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  • Immagine del redattore: Wolfgang Streeck
    Wolfgang Streeck
  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 21 min

Non si vede la fine. Riflessioni sulla recente letteratura sopra la distruzione di Gaza

Il genocidio commesso in Palestina dagli Stati occidentali criminali con l'aiuto dello Stato terrorista-coloniale israeliano ha ormai penetrato tutte le fibre istituzionali, politiche, giuridico-costituzionali delle società democratiche e ne ha irrimediabilmente corrotto le classi dirigenti e gli assetti partitici, che continuano ad indugiare nel vuoto di un passato violento e distruttivo mai compreso in termini di classe dall'episteme-specie dominante.



Non si vede la fine. Riflessioni sulla recente letteratura sopra la distruzione di Gaza

 Wolfgang Streeck

Il genocidio commesso in Palestina dagli Stati occidentali criminali con l'aiuto dello Stato terrorista-coloniale israeliano ha ormai penetrato tutte le fibre istituzionali, politiche, giuridico-costituzionali delle società democratiche e ne ha irrimediabilmente corrotto le classi dirigenti e gli assetti partitici, che continuano ad indugiare nel vuoto di un passato violento e distruttivo mai compreso in termini di classe dall'episteme-specie dominante.


D. Fassin, Moral Abdication: How the World Failed to Stop the Destruction of Gaza, «Verso», Londra 2024, 128 pp.

P. Mishra, The World After Gaza, «Fern Press», Londra 2025, 292 pp.


La distruzione di Gaza, lo sterminio della sua gente, cesserà prima di arrivare a compimento? 

Non se il governo di Israele, la maggioranza dei suoi cittadini e gli Stati Uniti avranno la meglio. Israele non farà mai la pace con il popolo palestinese, né a Gaza, né a Gerusalemme, né in Cisgiordania. Finché ci saranno palestinesi tra il fiume e il mare, saranno un ostacolo per Israele — e la missione non si darà per compiuta. In effetti, ora, dopo due anni di massacri, la pace – a qualunque condizione – non sarebbe altro che una catastrofe nazionale per Israele, una sconfitta devastante. La pace dovrebbe porre fine al blocco di Gaza, che dura ormai da quasi due decenni, sostenuto da quattro presidenti americani: Bush, Obama, Biden e Trump. 

I gazawi dovrebbero essere rilasciati dalla quella che a tutti gli effetti una prigione a cielo aperto; ai visitatori dovrebbe essere permesso l'ingresso. Immagini – molte più di quante ne circolino ora – uscirebbero da un paesaggio devastato di case, scuole, ospedali, chiese e università irreparabilmente compromesse. 

E raccontate storie di bambini senza genitori, genitori senza figli, famiglie senza madri o padri, emaciati, affamati, mutilati nel corpo e nell'anima. 

Ed avviate indagini, e non solo dalla cosiddetta Autorità Palestinese, corrotta e foraggiata da Israele: verrebbero ascoltati testimoni, registrate memorie, ricostruiti eventi, identificati i comandanti israeliani responsabili dei crimini più efferati, il genocidio cesserebbe di essere un'astrazione legale. Lo Stato di Israele finalmente si manifesterebbe quale paria, come sarebbe potuto accadere alla Germania dopo il 1945 se non fosse stato per gli amici americani alla ricerca di un alleato-vassallo contro l'Unione Sovietica e per la guerra di Corea. 

«Godetevi la guerra, la pace sarà terribile», usavano sussurrarsi i tedeschi mentre la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine.


Nessuna fine in vista. L'incubo continuerà, e sarà concesso che continui finché ci saranno ancora palestinesi che rifiutino di essere governati da persone come Netanyahu. Mentre scriviamo, Israele ha predato più della metà della striscia di Gaza, dichiarandola "zona di sicurezza" dopo averla sgomberata dei gazawi, con il tacito accordo del Consiglio di Sicurezza dell'ONU — un primo acconto sul sogno immobiliare della Trump Organization. Ciò che restava della striscia appare tagliato in due dall'esercito israeliano, per mantenerla divisa fino all'arrivo del Board of Peace gestito da Trump, con la pace intesa come perseguimento della pulizia etnica con strumenti vari. In Cisgiordania – frattanto – il massacro procede indisturbato e sostenuto da una larga maggioranza di cittadini israeliani, contando più di mille palestinesi uccisi nei due anni di guerra di Gaza, tanto dall'esercito quanto dai cosiddetti coloni – che agiscono indisturbati, molti dei quali cittadini americani rammaricati di essere nati troppo tardi per le guerre ai pellerossa.

In ogni caso, se qualcosa dovesse andare storto, Israele è militarmente invincibile, grazie all'incrollabile sostegno americano e tedesco. 

