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  • Immagine del redattore: Alessandro Stella
    Alessandro Stella
  • 20 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 23 giu

Terroristi

Donata Vanerio
Donata Vanerio

Proponiamo un nuovo articolo di Alessandro Stella, pubblicato su Lundimatin, che analizza criticamente l’uso del termine terrorismo. L'autore evidenzia come questa parola venga spesso impiegata per etichettare, screditare e criminalizzare gli oppositori politici, oltre che per legittimare interventi militari e guerre in diverse parti del mondo. Questa strategia comunicativa è trasversale e viene adottata tanto dai regimi democratici quanto da quelli autoritari. Torniamo così a puntare l’attenzione sulla Palestina, dove i riflettori sono nuovamente accesi: i bombardamenti sulla Striscia di Gaza continuano senza sosta, mentre circa 6.000 prigionieri palestinesi restano detenuti nelle carceri israeliane.

Dal 7 ottobre 2023, quando i militanti di Hamas e di altri gruppi della resistenza palestinese hanno sfondato in vari punti i muri del ghetto-prigione a cielo aperto che li rinchiudeva da 17 anni, per poi colpire a morte 1200 israeliani tra militari e civili e rapirne 240, il mondo intero è chiamato a qualificare questi atti come terroristici. Chi non lo farebbe si renderebbe complice dei suddetti terroristi e sarebbe condannato al silenzio e all'infamia pubblica. È evidente che uccidere non solo soldati – ma anche altri uomini, donne e bambini – sia un'azione terroristica. Secondo il Larousse: «il terrorismo è un insieme di atti di violenza (attentati, prese di ostaggi, et cœtera) commessi da un'organizzazione per creare un clima di insicurezza, esercitare un ricatto su un governo o soddisfare un odio nei confronti di una comunità, di un paese, di un sistema».


Il significato non ammette ambiguità: è ben più che fare paura, è inculcare terrore nell’altro, nel nemico designato. Seguendo questa definizione, è patente che le azioni commesse il 7 ottobre 2023 dalla Resistenza palestinese siano state azioni terroristiche. Allo stesso tempo, dovrebbe essere altrettanto ovvio qualificare i bombardamenti indiscriminati dell'esercito israeliano su Gaza, che – dalla fatidica data – hanno già ucciso e ferito almeno dieci volte più palestinesi, come atti terroristici. Distruggere con le bombe interi quartieri, seppellirne sotto le macerie gli abitanti, bombardare ospedali, scuole, luoghi di culto, affamare, privare d'acqua, spingere le popolazioni all'esodo, sono ovviamente atti terroristici.Allora perché tutti i media mainstream d'Europa e degli Stati Uniti riprendono e rimbalzano la distinzione posta dal governo israeliano e dai capi di Stato occidentali, parlando di «terrorismo di Hamas» e della «inevitabile risposta», della «legittima difesa di Israele», della «guerra Israele-Hamas»? Basterebbe volgere lo sguardo verso i paesi d'Africa, d'America Latina, d'Asia, dove non solo le popolazioni ma anche i loro leader rifiutano questa dicotomia semantica di parte. È che, dalla sua invenzione e utilizzo, la qualificazione di terrorismo ha servito a delegittimare e criminalizzare individui e gruppi di opposizione ai regimi in carica che hanno fatto ricorso alla violenza.


Passando oltre l'etimologia del lemma, che lo farebbe risalire all'epoca giacobina – alla ghigliottina – al terrore esercitato dallo Stato francese post-rivoluzionario, «terrorista» è stato utilizzato in Europa per più di un secolo prima per designare gli anarchici regicidi, poi i resistenti ai nazisti e fascisti, poi i resistenti algerini e altri militanti dei movimenti anti-colonialisti, successivamente applicato ai militanti dell'ETA, dell'IRA, della RAF, delle Brigate Rosse, di Action Directe. Ma – ed è importante sottolinearlo in questo momento storico – anche per stigmatizzare gruppi sionisti (in particolare l'Irgoun, guidato da Menahem Begin dal 1944 al 1948) che combattevano contro il colonialismo britannico in Palestina. Poi contro i resistenti palestinesi alla colonizzazione sionista (Fatah e Yasser Arafat). La traiettoria, il destino di questi due uomini – Menahem Begin e Yasser Arafat – illustra compiutamente la questione del cosiddetto «terrorismo». Begin, il 22 luglio 1946, coordinò l'attentato dell'Irgoun contro l'hotel King David a Gerusalemme che causò 92 morti, tra cui 28 britannici, 41 arabi, 17 ebrei e 5 non censiti. Begin è stato anche considerato responsabile del massacro di Deir Yassin, il 9 aprile 1948, con un bilancio di oltre100 palestinesi nel villaggio prossimo a Gerusalemme. Impegnato nella guerra del 1967, divenne poi Primo ministro di Israele, negoziando gli accordi di pace con l'Egitto e, nel 1978, ricevette perciò il premio Nobel per la pace.Quanto a Yasser Arafat, dopo trent'anni di lotta contro lo Stato colonialista di Israele, dall'Egitto a Gaza, dalla Cisgiordania alla Giordania, dalla Siria al Libano, classificato come «terrorista» per decenni, ricevette anch'egli il premio Nobel per la pace nel 1994, insieme a Shimon Peres e Yitzhak Rabin, per gli accordi di Oslo.


