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  • Immagine del redattore: Lautaro Rivara
    Lautaro Rivara
  • 6 gen
  • Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 5 giorni fa

Il Venezuela all'ora dei forni*

Thomas Berra
Thomas Berra

L’articolo analizza l’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela del gennaio 2026, interpretandolo come una svolta storica nella geopolitica latinoamericana. Pur riconoscendo il successo tattico dell’operazione statunitense, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, l’autore sostiene che Washington non abbia ottenuto il controllo politico, militare o territoriale del Paese, che rimane saldamente nelle mani dello Stato venezuelano e delle forze chaviste. L’intervento non viene descritto come un’invasione totale, bensì come un’azione mirata volta a decapitare la leadership politica e a provocare fratture interne nelle forze armate e nel blocco civico-militare, obiettivo che, almeno inizialmente, non si è realizzato.


Il testo esplora le possibili evoluzioni del conflitto, tra cui un’escalation militare, il tentativo di controllo delle risorse petrolifere o strategie di destabilizzazione a lungo termine, sottolineando l’assenza di una forza oppositiva interna in grado di legittimare un cambio di regime. Nelle conclusioni, l’autore denuncia il carattere imperialista dell’azione statunitense, attribuendola agli interessi del complesso militare-industriale e delle grandi compagnie petrolifere, e critica l’inerzia o la complicità della comunità internazionale. L’articolo invita, infine, l’America Latina e i Caraibi a superare divisioni e ingenuità politiche, avvertendo che la disunità regionale rende i Paesi più vulnerabili in un contesto di transizione egemonica globale.


In questo momento ogni analisi è necessariamente fallibile e provvisoria, ma possiamo già iniziare a organizzare i fatti incontrovertibili, elaborare ipotesi ragionevoli e abbozzare alcune conclusioni generali su una giornata fatidica.


I fatti


Al di là di tutto ciò che è stato detto, insinuato e nascosto da Donald Trump nella lunga conferenza stampa di sabato, i fatti indicano che, nonostante il successo militare dell'<<operazione cinetica>> per <<estrarre>> Nicolás Maduro Moros (come recita l’eufemistico gergo militare-imperiale), né gli Stati Uniti né tantomeno i loro vassalli locali detengono il controllo politico, economico o militare del Venezuela. Le istituzioni governative, le risorse strategiche e i territori del Paese, colpiti o meno dall'impatto, rimangono nelle mani del governo e sotto il controllo assoluto dello Stato.

Impressionante e vertiginosa com'è stata, l'aggressione militare diretta, la prima del suo genere in trentacinque anni di storia continentale, si è concentrata su obiettivi specifici – soprattutto basi e installazioni antiaeree – e ha fatto da fuoco di copertura al rapimento del presidente venezuelano, fine ultima dell'attacco, strumento di pressione in seguito, ed eventuale moneta di scambio della strategia dichiarata di <<cambio di regime>>. Trump, un po' sfacciato, non si è trattenuto dal raccontare alcuni dettagli dietro le quinte dell'operazione, come la presunta infiltrazione in agosto di agenti della CIA nell'entourage presidenziale.


Tuttavia non si è cercato né eseguito nulla di simile a un'invasione totale come quelle della Repubblica Dominicana, Grenada o Panama, gli ultime interventi del Pentagono nel XX secolo. Nemmeno la totalità delle risorse militari dispiegate negli ultimi mesi nei Grandi Caraibi è sufficiente a prendere il controllo anche solo della capitale Caracas e dei suoi immensi quartieri popolari, bastioni storici dell'organizzazione popolare dove si trovano ancora i nuclei chavisti più irriducibili, senza parlare della complessa ed estesa geografia venezuelana – ricca di giungle e montagne accidentate –. Per avere un'idea della scala di dimensioni di cui stiamo parlando, l'invasione del piccolo territorio istmico di Panama nel dicembre 1989 ha richiesto la mobilitazione di poco meno di 30.000 soldati statunitensi; oggi ne occorrerebbero centinaia di migliaia per prendere il controllo dei 916.000 chilometri quadrati di territorio venezuelano in una guerra più o meno convenzionale. Ciò che è successo non è per questo meno grave, è solo diverso.

Tutto ciò spiega una verità paradossale ma incontrovertibile. In questa strana partita di scacchi geopolitica, gli Stati Uniti hanno dato scacco matto al re (hanno catturato Maduro), ma non per questo hanno vinto la partita. Per il momento (tutto può cambiare da un momento all'altro) il controllo di Caracas e del Paese da parte delle forze fedeli allo Stato è totale, o almeno questo è ciò che si può concludere dopo aver parlato con diverse decine di venezuelani e venezuelane, di diversa estrazione ideologica, situati in diversi punti della capitale e del Paese, che ricoprono diversi ruoli politici e sociali.


