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- Mitchell Plitnick

- 1 giorno fa
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La nuova politica Usa sulla Palestina

Nel 2025 si sono iniziati a produrre cambiamenti percepibili nel Partito Democratico e nel Partito Repubblicano riguardo alla politica statunitense sulla Palestina, il che dimostra che il consenso irrazionale imposto dalle classi dirigenti atlantiche è molto più debole e fragile, se le lotte sono davvero di massa e i nuovi soggetti politici dispongono di mezzi di comunicazione che riescono a spiegarle ai cittadini.
Il 2025 è iniziato con un cessate‑il‑fuoco a Gaza che non era destinato a durare e si conclude con uno che non è mai stato realmente istituito. L’anno ha anche visto un’intensificazione costante dell’occupazione in Cisgiordania e un’ondata senza precedenti di conflitti israeliani in tutto il Medio Oriente.
Negli Stati Uniti, il passaggio dal fervente e autolesionista sostegno a Israele di Joe Biden a quello più transazionale, ma comunque solido, di Donald Trump ha avuto un impatto trascurabile sulla politica della superpotenza, che rimane uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione dei diritti inalienabili dei palestinesi.
C’è però una reale speranza che quest’anno si possa cogliere un significativo movimento nel discorso americano su Palestina e Israele, e che questo spostamento stia finalmente iniziando a riflettersi nella politica statunitense, sebbene in forme troppo limitate per soddisfare le esigenze del momento.
Il più evidente è che nel 2025 l’opinione pubblica americana ha continuato a allontanarsi da Israele.
A luglio, un articolo di «The Economist» – una pubblicazione che difficilmente può essere considerata progressista – osservava:
«Il progressivo spostamento verso destra della politica israeliana negli ultimi anni, e soprattutto la guerra prolungata a Gaza, ha alienato molti americani comuni. Il malcontento verso Israele, che si era già sedimentato da tempo all’interno del Partito Democratico, sta ora crescendo anche tra i Repubblicani. I membri più giovani di entrambi i partiti hanno cambiato posizione in modo particolarmente drastico. Un ridisegno fondamentale di una delle alleanze più radicate d’America sembra quasi inevitabile, con enormi ripercussioni per il Medio Oriente e per il mondo».
Anche i più accaniti sostenitori di Israele hanno constatato che i venti politici si fossero spostati a tal punto da costringerli a disapprovare, almeno implicitamente, il comportamento israeliano. Il rappresentante Ritchie Torres, noto per la sua ferma opposizione ai diritti palestinesi, non ha retto le proteste dei suoi elettori di New York di fronte alla deliberata carestia imposta da Israele a Gaza nell’estate 2025. Su X ha scritto: «Il mondo libero ha una responsabilità morale verso i palestinesi in difficoltà. Inondiamo Gaza di cibo».
L’insinuazione di Torres – che Israele non consentisse un apporto sufficiente di viveri a Gaza (in quel periodo quasi nessun aiuto arrivava, e la Striscia era in stato di carestia) – è stata disorientante, ma soprattutto ha riflesso il crescente disgusto dei Democratici verso Israele.
Nessun dato convince più i Democratici dei sondaggi, e molti di essi mostrano che gli elettori sono sempre più stufi di Israele.
Quando Israele ha iniziato il genocidio a Gaza dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, gli americani erano divisi sulla risposta israeliana. Un sondaggio Gallup mostrava il 50 % a favore delle azioni israeliane e il 45 % contrario. Tale percentuale è rapidamente passata alla disapprovazione, e nel 2025 è scivolata drasticamente: a metà luglio, il 60 % degli americani condannaa le azioni di Israele, contro il 32 %.
I numeri erano ancora più marcati tra i Democratici: dal 36 % di sostegno iniziale, al solo 8 % a luglio 2025.
Il cambiamento non è limitato ai Democratici. Se i Repubblicani rimangono più favorevoli a Israele, il loro sostegno sta diminuendo, soprattutto tra i giovani. Il politologo Shibley Telhami, titolare della Anwar Sadat Chair for Peace and Development all’Università del Maryland, ha condotto un sondaggio nell’agosto 2025, rilevando che il 21 % dei Repubblicani definiva le politiche di Donald Trump «troppo pro‑Israele».
«Il cambiamento tra i giovani Repubblicani è sbalorditivo — ha commentato Telhami — Mentre il 52 % dei Repubblicani più anziani (35 anni e oltre) simpatizza maggiormente con Israele, solo il 24 % dei giovani (18‑34 anni) condivide lo stesso sentimento – meno della metà».
