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  • Immagine del redattore: Grey Anderson
    Grey Anderson
  • 23 dic 2025
  • Tempo di lettura: 16 min

Aggiornamento: 26 dic 2025

Iron-Ass: Dick Cheney (1941-2025)




Ritratto di un protagonista indiscusso della vita politica statunitense negli anni ‘90 e 2000, che rappresenta in modo paradigmatico il profilo di una classe dirigente (Reagan, Bush Sr & Jr, Clinton, Obama, Biden), la cui visione del mondo ha prodotto un modello di capitalismo, una politica e una concezione delle relazioni internazionali, il cui prodotto ultimo (almeno finora) è rappresentato da Donald Trump.

Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños.


Nel gennaio 2022 Richard Bruce Cheney ha fatto un’apparizione a sorpresa al Congresso degli Stati Uniti. Il suo ritorno al Campidoglio è coinciso con l’anniversario dei disordini che hanno brevemente ritardato la certificazione dei risultati elettorali dell’anno precedente. Cheney, abituato alle dure parole dei suoi oppositori, si è trovato di fronte a un improvvisato corteo di benvenuto. «Nessun membro del Partito Repubblicano si è presentato», ha riferito il «New York Times»:


[...] ma i democratici della Camera, compresa la presidente Nancy Pelosi, erano euforici. Dopo tredici anni di pensionamento e cambiamenti quasi inimmaginabili nella vita americana causati dall’ascesa e dalla caduta del presidente Trump, Cheney e la figlia Liz sono stati circondati da una folla di entusiastici sostenitori democratici, molti dei quali in passato avevano definito l’ex vicepresidente un criminale di guerra. I democratici hanno stretto la mano a Cheney e alcuni hanno abbracciato sua figlia, che lo ha presentato ai suoi ex colleghi dicendo: «Questo è mio padre. Questo è papà». È stato un momento impressionante e un simbolo di quanto fossero cambiate le cose nell’era Trump.


Pelosi ha elogiato la sua presenza e ha dichiarato che, indipendentemente dalle controversie del passato, non si sono mai trovati in contrasto sull’impegno a «onorare il nostro giuramento di sostenere e difendere la Costituzione». Steny Hoyer ha elogiato Liz Cheney «per aver avuto il coraggio di difendere la verità»; Adam Schiff ha ricordato con gli occhi lucidi «un’epoca in cui c’erano grandi differenze politiche, ma non c’erano differenze nella fedeltà di entrambi i partiti all’idea di democrazia». «È un evento storico importante», ha spiegato Cheney quando gli è stato chiesto cosa lo avesse portato a Washington DC per commemorare l’«insurrezione» del 6 gennaio: «Mi sentivo onorato e orgoglioso [...] di celebrare questo anniversario, di elogiare le azioni eroiche da parte delle forze dell’ordine in quel giorno e di riaffermare il nostro impegno nei confronti della Costituzione». Il sostegno dei media non ha salvato il seggio di sua figlia al Congresso nella sfida lanciata dal movimento MAGA alle primarie, anche se il «circuito della Resistenza» le ha offerto un lucroso piano B come docente presso l’University of Virginia Center for Politics. Quando ha appoggiato la candidatura di Kamala Harris alla presidenza, Dick Cheney ha detto di Trump che «non c’è mai stata una persona che rappresentasse una minaccia maggiore per la nostra Repubblica».


Venticinque anni fa Cheney aveva mostrato un atteggiamento diverso nei confronti dei sacri riti della transizione democratica. Mentre gli avvocati contestavano lo stretto margine di voti ottenuto da George W. Bush in Florida, il suo candidato alla vicepresidenza si occupò di un’operazione finanziata con fondi privati dalla sua residenza di McLean (Virginia), mettendo insieme una squadra presidenziale prima che fosse ufficialmente dichiarato il vincitore delle elezioni. I conteggi si erano bloccati a Miami-Dade e i tribunali stavano deliberando sui «voti nulli»; Cheney, tuttavia, andava avanti, arruolando Ari Fleischer come portavoce ed esaminando candidati per il governo, mentre la General Services Administration si rifiutava di rendere disponibili le risorse federali. Cheney dichiarò che la certificazione della Florida era definitiva, respinse i ricorsi di Gore come puri esercizi legali di negazione e avvertì che qualsiasi esitazione nella formazione di un governo avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Seguirono incontri con i leader del Congresso ad Austin, ad indicare che il governo in formazione intendeva comportarsi come se la questione fosse già stata risolta. La fretta non era improvvisata. In realtà, il vicepresidente eletto aveva dedicato gran parte della sua lunga carriera a riflettere sui passaggi di potere.


