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- E.Sadeghi-Boroujerdi

- 17 minuti fa
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Iran, crisi del regime, intervento imperiale e quadro geopoltico

La recente ondata di proteste in Iran riflette il crollo della legittimità politica del regime. È il risultato del modello neoliberista autoritario adottato dal governo, del danno al tessuto socioeconomico causato dalle sanzioni e dalle pressioni militari occidentali. Ancora, dalla indisponibilità del sistema politico a rinegozare il proprio patto costituzionale.
La recente ondata di proteste in Iran ha generato un volume straordinario di analisi, molte delle quali inquadrate in scenari noti ma fuorvianti. Alcune letture presentano i disordini come una rottura rivoluzionaria imminente. Altre, come il prodotto esclusivo della destabilizzazione straniera o ancora il tardivo regolamento di conti di una società che ha finalmente superato il limite della propria resistenza. Ciascuna delle prospettive coglie una parte del quadro, ma nessuna spiega adeguatamente le dinamiche dell'attuale congiuntura. Ciò che sta accadendo può essere compreso meglio come la convergenza dell'esaurimento sociale accumulato, dell'acuto shock distributivo e di una crisi di governance di fronte alla quale la Repubblica Islamica non dispone delle risorse ideologiche, burocratiche ovvero finanziarie per gestirla correttamente.
Le proteste sono state sostenute da una forma di solidarietà negativa: una coalizione sociale trasversale, che comprende elementi della popolazione rurale povera e delle zone di confine, le classi medie in declino e il precariato urbano di Teheran e di altri centri urbani. Ciò che unisce non è tanto un progetto comune quanto il rifiuto verso Repubblica Islamica e quindi verso decenni di tentativi falliti di riforma strutturale e di trasformazione. Al di là, tuttavia, i contorni di un'alternativa praticabile rimangono indeterminati.
L’innesco è stato economico. Le misure di bilancio promosse dal presidente Masoud Pezeshkian – in particolare quelle che riguardavano i tassi di cambio e le licenze di importazione – hanno inasprito le pressioni all'interno di un regime monetario già distorto. L'impatto è stato più rapido tra i venditori di prodotti elettronici nei bazar della capitale, il cui sostentamento dipende dall'accesso alle valute estere e da prezzi scontati. Le nuove norme si sono rapidamente tradotte in un aumento dei costi, nell'interruzione delle catene di approvvigionamento e in perdite materiali. Ciò che ha trasformato questa sofferenza settoriale in una rottura politica è stato il contesto più ampio del paese. Anni di inflazione superiore al 40% – che nel caso dei prodotti alimentari superava il 70% – l’obsolescenza delle infrastrutture, la cattiva gestione delle risorse idriche, la carenza di elettricità e l'inquinamento atmosferico avevano già spinto gran parte della classe operaia e di piccola borghesia in uno scenario di cronica insicurezza. Dalla guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, il rial (la valuta locale) si è svalutato di circa il 40% e gli stipendi nella pubblica amministrazione sono diminuiti in termini reali di oltre il 20%. L’indebolimento della capacità d’acquisto sul lungo termine si è sovrapposto a pessimi interventi su bilancio e fisco, cristallizzato la percezione che lo Stato protegga i rentier, socializzando la correzione degli squilibri di bilancia dei pagamenti su coloro che sono meno in grado di assorbirli. Le promesse di buoni alimentari sono briciole per placare la rabbia popolare. Per decenni, la Repubblica Islamica ha applicato una forma di neoliberismo autoritario, che ha deregolamentato e precariato il lavoro, trasferendo al contempo i beni pubblici a organizzazioni parastatali – dalle cosiddette fondazioni rivoluzionarie e fondi pensione alle filiali della Guardia Rivoluzionaria – a cui si aggiunge l'imposizione di misure di austerità dall'alto.
La ricetta perfetta per il malcontento di massa e le rivolte ricorrenti.