Questi gli armamenti in campo: più di 300 jet da combattimento pronti all'azione – Hamas: nessuno –; circa 50 elicotteri d'attacco – Hamas: nessuno –; il sistema di difesa aerea Iron Dome – Hamas: nulla di comparabile –; 2.200 carri armati – Hamas: nessuno – e almeno 170 bulldozer Caterpillar D9, Hamas – provate ad indovinare! – nessuno. Quella che viene impropriamente chiamata guerra nei fatti si da come un massacro ad alta tecnologia di un popolo indifeso che viene bombardato fino a tornare all'età della pietra. A questo si aggiunge la trinità completa della guerra nucleare: missili terrestri caccia aerei e sottomarini nucleari forniti dalla Germania...integrati dalla bomba nucleare della propaganda, l'accusa di antisemitismo – altamente efficace, come mostrano Mishra e Fassin, nelle democrazie dell'emisfero settentrionale – usata generosamente dai sostenitori di Israele.

Con gli Stati Uniti che coprono le spalle in modo incrollabile, il governo israeliano può sentirsi libero di continuare quello che la maggioranza dei cittadini considera il proprio compito: ripulire Gaza dai gazawi. A due anni dall'inizio della guerra – a fine novembre 2025, secondo le statistiche – erano stati segnalati 69.185 gazawi uccisi (riportati dal governo di Hamas a Gaza, che non conta gli incalcolabili, sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bombardieri e dai bulldozer israeliani) e 170.698 feriti. Nello stesso periodo, secondo Israele, "dall'inizio delle operazioni di terra nella Striscia di Gaza il 27 ottobre 2023, 471 soldati sono caduti in combattimento", il che equivale a meno di 20 al mese, e un rapporto di uccisioni di 1:147 — un prezzo "d'occasione", che rende la guerra continua politicamente sostenibile in Israele anche se la fine è tutt'altro che vicina. Secondo varie stime, Hamas, stereotipicamente definita dalla stampa tedesca come un "gruppo terroristico", aveva ancora circa 16.000-18.000 combattenti in armi al momento della rivelazione del "Piano di Pace" di Trump — rispetto ai 20.000-30.000 che si ritiene avesse all'inizio del massacro.


Trump o meno, non c'è motivo per cui Israele accetti un accordo che non sia la presa definitiva della Palestina «dal fiume al mare», come previsto da tempo nel programma del partito di Netanyahu. A differenza della ex Jugoslavia, gli Stati Uniti ed i vassalli dell'Europa occidentale non vedono a Gaza alcun "dovere di proteggere" – negli anni '90 una celebre innovazione americana nel diritto internazionale – a meno che non si tratti di proteggere Israele dal dover rispondere dei propri crimini. Se dovesse accadere il peggio, Israele sa che per continuare il massacro possa contare sul terrore generato dalla sua "opzione Sansone": usare il suo arsenale nucleare per garantire che se Israele deve cadere, tutti gli altri intorno ad esso – in particolare l'Iran e il Libano,  forse anche l'Egitto e la Siria – la "zona grigia" di Israele, dovranno cadere insieme ad esso. Nell'improbabile eventualità che gli alleati lo abbandonino – se continuare il conflitto mettesse in pericolo gli interessi fondamentali della classe americana che finanzia le campagne elettorali, ad esempio — Israele potrebbe sentirsi come il governo tedesco verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando vide come unica scelta quella di sperare contro ogni speranza in un miracolo: «Ci siamo assunti una colpa così enorme che possiamo solo continuare; non c'è modo di tornare indietro» — con le parole di Heinrich Himmler, presumibilmente, a un diplomatico norvegese nell'aprile 1945. La differenza, naturalmente, è che mentre la Germania all'epoca non aveva bombe nucleari, Israele le ha.

Quindi la distruzione continuerà, fisica, istituzionale, sociale, morale, già ora quasi irreparabile. Se mai dovesse finire, nessuno saprebbe come rimuovere i detriti lasciati dai bombardamenti, ricostruire le case, gli ospedali, le scuole e le università, le moschee e le chiese, le strade e i porti, le fogne e le condutture dell'acqua. (I campi da golf e i country club di Trump potrebbero essere raggiunti in elicottero, l'acqua e il cibo per i pochi fortunati potrebbero essere portati dal Consiglio di Pace che lavora con la Gaza Humanitarian Foundation.) Dove vivrebbero i gazawi nel frattempo? Quale paese organizzerebbe per conto della Comunità internazionale prima l'esodo e poi il ritorno, sotto gli occhi vigili delle Forze di Difesa israeliane e dei loro fratelli d'arme americani? Chi pagherebbe per gli orfanotrofi, le case per disabili, le cure mediche per coloro che hanno perso la ragione nei bunker e nella ricerca di cibo per le loro famiglie? I tedeschi saranno impegnati per anni a finanziare l'altra loro guerra, in Ucraina, mentre i loro alleati israeliani e, naturalmente, gli USA non contribuiranno con un centesimo.