Non era nato per questo. Cresciuto nel Wyoming da genitori sostenitori del New Deal, Cheney riuscì ad entrare a Yale grazie ai contatti della sua futura moglie, Lynne, ma fu espulso due volte. Un periodo di derive e piccoli problemi legati all’alcol nell’Ovest ebbe fine quando lei insistette affinché seguisse un percorso di vita più regolare. Dopo cinque rinvii del servizio militare, a oltre trent’anni Cheney lavorava all’Office of Economic Opportunity come assistente di Donald Rumsfeld, che seguì quando questi entrò a far parte del governo di Gerald Ford e che alla fine sostituì come capo di gabinetto del presidente. Sopravvissuto al Watergate, imparò la lezione dal crollo di Nixon: «Don e io siamo sopravvissuti e abbiamo prosperato in quell’ambiente, perché non abbiamo lasciato molti documenti in giro», osservò. Alla Casa Bianca dimostrò di essere un virtuoso delle manovre burocratiche. Lui e Rumsfeld fecero fuori Rockefeller dal ticket per le presidenziali del 1976, emarginarono Kissinger e cospirarono per porre fine alla distensione. Silenzioso e implacabile, Cheney raramente si attribuiva un merito; mostrava interesse per i dettagli e grande resistenza per il lavoro poco affascinante, come controllare che l’impianto idraulico dell’ala ovest della Casa Bianca fosse a posto o che le saliere e le oliere sul tavolo presidenziale fossero riempite. I suoi colleghi lo ricordano come un uomo discreto, dall’aspetto prematuramente invecchiato, con un sorriso beffardo e «occhi freddi come quelli di un giocatore d’azzardo di Cheyenne», secondo quanto ricordava un altro consigliere di Ford.


A partire dalla metà degli anni ‘70, la principale preoccupazione di Cheney era il bilanciamento dei poteri all’interno dello Stato americano, che egli interpretava in una prospettiva presidenzialista espansionistica. La riaffermazione dell’autorità del Congresso dopo la guerra del Vietnam – con il War Powers Act (1973), le restrizioni all’attività dei servizi di intelligence, l’aumento della supervisione e del controllo – gli sembrò un’ingerenza illegittima nell’ambito costituzionale del potere esecutivo. L’ottenimento dell’unico seggio del Wyoming nelle elezioni alla Camera dei Rappresentanti nel 1978 gli fornì l’occasione per occuparsi di tali questioni. Durante la presidenza Ford, Cheney aveva collaborato con l’ufficio legislativo della CIA (di cui faceva parte anche il giovane William Barr) per determinare quali documenti l’agenzia dovesse consegnare alla Commissione del Senato per lo studio delle operazioni governative di intelligence, presieduta dal democratico Frank Church; era stato nominato membro della Commissione intelligence della Camera; aveva sviluppato il suo interesse per le informazioni grezze provenienti dai servizi di intelligence e fatto da collegamento tra la sede della CIA a Langley e i leader repubblicani. Le operazioni clandestine si adattavano al temperamento taciturno di Cheney. Arruolò nel suo staff un altro giovane avvocato della CIA, David Addington, che sarebbe rimasto al suo fianco fino alla fine della sua carriera. Insieme lavorarono per frenare gli sforzi dei democratici di esaminare e controllare le operazioni segrete. Il rapporto di minoranza di Cheney del 1987 sul caso Iran-Contra confermò tali posizioni, arrivando alla conclusione che il problema non dipendeva dalla Casa Bianca, ma dal potere legislativo che aveva oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora i poteri della presidenza fossero interpretati in modo troppo restrittivo, concludeva il documento, «il capo dell’esecutivo allora sarebbe costretto a far valere una prerogativa quasi monarchica, come la dichiarazione dello stato di emergenza, che gli avrebbe permesso di aggirare la legge».


