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- Faris Giacaman
- 3 giorni fa
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Israele sta applicando la «dottrina di Gaza» in Libano e in Iran

L’articolo interpreta l’evoluzione della strategia militare israeliana all’interno della logica storica del capitalismo globale e della lotta di classe, sostenendo che essa si sia trasformata in una forma di guerra contro intere società. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele avrebbe abbandonato la precedente <<dottrina Dahiya>>, basata su operazioni militari intermittenti e sull’uso di forza sproporzionata, per adottare un approccio di annientamento prolungato e sistematico, sperimentato a Gaza e poi esteso a Libano e Iran. Secondo questa analisi, i civili non sono più considerati danni collaterali ma obiettivi strategici, nell’ottica di provocare il collasso sociale delle comunità considerate ostili. Il conflitto viene quindi descritto non come uno scontro tra Stati o gruppi armati, ma come una guerra tra società, inserita in un più ampio contesto di crisi dell’ordine globale e di declino dell’egemonia statunitense.
La logica del capitalismo storico, che è per definizione un sistema-mondo globale, è la logica della lotta di classe, la cui espressione si è spesso concretizzata nel colonialismo, nell’imperialismo e nella guerra, contrastati solo dall’incessante ondata della lotta di classe e dalla sua complessa stratificazione delle diverse modalità di costruzione delle gerarchie, delle subalternazioni e delle stratificazioni del valore sociale. E la logica attuale del progetto dello Stato israeliano è intimamente inserita nella storia del capitalismo storico e delle sue classi dominanti.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore.
All’inizio di marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che «molto presto Dahiya [il quartiere sciita a sud di Beirut] assomiglierà a Khan Younis». Con queste parole ha espresso il cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si relaziona con i popoli della regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per tutto il distretto meridionale di Dahiya, dove vivono più di mezzo milione di persone, mentre il panico si diffondeva in città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano, la cui popolazione, insieme a quella di Dahiya, costituisce la base del sostegno sociale di Hezbollah. I paragoni con Gaza aleggiavano nella mente della gente, che temeva che Beirut potesse subire la stessa sorte di annientamento totale, come hanno sottolineato alcuni commentatori.
Varie analisi individuano un modello simile nelle scene «apocalittiche» che si stanno svolgendo a Teheran. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un «piano tornado» per «distruggere Teheran» e ha descritto una strategia consistente nell’annientamento di obiettivi ad «alta visibilità nell’ambiente civile» della città. Nel bel mezzo di questa campagna, altre due scuole sono state attaccate di recente nel sud-ovest di Teheran. Mentre la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran continua e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come si combattono le guerre asimmetriche. Si tratta di un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito condurre le sue azioni militari, anche se segue una logica simile.
La vecchia dottrina di Israele
Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele si basava su una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. Le azioni militari non miravano solo ai gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano.
La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esposto esplicitamente questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, disse che la distruzione totale di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. Il ragionamento dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Attaccare i civili a Dahiya non era un «danno collaterale», perché il danno collaterale era l’obiettivo. Eisenkot si era assicurato di trasmettere questo messaggio, dichiarando: «Ciò che è accaduto nel quartiere di Dahiya a Beirut nel 2006 accadrà in tutti i villaggi da cui si spara contro Israele». E affermando: «Useremo una forza sproporzionata [contro quei villaggi] e causeremo grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, non si tratta di villaggi civili. Si tratta di basi militari».
Il sistema divenne noto come «dottrina Dahiya», ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza tra il 2008 e il 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome per questa politica fu «tagliare l’erba», poiché il suo obiettivo era quello di mantenere la capacità di resistenza al di sotto di una determinata soglia. Un aspetto fondamentale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo differenzia dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba nel 1948, tutte le guerre combattute da Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero altrettanto distruttive. La loro breve durata era dovuta al presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, al fatto che i limiti imposti dall’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare la normalizzazione indefinita di una devastazione così profonda.
Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. «Tagliare l’erba» non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche alla popolazione civile, sostenute dalla generosità finanziaria e militare degli Stati Uniti, Israele intende applicare elementi del suo comportamento a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, applicata in Libano e in Iran.
La nuova dottrina
Nonostante tutta la bassezza che rivela il commento di Smotrich, viene sottolineata una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non è un conflitto tra Stati e gruppi politici, ma una guerra contro società. Queste società non sono divise per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Le vere linee di demarcazione sono tracciate tra società che resistono alla dominazione straniera, società che la accettano e società che cercano di dominare altre società. I contorni del nuovo approccio di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma poco dopo il 7 ottobre.
«È un'intera nazione là fuori che è responsabile», ha dichiarato il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. «Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut», ha affermato il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. «A pagare il prezzo saranno, in primo luogo, i cittadini del Libano».
L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha descritto questa politica in modo più esaustivo in un articolo pubblicato nel novembre 2023 in cui sosteneva la necessità di affamare i palestinesi di Gaza. «Chi sono le “povere” donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas», ha scritto Eiland. «Sono parte dell’infrastruttura che sostiene l’organizzazione». Secondo lui, provocare una «grave epidemia» a Gaza «avvicinerebbe la vittoria», poiché «i combattenti di Hamas e i comandanti di rango inferiore comincerebbero a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie». Eiland considerava «legittima» la «pressione umanitaria», perché Israele non intende combattere solo i combattenti di Hamas, ma «l’intero sistema di opposizione» con l’obiettivo di provocarne «il collasso civile». Ma Eiland è andato ancora oltre:
«Quando le alte autorità israeliane dicono ai media “o noi o loro”, dobbiamo chiarire chi sono “loro”. “Loro” non sono solo i combattenti di Hamas armati, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori di ospedali e scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza, che ha sostenuto con entusiasmo Hamas».
Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano messo in atto a un anno dal genocidio e presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto «Piano dei Generali», che ha iniziato ad essere attuato nell’ottobre 2024 ed è continuato fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, comporta campagne di sterminio di massa nel nord della Striscia e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie alla vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: condurre una guerra contro una società non solo per sottometterla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran questa politica è caratterizzata dalla rinnovata ambizione sionista di conquistare il «Grande Israele», consacrata in una nuova era di espansionismo israeliano localizzato nella vasta geografia di questa parte del mondo.
Israele non si fermerà finché non sarà il padrone indiscusso in un’era in cui l’unipolarità americana è in declino. Mentre la scommessa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la condanna a morte della Pax americana, per Israele costituisce l’assalto finale alla rete di resistenza che permea le società di questa regione.
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Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025)
Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina.
● Traduzione di Mauro Trotta