Dopo Gaza, dunque, ci sarà ancora Gaza. Per ogni futuro prevedibile. Sia Fassin che Mishra prevedono altri massacri di massa, sfratti, fame – forse con occasionali interruzioni per scopi di pubbliche relazioni, con brevi aperture dei nuovi confini più stretti di Gaza per rifornimenti abbastanza piccoli da mantenere le persone sull'orlo dell'inedia –. Questo gioco crudele, fingendo misericordia per poi stringere di nuovo le viti, accompagnato da uccisioni seriali di abitanti dei villaggi da parte di coloni-teppisti in Cisgiordania e dalla costruzione di alloggi finanziati dagli States per i coloni israeliani a Gerusalemme Est (per non parlare degli scintillanti Trump Hotels opportunamente armati in luoghi panoramici di una Gaza ripulita dai suoi rozzi abitanti), il tutto intervallato da occasionali "pause umanitarie" a beneficio dei governi dell'Europa occidentale, come i lanci aerei di cibo dagli aerei della Bundeswehr, così i consumatori di notizie tedeschi possono stare certi che i gazawi non dovranno morire a stomaco vuoto. Fassin, trovando la sinistra israeliana «[è] schiacciata e inudibile» (p. 89 segg.); i paesi occidentali, sotto l'incantesimo della propaganda anti-antisemitismo delle lobby israeliane, che "sostengono con tutto il cuore il governo israeliano" e «il leader popolarissimo Marwan Barghouti, considerato da molti come un possibile negoziatore e futuro presidente dell'Autorità Palestinese... condannato a cinque ergastoli [nei campi di concentramento israeliani], mentre nessun politico israeliano sembra pronto a prendere in considerazione la possibilità di colloqui» (p. 90) — Fassin conclude il suo libro, nonostante l'ammirevole e sobrio realismo, con una poesia scritta da un poeta palestinese, «poco prima di morire il 7 dicembre 2023 in un attacco mirato con bombe sull'appartamento dove si era rifugiato con la sorella, anch'essa uccisa, così come suo fratello e quattro dei suoi nipoti» (p. 91).

Naturalmente, non è solo Gaza che avrebbe bisogno di ricuciture nel "dopo Gaza": lo stesso varrebbe per Israele, che dovrebbe imparare a smettere di essere uno Stato assassino, anche se, a differenza della Germania nel 1945, nessuno sa chi possa insegnarglielo e come. In effetti, per sia Fassin che Mishra, il genocidio di Israele, a Gaza così come nei Territori, è un disastro morale anche per "l'Occidente" nel suo complesso, che ha dato i natali a Israele ma non è riuscito a socializzarlo adeguatamente. 

Lo snello libro di Fassin, scritto brillantemente e ammirevolmente conciso in non più di 122 pagine, dice e documenta tutto ciò che serve ai lettori per guardare attraverso il velo del doppio standard dei governi occidentali e delle loro classi politiche. L'enfasi è sul discorso pubblico, il linguaggio distorto progettato per la fabbricazione del consenso con il crimine contro l'umanità che è il marchio della nostra epoca, per permettere all'audience occidentale di non notare il mattatoio di Gaza e ciò che questo agisca anche su loro. 

Il capitolo 1 compendia il trattamento nei resoconti occidentali del tentativo di Hamas del 7 ottobre di porre fine a 16 anni di prigionia collettiva; il capitolo 2 dell'uso strategico del concetto di terrorismo; il capitolo 3 di quello di genocidio – «Le parole contano, specialmente quando hanno risonanza storica, significato politico e implicazioni legali», p. 26 –, ed il capitolo 4 del modo in cui la memoria del micidiale antisemitismo tedesco venga piegata a rendere innominabili le uccisioni indiscriminate e la tortura israeliane. Il capitolo 5 dettaglia l'ascesa della censura in quelle che erano democrazie liberali, il capitolo 6 descrive il silenzio delle voci pubbliche occidentali sugli effetti della molteplice de-umanizzazione del popolo di Gaza per la prigionia decennale, mentre il capitolo 7 descrive il sistematico offuscamento dello scopo etno-colonialista dell'occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania. Il capitolo 8 riassume ciò che Fassin intende per "abdicazione morale": la corruzione sistematica delle parole in modo da renderle inadatte a distinguere tra bene e male. Qui (p. 88) l'autore cita Tucidide sulla guerra del Peloponneso, il quale notava come – nel corso di una distruzione sempre più insensata – «persino il significato abituale delle parole in relazione agli atti veniva cambiato nelle giustificazioni che venivano loro date». Non da ultimo «queste falsificazioni — secondo Fassin, eminente antropologo sociale e sociologo — giustificano il fatto che gli scienziati sociali, con umiltà ma determinazione, facciano sentire la propria verità, per quanto fragile possa essere».


