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  • Immagine del redattore: Islam Elhabil
    Islam Elhabil
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 7 min

L’eredità ecotossica del genocidio


Pablo Echaurren
Pablo Echaurren

Il genocidio perpetrato a Gaza presenta, dietro la sua enormità sistemica, tutta una serie di microforme di produzione di terrore, di distruzione ecologica e di annientamento delle forme più elementari della dignità umana, che nelle modalità della loro bestialità, crudeltà e annientamento delineano i contorni esatti della crisi della politica nelle società occidentali.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore.



Dopo il genocidio iniziato nell’ottobre 2023, questo sistema di gestione delle risorse è crollato e da allora i rifiuti di plastica non vengono più raccolti, accumulandosi nell’ambiente, dove rilasciano sempre più sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel corpo umano. La distruzione causata da Israele va oltre le infrastrutture fisiche. Alterando i sistemi di gestione dei materiali esistenti e rimodellando il rapporto tra la società e i rifiuti che produce, provoca un ambiente altamente inquinato con alternative limitate o inesistenti per procedere alla sua mitigazione, generando conseguenze globali che si estendono oltre Gaza e comportano rischi ambientali più ampi per la regione circostante. Dopo che Israele ha interrotto la fornitura di carburante ed elettricità il 9 ottobre 2023, il carburante è diventato in gran parte inaccessibile, costringendo migliaia di palestinesi ad affrontare una grave e continua carenza energetica.


Bruciare plastica per sopravvivere


Dato che la distruzione si è protratta per mesi e la legna disponibile, comprese porte e materiali domestici recuperati, si è progressivamente esaurita, le famiglie sfollate hanno fatto sempre più ricorso ad alternative di emergenza, la più pericolosa delle quali è bruciare plastica per cucinare e riscaldarsi. La conversione della plastica in combustibile, che avviene in modo sporadico e pericoloso a Gaza sotto la coercizione del blocco e del genocidio israeliani, implica un processo sequenziale che inizia con la raccolta della plastica in diversi luoghi e la sua classificazione per tipo, un compito estremamente difficile in condizioni di guerra e grave carenza di risorse. Successivamente, la plastica viene tagliata in piccoli pezzi e introdotta in un forno di ferro speciale riscaldato ad alte temperature, tra 400º e 600º C, in un processo comunemente denominato pirolisi della plastica, durante il quale il materiale si fonde, evapora e arriva attraverso il circuito corrispondente sotto forma di gas a un sistema di raffreddamento ad acqua, dove si condensa nuovamente in liquido. Questo liquido viene quindi estratto come combustibile simile al diesel, mentre i residui pesanti rimangono e vengono ripetutamente ritrattati nello stesso forno mediante ulteriori cicli termici fino a raggiungere un livello di purezza di circa l’80%. L’intero processo dura solitamente dalle otto alle dieci ore, a seconda della quantità e del tipo di plastica utilizzata.


È allarmante che, molto più spesso, la combustione della plastica avvenga sia in forni di argilla improvvisati in spazi chiusi e mal ventilati, sia attraverso la combustione diretta all’aria aperta all’interno dei campi profughi, dove i residenti sono costretti a bruciare plastica, carta e rifiuti simili. In entrambi i casi, la plastica può fornire combustibile per cucinare e riscaldarsi. Questa pratica forzata comporta rischi significativi per la salute, in particolare per le donne e i bambini, poiché le donne sono spesso responsabili della cottura vicino a questi forni, mentre i bambini rimangono nelle immediate vicinanze. La combustione della plastica rilascia fumo denso ed emissioni tossiche all’interno delle tende, contribuendo all’aumento delle malattie respiratorie, in particolare delle infezioni polmonari, soprattutto tra i bambini, gli anziani e le donne. Queste emissioni costituiscono una minaccia diretta per la salute pubblica, poiché trasformano le tende dei profughi da rifugi temporanei a fonti concentrate di inquinamento atmosferico, dove la popolazione è esposta contemporaneamente a innumerevoli malattie, alla fame e alla continua violenza militare.


La combustione di plastica in spazi aperti è anche un processo altamente tossico, che non solo genera fumo, ma altera fondamentalmente la qualità dell’aria attraverso il rilascio di sostanze inquinanti pericolose. In ambienti chiusi, come le tende degli sfollati, dove la ventilazione è estremamente limitata, il fumo si accumula rapidamente e viene inalato da persone che sono particolarmente vulnerabili in queste condizioni. L’esposizione in queste condizioni non provoca soltanto determinati e acuti problemi di salute, ma effetti cumulativi e a lungo termine sul sistema respiratorio e sulla salute in generale. Studi ambientali hanno ripetutamente indicato che la combustione di rifiuti plastici all’aperto in zone residenziali è una fonte importante di inquinamento atmosferico. Le particelle fini che ne derivano sono ben note per la loro capacità di penetrare in profondità nel sistema respiratorio. In contesti in cui non esiste una raccolta organizzata dei rifiuti, come avviene attualmente a Gaza, la combustione di plastica all’aperto diventa una fonte diffusa e significativa di inquinamento atmosferico, che aumenta notevolmente i rischi per la salute trasformando i rifugi per sfollati in ambienti mal ventilati con esposizione cronica a emissioni nocive.