In questo momento non ci sono combattimenti tra fazioni militari, tentativi di ribellione o <<guarimbas>> (*protesta o sollevazione politica) di alcun tipo (il 2026 non è il 2014 né il 2017). Le uniche concentrazioni e mobilitazioni, a piedi o con mezzi motorizzati, si stanno verificando nel campo del chavismo, anche se ovviamente non siamo nel 2002, quando ci fu il colpo di Stato e la restituzione di Chávez tra l'11 e il 13 aprile.

Considerando la gravità delle circostanze, regna una relativa calma, con l'eccezione delle ovvie code delle famiglie per rifornirsi di generi alimentari in un contesto di incertezza generalizzata.


Le ipotesi


Una volta definiti i fatti nudi e crudi, possiamo valutare le ipotesi in modo più responsabile. L'obiettivo non è mai stato – anche se non si può escludere in futuro – quello di prendere d'assalto il Paese, ma di decapitare la leadership politica del processo. E soprattutto indurre la frattura della catena di comando della Forza Armata Nazionale Bolivariana, nonché dell'unione civico-militare-poliziesca, vera e propria spina dorsale del chavismo negli ultimi decenni, che è l’eterno desiderio dell'opposizione locale e della politica estera imperiale.


Il tallone d'Achille dell'aggressione imperiale contro il Venezuela è – e lo è stato almeno dall'ultimo ciclo di grandi <<guarimbas>> nel 2017 – l'assenza di una forza vassalla endogena, con potere di fuoco e capacità di mobilitazione di massa, che possa proclamare qualcosa di simile a una ‘legittima’ ribellione nazionale contro la <<tirannia usurpatrice>>, fornendo un alibi pseudo-democratico all'intervento neocoloniale. Il Venezuela, a volte paragonato alla Siria, alla Libia o ad altri paesi, è lontano da questi scenari sotto molti aspetti, ma soprattutto per la sua maggiore omogeneità politica, etnica, culturale e territoriale. E anche se confrontiamo le regioni nel loro insieme (Asia occidentale e America Latina), la specifica storia coloniale e la precoce storia postcoloniale dell'America Latina e dei Caraibi hanno dotato la nostra regione di un senso dello Stato un po’ più robusta che in altre periferie globali.


Tornando ai veri e specifici obiettivi dell'intervento, che non era fine a se stesso, ma il ricercato catalizzatore di processi di ribellione, frattura e defezione interni, possiamo quindi capire perché Trump abbia minacciato un altro ciclo di attacchi, cosa che non si può affatto escludere, soprattutto se la <<comunità internazionale>> – e in particolare le grandi potenze emergenti dell'ordine multipolare – non riescono o non vogliono esercitare un'azione dissuasiva efficace, in campo diplomatico o in qualsiasi altro. Come linea guida, la nostra regione farebbe bene a considerarsi abbandonata al proprio destino, costretta a cavarsela da sola, senza aspettare l'intervento salvifico di alcun deus ex machina. Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza convocato per lunedì sarà un buon termometro degli umori intorno a un Paese che fino ad oggi (o fino a ieri?) era ancora considerato uno stretto alleato dell'ordine internazionale emergente.

L'ipotesi successiva è che, poiché l'azione di sabato mattina ha cercato senza riuscirci per ora di indurre un fatto soprattutto politico, la leva civile e militare in grado di favorire un cambio di regime, o la capitolazione più o meno incondizionata della leadership politica del chavismo di fronte all'esercizio attuale della <<massima pressione>> concepibile (blocco navale petrolifero, sequestro presidenziale e bombardamenti), c'è da aspettarsi che la pressione armata, o una nuova aggressione diretta, cerchi di compensare con mezzi militari ciò che non si sta ottenendo in ambito politico. Non sappiamo cosa stia succedendo all'interno degli uffici governativi, e soprattutto all'interno delle caserme, ma è un dato di fatto che, a molte ore dall'attacco, il processo del chavismo continua a procedere all'interno e che, se ci sono fratture significative, non si sono ancora manifestate.