Le proteste, iniziate a Teheran il 28 dicembre, si sono diffuse con notevole rapidità in città e paesi di provincia come Hamedan, Mashhad, Tabriz, Izeh, Qom, Marvdasht, Abdanan, Kerman, Arak, Isfahan e Malekshahi, il che è anche il risultato di un processo sedimentato almeno dal 2017: l'intensificarsi della povertà e dell'emarginazione sociale nelle zone rurali, di confine e periferiche dell'Iran. Durante l'inverno 2017-2018, le proteste iniziate a Mashhad si sono rapidamente diffuse; lo stesso schema si è ripetuto durante il movimento noto come “Donna, vita, libertà”.
Sebbene questa rivolta sia stata accolta come una sollevazione contro il velo obbligatorio e il modello patriarcale, le dimensioni di classe e geografiche hanno avuto minore riscontro.
I territori menzionati occupano una posizione peculiare nell'economia politica iraniana: la disoccupazione è elevata, i servizi pubblici sono scarsi, lo stress ambientale è acuto e l'esperienza di abbandono da parte dello Stato è profondamente radicata. Un'eccezione degna di nota – nella fase iniziale delle proteste – si è registrata nelle zone curde e baluchi a maggioranza sunnita, dove la mobilitazione è apparsa più moderata, probabilmente a causa degli effetti delle precedenti agitazioni, durante le quali queste regioni erano state la prima linea, insieme alla diffidenza per crescente rappresentanza monarchica nella composizione della mobilitazione.
La circolazione digitale di immagini e testimonianze ha contribuito a sincronizzare le lamentele locali, ma è stata la convergenza del danno economico e dell'esaurimento sociale più profondo a dare alle proteste la portata nazionale. La violenza esercitata dalle forze di sicurezza contro i manifestanti in città di provincia come Ilam e Marvdasht ha generato indignazione pubblica e, anche se Teheran è rimasta inizialmente relativamente al riparo dai riot, le manifestazioni in altre località avevano già iniziato ad assumere un carattere esplicitamente antiregime.
Lo Stato dapprima è parso riconoscere il pericolo di un'escalation. Le autorità hanno accolto le rivendicazioni economiche dei manifestanti e il governatore della banca centrale è stato sostituito. Questa risposta ha seguito la consueta strategia della classe dirigente iraniana di cercare di separare le rivendicazioni apparentemente “economiche” da quelle “politiche” e “sociali”, nella speranza che le prime potessero essere contenute senza minacce sistemiche. Nella pratica la strategia non ha retto: la risposta dell'élite è stata inoltre presa alla sprovvista dalla composizione sociale dei manifestanti. Mentre le precedenti mobilitazioni – per lo più operaie – erano state accolte con crudele indifferenza, disprezzo o forza bruta, i disordini dal bazar rappresentavano una sfida particolare, data la tradizionale vicinanza delle élite mercantili ai leader politici della Repubblica Islamica. Uno scenario che inizialmente ha favorito i tentativi di accomodamento piuttosto che la repressione immediata.
La posizione di tolleranza limitata del governo di Pezeshkian è svanita nel giro di pochi giorni, quando il controllo effettivo è passato nelle mani dell'apparato repressivo: le varie sezioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, di concerto con l'esercito, la magistratura ed servizi segreti. Sarà compito della posterità ricostruire con precisione ciò che è accaduto tra l'8 e il 10 gennaio.
A causa del blocco quasi totale di internet e dell'abbondanza di disinformazione, è ancora difficile accertare una cronologia univoca. Tuttavia, comincia a delinearsi un quadro degli eventi.
Dopo le sollevazioni iniziali nei bazar e la loro diffusione in diverse province, Reza Pahlavi, figlio del monarca iraniano deposto, ha lanciato un appello pubblico alla cittadinanza affinché scendesse in piazza e rovesciasse il regime. Secondo numerose testimonianze oculari, le manifestazioni dell'8 gennaio sono state eccezionalmente numerose e per lo più pacifiche. Le stime sulla partecipazione variano notevolmente e non sono disponibili dati certi, ma molti osservatori hanno suggerito che queste potrebbero essere state le più grandi registrate in Iran dal Movimento Verde del 2009 se non più grandi. La condivisione degli slogan a favore di Pahlavi è stata sorprendente.
