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  • Immagine del redattore: Mitchell Plitnick
    Mitchell Plitnick
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Smascherare le menzogne della guerra contro l’Iran

Kenji, 2014
Kenji, 2014

La guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran è insensata quanto la pretesa degli aggressori di conservare rispettivamente un’egemonia globale, che oggi non funziona più come nella modernità del capitalismo storico, e un’egemonia regionale, che comporterebbe decenni di guerra e una distruzione umana e ambientale inconcepibile: in entrambi i casi la proiezione futura del potere sistemico di classe prescinde, nel suo delirio fascista, dalla ricchezza ontologica delle classi dominate a livello globale e dai limiti ecosistemici di un capitalismo incapace di riconoscere la propria incapacità di riproduzione ampliata.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore.

Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, molti di noi sapevano, e lo gridavano a gran voce, che si stava mentendo ai cittadini statunitensi. Sapevamo che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa e potevamo sostenere le nostre affermazioni. La guerra è andata avanti comunque, ma alla fine le menzogne sono venute alla luce. Invece di cercare sostegno per la sua guerra illegale e immorale contro l’Iran, come ha fatto George W. Bush quasi un quarto di secolo fa, Donald Trump ha scelto semplicemente di ignorare l’opinione pubblica e di iniziare la guerra da solo. Tuttavia, anche se Trump ha la sua guerra ed è improbabile che le forze interne lo fermino fino alla sua conclusione, ha sentito nuovamente il bisogno di giustificare le sue azioni criminali. Come di consueto, Trump e i suoi seguaci semplicemente mentono. In realtà non stanno convincendo molte persone, poiché i sondaggi mostrano che più o meno solo un americano su quattro sostiene l’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.


Questa volta, le bugie sono state diffuse nel più puro stile trumpiano: risultano incoerenti, contraddittorie e confuse, e il loro obiettivo è più sopraffare i cittadini che convincerli. Ma non bisogna essere compiacenti con queste bugie, perché hanno la capacità di influenzare il dibattito e prendere vita propria con il passare del tempo. È importante esaminarne alcune, a cominciare dalla più grande di tutte.


La menzogna del «programma nucleare iraniano»


Sentiamo ripetere continuamente e in modo noioso della minaccia di un’arma nucleare iraniana. Ma sono davvero poco credibili gli argomenti per cui questo dovrebbe essere considerato un casus belli, quando tutte le valutazioni affidabili dei servizi di intelligence concordano sul fatto che l’Iran non ha cercato di sviluppare un’arma nucleare dal 2003. Questa valutazione non ha mai vacillato né è mai cambiata. E resta valida anche oggi. Negli Stati Uniti, è stata ribadita dagli stessi servizi segreti di Donald Trump, da tutti, appena lo scorso anno. D’altra parte, anche se le infinite vanterie di Trump sulla «distruzione» del programma nucleare iraniano sono sempre state una bugia, è innegabile che lo scorso anno siano stati causati danni significativi alle principali installazioni nucleari iraniane. Ciononostante, si vuole farci credere che, in un modo o nell’altro, il potenziale nucleare dell’Iran sia ancora una minaccia, appena otto mesi dopo.


La questione delle armi nucleari è stata fin dall’inizio una chimera. Purtroppo, anche l’Iran l’ha utilizzata in alcune occasioni. Avendo poca influenza reale sugli Stati Uniti, sia in campo militare che diplomatico, l’Iran ricorreva talvolta al tema dell’arricchimento nucleare per cercare di aumentare la sua capacità di influenza nel suo confronto con l’Occidente o per esercitare pressioni affinché fossero allentate le sanzioni. Si trattava di una strategia discutibile, anche se comprensibile date le circostanze, ma forniva agli Stati Uniti gli argomenti per caratterizzare falsamente il programma nucleare iraniano come un tentativo di acquisire armi nucleari. L’Iran, inoltre, di tanto in tanto, riduceva o addirittura sospendeva la sua cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Anche questa era una strategia comprensibile, date le circostanze, ma aveva lo stesso effetto di offrire argomenti per affermare la natura segreta e pericolosa del programma nucleare iraniano.


Queste tattiche fanno parte del gioco messo in atto dall’Iran da vent’anni. In Occidente non se ne parla spesso in questi termini, ma la maggior parte dei governi lo capisce perfettamente e, insieme alle costanti valutazioni dei servizi di intelligence, rende chiaro che l’Iran non ha cercato di ottenere armi nucleari. Se Donald Trump riesca a capirlo è, ovviamente, una domanda senza risposta.


