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- Serge Halimi

- 4 minuti fa
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Il pericoloso stallo della sinistra francese

In Francia la sinistra non è in grado di tracciare una linea d’azione credibile di fronte alla possibilità che l’estrema destra di Jordan Bardella e Marine Le Pen conquisti la presidenza della Repubblica, vista la linea disastrosa seguita dal Partito Socialista francese di Olivier Faure e Raphaël Glucksmann e lo smarrimento dei media progressisti («Le Monde», «Liberation», «Mediapart») rispetto al progetto di La France Insoumise e di Jean-Luc Mélenchon. Nell’insieme dell’Unione Europea, in Francia come in Spagna, in Germania come nel Regno Unito o in Italia, la spettacolare mutazione delle condizioni sistemiche di riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non riesce a produrre mutamenti di pari intensità e profondità nel campo politico della sinistra.
Dopo le elezioni comunali francesi tenutesi il 15 e il 22 marzo di quest’anno, solo un partito di sinistra ha manifestato preoccupazione per i risultati deludenti: Les Écologistes. Sono andate perdute sei delle otto grandi città conquistate durante l’«onda verde» del 2020, tra cui Bordeaux. Non è la prima volta che La France Insoumise (LFI) offre una lettura trionfalistica – «risultati notevoli», un’«ondata» – di risultati che non hanno soddisfatto la maggior parte delle aspettative. Il Parti Socialiste (PS), dopo aver sottolineato che, insieme ai suoi alleati, conservava ancora sette delle dieci maggiori città della Francia, tra cui Parigi, Lione e Marsiglia, ha ripreso le sue eterne dispute interne sulla responsabilità della perdita di Brest, Clermont-Ferrand e Avignone. Il Partito Comunista Francese (PCF) ha conquistato Nîmes, ma ha visto erodersi il proprio sostegno in roccaforti operaie come Vénissieux. L’elezione del suo segretario nazionale, Fabien Roussel, a sindaco di Saint-Amand-les-Eaux (16.000 abitanti) gli serve principalmente a consolidare la propria candidatura nella corsa presidenziale del prossimo anno.
Va detto che le elezioni locali non sono un indicatore affidabile dei risultati nazionali. Tre anni dopo il suo arrivo all’Eliseo nel 2017, Emmanuel Macron non è riuscito ad affermarsi né nei comuni grandi né in quelli piccoli; tuttavia, è stato rieletto due anni dopo come presidente della Repubblica. Il fondatore di LFI, Jean-Luc Mélenchon, ha ottenuto il 22% dei voti alle elezioni presidenziali del 2022 in un momento in cui il suo partito controllava solo due piccoli comuni. Al contrario, la forza municipale dei socialisti non è servita a dare slancio alla loro candidata presidenziale di quell’anno, Anne Hidalgo, che ha ottenuto solo l’1,75% dei voti. L’affluenza alle urne è solitamente bassa nelle elezioni comunali (il 57% quest’anno, contro il 72% alle elezioni presidenziali del 2022); in oltre due terzi dei comuni francesi, spesso molto piccoli, le elezioni non vedono contrapposti partiti con programmi opposti e molti candidati non si presentano sotto l’egida di un partito. L’attenzione dei media, dal canto suo, si concentra sui grandi centri metropolitani, il che esagera la forza della sinistra, compresa La France Insoumise, e sminuisce quella dell'estrema destra del Rassemblement National (RN), che rimane molto più radicata nella Francia rurale. Nonostante queste precisazioni, queste elezioni comunali hanno fornito alcune indicazioni, che non sono proprio incoraggianti.