Dopo le manifestazioni notturne, la risposta istituzionale si è inasprita. Le forze di sicurezza hanno inviato messaggi di testo di avvertimento a milioni di telefoni cellulari e il presidente della Corte Suprema, Gholamreza Mohseni-Ejei, ha emesso una serie di severi avvisi, minacciando gravi conseguenze per chiunque si fosse unito a nuovi disordini. Questa tattica sembra aver dissuaso le persone dal partecipare alle manifestazioni del giorno seguente. Ciò nonostante, il 9 gennaio un nucleo importante e molto determinato di manifestanti è tornato in piazza.
La risposta è arrivata di una violenza senza precedenti. Sono stati diffusi video che mostravano le forze di sicurezza sparare direttamente sulla folla, irrompere negli ospedali, aggredire i manifestanti feriti e il personale medico e perseguirli anche in luoghi di immunità – benchè informale. Allo stesso tempo, ci sono prove video di manifestanti armati che affrontano le forze armate con coltelli, machete ed – in alcuni casi – armi da fuoco, a verifica di come anni di repressione abbiano radicalizzato alcuni settori dell'opposizione.
Ci sono state anche numerose segnalazioni di attacchi incendiari contro sedi istituzionali, moschee e strutture televisive e radiofoniche pubbliche, il che da la misura di come si fossero ampliati i tumulti . La geografia della repressione , dal canto suo, è stata notevolmente disomogenea.
In alcune zone, repressioni brevi ma feroci hanno causato decine di morti in poche ore; in altre, si sono verificati scontri prolungati per diverse notti consecutive. Tuttavia, queste differenze non sminuiscono l'importanza del quadro generale. Non sono stati eccessi isolati o deroghe ai mandati disciplinari, ma il ricorso sistematico alla forza letale dello Stato contro i civili.
Anche le stime più prudenti collocano il numero totale delle vittime, compreso il personale di sicurezza, a non meno di 5000, con i civili che costituiscono la stragrande maggioranza dei morti, mentre altre valutazioni suggeriscono una cifra addirittura più alta. L'entità della strage ha rapidamente sopraffatto la capacità di ospedali ed obitori. Le immagini scattate all'esterno del Centro medico forense di Kahrizak, a Teheran, con un’infilata di sacchi neri per cadaveri e le famiglie alla ricerca dei propri congiunti scomparsi, hanno avuto ampia diffusione. In termini storici, il massacro può essere paragonato solo alle stragi nelle carceri del 1988 o forse alla rivoluzione stessa, quando la Repubblica Islamica lottava per consolidare il proprio controllo sul potere. Le circostanze sono molto diverse, ma il livello di violenza agita dallo Stato non lo è.
Questa repressione si è svolta in un contesto di minacce esterne insolitamente esplicite. Durante i primi giorni, l'amministrazione Trump ha segnalato la disponibilità a intervenire se l'instabilità fosse peggiorata. Anche se lo stesso ha oscillato tra bellicosità e moderazione, l'effetto è stato quello di legittimare ulteriormente le misure repressive: per il regime, le proteste di massa e la sovversione straniera sono la stessa cosa.
Molto prima degli scontri dello scorso giugno, gli israeliani hanno dimostrato la capacità di operare clandestinamente in territorio iraniano, in particolare con l'assassinio di Ismail Haniyeh – leader di Hamas – a Teheran nel luglio 2024, reso possibile dalla corruzione endemica che permea l'economia politica e gli apparati di sicurezza dell'Iran. La compromissione di potere politico, privilegi economici ed autorità coercitiva ha costituito una vulnerabilità che gli attori esterni hanno facilmente sfruttato.
