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  • Immagine del redattore: Raymond Geuss
    Raymond Geuss
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

La politica dell'impunità di Israele


Israele non può essere punito per i suoi innumerevoli crimini contro l'umanità, perché le società occidentali sono società di classe basate su un potere sistemico ingiusto, brutale e dittatoriale, che ha prodotto e riprodotto in modo esponenziale l'ingiustizia, la bestialità, il dominio e lo sfruttamento durante la modernità come caratteristiche apparentemente insuperabili dell'ordine costituito.



Uno dei testi fondativi della filosofia occidentale indaga il fenomeno dell’impunità. Nella Repubblica di Platone, Glaucone mette alla prova Socrate raccontando la vicenda di un pastore, Gige, che scopre un anello capace di renderlo invisibile, consentendogli così di agire a piacimento senza temere ritorsioni. Quale ragione potrebbe avere per non assecondare i propri desideri, al di là delle conseguenze per gli altri? La risposta di Platone non offre alla filosofia occidentale un input promettente – è sia eccessivamente ottimistica che moralmente e politicamente distaccata. Il danno inflitto ad altri – «agire ingiustamente», con le sue parole – nasce da un’anima disarmonica, e conduce a una crescente temperie interiore. Solo chi possiede un’anima armoniosa può condurre una vita felice. Quindi, solo l’ignorante desidererebbe nuocere agli altri. 

Per Platone, dunque, non è necessario preoccuparsi dell’impunità in sé, perché chi comprende questo non farà mai del male, anche se sapesse sfuggire alla punizione. E chi è ignorante sarà infelice.


Questo ragionamento presuppone un ordine morale cosmico che pochi – oltre alcuni credenti religiosi tradizionalisti – accetterebbero quello che postula una frase come «Ciò che semini, raccoglierai; se fai del male, tornerà a perseguitarti sotto forma di infelicità». 

Anche ammettendo che Gige sarebbe misero se commettesse un danno, quale consolazione ne viene ai soggetti lesi? L’approccio platonico potrebbe condurre al quietismo: consideriamo questa esperienza un insegnamento per Gige, che arriverà a capire che nuocere agli altri sia incompatibile con una vita appagante. L’attenzione è rivolta alle carenze psicologiche ed alla volizione dell’autore del danno, piuttosto che alla sofferenza delle potenziali vittime o alla necessità di garantire un ordine sociale minimo. Politicamente, tuttavia, l’impunità non è, come suggerisce il filosofo, un’istanza di cui potersi disfare semplicemente. È una condizione deleteria per un membro della società esere immune alla punizione – sia che si tratti di un cittadino dell’antica Atene che di uno Stato nazionale nel sistema internazionale contemporaneo.


È stato spesso osservato che Israele goda di un notevole grado di impunità. Lo scenario è ben più grave rispetto al caso di Gige, poiché ciò che Israele agisce è tutto fuorchè celato. Anzi, commette crimini contro l’umanità alla luce del sole, agitandoli apertamente all’opinione pubblica. Una larga parte dei cittadini del mondo condanna queste azioni con fermezza, eppure il sostegno ininterrotto a Israele esercita una stretta sul panorama politico ed economico occidentale, impedendo l’applicazione di sanzioni serie nonostante anni di proteste contro il genocidio in corso a Gaza. Raramente il divario tra l’indignazione morale della base e le politiche istiuzionali è stato così ampio.


Quando l’International Association of Genocide Scholars, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e altri accusano Israele di genocidio, i sostenitori interni usano confutare l’accusa sostenendo che, se Israele volesse sterminare tutti i palestinesi, lo avrebbe già fatto. Tale argomento parte dal presupposto che l’eliminazione dei palestinesi sarebbe tecnicamente e psicologicamente semplice, e che il loro mancato sterminio ne neghi l’intenzione. 

Sbagliato: l’eradicazione di milioni di persone non è affatto facile per i perpetratori, né dal punto di vista tecnico né da quello psicologico. Ci sono segnali che Israele consideri questa “campagna” un lavoro a tempo pieno, che la tunnel vision richiesta dal progetto sia economicamente rovinosa e dreni risorse da altre forme di attività sociale e culturale. È anche evidente che lo Stato israeliano percepisca l’opinione pubblica internazionale – soprattutto statunitense – come un limite alla propria capacità d’azione.