In qualità di segretario alla Difesa durante la presidenza di George H. W. Bush, Cheney supervisionò le operazioni militari a Panama e nel Golfo in un momento in cui l’autostima dei militari del Pentagono era al culmine. Ha costantemente insistito per opzioni più efficaci, come piani di emergenza per l’uso di armi nucleari sul campo di battaglia nel caso in cui l’Iraq dovesse ricorrere alla guerra chimica e sostenendo, unico alto funzionario, la volontà di Israele di reagire agli attacchi missilistici subiti nel gennaio 1991. Il risultato dell’operazione Desert Storm confermò l’opinione che nutriva fin dagli anni ‘70: la supremazia americana richiedeva di essere pronti ad agire con decisione e a scoraggiare i potenziali rivali dimostrando una capacità schiacciante. Da questo punto di vista, la disintegrazione dell’Unione Sovietica apriva la porta a un progetto più ambizioso. Basandosi sullo studio di Zalmay Khalilzad sulla Jugoslavia, Cheney riteneva che proprio la grande frammentazione della Russia costituisse una garanzia essenziale contro la rinascita delle sue ambizioni egemoniche. Questa concezione trovò espressione nel Defense Planning Guidance del 1992 elaborato da Khalilzad, allora impiegato nell’ufficio di Paul Wolfowitz al Pentagono, che postulava un mondo basato su una singola potenza determinata a impedire l’emergere di concorrenti e disposta all’attacco preventivo. Quando ne trapelò una bozza, categorica nella sua affermazione della supremazia statunitense e nel suo disprezzo per le sensibilità degli alleati, che provocò reazioni rabbiose, Cheney lodò il suo autore per aver «indicato una nuova giustificazione del nostro ruolo nel mondo» e pubblicò la versione finale con la propria firma. Sebbene il documento fosse stato ammorbidito per placare i critici, la struttura era rimasta invariata: il team di Clinton mantenne le sue premesse fondamentali, garantendo che alla fine degli anni ‘90 il presupposto dell’indispensabilità americana fosse diventato ormai un fatto condiviso.


L’incrollabile conservatorismo occidentale di Cheney non escludeva cambiamenti dettati dalla convenienza o dal calcolo. Il suo apprendistato con il deputato del Wisconsin William Steiger lo aveva convinto a un tipo di repubblicanesimo che valorizzava il pragmatismo e il bipartitismo, atteggiamento che portò con sé durante gli anni con il presidente Ford, quando, secondo quanto lui stesso racconta, teneva per sé le proprie opinioni al fine di mantenere un proprio margine di manovra. Al Congresso, Cheney accumulò un numero record di voti che lo ponevano più a destra di Gingrich, anche se i suoi colleghi lo consideravano il più conciliante tra i due. Si unì a Bush e Powell per opporsi a qualsiasi attacco a Baghdad nel 1991, fatto che portò Clinton a rimproverare il governo per aver fallito nel rovesciare Saddam e aver abbandonato «i poveri curdi e sciiti al loro destino». Il periodo di Cheney alla Halliburton nella seconda metà degli anni ‘90 comportò nuove prese di posizione: criticò aspramente la politica statunitense «favorevole alle sanzioni» nei confronti di Teheran e Tripoli, evidenziando il fatto che «il buon Dio non ha ritenuto opportuno mettere sempre le risorse petrolifere e di gas dove ci sono governi democratici» e sollevò obiezioni alle richieste di un intervento statunitense in Iraq. 


