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  • Immagine del redattore: Ahmed Alqarout
    Ahmed Alqarout
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 11 min

La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che lo alimenta

Varoush Khosravian
Varoush Khosravian

L’assenza di una reale strategia di pace per la regione in un momento di instabilità geopolitica occidentale, causata dall’orizzonte di depredazione e violenza perseguito dalle attuali classi dominanti, e la scelta di un’economia improntata alla guerra e dal perseguimento dell’indipendenza militare di Israele, sostenuta da Netanyahu, stanno segnando l’inizio di un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua vana pretesa di diventare la potenza egemonica regionale.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore.



Israele è entrato in una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare oltre i confini della Palestina storica. Le sue azioni belligeranti si sono intensificate in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar, Libia e, più recentemente, Somaliland. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche di Israele, ma in realtà all’allentamento delle restrizioni che lo avevano tenuto sotto controllo prima dell’ottobre 2023. Questa svolta espansionistica riflette un riassetto strutturale del rischio, dell’influenza e della tolleranza internazionale e non un improvviso cambiamento ideologico da parte di Israele, ma è anche dovuta all’attuale struttura dell’economia israeliana: il settore militare è stato il motore dell’economia da quando Israele ha subito un livello di isolamento globale che ha decimato la maggior parte degli altri settori produttivi negli ultimi due anni. Il risultato? Israele ha ora un ulteriore incentivo strutturale a mantenere uno stato di guerra permanente.


Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa realtà quando ha annunciato che Israele sarebbe dovuto diventare una «super Sparta», ovvero uno Stato altamente militarizzato dotato di un settore militare autosufficiente in grado di sfidare la pressione internazionale e gli embarghi sulle armi, in modo di non dover più dipendere dalla generosità militare statunitense. Una recente dichiarazione strategica cruciale accentua questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele entro circa un decennio, inquadrando questa decisione come la strada verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio indica che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli Stati Uniti, ma intende operare come loro partner strategico nella regione in un momento in cui la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero occidentale. La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di crescita trainato dalle esportazioni, basato in larga misura sul settore degli armamenti e sull’industria della difesa. Il problema è che, se Israele vuole sostituire i 3,8 miliardi di dollari all’anno ricevuti in aiuti militari dagli Stati Uniti, deve aumentare drasticamente la sua produzione nazionale e la sua capacità di esportazione.


Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo aumento delle esportazioni attraverso diverse politiche, stanziando circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere un’industria nazionale indipendente nel settore degli armamenti. Dal punto di vista economico, ciò significa che la produzione militare diventerà fondamentale per la strategia industriale a lungo termine di Israele, deviando capitali, manodopera e sostegno statale verso la produzione di armi piuttosto che verso la ripresa civile, che sarebbe una strategia insostenibile in tempo di guerra. Tale strategia integrerebbe, inoltre, ancora di più le aziende israeliane nelle catene di approvvigionamento della sicurezza mondiale, anche se lo Stato stesso si trovasse in una situazione di isolamento diplomatico.


La dimensione strutturale: incentivo alla guerra permanente


Dal 2023 le esportazioni militari sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale dell’economia israeliana. Nel 2023 le esportazioni legate al settore della difesa hanno raggiunto circa 13 miliardi di dollari e nel 2024 sono aumentate fino a circa 14,7-15 miliardi di dollari, macinando record su record. Questa espansione si è verificata mentre la crescita dei settori economici civili si indeboliva, la carenza di manodopera si intensificava e l’occupazione scarseggiava a causa della prolungata mobilitazione militare, mentre ampi segmenti del settore delle piccole e medie imprese registravano perdite sostenute e fallimenti. Le esportazioni di armi hanno funzionato essenzialmente come uno stabilizzatore anticiclico durante la situazione di stress causata dalla guerra, ma ora stanno diventando una componente permanente del modo in cui l’economia israeliana mira a riprodursi.


Nel 2025 questa tendenza ha subito un’ulteriore accelerazione. Israele ha firmato alcuni dei suoi più importanti accordi di difesa mai raggiunti con Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Germania, Grecia e Azerbaigian, tutti relativi a sistemi di difesa aerea, missili, droni e tecnologie avanzate di sorveglianza. Sebbene i valori totali dei contratti non siano sempre stati resi pubblici, si stima che questi accordi spingeranno le esportazioni totali nel settore della difesa oltre il record raggiunto nel 2024, rafforzando il settore degli armamenti come il settore di esportazione più dinamico dell’economia israeliana, mentre altre voci di esportazione, come l’agricoltura, si trovano a dover affrontare un «collasso» imminente, secondo gli stessi agricoltori israeliani.