L'atmosfera nella sinistra era già tossica prima del voto. I socialisti erano usciti gravemente indeboliti dalle elezioni presidenziali del 2022; i loro deputati dovevano i loro seggi a un accordo al primo turno con il partito di Mélenchon. Tale accordo è stato rinnovato nelle elezioni legislative del giugno 2024, ma da allora il PS ha rotto in modo decisivo con la coalizione del Nouveau Front Populaire. A differenza dei suoi partner, nell’ultimo anno il PS ha rafforzato il proprio sostegno parlamentare ai governi di destra nominati da Macron. LFI, dal canto suo, rivendica il monopolio della «rottura», del «radicalismo» e dell’antifascismo, trattando i suoi ex alleati con un misto di disprezzo e invettive («stupidità», «imposture nocive», «tradimento»). Le coalizioni improvvisate che si sono formate tra i due turni di queste elezioni comunali, tenutesi come abbiamo indicato il 15 e il 22 marzo, non hanno fatto altro che peggiorare le cose. Hanno variato molto da una città all’altra, poiché il PS si è rifiutato di imporre una linea ai propri candidati. Laddove credevano di poter vincere da soli – Parigi, Marsiglia, Montpellier –, i socialisti hanno respinto le proposte di LFI nella speranza di attirare gli elettori di centro. I candidati usciti indeboliti dal primo turno, al contrario, hanno accettato alleanze con LFI per salvare i propri comuni al secondo turno, poiché altrimenti la sconfitta era assicurata (Brest, Nantes, Clermont-Ferrand, Avignone).
Come se ciò non bastasse a generare confusione, la destra socialista, insieme al beniamino dei media Raphaël Glucksmann, figura emblematica di un piccolo partito centrista alleato con il PS, Place Publique, ha denunciato qualsiasi collaborazione con LFI, sostenendo che Mélenchon fosse una minaccia antisemita per la Repubblica francese. Lo stesso Mélenchon ha minato i suoi compagni nelle liste congiunte quando, in un comizio pochi giorni prima del voto, ha dichiarato: «I socialisti sono dei manipolatori incalliti. Non ci costerà molto comprarli per il ballottaggio». Come c’era da aspettarsi, quella battuta è stata ripetuta più e più volte dai media durante la settimana decisiva che ha preceduto le elezioni. Gli anatemi scambiati dai leader del PS e di La France Insoumise hanno reso praticamente impossibile per la sinistra unire le forze e strappare le città alla destra. A Tolosa, ora la terza città più grande della Francia dopo Marsiglia, la lista congiunta della sinistra non solo non ha raggiunto la somma delle sue parti, ma ha anche mobilitato gli astenuti contro di sé.
I socialisti hanno naturalmente attribuito le loro perdite municipali alle alleanze con LFI, che a loro avviso hanno allontanato gli elettori. Per il leader del PS, Olivier Faure, il partito di Mélenchon si è rivelato un «peso morto». LFI ha risposto che, senza quelle alleanze, che hanno preservato alcune roccaforti socialiste come Nantes, la sconfitta del PS sarebbe stata ancora più grave, indicando che il fattore principale per spiegare questi scarsi risultati era stata la stanchezza dell’elettorato nei confronti dei socialisti al potere (LFI non controllava nessun comune importante prima delle elezioni). Nel frattempo, i comunisti hanno cercato di tenersi fuori dalla mischia, mentre i Verdi chiedono un cessate il fuoco.
I partiti di sinistra, in particolare il PS e LFI, si preparano ora a competere tra loro alle elezioni presidenziali del 2027. I socialisti, ancora privi di un proprio programma, puntano unilateralmente ed esclusivamente sulla demonizzazione di LFI. Finora hanno compiuto notevoli progressi nel portare avanti questa agenda, unendosi alle campagne orchestrate contro LFI lanciate dai media, dal centro-destra e dal RN. Questi attacchi hanno saputo sfruttare gli scivoloni di Mélenchon, al quale non viene mai perdonato alcun errore, nessuna gaffe, anche se in realtà l’ostilità che il suo partito suscita tra gli editorialisti dei principali media ha raggiunto una tale intensità che basta un minimo pretesto per mantenerla opportunamente accesa. Le copertine delle riviste che mostrano un Mélenchon trasandato e minaccioso si susseguono una dopo l’altra. In un solo giorno, il sito web di «Le Figaro», il principale quotidiano della borghesia conservatrice, in teoria distante dalla propaganda di estrema destra, ha dedicato questi due titoli ai comuni conquistati dal suo partito: «Donne velate rimproverano un cliente cristiano: a Creil, la deriva comunitarista che ha portato al potere LFI»; «“Si è appoggiato tanto alle reti di LFI quanto ai Fratelli Musulmani”: a Sarcelles, il nuovo sindaco allarma la comunità ebraica».