Quanto a Mishra, anche il suo testo è straordinariamente ben documentato — si vedano in particolare i lunghi capitoli sulla Germania, "Dall'antisemitismo al filosemitismo", e sugli Stati Uniti, "Americanizzare l'Olocausto". 

Ma, soprattutto, Mishra si sforza di spiegare a un pubblico bianco occidentale come gli ebrei, a lungo considerati dai bianchi a tutti gli effetti profondamente non-bianchi, siano stati invitati a unirsi ai loro aguzzini quando dopo il 1945 hanno trasformato la Palestina nel loro Stato-nazione, dopo aver cercato invano di emulare la bianchezza nell'Europa occidentale trattando i fratelli dell'Europa orientale come se fossero di colore. Mishra colloca la cooptazione dell'ebraismo nella Herrenrasse (razza padrona, n.d.t.) bianca, e il sostegno economico e militare storicamente senza precedenti di quest'ultima allo Stato di Israele, non in un senso di colpa da parte dei suprematisti bianchi per ciò che avevano fatto loro nel corso dei secoli, ma nella politica di decolonizzazione degli anni '50 e '60. Allora, mentre la supremazia bianca era sull'orlo del collasso, i bianchi potevano usare un alleato che li aiutasse ad arginare la marea anticoloniale specialmente nel Medio Oriente – un alleato che, a differenza dei coloni screditati, poteva rivendicare un diritto storico e morale, per quanto fragilmente congegnato, di vivere e governare dove, come popolo, dopo tanta sofferenza gli era stato permesso di cercare rifugio.

Il libro di Mishra dà ai lettori occidentali un'idea di ciò che gli osservatori del Sud del mondo vedono e provano quando considerano l'assoluto disprezzo con cui i coloni sionisti hanno trattato e continuano a trattare coloro a cui hanno tolto e stanno ancora togliendo la terra. Questo è indistinguibile dal modo in cui i coloni europei in Africa tenevano gli africani locali dietro il recinto dell'apartheid e da come si sentivano in diritto nel continente nordamericano di estinguere del tutto coloro che erano sulla loro strada e che credevano fossero indiani. In questa prospettiva, qualunque differenza possa esserci tra Gaza e l'Olocausto è meno rilevante, se non del tutto irrilevante, rispetto al loro identico ruolo per la legittimazione e la difesa della supremazia bianca. Nei suoi capitoli finali Mishra, sulle orme di Edward Said, presenta un notevole profilo della visione del mondo di quella che è stata chiamata "teoria postcoloniale". Al suo centro c'è la conquista e la distruzione unica delle società tradizionali non-bianche in tutto il mondo da parte dell'imperialismo bianco, armato di una tecnologia militare superiore e della prova scientifica dell'inferiorità "razziale" dei loro simili colored, convintisi di non essere affatto umani. (Qualche riferimento in più al capitalismo oltre al razzismo come forza trainante dell'espansione occidentale mi sarebbe stato gradito.) Il modo in cui Mishra insiste sulla necessità di uscire dalla ristrettezza mentale della storia del mondo standard bianco-occidentale è a dir poco impressionante per l'erudizione, in particolare per quanto riguarda il modo in cui la storia e la preistoria dell'antisemitismo e del pro-israelismo si inseriscono nell'era moderna della "globalizzazione" violenta e razzista-imperialista. Non si devono accettare tutte le ramificazioni e le esagerazioni polemiche della teoria postcoloniale – sebbene chi qui scriva, finora turpemente poco informato, non abbia trovato molto da contestare nella sua applicazione da parte di Mishra al caso di Gaza – per ammettere che la teoria sociale nel mondo dopo Gaza dovrà incorporare alcuni dei temi e intuizioni centrali per essere credibile non solo moralmente ma anche accademicamente.

La Germania, il secondo sostenitore incondizionato di Israele, potrebbe essere, ancor più degli Stati Uniti, un luogo di ricerca sulla conversione occidentale dopo il 1945 dall'anti- al filo-semitismo. 

Con la ferrea equanimità di fronte a una crudeltà sfrenata, la studiata assenza di emozione morale, il silenzio glaciale della classe politica ed intellettuale – dai giornalisti ai professori, dai registi e artisti agli scrittori, persino tra gli studenti nella misura in cui siano cresciuti in Germania e vogliano fare carriera lì – la Germania appare ancora una volta come un caso estremo di squilibrio politico. Sia Fassin che Mishra prestano particolare attenzione alla versione tedesca della “Israelmania” di Stato. Ciononostante, quanto sta accadendo in Germania in questi giorni attende ancora di essere pienamente compreso — il passaggio a un filosemitismo fanatico identificato come anti-palestinianismo – guardando dall'altra parte con la stessa vecchia indifferenza morale, lo stesso silenzio opportunistico, la stessa codardia spietata. 

Affronterò alcuni dei fattori che credo siano in gioco qui, sperando di essere perdonato per aver usato i pregevoli libri di Mishra e Fassin come occasione per speculare su alcune delle caratteristiche più orrorifiche del mio paese d'origine.


