, riservando ai lavoratori amministrativi di livello più basso, agli insegnanti e al personale ospedaliero aumenti salariali che a malapena coprivano l'inflazione.
Il bilancio è stato anche il primo a essere denominato in euro, in seguito all’adesione, lo scorso anno, della Bulgaria all’eurozona il 1° gennaio 2026, fatto che ha alimentato le preoccupazioni popolari per l’inflazione. Le proteste hanno raggiunto il culmine il 10 dicembre 2025, quando oltre 50.000 persone sono scese nelle strade di Sofia e altre decine di migliaia hanno manifestato in quasi tutte le principali città di tutte le regioni bulgare. Il giorno successivo, Zhelyazkov, al potere da meno di un anno, ha annunciato le sue dimissioni in diretta televisiva, pochi minuti prima dell’approvazione di una mozione di sfiducia prevista in Parlamento. I media liberali hanno pigramente descritto le proteste come un’altra «rivolta della Generazione Z», mentre alcuni analisti di sinistra le hanno liquidate come orchestrate dalla coalizione di opposizione, i centristi di Continuiamo il cambiamento-Bulgaria Democratica (PP-DB). In realtà, le mobilitazioni avevano scatenato energie politiche che andavano ben oltre gli organizzatori nominali: i livelli di gradimento del PP-DB si aggirano intorno al 15%, mentre si stima che il 71% della popolazione bulgara abbia sostenuto le proteste.
I sondaggi hanno inoltre rivelato che non si trattava solo della presa di posizione di una gioventù infuriata. Molti partecipanti erano di mezza età, spinti dalla preoccupazione di garantire una vecchiaia dignitosa ai propri genitori, di ottenere un’assistenza sanitaria accessibile e di garantire una buona istruzione ai propri figli, nonché profondamente diffidente riguardo a come verrebbero spesi gli introiti legati a tasse più elevate – riscosse da salari già messi a dura prova dall’inflazione – data la diffusa corruzione.
In realtà, il bilancio è stato il catalizzatore di un malcontento ben più profondo e persistente: una protesta popolare contro la presa di potere da parte degli oligarchi delle leve dello Stato, l’erosione del welfare e la stagnazione, persino la paralisi, dell’intero sistema politico.
Negli ultimi quindici anni, i successivi governi di coalizione, guidati prevalentemente dal notoriamente corrotto partito di centro-destra Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), non hanno offerto una visione coerente né dell’economia, né dei servizi pubblici essenziali, né riguardo a questioni più ampie come l’ambiente, la giustizia e la politica estera del Paese. Il tasso di povertà in Bulgaria è del 37%, tra i più alti dell’Unione Europea. Il 74% delle persone tra i 14 e i 29 anni sta prendendo in considerazione di emigrare alla ricerca di un tenore di vita migliore. Il sociologo bulgaro Jivko Georgiev ha diagnosticato con acutezza questa situazione di stallo: «Viviamo in un presente così impotente, che non ha la forza necessaria per diventare passato».
Per capire cosa abbia portato così tante persone in piazza in tutto il Paese, bisogna comprendere fino a che punto sia caduta in disgrazia la classe dirigente bulgara, compresa l’opposizione che, in teoria, guiderebbe le proteste. Il PP è stato fondato nel 2021 sulla base di un programma anticorruzione, a seguito di una precedente ondata di manifestazioni contro quello che era percepito come un abuso di potere da parte del procuratore generale. I suoi leader, «formati ad Harvard» e fermamente filoeuropei, hanno inizialmente suscitato entusiasmo, ottenendo il 25% dei voti alle elezioni parlamentari del 2021, il che li ha catapultati in un governo di coalizione. Tuttavia, la coalizione è stata sabotata dal partito di centro-destra C’è un popolo così (ITN), innescando altre due tornate elettorali. Poi, nel giugno 2023, il PP-DB ha annunciato un accordo di coalizione con il suo ex antagonista, il GERB.
Il PP-DB ha giustificato questa straordinaria svolta invocando l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la necessità di un forte fronte «euroatlantico». Il leader del GERB ha sostenuto che la linea di demarcazione fondamentale nella politica bulgara fosse «chi sta dalla parte dell’Ucraina e chi no». La pressione dell’opinione pubblica era intensa: nell’aprile 2023 una petizione di eminenti intellettuali bulgari aveva esortato i partiti filoeuropeisti a unirsi a favore di una rapida modernizzazione militare e del sostegno all’Ucraina, invocando il ricordo dell’occupazione sovietica della Bulgaria tra il 1944 e il 1947. Una volta al potere, il principale risultato della coalizione è stata una controversa riforma giudiziaria e costituzionale volta a facilitare l’ingresso della Bulgaria nello spazio Schengen e nell’eurozona. Il tentativo di impressionare Bruxelles per completare la «transizione europea» della Bulgaria sembra aver minato ulteriormente l’autorità delle classi dirigenti post-socialiste del Paese, soprattutto quando le debolezze e le contraddizioni interne dell’Europa sono diventate sempre più evidenti e i cittadini del blocco europeo hanno sentito il peso del protrarsi del confronto geopolitico, che si è tradotto inevitabilmente in vari programmi di austerità. Con il crollo della coalizione PP-DB-GERB nel 2024, dopo soli dieci mesi di governo, tutti i principali partiti politici sembravano compromessi, con la parziale eccezione di una figura: il presidente Rumen Radev, che, eletto nel 2017 e rieletto nel 2021, ha rappresentato uno dei pochi pilastri stabili della politica bulgara nell’ultimo decennio. Radev ha preso le distanze, a livello retorico, sia dall’adozione dell’euro sia dalla posizione di scontro del governo bulgaro nei confronti della Russia. La coalizione filoeuropea lo ha bollato come «quinta colonna» di Putin, nonostante il suo master in una delle accademie dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e il fatto di aver prestato servizio in un esercito membro della NATO per dodici anni. Ma il suo distacco sia dall’Unione Europea che dalla NATO forse serviva solo a rafforzare l’immagine che stava coltivando di personaggio fuori dagli schemi, al di fuori (o forse al di sopra) della corruzione e delle meschine dispute della classe dirigente.