Ora che LFI ha conquistato diverse città, tra cui due con più di 100.000 abitanti – Saint-Denis e Roubaix – che contano su grandi popolazioni di migranti, spesso musulmani, possiamo essere certi che ogni piccolo incidente avvenuto in questi luoghi sarà trattato come una catastrofe nucleare dai media e dalla destra radicalizzata. Questa isteria razzista è già iniziata a Saint-Denis in risposta all’annuncio del neoeletto sindaco Bally Bagayoko, di origine maliana, secondo cui avrebbe mantenuto la promessa elettorale di privare la polizia municipale di parte del suo armamento. Dallo scoppio della guerra a Gaza, l’accusa di antisemitismo è quella che viene lanciata più frequentemente contro LFI. Praticamente tutti i media – compresi quelli apparentemente di sinistra o di centro-sinistra, come Le Monde, Libération e Mediapart – hanno partecipato attivamente, in modo quasi ossessivo, alla promozione di questa campagna diffamatoria. Lo scorso 26 febbraio un breve commento di Mélenchon in cui scherzava sulla pronuncia russa del cognome di Epstein in Francia, con l’intenzione, secondo quanto da lui suggerito, di insinuare che Epstein fosse un collegamento di Mosca e non del Mossad, è stato sfruttato come prova di intolleranza o di qualcosa di peggio, in un’eco di accuse simili che a suo tempo erano state lanciate contro Jeremy Corbyn. Non importa che, nello stesso discorso di un'ora e quaranta minuti, Mélenchon avesse anche protestato contro la presenza continua al Senato di una statua di Luigi IX («San Luigi»), promulgatore di decreti antisemiti. Questa presunta infrazione è bastata perché il PS, che inizialmente aveva accolto le accuse con scarso interesse, attraversasse il Rubicone pochi giorni dopo, sotto la pressione della sua ala destra e dello stesso Glucksmann. Il 3 marzo, in un comunicato del proprio ufficio nazionale, i socialisti hanno condannato «senza riserve» le «caricature complottistiche e gli intollerabili commenti antisemiti» di Mélenchon e hanno ribadito il proprio rifiuto di qualsiasi accordo nazionale con LFI «data la preoccupante deriva della sua direzione».
Allo stato attuale delle cose, una sinistra divisa ha poche prospettive di vittoria e non molte di più se si presentasse unita. Elezione dopo elezione – presidenziali, legislative, europee – la sinistra francese si è attestata tra il 30 e il 35 per cento dei voti, il che colloca il suo risultato collettivo più o meno allo stesso livello di quello del Rassemblement National (RN) da solo, senza tenere conto del sostegno fornito da formazioni ausiliarie dell’estrema destra come Reconquête e Debout la France. Cosa intende fare, allora, la sinistra nel suo insieme nel corso del prossimo anno per impedire che l’estrema destra, ovvero Jordan Bardella o Marine Le Pen, arrivi al potere? La risposta è: ben poco. Sembra che prevalgano altre priorità.
In Francia, solo i due candidati più votati passano al ballottaggio; attualmente, ciò significa il RN e un rivale. Se un partito di sinistra riuscisse ad arrivare al ballottaggio, cosa non impossibile, qualora il blocco centrista si frammentasse, quali sarebbero le sue prospettive? Mélenchon conta su quella che lui stesso chiama la «magia»: «Siamo la forza leader della sinistra, e basta. Pertanto, la candidatura presidenziale sarà di La France Insoumise […]. Di fronte al dilemma, al ballottaggio, tra il Rassemblement National e un candidato di La France Insoumise, crediamo che questo Paese si dimostrerà sufficientemente antirazzista e sufficientemente repubblicano da non votare il RN. Questa è la nostra scommessa. E crediamo che vinceremo». La strategia della «Nuova Francia» di LFI si basa sull’ipotesi che una minoranza di sinistra impegnata possa imporsi mobilitando una riserva di astenuti, il cosiddetto «quarto blocco», disillusi dalla politica elettorale, in modo sproporzionato giovani e di origine migrante. In un contesto segnato dalla crisi internazionale, le previsioni sono rischiose, ma dato che questa scommessa non ha avuto successo nelle elezioni locali, la fiducia della sinistra nel fatto che tale «magia» dispieghi i suoi effetti nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2027 è meno diffusa del timore di una sconfitta schiacciante.