Tuttavia, quando all’Iran è stato presentato un accordo ritenuto vantaggioso per i propri interessi, ha dimostrato una notevole flessibilità. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, spesso chiamato Accordo nucleare con l’Iran, prevedeva ispezioni molto più invasive di quelle che qualsiasi altro paese sia stato costretto a sopportare. L’Iran ha accettato e rispettato la sua parte dell’accordo, nonostante gli Stati Uniti – che pure avevano accettato non solo di revocare alcune sanzioni relative al nucleare, ma anche di promuovere gli investimenti in Iran per aiutare la ripresa della sua economia – avessero poi scoraggiato attivamente ogni sostegno economico alla ripresa dell’Iran. E nonostante il principale avversario regionale dell’Iran, Israele, avesse un proprio arsenale segreto, non dichiarato e non controllato, di decine, forse centinaia, di testate nucleari. L’ultima volta, l’Iran non solo ha accettato le ispezioni dell’AIEA, che erano sempre almeno altrettanto invasive, ma ha anche accettato di non immagazzinare uranio arricchito. Ciò significa che l’Iran avrebbe arricchito solo quanto necessario per uso civile e che qualsiasi eccedenza sarebbe stata consegnata a chi l’AIEA avesse deciso di affidarla.


Questo è ciò che il ministro degli Esteri dell’Oman ha annunciato al mondo il giorno prima che Israele e Stati Uniti lanciassero il loro attacco contro l’Iran. Considerando quanto sia generalmente riservato l’Oman e quanto sia sempre stato cauto con le informazioni durante tutte le negoziazioni in cui ha svolto il ruolo di mediatore, questa dichiarazione era senza precedenti. Il fatto che abbia fatto questa dichiarazione indica che sapeva che l’attacco era imminente e confidava di poterlo sventare. Purtroppo ha fallito, perché né Israele né il governo Trump si sono preoccupati di apparire ridicoli per essere stati colti in flagrante menzogna. La bugia nucleare è alla base di tutto questo, ma ci sono molte altre bugie che fanno parte del quadro generale della questione.


La menzogna della «minaccia imminente»


Il governo Trump ha sostenuto che esisteva una minaccia imminente per le truppe statunitensi di stanza nella regione. Quando è stato chiesto al segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, Marco Rubio, di specificare la minaccia, ha detto quanto segue:


«Era molto chiaro che se l’Iran fosse stato attaccato da qualcuno, [...] avrebbe risposto e che il suo obiettivo sarebbero stati gli Stati Uniti. Se avessimo aspettato che quell’attacco avvenisse prima di colpirli, avremmo subito molte più perdite. Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze statunitensi».


Rubio sostiene quindi che dovevamo attaccare l’Iran perché, altrimenti, Israele, fuori dal nostro controllo, avrebbe attaccato l’Iran e provocato un attacco contro le truppe statunitensi nella regione. Questa, ha argomentato, era la «minaccia imminente».


Il ragionamento in questo caso è così fallace che potremmo pensare che sia il prodotto di un bambino o una bambina dell’asilo. Non può esserci una minaccia imminente causata da qualcosa su cui si esercita il controllo. Inoltre, lo scorso giugno, abbiamo assistito a come Trump abbia letteralmente costretto i caccia israeliani a invertire la rotta in volo. Trump può indiscutibilmente fermare un attacco israeliano prima che avvenga e Netanyahu non oserebbe contraddirlo in modo così flagrante su una questione di tale importanza. Gli Stati Uniti sapevano perfettamente che l’Iran non aveva intenzione di attaccarli. Domenica scorsa il Pentagono ha rivelato, in una sessione informativa del Congresso, che gli Stati Uniti non disponevano di alcuna informazione di intelligence che indicasse che l’Iran stesse pianificando un attacco. Semplicemente non c’era alcuna minaccia imminente.


La menzogna dei «missili sotterranei»


«Gli iraniani sono totalmente fanatici su questo tema, sull’obiettivo di distruggere gli Stati Uniti. Così hanno iniziato a costruire nuove strutture, nuovi siti, nuovi bunker sotterranei che, nel giro di pochi mesi, se non fossero state prese misure, avrebbero reso inaccessibili i loro programmi di missili balistici e bombe atomiche». Così Netanyahu ha spiegato la sua giustificazione per questa guerra. Si tratta di un tipo di bugia diverso: non è esattamente falsa, ma è fuori contesto e profondamente ingannevole.


L’Iran stava rafforzando le sue strutture sotterranee, il che è logico, dato che a giugno era stato attaccato da due potenze nucleari, entrambe molto più forti militarmente, soprattutto per quanto riguarda la loro potenza aerea. L’Iran era ovviamente consapevole che i suoi impianti nucleari, il suo arsenale e il suo programma missilistico balistico erano gli obiettivi principali. Costruire impianti sotterranei per il programma nucleare e per i suoi sistemi missilistici era semplicemente una questione di buon senso ed è assolutamente un diritto dell’Iran. Inoltre, tutto ciò che gli Stati Uniti dovevano fare riguardo al programma nucleare era raggiungere un accordo, dopo la firma del quale l’AIEA avrebbe avuto pieno accesso agli impianti nucleari sotterranei. Ancora una volta, l’idea che ciò giustifichi un attacco non provocato è assurda e molto lontana da ciò che consente il diritto internazionale.