Non era quindi difficile prevedere che Radev, di gran lunga il politico più popolare del Paese, avrebbe prima o poi lasciato la carica prevalentemente cerimoniale di presidente della Repubblica e avrebbe cercato di consolidare il proprio progetto politico. A gennaio Radev si è dimesso dalla carica; un mese più tardi, dopo anni di riflessione, ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle elezioni come leader di un nuovo partito di centro-sinistra, Bulgaria Progressista. Puntando a colmare il vuoto lasciato dal crollo del blocco euroatlantico, l’alleanza di Radev conta attualmente il 31% delle intenzioni di voto, dieci punti avanti al suo rivale più vicino, la coalizione guidata dal GERB. Presentando la sua nuova formazione elettorale come «la risposta alle aspettative dei cittadini bulgari di smantellare il modello di corruzione oligarchica», Radev si rivolge chiaramente a coloro che hanno aderito alle proteste dello scorso anno. Se i sondaggi avranno ragione, è probabile che il suo partito formi una coalizione con il PP-DB, che attualmente si prevede otterrà il 12% dei voti, costruita attorno a un’opposizione condivisa contro la corruzione.
Il fascino popolare di Radev non è difficile da spiegare. Sebbene sia una figura discreta, l’ex presidente è l’unico politico, a parte i nazionalisti di estrema destra, a esprimere critiche, per quanto moderate, al percorso sociale e politico seguito dalla Bulgaria negli ultimi anni. Anche all’interno di questi orizzonti ideologici limitati, tale dissenso spicca in un panorama politico dominato dal servilismo verso Bruxelles e dal consenso neoliberista. Nella conferenza stampa in cui ha presentato il suo nuovo progetto politico, sebbene Radev abbia ribadito il posto della Bulgaria nell’UE e nella NATO, ha sottolineato l’importanza di difendere gli interessi nazionali del Paese, chiedendo «pensiero critico e valutazioni sobrie» nel determinare la politica estera del Paese.
Tuttavia, al di là di questa svolta retorica verso il sovranismo, non è ancora chiaro cosa offrirà Bulgaria Progressista di Radev per garantire progressi significativi. Il programma elettorale del partito include gran parte della retorica neoliberista che gli elettori conoscono fin troppo bene: «stabilità fiscale» (ovvero mantenere il sistema tributario regressivo del Paese), riduzione dell’ingerenza dello Stato nell’economia, «snellire la burocrazia e ridurre gli oneri amministrativi», e introdurre l’IA in tutti i settori della pubblica amministrazione, dai tribunali ai servizi sociali. La giustizia sociale viene presentata come un effetto conseguente alla sconfitta della corruzione e al rafforzamento della fiducia degli investitori, che sarà in qualche modo ottenuta attraverso una digitalizzazione generalizzata. E contraddicendo la sua immagine pubblica di anticonformista in politica estera, il programma di Radev sostiene l’aumento della spesa militare e l’integrazione con le forze della NATO in termini che potrebbero essere stati estratti da un documento politico di Bruxelles.
Tuttavia, frenare la corruzione rappresenterebbe un reale passo in avanti, specialmente se Radev riuscisse a invertire la tendenza alla occupazione generalizzata delle istituzioni pubbliche bulgare da parte di reti clientelari legate a GERB e al suo partner minore, il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), attualmente guidato dal magnate dei media e oligarca universalmente disprezzato Delyan Peevski. Formando una coalizione di governo stabile e tagliando il flusso di fondi pubblici a questi attori, Radev e il PP-DB potrebbero forse, almeno in questo senso limitato, trasformare la Bulgaria nel «paese europeo normale» che i liberali bulgari hanno desiderato per decenni. Fermare la corruzione è, ovviamente, il minimo indispensabile. L’importanza che la questione continua ad avere è sintomatica del deserto ideologico della politica bulgara. Gli elettori, di fronte alla mancanza strutturale di prospettive, non vedono alcuna via praticabile di progresso al di fuori delle reti clientelari, che distribuiscono appalti pubblici e posti di lavoro nelle regioni più povere. Il compito fondamentale rimane quello di tradurre la rabbia e le aspirazioni popolari in un progetto politico coerente basato su preoccupazioni materiali, piuttosto che fare appello alla «restaurazione dei mercati liberi» – ovvero, in altre parole – liberarli dai monopoli corrotti, che sembra essere l’orizzonte del progetto di Radev. La prospettiva di mettere da parte il GERB, ormai screditato, nel prossimo futuro può, almeno, dare una tregua all’infinito ciclo di scandali legati alla corruzione e forse aprire uno spazio per un dibattito sostanziale sulle sfide politiche più profonde che la Bulgaria deve affrontare.
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Madlen Nikolova è coordinatrice di progetti presso UNI Europa. Ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e scrive di questioni relative al lavoro, al diritto e all’economia politica.
● Traduzione di Mauro Trotta