Mentre i settori civili dell’economia ristagnano, l’economia di guerra garantisce crescita, entrate in valuta estera e isolamento politico. Questo crea un incentivo strutturale alla mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dalla responsabilità e rafforza una concezione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta di scambio nelle relazioni internazionali. In questo contesto, l’aggressione militare e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana cerca ora di riprodursi. Di conseguenza, la coalizione di governo israeliana si basa sulla securitizzazione permanente. L’economia di guerra è diventata il principio organizzativo a garanzia della sopravvivenza politica del regime.


La dimensione globale: la fine del diritto internazionale


La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e l’aggressione militare di Israele sono stati resi possibili dall’indebolimento dei meccanismi di restrizione globali, come il diritto internazionale. Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non esiste una linea rossa fondamentale quando la violenza rientra nella lotta al terrorismo o nella difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte nella retorica, ma sospese nella pratica. Ciò ha modificato il calcolo strategico di Israele, perché se Gaza produce rumore diplomatico, ma non sanzioni materiali, allora il Libano, la Siria o l’Iraq comportano costi previsti ancora minori.


Il collasso della normalizzazione delle relazioni: non c’è motivo di giocare pulito


Anche la politica di normalizzazione influisce su questo nuovo quadro. Il collasso dei colloqui di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, che avevano subito un’accelerazione nel corso del 2023 grazie alla mediazione degli Stati Uniti, ma che si sono arenati dopo che Israele ha iniziato il suo genocidio a Gaza, non ha disciplinato il comportamento israeliano, ma al contrario lo ha liberato da ogni restrizione. Senza il riconoscimento saudita come moneta di scambio o incentivo alla moderazione, Israele ha abbandonato ogni pretesa di utilizzare le concessioni territoriali come strumento di negoziazione e ha rilanciato con l’obiettivo di stabilire i fatti sul campo, decidendo al contempo di esplorare diversi legami bilaterali di sicurezza con attori più piccoli o vulnerabili. L’espansione sostituisce ora il soft power di Israele, che sta scomparendo, e il riconoscimento viene ottenuto sempre più attraverso la capacità di esercitare pressioni e non attraverso la negoziazione.


La specificità dello scenario che si è aperto dopo il 2023 risiede nel fatto che Israele ora combatte su più fronti contemporaneamente, in modo aperto e con la certezza che l’escalation non provocherà una reazione sistemica. Inoltre, la strategia di Israele è stata strutturalmente facilitata da una crescente dipendenza dalle nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non si tratta più di una risposta alle minacce, ma di un metodo di governance prevalente nel Paese e di influenza all’estero. Dal 2023 Israele non persegue più la pace attraverso la contenzione, come ha fatto durante il periodo della Primavera Araba, ha invece optato per l’occupazione permanente, la confisca delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per mantenere e ampliare la sua macchina bellica.



Come Israele persegue il dominio regionale


Sul piano interno, l’espansionismo territoriale israeliano mira a risolvere definitivamente la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, frammentazione territoriale (la cosiddetta cantonizzazione) cooptazione e, in ultima analisi, dislocamento della popolazione. La logica sottesa è quella di eliminare una volta per tutte quello che è percepito come il principale problema di sicurezza interna di Israele – la semplice presenza del popolo palestinese sul suo territorio – e ripristinare così la fiducia dell’élite e della società israeliana nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato. A livello regionale, Israele persegue diversi obiettivi nei paesi in cui interviene, alcuni legati all’acquisizione di territorio o all’occupazione semipermanente, altri incentrati sulla subordinazione, la frammentazione e la neutralizzazione delle minacce percepite.


In Iran, l’aggressione mira a provocare la destabilizzazione del regime e l’indebolimento dell’esercito attraverso attacchi aerei sostenuti contro impianti nucleari e militari, oltre a favorire l’esacerbazione del malcontento sociale e politico. La guerra iraniano-israeliana del giugno 2025 ha rappresentato il confronto militare più diretto fino ad oggi tra i due Stati, ma si è conclusa con una tregua informale invece che con un’escalation verso una guerra su vasta scala, senza che nessuna delle parti superasse le soglie di deterrenza riconosciute, nonostante l’intensità degli scambi.


Da allora, le proteste su larga scala registrate in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna, che gli attori esterni considerano sempre più come una vulnerabilità strategica. Questa situazione ha coinciso con le esplicite minacce di guerra formulate da Donald Trump e i rinnovati segnali militari degli Stati Uniti, che insieme intensificano la visione tradizionale israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale da affrontare attraverso un cambio di regime. Tuttavia, il persistere della non escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi entro limiti impliciti che non si riscontrano nell’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria, anche se la compresenza di disordini interni e retorica coercitiva esterna rende questo equilibrio più fragile.