Note sulla “Gaza della Germania”

La Germania non è l'unico luogo in cui le fonti tradizionali di coesione sociale, identità collettiva e lealtà politica si siano inaridite nell'era del neoliberismo globalizzato, minando le istituzioni ereditarie della politica democratica del dopoguerra. All'incertezza sull'identità collettiva e sulla sicurezza economica si sono aggiunti alti livelli di immigrazione, in particolare sulla scia dell'apertura delle frontiere tedesche nel 2015, la vera data di nascita dell'AfD. In risposta al fenomeno ed ai suoi malcontenti, ci sono stati fin da subito appelli dal centro-destra per un'intensità ed un'applicazione più vigorose di quella che nel gergo degli spin doctor dell'epoca veniva chiamata una Leitkultur tedesca: una "cultura guida" che definisse la germanicità da rispettare – quando non da interiorizzare – da parte di immigrati, aspiranti tali così come quelli che preferirebbero non esserlo. Liste provvisorie di attitudini e pratiche essenzialmente tedeschi cambiavano, ma includevano sempre elementi che ci si aspettava fossero considerati non islamici da parti della comunità musulmana, dai bambini che mangiano carne di maiale nelle mense scolastiche alle donne che camminano per strada senza velo.

Incluso nelle definizioni sempre più autorevoli della Leitkultur tedesca era anche l'accettazione di una responsabilità speciale, che abbraccia le generazioni, per l'Olocausto, con un dovere civico derivante da essa che includeva il sostegno al "diritto di esistere" dello Stato di Israele, in qualunque confine esso scelga per se stesso. Quando dopo il 7 ottobre giovani immigrati, in particolare studenti, con radici nel Medio Oriente hanno iniziato a esprimere pubblicamente la loro solidarietà con le vittime gazawi dell'occupazione israeliana, il governo tedesco, in linea con la lobby nazionale pro-Israele, ha chiarito – se necessario con l'aiuto della polizia e dei tribunali – che la Leitkultur tedesca fosse vincolante non solo per i tedeschi autoctoni ma anche per gli "adottati", da ovunque provenissero. Per sicurezza, l'antisemitismo, nella "definizione operativa" dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), è stato effettivamente dichiarato incostituzionale, tramite una risoluzione del Bundestag che non è formalmente una legge e quindi è al di fuori della giurisdizione della Corte costituzionale.

Successivamente la Israelkritik, per un po' tollerata a malincuore finché si limitava ai mezzi piuttosto che ai fini della guerra israeliana, è stata generalmente ridefinita come antisemita. 

Questo ha reso l'anti-islamismo, in particolare l'anti-palestinianismo, una gradita espressione di anti-antisemitismo, tracciando una linea netta tra i buoni tedeschi anti-antisemiti e i cattivi anti-tedeschi antisemiti, con o senza passaporto tedesco. Non solo questo ha stabilito una versione di Staatsraison quasi canonica della cultura civica tedesca, la cui adesione può essere ed è testata tramite questionari somministrati ai richiedenti la naturalizzazione, ma asseconda anche il sentimento anti-musulmano e anti-migratorio tra gli elettori a cui promette di rendere più difficile o meno attraente per i musulmani immigrare, strumentalizzando di fatto l'Olocausto per riservare Deutschland den Deutschen (la Germania ai tedeschi, n.d.t.) Sebbene ideato per sottrarre elettori all'AfD, ha aiutato l'AfD a sostituire il vecchio antisemitismo della destra tedesca come collante  per una Volksgemeinschaft (unità nazionale, n.d.t.) tedesca con un nuovo anti-musulmanesimo, consentendo all'AfD, nonostante i richiami etno-nazionalisti, di presentarsi come un convinto sostenitore di Israele e della complicità dello Stato tedesco con esso.