Tempesta di microplastiche


Oltre ai contaminanti gassosi e al fumo visibile, la combustione della plastica accelera la decomposizione fisica e chimica dei materiali plastici in particelle microplastiche e nanoplastiche. Durante la combustione, la plastica si scioglie e brucia parzialmente, per poi depositarsi sulle superfici circostanti. Raffreddandosi e frammentandosi meccanicamente, si disintegra in particelle microscopiche, non visibili ad occhio nudo. Analisi microscopiche e spettroscopiche hanno dimostrato che queste particelle conservano le caratteristiche chimiche dei polimeri plastici originali, il che indica la loro persistenza nell’ambiente e la loro tossicità biologica. Le microplastiche possono rimanere sospese nell’aria, danneggiando le piante, o depositarsi su biancheria da letto, indumenti e alimenti, portando alla loro ripetuta inalazione e ingestione. Di conseguenza, le tende utilizzate nei continui spostamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese diventano luoghi di accumulo cronico di microplastiche sospese e trasportate dall’aria, aggiungendo un ulteriore strato di inquinamento, in gran parte invisibile, che comporta rischi a lungo termine per la salute respiratoria a causa dell’inalazione e dell’esposizione continua.


I bombardamenti militari svolgono un ruolo fondamentale nella trasformazione della plastica in un pericolo ambientale su larga scala. La distruzione di case, negozi, fabbriche e magazzini genera non solo detriti di cemento, ma anche quantità cospicue di materiali plastici danneggiati e parzialmente bruciati, come tubi, cavi, isolanti, mobili e apparecchiature elettriche. A causa dell’esposizione al calore, alla luce solare, all’abrasione meccanica e alla combustione ripetuta, questi materiali si degradano progressivamente in particelle microplastiche e sottoprodotti tossici della combustione, che si infiltrano nel suolo, nelle risorse idriche e nei sistemi alimentari. A seguito del collasso dei sistemi organizzati di gestione dei rifiuti, i rifiuti plastici si accumulano nelle strade, intorno agli accampamenti dei profughi e nei terreni agricoli a causa dell’assenza di una raccolta regolare o di luoghi di smaltimento sicuri.


Allo stesso tempo, la grave carenza di combustibile e la mancanza di accesso a fonti convenzionali di energia per cucinare e riscaldarsi costringono i residenti a cercare fonti energetiche alternative. Di conseguenza, sono sorte numerose discariche e inceneritori informali vicino agli insediamenti degli sfollati. Gli aiuti umanitari, sebbene essenziali per la sopravvivenza, alimentano senza volerlo questo ciclo, poiché gli imballaggi in plastica di cibo e acqua diventano rapidamente rifiuti non smaltiti o combustibile destinato a bruciare, causando una contraddizione strutturale in cui le pratiche di sopravvivenza immediata intensificano l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute a lungo termine. I bambini rappresentano il gruppo più vulnerabile in questo contesto. Crescono in ambienti saturi di rifiuti plastici bruciati, giocano vicino ai rifiuti plastici e consumano cibo e acqua conservati in contenitori riutilizzati più volte in condizioni non sicure. I loro corpi in fase di sviluppo sono sottoposti a un’esposizione cronica agli inquinanti in un momento in cui le strutture di laboratorio, i sistemi di monitoraggio ambientale e le capacità di trattamento medico hanno subito gravi danni o sono inaccessibili.


In questo contesto, la contaminazione da plastica si integra biologicamente attraverso l’esposizione prolungata. Il genocidio funziona quindi effettivamente come un sistema incontrollato di produzione e accumulo di contaminazione legata alla plastica. Anche dopo la cessazione delle ostilità, si prevede che gli inquinanti derivati dalla plastica persisteranno nel suolo, nelle acque sotterranee e nella catena alimentare, continuando ad agire sulla salute umana molto tempo dopo l’inizio della ricostruzione. Pertanto, discutere della ricostruzione di Gaza senza affrontare la questione dell’inquinamento da plastica significa trascurare una dimensione critica per l’ambiente e la salute pubblica. La gestione delle macerie non è solo una sfida ingegneristica, ma anche una sfida chimica e ambientale, che richiede strategie strutturali per il trattamento e la bonifica dei rifiuti plastici. Senza questi interventi, gli sforzi di ricostruzione rischiano di riportare le comunità su terreni contaminati, integrando l’eredità tossica della guerra genocida nell’ambiente ricostruito. 



Testi consigliati


Frédric Lordon, El sionismo y su destino

tutti pubblicati su «Diario Red». 

Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide  (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) 

Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo, «El Salto» 20/04/2023 e 26/06/2024

Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024)


Islam Elhabil, palestinese di Gaza, è specializzata in microplastiche, ricercatrice alla National University of Malaysia e ingegnere specializzato in soluzioni ingegneristiche per urgenti problemi ambientali globali.


● Traduzione di Mauro Trotta



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