I socialisti hanno un’enorme responsabilità nel rendere conto di questa situazione di disordine e confusione. A un decennio dalla debacle della presidenza Hollande, sembrano aver dimenticato il danno che essa ha causato alla sinistra e il ruolo svolto da LFI per ripulirlo e porvi rimedio. Il rischio che la storia si ripeta è evidente. Senza un programma, senza idee chiare, il PS va alla deriva da un’elezione all’altra, impegnato soprattutto a preservare il proprio apparato e i propri feudi locali. Prendere le distanze da LFI con accuse di antisemitismo, comunitarismo ed estremismo può essere il preludio di una strategia di ripiegamento che consiste nell’allearsi con il centro e con settori della destra «rispettabile». Thierry Pech, direttore del think tank socioliberale Terra Nova, ha recentemente sostenuto questa opzione: «Molti elettori che avevano abbandonato la sinistra e optato per il macronismo stanno tornando verso di essa ora che il blocco di centro si sta disintegrando. Lo fanno con maggiore facilità, quando viene loro assicurato che non è concepibile alcun accordo con Jean-Luc Mélenchon. In altre parole, la tendenza attuale implica una chiara rottura con LFI».
Questa «tendenza» risulterebbe attraente per le élite economiche e i media. Riunirebbe partiti accomunati dal sostegno al riarmo, all’allineamento con il blocco occidentale, al federalismo europeo, all’appoggio all’Ucraina, all’ostilità verso il «populismo» e al rifiuto degli «estremi», un insieme di proposte che non è affatto debole e che non manca di coerenza sociologica. Tuttavia, in un contesto europeo in cui i programmi dell’SPD e del Partito Laburista vengono respinti in Germania e in Gran Bretagna e in un contesto francese che non rimpiange il liberalismo sociale modellato su Hollande né auspica la continuazione del macronismo senza l’immensamente impopolare Macron, la «tendenza» prevista da Pech ha un’attrattiva limitata.
È dubbio che una coalizione borghese di questo tipo, che ricorda la «Terza Forza» dei primi anni della Guerra Fredda (1947-1958), quando la classe politica francese si unì per impedire ai comunisti e ai gollisti di arrivare al potere, possa contenere la richiesta di cambiamento, ora canalizzata con maggiore efficacia dall’estrema destra che dalla sinistra.
Al momento, non è chiaro quale alternativa rimanga sul tavolo. Anche tenendo conto della lunga abitudine della sinistra francese di parlare con doppia lingua a seconda delle circostanze, è difficile prevedere un avvicinamento tattico tra il PS e LFI che si concretizzi in tempo per affrontare con serietà le elezioni presidenziali della primavera del 2027. Il risultato più probabile è che entrambi i partiti vengano eliminati al primo turno o che uno di essi passi al secondo in una posizione talmente indebolita da rendere la vittoria irraggiungibile. L’esclusione delle forze di sinistra dal secondo turno non sarebbe di per sé un fatto senza precedenti, dato che esse ne sono state assenti nel 2017 e nel 2022, ma un simile risultato si verificherebbe forse in un contesto in cui l’estrema destra, che si è costantemente rafforzata durante i due mandati di Macron, ha reali possibilità di arrivare al potere.
Si consiglia di leggere Serge Halimi, «La situación de Francia», NLR 144, Natahm Sperber, «La crisis francesa: ¿orgánica o coyuntural?», Diario Red/New Left Review 148, y Perry Anderson, «El centro puede aguantar», NLR 105. Wolfgang Streeck, «La Unión Europea en guerra: dos años después» y Maurizio Lazzarato, «La “guerra civil” en Francia», ambos publicados en Diario Red. Daniel Finn, «Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo» y «El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda», y Fréderic Lordon, «El levantamiento francés», todos ellos publicados en El Salto.
Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños.
Serge Halimi è uno scrittore e giornalista francese. Fa parte della redazione di «Le Monde diplomatique» dal 1992 e ha ricoperto la carica di direttore di questa rivista mensile da marzo 2008 a gennaio 2023. Autore fra altri libri di Les nouveaux chiens de garde (1997), Quand la gauche essayait (2000), Le grand bond en arrière (2004) y Économistes à gages (2012).
● Traduzione di Elisabetta Galasso