L'allineamento con un partito völkisch come l'AfD non rappresenta l'unico dilemma per l'economia morale tedesca nel definire il sostegno a Israele a Gaza come una lotta contro l'antisemitismo. Entrano in gioco significati e ambivalenze più profondi, che assillano la coscienza collettiva tedesca mentre questa si confronta con le proprie memorie di colpa e il desiderio di redenzione, da raggiungersi attraverso l'istituzionalizzazione della prima. Al centro di tutto ciò risiede il dogma dell'unicità e dell'incomparabilità dell'Olocausto — il contributo più incisivo del filosofo Jürgen Habermas alla cultura politica tedesca. Tale concetto scaturì dalla cosiddetta Historikerstreit – la "disputa degli storici" – quando Habermas nel 1986, un lustro prima della riunificazione, attaccò la tesi sostenuta dallo storico Ernst Nolte — considerato vicino alla destra borghese e al nuovo Cancelliere Helmut Kohl — secondo cui il Rassenmord (sterminio razziale) tedesco degli ebrei europei fosse stato in qualche modo una "reazione causale" della borghesia tedesca al Klassenmord (sterminio di classe) bolscevico durante e dopo la Rivoluzione d'Ottobre. Secondo Habermas, facendo apparire l'Olocausto come uno tra i tanti massacri statali del ventesimo secolo, Nolte e i suoi sostenitori sminuivano e banalizzavano il crimine tedesco, con l'intento di minimizzare o negare la colpevolezza duratura della Germania come nazione, al fine di spianare la strada verso una politica estera nazionalista più sicura di sé e svincolata dall'impegno verso l'integrazione europea. Se l'Olocausto non fosse stato più categoricamente diverso da ciò che altri paesi avevano fatto o stavano facendo, il senso di colpa perenne – che, presumibilmente, era servito nel dopoguerra a delegittimare qualsiasi affermazione di un "interesse nazionale" tedesco, per non parlare della leadership tedesca in Europa – sarebbe potuto svanire, e la "questione tedesca", che aveva occupato l'Europa in modo così distruttivo nella prima metà del ventesimo secolo, sarebbe tornata attuale.


L'ingiunzione di Habermas contro la comparazione divenne presto parte del corpus di regole, informali e formali, che regolano il discorso politico benpensante in Germania. Dove oggi non è solo la negazione dell'Olocausto a costituire un reato, ma anche il suo "sminuimento" (verharmlosen), ai sensi dell'articolo 130 del Codice penale, che tratta della Volksverhetzung (incitamento all'odio pubblico, n.d.t.). Il linguaggio giuridico, emendato ripetutamente nel corso degli anni, è talmente complesso da risultare inintelligibile per i non addetti ai lavori e difficilmente comprensibile persino per i giuristi. Sostanzialmente, l'articolo 130 rende un reato penale (a) negare l'Olocausto, (b) inserirlo nella stessa categoria di altri crimini "normali", negandone così l'unicità, e (c) incitare all'odio contro qualcuno accusandolo di aver commesso un atto simile all'Olocausto. Di conseguenza, qualsiasi paragone, nella retorica politica o nella storiografia professionale — ad esempio con lo sterminio delle due città giapponesi, Hiroshima e Nagasaki, nel 1945 (per testare modelli concorrenti di bombe nucleari sviluppate dagli Stati Uniti per l'uso, originariamente, contro la Germania) o con il prolungato bombardamento al napalm dei contadini vietnamiti o ancora con il bombardamento di Amburgo ("Operazione Gomorra") nel luglio 1943 da parte della Royal Air Force sotto il comando di "Bomber Harris" — non è solo moralmente fatuo in Germania...il che potrebbe benissimo essere ma è anche punibile per legge, in quanto potrebbe ridurre l'Olocausto a un crimine contro l'umanità tra vari altri. Forse si ritiene che ciò legittimi in qualche modo una presunta e duratura inclinazione tedesca al massacro di massa razziale. Non da ultimo, può legalmente costituire un insulto verso coloro le cui azioni vengono paragonate all'Olocausto, a condizione che siano alleati tedeschi, e per giunta un insulto antisemita se la parte paragonata e quindi insultata è lo Stato di Israele.


Nella normale vita intellettuale, naturalmente, la comparazione è l'unico modo attraverso il quale la natura di qualcosa, inclusa la sua unicità, possa essere stabilita empiricamente. Ciò che è vietato confrontare viene quindi assegnato a priori ad una categoria a sé stante, con n = 1, governata da leggi e principi propri, particolari e non universali, metafisica nel senso di «fuori dalla portata delle causalità e teorie fisiche e terrene», rendendo la loro applicazione un errore categoriale. Il tabù contro quella che nell'attuale gergo legale e politico tedesco viene chiamata "relativizzazione" dell'Olocausto –  metterlo in relazione con qualcos'altro per comprenderlo meglio, nel senso della verstehende Soziologie (sociologia interpretativa, n.d.t.) – si applica anche all'attacco di Hamas del 7 ottobre, rendendo blasfemo correlarlo causalmente ad una preistoria che include, ad esempio, 16 anni di blocco e centinaia di vittime inermi di ciò che – nel gergo militare israeliano – viene chiamato «falciare l'erba». 

Lo ha dovuto scoprire Judith Butler quando, in risposta alla sua Relativierung – relativizzazione – , è stata dichiarata antisemita in Germania.

Questa ingiunzione può anche essere usata per giustificare il rifiuto di applicare il diritto internazionale alla guerra di Israele contro Gaza ed i palestinesi in generale, ed è ampiamente utilizzata in Germania a tale scopo. Essendo l'Olocausto incomparabile, anche la rivendicazione israeliana del Likud sull'intera Palestina, dopotutto a conseguenza dell'Olocausto, deve essere incomparabile. Da ciò consegue che i mezzi usati da Israele per perseguirla non possono essere genocidi, perché uno Stato può essere accusato di genocidio solo se è uno Stato soggetto alle medesime regole. 