Esiste forse un’altra ragione per cui Israele non abbia ancora «finito il lavoro»? Potrebbe darsi che, in qualche senso, gli israeliani non vogliano che i palestinesi scompaiano del tutto, che in modo perverso li sentirebbero mancare se fossero assenti?


I sostenitori dello Stato di Israele lo descrivono spesso come un rifugio per gli ebrei, l’unico luogo al mondo in cui possano sentirsi protetti. Non esiste una sicurezza assoluta e la ricerca alimenta il fanatismo. Parlare di qualcosa come «sicuro» è sempre relativo; significa che l’oggetto sia meno vulnerabile rispetto ad alternative immaginate e minacce ipotizzate. Ma quali dovrebbero essere i termini di riferimento? Qualcuno pensa che un individuo ebreo sia più sicuro a Gerusalemme che a Montreal, Boston o Buenos Aires? Netanyahu e il suo governo stanno prospettando agli israeliani di prepararsi a una guerra senza fine.


Sebbene vivano una maggiore incoumità in Occidente, c’è una cosa che gli ebrei non possono fare a Londra, New York o Parigi, ma possono fare in Israele: mostrare disprezzo e maltrattare attivamente una popolazione stigmatizzata ed assoggettata senza temere conseguenze. In questo senso Israele è unico, poiché conferisce ai propri cittadini ebrei una legittimazione sociale per opprimere una popolazione subordinata i cui membri possano essere abusati quasi a piacimento. Israele appare a molti osservatori esterni come una società tenuta insieme da un capro espiatorio collettivamente scelto. Questo spesso sfocia in sadismo. Il sadico, tuttavia, non desidera che l’oggetto del suo sadismo scompaia, perché allora i suoi desideri non avrebbero più oggetto. Vorrebbe, piuttosto, che rimanga – in uno stato di minorità a testimonianza dell’efficacia dei propri desideri sul mondo. 

Gli israeliani iniziano deumanizzando i palestinesi per poterli opprimere ed eradicare, ma poi trovano piacere nel processo di deumanizzazione stesso.


Aristotele ha un atteggiamento completamente utilitaristico verso gli schiavi, descrivendoli come «strumenti viventi», destinati a compiere lavori monotoni senza che il padrone debba sporcarsi le mani. Nietzsche ne scorge una lettura superficiale: il padrone ha bisogno dello schiavo non solo per svolgere compiti tediosi, ma per riaffermare il proprio senso di sé. L’esistenza dello schiavo è una continua conferma della superiorità del padrone. In altre parole, se i palestinesi non esistessero, o cessassero di esistere, quale sarebbe il senso dell’essere israeliano?


L’impunità di un proprietario che maltratta i servi in una società di schiavitù era radicata nelle istituzioni sociali del suo mondo e nelle norme di base che la sua società professava di rispettare. L’impunità israeliana nel ventunesimo secolo – al contrario – è un’anomalia: radicalmente contraria a tutti i valori che dichiariamo di possedere ed in conflitto con i patti sociali su larga scala che abbiamo creato presumibilmente per farli rispettare. Tale impunità può essere mantenuta solo attraverso coercizione politica, economica e sociale diretta da Israele e dai suoi alleati contro le istituzioni internazionali e le popolazioni occidentali. 

Ne discende, però, che non sia una caratteristica immutabile del nostro mondo. Mßa un costrutto che potrebbe frantumarsi sotto pressione.  



Consigli di lettura:


F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, in ohchr.org, 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025);

A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org, 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025);

H. Ammori, Tactics of Disruption, «Sidecar», 18 aprile 2025; 

M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org, 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025);

R.Geuss, Victors’ history, «Sidecar», 5 novembre 2025 (accesso il 18/01/2025);

Gallia and Gaza, «Sidecar», 10 settembre 2025 (accesso il 18/01/2025);

F. Lordon, Endgame, «Sidecar», 27 giugno 2025 (accesso il 18/01/2025);

S. Watkins, Israel after Fordow, «NLR», n. 15, luglio-agosto 2025 (accesso il 18/01/2025).



Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Sidecar» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore.



Raymond Geuss è un filosofo politico americano e studioso del pensiero europeo del XIX e XX secolo. Attualmente è professore emerito presso la facoltà di Filosofia dell'Università di Cambridge.

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