Anche la conferenza stampa di Delcy Rodríguez ha smorzato notevolmente le speculazioni su tradimenti e divisioni intestine, abilmente alimentate da Trump e Marco Rubio, quando tutti volevano affibbiare alla ex vicepresidente il marchio dell’eresia. Riteniamo ragionevole, e questa è un'altra ipotesi - anche se non troppo audace - che, una volta catturato Maduro, leader e arbitro del processo, sia ovvio che gli Stati Uniti cercheranno di inserire un cuneo tra i principali quadri, soprattutto tra il capitano Diosdado Cabello, l'onnipotente ministro dell'Interno (con una grande influenza sul movimento sociale e sulla corporazione militare) e i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez (quest'ultimo presidente dell'Assemblea Nazionale). Il discorso di Delcy ha portato un po' di calma con un messaggio abbastanza chiaro: <<l'unico presidente del Venezuela è Nicolás Maduro>>. Ora, la sua nomina a presidente incaricata dalla Corte Suprema di Giustizia considera <<temporanea>> l'assenza di Maduro, il che permette a Rodríguez di assumere le funzioni presidenziali per 90 giorni prorogabili.


Prova delle debolezze interne che abbiamo menzionato prima è il fatto che, invece di riconoscere o imporre un <<mandatario legittimo>>, Trump si è incaricato ancora una volta di ignorare María Corina Machado, principale leader dell'opposizione, che ha considerato sostanzialmente incompetente per prendere le redini del Paese. Per questo motivo il leader repubblicano ha annunciato, con grande sorpresa del mondo intero, che gli Stati Uniti si sarebbero occupati per il momento della <<transizione>>, transizione che – insistiamo – è ancora un'utopia.

Tuttavia, non possiamo escludere che in futuro, se i negoziati non soddisfacessero Trump e i suoi falchi, l’agressore possa tentare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere, e persino di altre infrastrutture critiche, per rendere impossibile la resistenza e finanziare così la costosa operazione militare (almeno se teniamo conto del processo di militarizzazione dei Grandi Caraibi iniziato ad agosto). E che si decidesse perfino di avviare quella che potrebbe essere una lunga e imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale, come è stato fatto spesso in altri teatri operativi (anche se, ancora una volta, l'America Latina non è l'Asia occidentale).

Ricordiamo che secondo il <<corollario Trump>> alla Dottrina Monroe, le risorse strategiche del Venezuela sarebbero state ‘rubate’ agli Stati Uniti, forse in virtù delle nazionalizzazioni concordate e pagate a partire dagli anni '70, o della <<rinazionalizzazione>> di Chávez all'inizio di questo secolo, benché per la Costituzione venezuelana – e per tutte le sue predecessori dai tempi di Bolívar – le risorse del suolo e del sottosuolo siano completamente inalienabili.


Un altro degli argomenti che ha suscitato maggiore interesse, e persino morbosità, sono stati i sospetti sull'apparente <<facilità>> con cui Maduro sarebbe stato rapito. Tuttavia, è stato lo stesso Trump a fornire i dettagli di un'operazione tutt'altro che pacifica, caratterizzata da combattimenti, bombardamenti e, secondo le stime attuali, almeno 40 morti. Al di là delle logiche speculazioni, ciò che non va perso di vista è la schiacciante superiorità militare convenzionale che separa la principale potenza armata del pianeta dal Venezuela o da qualsiasi altra delle nostre repubbliche periferiche. Gruppi d'élite come la Delta Force sono altamente specializzati in queste operazioni di <<estrazione>>, come si è visto nella cattura di Manuel Noriega a Panama, per citare un caso emblematico nella regione. Inoltre, dobbiamo ricordare che la capacità militare difensiva venezuelana è stata rapidamente neutralizzata dagli attacchi dei droni.


Le conclusioni


Una delle prime conclusioni è che gli Stati Uniti sono ben lungi dall'essere un paese democratico in cui vige pienamente lo Stato di diritto. Dall'omicidio extragiudiziale di presunti narcotrafficanti, e talvolta di semplici pescatori caraibici (quando la legge statunitense non punisce con la morte il traffico di droga), all'atto di guerra contro il Venezuela, non approvato dal Congresso come previsto dalla costituzione, è ovvio che non è la sovrastruttura politica a prendere le grandi decisioni, ma i poteri più concentrati. Forse i due più importanti da analizzare in relazione all'affaire Venezuela sono il vecchio complesso militare-industriale, che deve rendere la guerra uno stato cronico per garantire la sua riproduzione ampliata, così come le grandi compagnie petrolifere con interessi multimilionari nei giacimenti del Venezuela.

Un'altra conclusione, può sembrare inopportuna, ma non possiamo evitare di menzionare che questa aggressione è stata preparata e annunciata per mesi sotto gli occhi di tutti, dalle dichiarazioni dell'ex capo del Comando Sud Laura Richardson all'Atlantic Council alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, dalla concentrazione di risorse militari nella regione alla prima formulazione del <<corollario Trump>> sul social network Truth Social, dalle oltre 100 esecuzioni extragiudiziali nei Caraibi e nel Pacifico all'annuncio dell'Operazione Lancia del Sud.