L’opinione pubblica influenza i politici
Nel novembre 2024 il senatore Bernie Sanders ha presentato una Joint Resolution of Disapproval (JRAD) per bloccare una grande vendita di armi a Israele. L’iniziativa è fallita, ma 18 senatori hanno votato a favore. Quel voto è stato significativo anche perché alcuni dei senatori che hanno sostenuto Sanders non erano quelli che ci si sarebbe aspettati. Ad esempio, il candidato alla vicepresidenza con Hillary Clinton nel 2016, Tim Kaine (Virginia), è stato uno dei supporter della proposta di legge di Sanders. Difficilmente sarebbe arrivato al Senato in passato un disegno di legge simile. Come ha affermato Beth Miller, direttrice politica di Jewish Voice for Peace Action: «È troppo poco, troppo tardi; questo genocidio dura da 13 mesi, ma ciò non cambia il fatto che questo sia un passo critico».
Nel 2025 Sanders ha riproposto la risoluzione a luglio, ottenendo 24 voti di sostegno, un aumento del 33 %.
Questo risultato non dice molto a favore del Senato, del Congresso o persino dei Democratici nel loro insieme. Questa votazione verteva su un genocidio che, al momento, durava da oltre ventidue mesi.
Tuttavia, come aveva affermato Miller in precedenza, l'aumento era significativo, così come lo era l'adesione di democratici più moderati, come Amy Klobuchar (Minnesota). Queste votazioni, sebbene non siano riuscite a salvare alcuna vita palestinese, hanno rappresentato un importante punto di svolta politico. La percezione generale era che Israele fosse coinvolto in una "guerra", per quanto inadeguato potesse risultare questo termine per chi osservava ciò che stava realmente accadendo in quel momento. E non si trattava di aiutare Israele, ma della vendita di armi. L'idea di votare contro l’iniziativa in qualsiasi circostanza, e ancor più in una situazione percepita come di conflito, era semplicemente assurda in passato. Avrebbe costituito un suicidio politico per chiunque si fosse impegnato in tale iniziativa, ad eccezione di un ristretto numero di politici, e non avrebbe mai ottenuto più di uno o due voti a favore al Senato. Solo pochi anni fa, il semplice fatto di suggerire la possibilità di condizionare gli aiuti a Israele era considerato un passo pericoloso e controverso. Nel 2025, tuttavia, più della metà dei quarantasette membri del gruppo democratico al Senato ha votato a favore del blocco della vendita di armi a Israele. Le tendenze politiche possono richiedere tempo per cambiare, soprattutto quando sono sostenute da forze politiche potenti e radicate da decenni. Si tratta di un cambiamento notevole e, dato che gli sforzi per modificare la politica statunitense sulla Palestina continuano e si intensificano, ci sono molte ragioni per credere che si tratti di una tendenza destinata a persistere.
Divisione interna ai partiti
Il 2025 ha visto una notevole spinta verso un cambiamento sostanziale nella politica americana verso la Palestina, sia tra i Democratici che tra i Repubblicani.
Dopo la sconfitta di Kamala Harris nel 2024, è emerso che la politica di Biden e Harris verso la Palestina ha alienato gli elettori Democratici, contribuendo alla perdita. Un sondaggio IMEU/YouGov ha identificato Gaza come la principale ragione per cui gli ex‑votanti Biden hanno cambiato o trattenuto il voto nel 2024, soprattutto negli stati chiave, dimostrando che i democratici, noti per basarsi sui sondaggi e sui focus group, avevano completamente frainteso o ignorato la mappa ideologica degli Stati in cui avevano più bisogno di vincere. A dicembre i democratici hanno deciso di insabbiare un rapporto post mortem che avevano commissionato sulle elezioni del 2024. Non hanno fornito molte spiegazioni al riguardo, solo alcune dichiarazioni sconnesse sulla necessità di guardare avanti che chiunque avrebbe potuto considerare, senza pensarci due volte, come uno sfacciato tentativo di elusione. Senza dubbio, il Partito Democratico ha trovato innumerevoli ragioni per spiegare la propria sconfitta, che erano scomode e ne riflettevano semplicemente la miopia politica, ma praticamente tutte le analisi serie di quella sconfitta hanno menzionato non solo Gaza come fattore chiave, ma anche diverse questioni tangenziali ad essa correlate, come la sensazione di scollamento tra i candidati e la base, nonché la perdita di voti tra i giovani.