Nonostante la sua lunga collaborazione con neoconservatori come Wolfowitz, Khalilzad e Lewis Libby – uomini che gli erano utili e con cui condivideva l’impegno per un’indiscussa supremazia degli Stati Uniti – Cheney non ha mai adottato il loro linguaggio dai toni quasi missionari riguardo all’esportazione delle istituzioni liberali o sulla riorganizzazione degli stati stranieri. La sua prospettiva rifletteva un nazionalismo inflessibile adattato alla situazione della potenza statunitense dopo la Guerra Fredda, rafforzato dai legami con l’apparato di sicurezza israeliano e dall’ammirazione per coloro che al suo interno rifiutavano il compromesso e diffidavano della diplomazia. Osservatori come William Burns hanno sottolineato che questa affinità non presupponeva una particolare simpatia per lo Stato ebraico. In linea con le sue inclinazioni, Cheney favoriva coloro che erano disposti a usare la forza e scettici nei confronti delle restrizioni multilaterali. Ha legato il suo nome al Project for a New American Century e attingeva al loro staff, ma secondo Scowcroft non era né dottrinario né motivato da una crociata morale, più vicino nello spirito al «meta-realismo» di Dean Acheson. Victor Davis Hanson, che Cheney ha consultato durante i preparativi della seconda guerra in Iraq, lo ha descritto come 


un realista della vecchia scuola, che è cambiato grazie all’esperienza accumulata. Lui ha guardato indietro e ha riesaminato tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, elaborando così un nuovo realismo. Non ha in mente un mondo che deve essere sempre mantenuto così com’è. Ha in mente un mondo che può essere cambiato.


Dopo una breve iniziativa esplorativa nel 1996, Cheney abbandonò l’idea di candidarsi alla presidenza. Quattro anni dopo, invitato dal giovane Bush a esaminare i candidati alla vicepresidenza, lo trovò un compito consono alle sue doti: lavorare dietro le quinte gli consentiva di raccogliere voluminosi fascicoli incriminanti sui possibili candidati. Le accuse secondo cui Cheney si sarebbe ritagliato il posto come vicepresidente nel ticket per le elezioni non hanno un fondamento più solido di quelle, caricaturali, che lo descrivono come un burattinaio che manipola lo sfortunato “W”; a quanto pare, l’attrazione era reciproca. Ma la vicepresidenza offrì a Cheney un ruolo istituzionale senza precedenti. Nei settori che gli stavano più a cuore – l’intelligence e la sicurezza nazionale – esercitò un’influenza che spesso superava quella dei membri del governo. Operando attraverso nomine di medio livello e una rete di subordinati fidati inseriti in tutto l’apparato burocratico, ha lasciato un segno nelle decisioni relative ad ogni aspetto, dalla tassazione alle normative ambientali, fino alla preparazione delle emergenze, il tutto in un regime di opacità che è diventato il suo marchio di fabbrica. Nascondeva la verità anche quando gli sarebbe stato utile rivelarla. La divulgazione comportava un controllo; il controllo comportava porre limiti; i limiti mettevano a repentaglio la carica. Le pubbliche relazioni contavano poco. «Non gliene importava un fico secco della politica», affermò una fonte interna.


Con gli attentati dell’11 settembre 2001, la predilezione di Cheney per l’esercizio illimitato dell’autorità e del potere forte trovò un nuovo campo d’azione. Nel corso degli anni ‘80, scomparve dalla scena pubblica per diversi giorni consecutivi, unendosi a Rumsfeld e ad alcuni funzionari selezionati in esercitazioni clandestine progettate per preservare un nucleo di governo dopo un attacco termonucleare. Le linee generali di questi piani esistevano fin dall’inizio della Guerra Fredda, ma la presidenza Reagan gli aveva dato nuovo slancio, integrando la pianificazione della «continuità del governo» (COG) con una dottrina strategica che anticipava una guerra nucleare prolungata. Vecchi bunker furono riadattati, le reti di comunicazione criptate ampliate e furono tracciate catene di comando alternative per aggirare la catena di comando stabilita dalla legge. Queste esercitazioni si basavano sul presupposto che le istituzioni non fossero in grado di riunirsi e che anche il solo tentativo di farlo avrebbe potuto portare a scontri tra gruppi rivali che rivendicavano l’autorità. Cheney prosperò in quell’ambiente. Si immerse nel programma, che operava in un ufficio anonimo con un budget riservato, che secondo quanto riferito ammontava nel 1984 a 1 miliardo di dollari all’anno. I suoi piani di emergenza più controversi, elaborati da Oliver North e da figure di quando Reagan era governatore della California, prevedevano la sospensione delle libertà civili, l’insediamento di amministratori militari a livello statale e locale, nonché detenzioni di massa senza processo. Le esercitazioni del COG continuarono senza interruzioni durante le presidenze di Bush padre e Clinton; dopo l’attentato di Oklahoma City nel 1995, il capo dell’antiterrorismo Richard Clarke ne ampliò notevolmente il campo d’azione.