4. La menzogna di Pahlavi


Utilizzo Reza Pahlavi, figlio del deposto scià dell’Iran, per illustrare la generale mancanza di qualunque visione su ciò che potrebbe accadere a seguito di questo attacco criminale. Per Israele, la questione è meno urgente. Anche se un Iran simile alla Siria o alla Libia significherebbe una sicurezza notevolmente minore per i cittadini israeliani, ciò non è di per sé un male dal punto di vista di Netanyahu. Il suo tipo di demagogia si nutre letteralmente della paura dei cittadini che governa e le minacce non fanno che aumentare la sua capacità di eliminare la democrazia che ancora sussiste per gli ebrei in Israele. Per gli Stati Uniti si tratta di una questione più urgente, ma alla quale apparentemente il governo Trump non ha prestato molta attenzione. In un primo momento gli Stati Uniti sembravano credere che Pahlavi potesse essere portato a guidare l’Iran al posto della Repubblica Islamica, anche se Trump ha espresso la propria sfiducia nei confronti del figlio dello scià, al quale ha rivolto parole gentili sulla possibilità che diventasse un leader provvisorio per poi semplicemente lasciare il posto a una nuova democrazia iraniana filo-occidentale e filo-israeliana.


Ma ricordiamo chi è Pahlavi. Suo padre, Mohammad Reza Pahlavi, era un dittatore brutale, reinsediato dagli Stati Uniti nel 1953 dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mosaddegh, era stato rovesciato con un colpo di Stato sostenuto dalla CIA. Lo stesso Pahlavi ha vissuto in esilio dal momento in cui suo padre fu rovesciato e, dopo la morte di quest’ultimo, si è autoproclamato nuovo re dell’Iran. Nel 1982 Pahlavi fece parte di un complotto, sostenuto dagli Stati Uniti e da Israele, per attuare un colpo di Stato in Iran, che fu tuttavia abbandonato quando cambiò la leadership israeliana e il nuovo primo ministro Yitzhak Shamir ritenne che l’avventura non fosse sensata. Ci sono stati altri casi come questo nella sua storia. Pahlavi nega di avere legami con Israele o con i servizi segreti statunitensi, ma è poco credibile. È figlio di un monarca e, data la sua storia, i suoi appelli alla democrazia suonano vuoti. Più concretamente, anche se alcuni hanno scandito il suo nome durante le proteste, Pahlavi, come altre figure e gruppi iraniani in esilio, non gode di un sostegno coordinato all’interno dell’Iran.


L’amministrazione Trump sta incoraggiando le milizie curde e altre milizie etniche a collaborare per rovesciare il governo della Repubblica Islamica, ma finora i suoi sforzi sono stati accolti con scetticismo, il che non sorprende, dati i precedenti degli americani che hanno sempre abbandonato questi gruppi una volta che si sono ribellati, situazione che si è ripetuta recentemente durante le proteste in Iran. La verità è che gli Stati Uniti non hanno idea di cosa succederà se il governo iraniano cadrà. La strategia seguita finora è stata quella di uccidere un leader dopo l’altro, pensando che alla fine troveranno qualcuno che lavorerà con loro come ha fatto Delcy Rodríguez in Venezuela. Non conosco nessuno che abbia studiato davvero a fondo l’Iran e osi pensare che una cosa del genere possa accadere. Ed è ancora meno probabile ora che è stata uccisa la maggior parte delle persone che si pensava potesse ricoprire quel ruolo. 


L’inganno è la caratteristica principale della pianificazione statunitense in questo caso e un aspetto di ciò è l’autoinganno. Trump ha permesso a Netanyahu di convincerlo a intraprendere questa impresa insensata e temeraria. È molto significativo notare che nessuno dei predecessori di Trump, perfino ai tempi di Ronald Reagan, è stato così stupido da compiere un tale passo. Ma non fraintendiamo: questa è una guerra americana, anche se realizza il sogno più antico e desiderato di Netanyahu. Trump non è stato costretto né ingannato in questo senso. Lui e altri membri del suo team, in particolare Marco Rubio, sono diventati euforici per il loro apparente successo in Venezuela, e Trump ha anchela pretesa di passare alla storia come l’uomo che ha eliminato l’odiata Repubblica Islamica, oggetto di disprezzo generalizzato e bipartisan negli Stati Uniti dal 1979.


Non c’è mai stata la minima possibilità di una risoluzione diplomatica del conflitto, come dimostra ciò che l’Iran aveva offerto per chiudere la trattativa proprio prima che Israele sferrasse il primo colpo. Sia per Israele che per il governo Trump questa guerra ha origine nel profondo desiderio di eliminare l’unico Paese che da anni sfida l’egemonia statunitense e israeliana. La minaccia dell’esistenza di un’arma nucleare iraniana è una menzogna, così come è una farsa totale la preoccupazione per la pessima situazione dei diritti umani in Iran. È una guerra voluta, basata su menzogne. Ci siamo già passati, esattamente vent’anni fa. La maggior parte degli americani ha imparato la lezione, motivo per cui oggi sono pochissimi quelli che sostengono questa calamità. Purtroppo, i decisori politici sono tra quei pochi che non hanno imparato nulla da quanto accaduto allora.


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Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide  (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) 


Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su Substack all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace».


● Traduzione di Mauro Trotta



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