I Repubblicani, d’altro canto, stanno vivendo una frattura tra gli elettori tradizionali e quelli più isolazionisti “America First”. Figure come Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Candace Owens usano la questione palestinese per mascherare l’antisemitismo. Owens, in particolare, è stata molto esplicita nell'uso di classici tropi antisemiti e di espressioni dirette di odio verso gli ebrei per promuovere la propria causa. Nel suo caso, l’aperta intolleranza ha sostituito i tentativi iniziali di collegare il proprio odio alla causa palestinese. Carlson e Greene – entrambi con una lunga storia di antisemitismo, islamofobia e razzismo anti-arabo – non hanno rinnegato alcuna delle precedenti dichiarazioni, ma si sono aggrappati alle petizioni anti-israeliane attuali istogliendo il focus dalle dichiarazioni d’odio razziale su cui da sempre hanno costruito consenso.
Tuttavia, un sondaggio IMEU/YouGov recente mostra che il 51 % dei giovani Repubblicani preferirebbe sostenere candidati che riducano gli aiuti a Israele, il 53 % è contrario al rinnovo dell’impegno annuale di aiuti, e il 51 % si oppone a un accordo di 20 anni a favore di Israele.
Il sostegno conservatore a Israele è tradizionalmente radicato nel cristianesimo evangelico e nel sionismo dispensazionalista (corrente teologica protestante che interpreta il ritorno degli ebrei in Israele come parte della profezia escatologica cristiana, N.d.T.), ma sempre più giovani evangelici stanno abbandonando questa posizione, come ha dichiarato il pastore palestinese‑americano Fares Abraham nel febbraio 2025: «Un significativo spostamento generazionale si sta verificando, passando da un falso evangelio di impero a una fede che difende giustizia, misericordia e verità».
Si tratta di una tendenza visibile già da tempo. È accompagnata da un aumento dell'isolazionismo tra i repubblicani, che è emerso chiaramente anche nelle parole scelte con cura dal vicepresidente JD Vance alla recente conferenza Turning Point USA:
«Il 99% dei repubblicani e probabilmente il 97% dei democratici non odiano gli ebrei perché sono ebrei. Quello che sta realmente accadendo è che si sta verificando una reazione violenta contro l'opinione consensuale sulla politica estera americana».
Il 2025 è stato un anno di tragedia continua per il popolo palestinese, ma anche di progressi senza precedenti negli Stati Uniti verso la riduzione del sostegno a Israele. Cambiare una politica radicata da decenni è difficile, ma il cambiamento sembra avvicinarsi.
Il 2025 non solo ha fornito motivi di speranza, ma anche il potenziale per dare slancio alle forze del cambiamento nei prossimi anni.
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Note di traduzione:
Joint Resolution of Disapproval – JRAD è volto come “risoluzione congiunta di disapprovazione”, mantenendo l’acronimo per chiarezza.
Consigli di lettura:
F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, in ohchr.org, 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025);
— A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org, 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025);
T. Ali, Unending war, «Sidecar», 16 ottobre 2025;
H. Ammori, Tactics of Disruption, «Sidecar», 18 aprile 2025;
M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org, 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025);
N. Barrows-Friedman, Israel violates ceasefire, freed Palestinians bear torture marks, «Electronic Intifada», 17 ottobre 2025;
T.S. Hajjaj, New Hamas crackdown on Gaza militias will be ‘largest yet,’ security source says, «Mondoweiss», 21 ottobre 2025;
F. Lordon, Endgame, «Sidecar», 27 giugno 2025;
A. Lowenstein, The Palestine laboratory. Hoe Israel exports the technology of occupation around the world, Verso + Scribe, London-New York 2023;
— Disaster capitalism. Making a killing out of catastrophe, Verso, London-New York 2015;
C. Mokhiber, Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo. Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA, «Ahida», 11 dicembre 2025;
Q. Muaddi, El Estado genocida de Israel pretende dividir definitivamente Gaza a lo largo de la «Línea Amarilla», «Diario Red», 7 novembre 2025;
— 9100 palestinos languidecen en pésimas condiciones en las prisiones del Estado genocida israelí tras el acuerdo de «paz», «Diario Red», 15 ottobre 2025;
I. Pappé, La fine di Israele, Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi, Roma 2025;
— Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?, «El Salto», 20 aprile 2023;
S. Watkins, Israel after Fordow, «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore.
Mitchell Plitnick – già vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente e direttore dell'ufficio statunitense di B'Tselem, il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati (2008-2010) ed executive per Jewish Voice for Peace (2002-2008). Editorialista politico, i suoi articoli sono apparsi su Ha'aretz, New Republic, Jordan Times, Middle East Report, San Francisco Chronicle, +972 Magazine, Outlook ed altre testate. Ha conseguito un Master in politiche pubbliche al College Park del Maryland ed una laurea in Studi mediorientali presso Berkeley, California.