Israele – la redenzione dall'Olocausto – non può essere soggetto a tali regole: richiederne il rispetto equivarrebbe all'antisemitismo. Ecco perché uno storico israeliano come Omer Bartov, che ha dedicato la vita a studiare il genocidio in tutte le sue bestiali mutazioni, rischierebbe di finire sotto processo per antisemitismo e di andare in prigione in Germania se dichiarasse pubblicamente che le sue ricerche hanno dimostrato — e che afferma con orrore — che la guerra di Israele a Gaza sia effettivamente un caso di ciò che ha studiato.

Un esempio di come nella mentalità tedesca l'unicità dell'Olocausto generi immunità per lo Stato di Israele – non solo dal disappunto tedesco ma anche dal diritto internazionale – è la dichiarazione pubblica intitolata Principi di Solidarietà, rilasciata da Jürgen Habermas insieme ad altri poco più di un mese dopo il 7 ottobre, con la distruzione israeliana di Gaza già ampiamente avviata. Qui Habermas parla di un «attacco di Hamas che non può essere superato in crudeltà» («den an Grausamkeit nicht zu überbietenden Angriff der Hamas»; nella traduzione inglese a cura dello stesso Habermas questo diventa, si presume per ragioni tattiche, «Hamas’ extreme atrocity»), elevando Hamas — sebbene per via di un paragone implicito — al livello nazista, cosicché quella che definisce "la risposta di Israele" non possa essere altrettanto "cruda" quanto lo stimolo di Hamas. Successivamente Habermas dichiara la "ritorsione" come «giustificata in linea di principio», senza menzionare alcun diritto internazionale che possa porre limiti a tale ritorsione. Afferma poi apoditticamente che «nonostante tutta la preoccupazione per il destino della popolazione palestinese — preoccupazione che non traspare in alcun punto dei suoi "principi di solidarietà" — i criteri di giudizio vacillano completamente quando si attribuiscono intenzioni genocide alle azioni di Israele», poiché queste «non giustificano in alcun modo reazioni antisemite, specialmente non in Germania» (meno altrove?). Avendo così identificato l'attribuzione di intenzioni genocide come antisemita, la dichiarazione conclude «Tutti coloro che nel nostro paese hanno coltivato sentimenti e convinzioni antisemite dietro ogni sorta di pretesto e ora vedono una gradita opportunità per esprimerli senza inibizioni devono attenersi a questo».


In realtà, in nessun luogo i dibattiti sulla conformità del massacro di Gaza a una qualche definizione legale di genocidio sono stati condotti con la stessa impassibile sofistica che in Germania — come se facesse tutta la differenza del mondo se un massacro di massa altamente tecnologico e profondamente asimmetrico di una popolazione indifesa con la distruzione sistematica delle sue condizioni materiali di vita fosse tecnicamente un genocidio o solo qualcosa di poco inferiore. Il semplice ragionamento abduttivo – «Se sembra un'anatra, nuota come un'anatra e starnazza come un'anatra, allora probabilmente è un'anatra» – non penetra le fortificazioni del cuore di pietra tedesco, protetto dalle emozioni da una strana combinazione di Sachlichkeit – oggettività – e codardia. Specialmente quando è in gioco la Staatsraison – ragion di Stato – tedesca, ci sarà sempre un avvocato pronto a fornire un parere esperto rassicurante, per quanto bizzarro; in Germania i legali compiacenti sono sempre stati numerosi. Un esempio è una nota studiosa di diritto internazionale, condirettrice di un ancor più noto istituto di ricerca sul diritto internazionale. Insieme ad altri, ha rappresentato la Germania davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, dove la Germania si era presentata senza esservi obbligata, per sostenere, secondo le linee habermasiane, che qualunque cosa stesse accadendo a Gaza, non era e non poteva essere un genocidio. Una delle ragioni per cui doveva essere così è stata da lei successivamente indicata in un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung scritto insieme a un collega israeliano. L'articolo sosteneva che, sebbene fosse vero che importanti ministri del governo israeliano avessero espresso pubblicamente la ferma intenzione di sterminare la popolazione di Gaza attraverso bombardamenti e fame, bisognava considerare che l'esercito israeliano, il quale dopotutto insiste nell'essere «l'esercito più etico del mondo», era noto per rifiutare ordini in violazione del diritto bellico umanitario. Per citare: «In pratica, le tattiche di guerra e le operazioni specifiche di Israele sono determinate quasi esclusivamente dall'esercito. Ci sono segnali (!) che l'esercito prenda molto seriamente il proprio obbligo di conformarsi al diritto dei conflitti armati. Inoltre, le attività dell'esercito non sono determinate esclusivamente dagli ordini dei suoi generali. Un elemento caratteristico della cultura dell'IDF è l'ampia discrezionalità concessa ai comandanti di livello inferiore e ai soldati. Un attacco alle infrastrutture civili è soggetto a una catena di approvazioni, ma de facto, la decisione finale spetta ai soldati sul campo».