Eppure, Trump ha continuato a sbucciare e gettare uno strato dopo l'altro della cipolla dell'<<ordine basato sulle regole>>, senza che nessuno, o quasi, se ne scandalizzasse. La maggior parte degli attori di una certa rilevanza internazionale (governativi, multilaterali, imprenditoriali, comunicativi) ha deciso di fare orecchie da mercante ai tamburi di guerra che risuonavano nel Mar dei Caraibi; o peggio ancora, hanno scelto di prendersela con il messaggero, accusando di essere fabulatori, complottisti o anti-imperialisti antiquati coloro che analizzavano e annunciavano la possibilità – e persino l'imminenza – di un'aggressione militare come quella che alla fine si è verificata.

C'è ancora tempo per rimediare agli errori e correggere le interpretazioni errate, ma ciò richiederà un'azione forte e decisa su tutti i fronti, in particolare da parte degli altri paesi messi alla gogna dall'impero, in particolare Messico, Colombia, Brasile, Cuba e Nicaragua, oggi pubblicamente minacciati da Trump e già in allerta. In questi anni e nelle ultime settimane sono stati versati fiumi di inchiostro con l’idea peregrina che l'ossessione americana per il Venezuela fosse basata sulle velleità della democrazia liberale, sul rispetto dei diritti umani o sulla persecuzione delle economie illecite, dei cartelli della droga o delle organizzazioni terroristiche transnazionali.

Ma non sono stati solo i neoliberali estremisti e i falchi del Pentagono a diffondere queste narrazioni: non sono mancati nemmeno coloro che se le sono appropriate dal centro politico o dal liberal-progressismo. Oggi, con una chiarezza accecante, è diventato evidente che si è sempre trattato del rilancio della geopolitica imperiale più spietata e bellicosa in un mondo che assomiglia sempre più alla <<Storia della guerra del Peloponneso>> del classico storico Tucidide (sì, il famoso inventore della <<trappola<< geopolitica che porta il suo nome e che dà il titolo a un libro molto interessante del capo delle FANB, Vladimir Padrino López): <<i forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono ciò che devono>>. Nelle battaglie tra Atene e Sparta, come oggi, i neutri furono sottomessi.


Ma se, a seconda dei casi, la debolezza dei nostri paesi è un fatto storico e oggettivo derivante dall'eredità coloniale, dalla dipendenza economica, dal ritardo tecnologico, dall'impotenza militare, dalla ristrettezza territoriale, dalla scarsità di risorse o da una demografia limitata, la stupidità non si eredita, ma si coltiva. I deboli possono essere nati deboli, ma possono anche aspirare a unirsi e diventare più forti, ma ciò che non possono mai permettersi è di essere sciocchi o ingenui. Un'America Latina e i Caraibi disuniti saranno facile preda dell'avidità imperiale in una transizione egemonica che tutto sembra indicare stia iniziando a chiudersi senza di noi.

D'altra parte, coloro che dal centro, dal progressismo o dalla sinistra credono che un intervento <<chirurgico>> in Venezuela risolverà magicamente l'impasse politica o migliorerà la democrazia liberale e le istituzioni del Paese, devono sapere che la loro teoria è di una negligenza criminale. In primo luogo perché tali operazioni non esistono; una delle ultime, quella in Iraq, è costata un milione di vittime e più di 4 milioni di sfollati. Le nazioni o gli <<Stati falliti>> di cui ha parlato Trump sono profezie che si autoavverano: l'imperialismo definisce questo o quel Paese avversario come tale e poi fa tutto il possibile per rendere impraticabile la sua normale organizzazione statale e la vita delle sue popolazioni. Faremmo bene a chiedere agli abitanti dell'Iraq, della Libia o di Haiti la loro esperienza al riguardo.


*L'espressione <<l'ora dei forni>> è ispirata a una frase di José Martí: <<È l'ora dei forni e non si vedrà altro che la luce>>. Si riferisce a un periodo di lotta rivoluzionaria in cui si deve scegliere fra oppressione e liberazione e cercare la luce della verità. È stata popolarizzata dal documentario argentino <<L'ora dei forni>> di Solanas e Getino (1968).



Lautaro Rivara è sociologo, dottore in storia e post-dottorato presso l'UNAM. Giornalista e analista internazionale specializzato in geopolitica e storia dell'America Latina e dei Caraibi. Ha realizzato reportage ad Haiti, Colombia, Ecuador, Venezuela, Paraguay, Panama, Repubblica Dominicana, Messico e altri paesi della regione. Co-coordinatore dei libri El nuevo Plan Cóndor e Internacionalistas. Editore e poeta.

Questo testo è stato pubblicato in Diario Red e si publica con permesso espresso del suo autore. 



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