In Libano, Israele mira a smantellare Hezbollah non solo come attore militare, ma anche come colonna portante di un ordine politico guidato dagli sciiti, che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più ambizioso è quello di frammentare il Libano tramite un sistema fondato sulle minoranze, in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare protezione esterna e a stabilire legami economici con Israele. Un Libano debole e frammentato fornisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora, l’escalation transfrontaliera in Libano funziona meno come un percorso verso la vittoria militare assoluta e più come uno strumento per rimodellare l’equilibrio politico interno del Paese nel corso del tempo. Nel gennaio 2026, nonostante il mantenimento nominale del cessate il fuoco, Israele ha conservato le sue posizioni «temporanee» in cinque luoghi «strategici» nel sud del Libano, rifiutandosi di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo in cui Israele mantiene la sua influenza militare sul Paese, rifiutandosi al contempo di impegnarsi in un ritiro totale e lasciando aperta la possibilità di intraprendere nuove escalation di grande portata.


Gli attacchi di Israele contro la Siria sono più complessi, poiché il Paese è diventato teatro centrale dell’intervento militare israeliano e della frammentazione politica provocata dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria prevede sia un’azione militare diretta sia sforzi volti a impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato, obiettivo che intende raggiungere fornendo sostegno militare e coordinamento alle Forze Democratiche Siriane, ovvero alle forze curde siriane, con l’obiettivo di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano. Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato pubblicamente che Israele avrebbe permesso ai lavoratori drusi siriani di entrare negli Altipiani del Golan per svolgere lavori agricoli e edili, presentando la decisione come un gesto umanitario, che ovviamente serve a coltivare la dipendenza lavorativa e i legami economici che uniscono le comunità di confine con Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di «smilitarizzazione del sud della Siria», dichiarando che le forze israeliane sarebbero rimaste nel sud della Siria a tempo indeterminato e che non sarebbe stata consentita la presenza di forze militari siriane a sud di Damasco, il che significa di fatto una divisione del territorio siriano. Netanyahu ha presentato questa politica come un’iniziativa per «proteggere i drusi».



Le battute d’arresto di Israele in Siria


Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026, la posizione delle Forze Democratiche Siriane era crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostegno esterno costante hanno provocato una rapida ritirata delle Forze Democratiche Siriane da gran parte del nord e dell’est della Siria nel gennaio di quest’anno. Questo crollo del principale alleato curdo, insieme al fallimento della resistenza delle milizie druse, sostenute sempre dagli israeliani, nell’impedire il consolidamento del potere di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso una guerra per procura.


Le popolazioni druse e alauite rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza si è aggravata. La periferia siriana offre una riserva di manodopera che può essere incorporata in modo selettivo attraverso accordi di autonomia o annessione informale, cosa che Israele ha già fatto consentendo a un numero indeterminato di drusi siriani di lavorare negli Altipiani del Golan. Si delinea così una strategia di annessione economica priva di confini formali, che integra la periferia meridionale della Siria nell’economia israeliana in condizioni di subordinazione.



Per quanto riguarda il coinvolgimento diretto nel Nord Africa in generale, Israele non ha condotto operazioni militari dirette in Egitto né ha effettuato interventi militari prolungati in Sudan o Libia, ma ha implementato strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, che vanno dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese agli incontri segreti organizzati con funzionari libici prima dell’ottobre 2023.



I costi dell’espansionismo e il potenziale di resistenza


Sebbene l’attuale traiettoria di Israele sia presentata a livello interno come un trionfo, le sue prospettive a lungo termine rimangono cupe e costose. La guerra permanente costringe gli israeliani a una mobilitazione militare permanente, accelera l’esaurimento demografico e morale e aumenta l’esposizione a lungo termine a ritorsioni asimmetriche da parte della resistenza palestinese, siriana e libanese, nonché di altri attori. Ogni assenza di conseguenze alle azioni israeliane ricalibra le aspettative di entrambe le parti. All’interno di Israele, rafforza la convinzione che la forza non comporti alcun costo significativo. Tra coloro che sono stati oggetto della sua aggressione, acuisce gli incentivi a sviluppare strategie di logoramento e ritorsione a più lungo termine. L’estensione geografica degli interventi israeliani aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. Gli sforzi compiuti da Israele per insediarsi in infrastrutture militari straniere, come ad esempio in Somaliland e nello Yemen meridionale (e per stabilire basi attraverso rappresentanti regionali come gli Emirati Arabi Uniti), espongono la portata operativa israeliana a linee di rifornimento estese, che sono distanti, insicure e vulnerabili a operazioni militari deterrenti.


Invece di strutture gestite direttamente da Israele, questi accordi si basano su basi di terze parti (principalmente degli Emirati), la cui stabilità dipende a sua volta dalle mutevoli dinamiche di potere regionali e dalle priorità statali che sfuggono al controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza efficace a tale distanza aumenta la probabilità che sorgano nuovi ostacoli militari, nuove restrizioni finanziarie e nuovi intrecci imprevisti, che possono risultare difficili da gestire nel tempo, soprattutto quando dallo Yemen Ansar Allah minaccia di attaccare qualsiasi futura base militare israeliana creata in Somaliland.


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Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, nonché nella competizione tra le grandi potenze.



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