Riconoscerlo non equivale a dare credito alla vulgata di regime secondo cui la mobilitazione è stata orchestrata dall'estero. Una rivolta nazionale, radicata in anni di degrado sociale ed economico, non può essere ridotta alle macchinazioni dei servizi segreti esterni, anche se non c'è dubbio che le agenzie di intelligence israeliane e statunitensi abbiano cercato di cavalcare la protesta. Ciò che questi intrighi sono riusciti a ottenere è stato soprattutto quello di fornire un alibi alla repressione, riformulando la protesta come una prosecuzione degli attacchi giugno 2025 e giustificando così lo stato di emergenza in nome della sicurezza nazionale. Il risultato è visibile nelle immagini da tutto il Paese: l'effettiva imposizione della legge marziale e l'accelerata militarizzazione della vita quotidiana nelle città, un corso degli eventi che molti osservatori segnalano da anni.
Per comprendere la specificità dell'attuale mobilitazione, è necessario collocarla nel contesto della recente storia delle proteste di massa in Iran. Il Movimento Verde del 2009 ha rappresentato la sfida più seria alla Repubblica Islamica dall'interno del suo stesso quadro costituzionale. Milioni di cittadini sono scesi in strada in manifestazioni per lo più silenziose e disciplinate per contestare la controversa rielezione di Mahmud Ahmadinejad, chiedendo elezioni libere ed eque e un nuovo accordo costituzionale. Si è trattato di un movimento radicato nei distretti elettorali della classe media urbana, orientato verso una riforma graduale piuttosto che verso una spaccatura. La repressione esercitata dall’establishment e dal braccio armato della Guardia Rivoluzionaria ne ha chiuso la possibilità di una transizione democratica negoziata. Il riformismo è stato screditato e una generazione di attivisti è stata incarcerata o messa a tacere.
“Donna, vita, libertà” – del 2022 – è stata un’agitazione sociologicamente e politicamente diversa. Scatenata dalla morte in custodia dello Stato di una giovane curda, Mahsa Jina Amini, non si è concentrata sulle elezioni o sulla contesa tra le élite, ma ha messo in primo piano l'autonomia corporea e l'uguaglianza di genere di fronte a un regime autoritario. In questo senso, ha affrontato direttamente i fondamenti ideologici della Repubblica Islamica, mettendo in evidenza i modelli di repressione etnonazionale, in particolare contro le comunità curde. Il movimento ha così articolato l'orizzonte politico più emancipatorio emerso in Iran negli ultimi decenni. La sua sconfitta ha richiesto alti livelli di violenza, tra cui arresti di massa e l'uso di proiettili di metallo che hanno accecato i manifestanti. Tuttavia, ha anche ottenuto concessioni tangibili, tra cui spicca la parziale rinuncia da parte dello Stato all'imposizione del velo obbligatorio negli spazi pubblici.
Il movimento attuale si presenta come un unicum.
Manca della chiarezza procedurale del Movimento Verde e della coerenza emancipatoria delle proteste del 2022. È più ampio nella sua composizione sociale, più diffuso nelle rivendicazioni e molto più segnato dallo sfibramento economico e dall'assedio geopolitico. Ciò che unisce i partecipanti non è un orizzonte programmatico, ma la sensazione condivisa che l'ordine esistente sia irriformabile. È in questo vuoto che le correnti monarchiche hanno acquisito una rinnovata visibilità.
L'appello di Pahlavi alla normalizzazione immediata delle relazioni con Israele esemplifica l'orientamento di un progetto ancorato all'estero, che dà priorità al riallineamento geopolitico rispetto alle questioni di giustizia sociale o sovranità popolare, rafforzato poi da un potente ecosistema propagandistico.