Quando arrivò il momento, le simulazioni di catastrofi legate alla Guerra Fredda servirono da modello. Mentre le televisioni trasmettevano le immagini del crollo del World Trade Center, Cheney dirigeva le misure di emergenza da un bunker situato sotto l’ala est, mentre il presidente rimaneva sul suo aereo in volo e gli alti funzionari venivano rapidamente trasferiti in rifugi sulle montagne. Alla notizia di nuovi dirottamenti, diede l’ordine di abbattere gli aerei civili sospetti. In meno di un’ora, iniziò a organizzare un’amministrazione ausiliaria per assumere le funzioni essenziali dello Stato nel caso in cui la capitale cadesse. Addington improvvisò una catena di comunicazione con il centro di crisi del Dipartimento di Giustizia, convocando un gruppo di avvocati – Alberto González e Timothy Flanigan alla Casa Bianca e John Yoo all’Office of Legal Counsel – che avrebbero fornito supporto legale per qualunque cosa potesse accadere. Il programma di messa in sicurezza dei politici, distribuendoli in vari luoghi, si estese ben oltre il governo degli Stati Uniti. I leader del Congresso furono esortati a lasciare Washington DC e rimasero in gran parte esclusi dalla gerarchia che doveva gestire l’emergenza. «Uno dei problemi più grandi è convincere le persone che dovrebbero recarsi nei luoghi alternativi e portare i loro inutili sederi fuori di qui», si lamentò il generale Wayne Downing, consigliere principale del presidente in materia di terrorismo. «Potremmo perdere due terzi o tre quarti del Congresso, e non tentatemi a dirlo, ma potrebbe essere un cavolo di miglioramento». Lo stesso Cheney trascorse un periodo a Camp David, vicino al complesso nelle caverne sotto Raven Rock, uno tra i vari «luoghi non rivelati», partecipando alle riunioni tramite un collegamento video sicuro.


Nei mesi successivi, il «governo ombra» svanì, mentre la pianificazione del COG passava dalle prove generali alla politica effettiva. Il Congresso, lavorando a pieno ritmo, approvò il Patriot Act alla fine di ottobre; due senatori dapprima scettici cambiarono idea dopo aver ricevuto posta contaminata con antrace, la cui provenienza inizialmente fu attribuita a Baghdad, ma in seguito ricondotta a Fort Detrick, la struttura del Dipartimento della Difesa responsabile della guerra biologica. L’ufficio del vicepresidente stabilì il quadro normativo per detenzioni a tempo indeterminato, sorveglianza interna ad ampio raggio e i raccapriccianti apparati per «gli interrogatori avanzati» e «le estradizioni extragiudiziali», le famose extraordinary rendition. Creato nel 2002, il NORTHCOM integrò le forze armate nella sicurezza interna, collegando risorse militari alle forze dell’ordine federali, alla polizia statale e agli appaltatori militari privati attraverso centri di intelligence condivisi. Allo stesso tempo, Bush proclamava lo stato di emergenza ed emetteva due ordini esecutivi, che sono ancora in vigore un quarto di secolo dopo – venendo rinnovati ogni anno dai successivi governi – il primo consentiva la mobilitazione dei riservisti, la proroga del servizio militare e il dispiegamento flessibile delle unità della Guardia Nazionale, il secondo delineava le linee guida del regime di sanzioni «antiterrorismo» gestito dal Dipartimento del Tesoro.