La guerra di Israele contro il popolo di Gaza – per Habermas solo una "popolazione" – ha lasciato e lascia dietro di sé rovine ovunque si guardi; certamente nella stessa Gaza dove si stima che solo la rimozione delle macerie richiederà un decennio o più, ma anche in Israele, i cui cittadini hanno già iniziato a lasciare il paese in massa. Lo stesso vale per gli Stati che continuano ad aiutare Israele a compiere e legittimare il genocidio a Gaza, paesi dove un senso di integrità pubblica e moralità politica dovrebbe essere urgentemente ripristinato finché sia ancora possibile. E per le istituzioni del diritto internazionale, che saranno così disperatamente necessarie mentre il mondo lotta per un nuovo ordine multipolare. Molti altri libri saranno e dovranno essere scritti sul "mondo dopo Gaza". Ma qualunque sia l'aspetto di quel mondo quando forse si materializzerà, Gaza ne farà sempre parte, come le colonie e l'economia schiavista dell'Età dell'Illuminismo, come Auschwitz e Varsavia, come Hiroshima e Nagasaki, come il Vietnam e tutti quegli altri luoghi di omicidio di massa su vasta scala che così spesso ci fanno disperare di noi stessi.


Riferimenti (a cura dell’autore)

I. Ahmad, Habermas as an ethnic thinker par excellence: On critique, Palestine and the role of intellectuals, «Teaching in Higher Education», vol. 30, 2025, pp. 1343-1362;

A. Andersen - J. Feest et al., Apartheid in Israel – Tabu in Deutschland?, ISP, Colonia 2024;

O. Bartov, Wir haben nichts gewusst: Leugnung eines Genozids, «Berlin Review», Reader 5, inverno 2026, pp. 49-70;

D. Della Porta, Moral panic and repression: The contentious politics of anti-semitism in Germany, «PArtecipazione e COnflitto», vol. 17, n. 2, 2024, pp. 276-349;

The contentious politics of antisemitism: Stigmatizing, disciplining and policing protests in solidarity with Palestine, «Verso», Londra2025a;

What’s Wrong with the German Left?, «Catalyst», vol. 9, nn. 2-3, 2025b, pp. 148-174;

H. Friese, Institutionalized anti-anti-Semitism in Germany and its aporias, «European Journal of Social Theory», vol. 28, n. 1, pp. 6-34, 2024;

A. C. Gómez-Ugarte - C. Irena, Chen et al., Accounting for uncertainty in conflict mortality estimation: an application to the Gaza War in 2023-2024, «Population Health Metrics», vol. 23, n. 55, 2025;

J. Knowlton – C. Truett (ed.), Forever in the Shadow of Hitler? Original Documents of the Historikerstreit, the Controversy Concerning the Singularity of the Holocaust, Atlantic Highlands, «Humanities Press International», 1993;

H. Kundnani, Hyper-Zionism: Germany, the Nazi Past and Israel, «Verso», Londra 2025; 

B. Rübner Hansen, The New German Chauvinism – Part I, «LeftEast», 2024a;

The New German Chauvinism – Part II, «LeftEast», 2024b;

S. Saffari – A. Shabani, Palestine, and the Colonial Unconscious of German Critical Theory, «Middle East Critique», 2025;

W. Streeck, Anti-Constitutional. Review of Verfassungsschutz: Wie der Geheimdienst Politik macht, by Ronen Steinke, «London Review of Books», vol. 46, n. 16, 15 agosto 2024.


Consigli di lettura

F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, in ohchr.org, 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025);

A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org, 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025);

C. Mokhiber, Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo. Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA, «Ahida», 11 dicembre 2025;

Ushering in the age of impunity: Venezuela, Palestine, and the end of international law, «Mondoweiss», 7 gennaio 2026 (accesso il 04/03/2026).


Questo testo è stato pubblicato sull'«European Journal of Social Theory» ed è riprodotto qui con il consenso espresso dell'autore.

Wolfgang Streeck (Lengerich, 27 ottobre 1946) è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito dell'Istituto Max Planck per lo studio delle società di Colonia. Figlio di rifugiati dell'Europa orientale, si è formato in sociologia all'Università Goethe di Francoforte (scuola di Francoforte) e alla Columbia University (1972–1974). Ha insegnato all'Università di Münster e all'Università del Wisconsin–Madison; nel 1995 è diventato direttore dell'Istituto Max Planck e professore all'Università di Colonia, ruolo dal quale è andato in pensione nel 2014. La sua ricerca si concentra sull'economia politica del capitalismo — in particolare sulle varietà del capitalismo, le politiche di austerità, lo «stato del debito» e il futuro dell'Unione Europea —. 


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