È noto che i canali televisivi satellitari in lingua persiana, come Manoto TV e Iran International, entrambi con sede a Londra, dipendano da finanziamenti esteri, anche se i meccanismi finanziari rimangono “opachi”. A loro si deve un massivo rilancio revisionista dell'era Pahlavi precedente al 1979, universalizzando gli stili di vita di una ristretta élite e cancellando sistematicamente la repressione politica e la disuguaglianza diffusa del regime. Questa narrativa ha trovato un pubblico ricettivo tra le generazioni più giovani, che non hanno conosciuto altro ordine politico se non la Repubblica Islamica e che sono attratte dai racconti della “età dell'oro” perduta di Pahlavi, in cui l'Iran era presumibilmente sulla strada per diventare il “Giappone dell'Asia occidentale”, percorso deragliato da una cospirazione internazionale che ha insediato il regime clericale. In questo contesto, “57'er”, abbreviazione di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979, è riemerso come attributo dispregiativo, che esprime una politica generazionale di colpa secondo la quale la precedente coorte rivoluzionaria è responsabile dell'attuale situazione dell'Iran.
Gli incontri di Pahlavi con Netanyahu e le presunte operazioni cibernetiche israeliane suscettibili di amplificare i messaggi monarchici sottolineano ancora di più la dipendenza di questa costruzione dal sostegno esterno. In assenza di sondaggi rigorosi o ricerche empiriche indipendenti, rimane difficile valutare la reale profondità del sostegno alla restaurazione di Pahlavi.
Tuttavia, ciò che colpisce è il cambiamento nel terreno discorsivo della politica dell'opposizione. Nel 2009 l'idea che Reza Pahlavi potesse costituire un'alternativa politica alla Repubblica Islamica sarebbe stata ampiamente respinta. Oggi questa proposta circola con forza, soprattutto nei media della diaspora e nel discorso politico occidentale e ci dice meno sulla forza intrinseca del monarchismo che sull'erosione delle vie alternative per la trasformazione politica, che ha generato un investimento psichico in un deus ex machina imperiale: l'idea che la salvezza politica dell'Iran possa arrivare solo dall'esterno.
La recente svolta verso il monarchismo, caratterizzata da correnti etno-suprematiste e scioviniste, deve quindi essere intesa principalmente come un sintomo e non come una causa. È guidata meno dalla convinzione che dalla disperazione, generata nel corso di decenni in cui la Repubblica Islamica ha sistematicamente represso gli sforzi pacifici per un cambiamento dall'interno.
I gruppi della società civile iraniana persistono, ma sono stati profondamente indeboliti da anni di disorganizzazione e repressione. In questo senso, il momento attuale ricorda la fine degli anni '70, quando la polizia segreta dello Scià, la SAVAK, fiaccò la già formidabile sinistra organizzata iraniana, lasciandola impreparata ad affrontare una coalizione islamista molto più coesa e disciplinata.
Ciò che questa congiuntura rivela è anche l'intreccio tra le minacce statunitensi e israeliane e la repressione statale. Entrambe sono analiticamente distinte e politicamente irriducibili l'una all'altra, ma operano in modo tale da condizionare reciprocamente gli esiti. In condizioni di pressione esterna sostenuta, la dissidenza viene frenata più facilmente, l'impegno viene ridefinito come vulnerabilità e le correnti dissidenti vengono ricondotte a canali di penetrazione straniera.
Il repertorio delle risposte statali si riduce e la coercizione passa dall'essere l'ultima risorsa a diventare la modalità predefinita di governance.