L’ossessione di Cheney per l’intelligence si intensificò durante questo periodo. Mentre si delineavano gli scenari di un possibile intervento in Iraq, Cheney supervisionò un canale parallelo organizzato attraverso l’Office of Special Plans di Douglas Feith, che riciclava frammenti di rapporti provenienti da servizi stranieri vicini agli Stati Uniti, li ritrasmetteva tramite i circuiti alleati e, attraverso la ripetizione, trasformava congetture in fatti classificati. Cheney poi rilanciò queste affermazioni in pubblico con incrollabile sicurezza: nel settembre 2002, a Meet the Press, dichiarò con «assoluta certezza» che Saddam stava acquisendo l’attrezzatura necessaria per arricchire l’uranio e fabbricare la propria bomba atomica. Dal crollo sovietico aveva ricavato la convinzione che gli stati ostili potessero cadere rapidamente una volta esercitata la pressione necessaria, il che contribuì alla sua preferenza – già espressa nel 1991 –di prescindere dall’approvazione dell’ONU e passare direttamente all’uso delle armi. Netanyahu coniò l’azzeccata espressione «coalizione dei volonterosi». La debacle che ne seguì non mise fine all’entusiasmo per il cambio di regime. Quando la presidenza Bush volgeva al termine, l’attenzione di Cheney si spostò su Teheran. Parlava sempre più spesso della possibilità di lanciare attacchi preventivi per eliminare gli impianti nucleari iraniani. Nella sua cerchia, la frustrazione per la riluttanza di Bush a intensificare l’escalation diede luogo alle idee più elaborate. I consiglieri abbozzarono uno scenario in cui un attacco israeliano, di effetto limitato ma simbolicamente potente, avrebbe potuto provocare una risposta iraniana contro gli asset statunitensi nella regione e quindi costringere Washington ad agire. David Wurmser, che aveva appena lasciato il team di Cheney, ha delineato questo piano davanti a un pubblico ridotto nel maggio 2007, sostenendo che anche un attacco simbolico contro Natanz avrebbe potuto innescare la ben nota reazione a catena.


Ma l’influenza del vicepresidente aveva cominciato a diminuire durante il secondo mandato di Bush. La destituzione di Rumsfeld e l’uscita di scena di Wolfowitz, Feith e Bolton lo avevano privato di alleati chiave. Ancora più duro fu il colpo rappresentato dalla perdita del suo fidato capo di gabinetto, Libby, accusato di spergiuro nell’indagine sulla rivelazione dell’identità dell’agente della CIA Valerie Plame, come rappresaglia al fatto che il marito avesse messo in dubbio le affermazioni del governo statunitense sulle armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq. Questa violazione contro i servizi segreti superava ogni limite. Bush commutò la pena, ma non concesse la grazia (concessa successivamente da Trump), per cui Cheney lo rimproverò per aver «lasciato un buon uomo ferito sul campo di battaglia». Al di là dell’incarico, il rapporto tra i due uomini, stretto ma mai intimo, sembrò raffreddarsi. Il padre di Bush riteneva che, nel decennio successivo alla sua presidenza, Cheney fosse diventato «un sostenitore della linea più estrema», «un tipo davvero duro» [iron-ass], una trasformazione che attribuiva in parte a Lynne, sua moglie, «vera eminenza grigia, una donna di ferro, una iron-ass, dura come una roccia». A Cheney piacque l’epiteto e lo fece suo. Senza alcun rimorso, ha sempre ritenuto che a proposito della guerra in Iraq «ne fosse valsa la pena».


Nonostante tutte le critiche ricevute negli ultimi anni della presidenza Bush – dalla repulsione dei liberali per l’uso della tortura e della sorveglianza alla preoccupazione dei conservatori per l’aumento di importanza dell’esecutivo – l’architettura di potere progettata da Cheney si è dimostrata notevolmente duratura. L’ascesa di Obama non ha portato ad alcun ripensamento al riguardo. Avendo cambiato idea come senatore nel 2008 sul fatto di legalizzare la sorveglianza senza mandato e garantire l’immunità alle società di telecomunicazioni da qualsiasi procedimento giudiziario, il 44° presidente degli Stati Uniti ha assunto la carica dichiarando che né gli interrogatori della CIA né i loro sponsor civili sarebbero stati sottoposti ad alcun controllo legale e ha lasciato che a Guantánamo tutto continuasse come prima. Obama ha ampliato radicalmente il programma di omicidi mirati ereditato, ha riattivato le commissioni militari, ha rafforzato la segretezza invocando motivi di sicurezza nazionale e ha creato una nuova categoria di detenuti a vita, i cui casi non potevano essere giudicati in tribunale. La retorica – con espressioni come «matrice di disposizione», «azione cinetica», «detenuti di alto valore» – si è evoluta attraverso cambiamenti solo eufemistici. Alla riunione della Conservative Political Action Conference (CPAC) del 2011, in cui Cheney ha consegnato al suo ex capo il premio «Difensore della Costituzione» dell’American Conservative Union, Rumsfeld si è concesso il lusso di lanciare alcune frecciatine:


Osservo i numerosi cambiamenti di rotta dell’attuale governo rispetto alle politiche annunciate in materia di sicurezza nazionale: Guantanamo, commissioni militari, detenzioni a tempo indeterminato, attacchi con droni della CIA. Tutto ciò mi porta a chiedermi se Dick abbia più influenza sul presidente Obama rispetto alle persone che lo hanno eletto.


Durante i due mandati presidenziali successivi e fino ad oggi, lo stesso sistema ha seguito un unico e ininterrotto percorso. Il primo mandato di Trump ha mantenuto in gran parte l’apparato che aveva ereditato: le uccisioni selettive sono continuate sotto le stesse autorità; l’«emergenza» alle frontiere ha dimostrato quanto fosse facile piegare i poteri di bilancio e di emergenza nazionale di lungo periodo alla volontà del potere esecutivo; l’utilità di Guantánamo è stata confermata invece che essere messa in discussione; e le prerogative del governo in materia di raccolta di informazioni sono state riconfermate. Biden ha preservato l’essenziale. La sua amministrazione si è basata sull’articolo II e sulle vecchie autorizzazioni sull’uso ripetuto della forza militare (AUMF), ha difeso i segreti di Stato davanti alla Corte Suprema, ha mantenuto Guantánamo come strumento esecutivo e ha nuovamente ampliato l’autorità centrale di sorveglianza, una linea ininterrotta dall’inizio degli anni 2000. Il secondo mandato di Trump è rimasto all’interno dello stesso quadro, rendendo esplicito in alcune occasioni ciò che era già latente: operazioni letali giustificate da ragioni in vigore dall’11 settembre, rinnovata ricerca delle fonti e dei documenti in possesso dei giornalisti, un uso più incisivo della macchina del DHS-ICE [Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale statunitense del Department of Homeland Security (DHS), responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e il controllo delle frontiere negli Stati Uniti] istituita due decenni fa, manipolazione tattica dei privilegi dell’esecutivo e i consueti sforzi per rimodellare il bilancio attraverso decreti esecutivi. La sceneggiatura può essere diversa, ma la gestione è la stessa.


Cheney comprendeva perfettamente l’immagine che proiettava: scherzi di Halloween con il suo cane travestito da Darth Vader, discorsi con il sottofondo della Marcia Imperiale di Guerre stellari, battute laconiche sull’essere un «genio malvagio... che nessuno vede uscire dalla sua tana». Nei giorni successivi all’11 settembre, Cheney ha dato il tono: «Dobbiamo lavorare anche noi, però nel lato oscuro», ha detto al pubblico televisivo, insistendo sul fatto che la vittoria richiedeva di passare «del tempo nell’ombra». All’interno del governo, ha mantenuto la stessa linea. Quando Robert Gates, sotto pressione da parte del governo affinché prendesse pubblicamente posizione contro la Convenzione di Oslo, chiese indignato se la Casa Bianca si aspettasse che lui diventasse «l’icona delle munizioni a grappolo», Cheney sorrise e rispose: «Sì, proprio come io lo sono stato per la tortura». Quel sottile odore di zolfo che lo perseguitava era legato alla sua carica. «Il mio lavoro era fare ciò che il presidente aveva bisogno fosse fatto», sosteneva. Preferiva scelte difficili, valutava alternative agghiaccianti e considerava coercizione e occultamento come normali metodi di governo. Si assumeva le colpe che altri non volevano assumersi. Lungi dall’essere il tipo fuori dall’ordinario che immaginavano i suoi critici, Cheney esprimeva un atteggiamento tipico delle alte sfere della politica statunitense, dove la necessità sostituisce il lessico più conciliante della moderazione.


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Grey Anderson ha conseguito un dottorato in Storia presso la Yale University




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