Tuttavia, il campo politico iraniano rimane affollato e conteso. I sindacalisti, i movimenti sociali curdi, le organizzazioni femminili, gli studenti, i giornalisti, gli avvocati e le reti civiche persistono non perché la repressione abbia fallito, ma perché il pluralismo politico in Iran ha profonde radici storiche. Allo stesso tempo, l'idea che la Repubblica Islamica sia sul punto di essere rovesciata rischia di fraintendere l'equilibrio delle forze interne. Qualsiasi valutazione seria deve tenere conto della centralità dell'apparato di sicurezza, in particolare della Guardia Rivoluzionaria. Istituzione nata dalla rivoluzione – forgiata dalla violenza del consolidamento interno e rafforzata durante la guerra di otto anni contro l'Iraq baathista – la Guardia Rivoluzionaria si è da allora espansa ben oltre il mandato originario. Nel periodo successivo al 1988 è stata coinvolta nella ricostruzione dell'economia iraniana devastata, trasformandosi gradualmente in un vasto conglomerato politico-economico, oltre che in una formidabile forza militare con un'esperienza senza pari nella regione in materia di guerra asimmetrica. Come dimostra l’imposizione della legge marziale nelle città iraniane, non si tratta di un'istituzione che soccomberà alle proteste di massa, né che rifuggirà dalla violenza estrema.
È in questo contesto che cominciano a prendere forma gli scenari più plausibili.
Uno di questi è una variante dell’establishment guidato dall'élite, sempre più inquadrato in Iran nel linguaggio del bonapartismo. La speculazione che il maggiore generale Qassem Soleimani avrebbe potuto svolgere questo ruolo prima dell’assassinio a firma Trump del gennaio 2020 coglie la logica del gioco: la speranza che un leader del sistema possa “salvare” lo Stato riformandone verticisticamente alcune parti, ripristinando la disciplina e raggiungendo un accordo con Washington. Rimane incerto se qualche figura attuale possa esercitare un'autorità comparabile o ricostituire una base popolare dietro un progetto simile. Tuttavia, data la preferenza di Trump per le volgari dimostrazioni di potere, alcune analisi effettuate dentro e fuori l'Iran continuano a considerare questa opzione plausibile.
L'alternativa, per molti aspetti più cupa, è la continuazione e l'intensificazione di una lunga guerra ibrida tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica e la sua popolazione. In questo scenario, si assiste a un assedio economico prolungato, ad azioni segrete e al ricorso episodico alla forza militare per erodere la coesione interna del regime fino a quando non emergano fratture all'interno dell'élite e dell'apparato di sicurezza, indebolendo il suo monopolio della violenza.
È quasi certo che si verificherebbero proteste di massa man mano che le condizioni peggiorano, in coincidenza con gli appelli alle grandi potenze affinché sostengano fazioni dissidenti, includendo possibilmente elementi dello stesso regime. Il pericolo non è il crollo improvviso di quest'ultimo, ma un lungo declino verso l'instabilità e, potenzialmente, anche la balcanizzazione.
Si ritiene che questo risultato sia l'orizzonte strategico preferito dallo Stato israeliano, soprattutto se l'affermazione di Pahlavi come cliente docile risultasse troppo fantasiosa per diventare realtà.
Altre alternative potrebbero ancora emergere. Ma dato l'attuale equilibrio di forze, le prospettive sono incerte. I movimenti sociali emancipatori degli ultimi due decenni non sono scomparsi, ma continuano ad essere ostacolati dalla repressione interna e dalla strumentalizzazione dall'esterno.
La loro sopravvivenza, per non parlare della loro capacità di agire il futuro dell'Iran secondo i propri termini, dipenderà dalla capacità di resistere alle pressioni combinate del consolidamento autoritario, dell'aggressione imperiale e di uno spazio sempre più ridotto per l'azione politica.
Consigli di lettura:
E. Sadeghi-Boroujerdi, Rules of the Game, «Sidecar», 25 aprile 2024 (accesso 22/01/2026);
— Damage Control, «Sidecar», 9 luglio 2024 (accesso 22/01/2026);
— On the Brink, «Sidecar», 7 ottobre 2024 (accesso 22/01/2026);
— Culmination, «Sidecar», 17 giugno 2025 (accesso 22/01/2026);
S. Watkins, Israel after Fordow, «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025 (accesso 25/11/2025).
Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review».
Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, saggista ed osservatore politico, è ricercatore di Teorie politiche comparate presso la Goldsmiths University di Londra.