Allora? Fin dall'inizio «terrorismo» è sempre stato utilizzato dalle Istituzioni per designare, screditare, criminalizzare gli oppositori che – vessati, discriminati, esclusi, uccisi e imprigionati – hanno finito per imbracciare i fucili per difendersi. Ogni Stato ha costruito i propri terroristi per delegittimare i propri oppositori, per poterli annientare, per mantenersi al potere. La nazione turca ha designato così il PKK; la Siria le SDF e le YPG; la Russia i ribelli ceceni. Ancora, per la Cina lo sono i resistenti uiguri, per il Myanmar i resistenti rohingya, le FARC in Colombia, il Sendero Luminoso in Perù, il FPMR in Cile et cœtera. Lo Stato di Israele ne ha fatto una strategia sistemica – estensiva ed eccessiva – contro Fatah, FPLP, Hamas, la Jihad islamica. Fino a dichiarare – nell'ottobre 2021, sotto il governo di Naftali Bennett-Yaïr Lapid – «terroriste» sei ONG palestinesi a difesa dei diritti umani. È per ciò, con scandalo, che l'AFP ha tratto le conclusioni e recentemente dichiarato che: «L'uso della parola terrorista è estremamente politicizzato e sensibile. Molti governi qualificano di organizzazioni terroristiche i movimenti di resistenza o di opposizione nei propri paesi. Molti movimenti o personalità provenienti da una resistenza un tempo qualificata come terroristica sono stati riconosciuti dalla comunità internazionale e sono diventati attori centrali della vita politica del proprio paese. L'AFP non descrive gli autori di tali atti, passati o presenti, come “terroristi”. Ciò include gruppi come l'ETA, i Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil, le FARC, l'IRA, Al-Qaeda e i vari gruppi che hanno condotto attacchi in Europa nel secolo scorso, tra cui le Brigate Rosse, la Banda Baader Meinhof e Action Directe» [1]. n effetti, per poter parlare liberamente di terrorismo (un approccio in principio osteggiato nei nostri Stati di diritto, dove la libertà di espressione è suppostamente sacra e iscritta nella Costituzione) bisognerebbe rimuovere i segni “più” e “meno”, gli attributi “legale” e “illegale”, “istituzionale” e “non istituzionale”.


Solo a queste condizioni si potrebbe allora guardare a tutti i massacri che hanno avuto luogo nella storia senza allinearsi sulla versione fornita dai poteri dominanti. Soprattutto, bisognerebbe poter parlare di terrorismo di Stato, ben più potente e mortale del terrorismo praticato dai suoi oppositori. Così potremmo leggere diversamente i massacri di massa di popolazioni civili, commessi da Stati e dalle loro armate in nome delle «imperiose necessità della guerra». Come, ad esempio, i bombardamenti delle città francesi – soprattutto in Bretagna e in Normandia – nel 1944-45 dall'aviazione anglo-americana, gli Alleati, per estromettere le truppe tedesche, causando nel contempo la morte di decine e decine di migliaia di civili francesi, vittime di «danni collaterali».«Fortemente colpito, il paese ha ricevuto il 22% del tonnellaggio di bombe sganciate dagli Alleati sull'Europa durante la guerra. Spesso maldestre, queste operazioni non hanno mancato di colpire i civili e edifici che non avevano nulla a che fare gli obiettivi dichiarati. È l'intero territorio francese a essere interessato. Oltre alle città portuali di Lorient o Brest, ad esempio, basi dei sottomarini tedeschi il cui attacco intensivo era atteso, molti altri centri urbani importanti del paese hanno subito una grande violenza. È il destino di città come Nantes, Caen, Le Havre e Marsiglia, per citarne solo alcune. Molte piccole municipalità sono state fortemente colpite, talvolta quasi completamente distrutte. I bombardamenti strategici effettuati dagli Alleati sono stati quindi un evento fondamentale della Seconda guerra mondiale per la Francia. Tuttavia, l'argomento sembra generalmente ignorato»[2].


Se partissimo dal principio umanitario che un morto è un morto, un ferito è un ferito, indipendentemente da chi l'ha provocato, dalla sua legittimità o legalità, bisognerebbe guardare allo stesso modo i massacri di civili commessi dai bombardamenti degli Alleati sulle città tedesche, Dresda e Berlino in particolare. Infine, si deve dire che le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki non sono state il ricorso obbligato della guerra per piegare il nemico giapponese, ma un mostruoso massacro della popolazione nipponica – tra 100 e 200.000 morti in un solo evento – per seminare terrore e costringerla alla capitolazione, gli Stati Uniti hanno senza dubbio commesso l'atto terroristico più mortale della storia. Che dire, infine, delle centinaia di migliaia di morti sotto le bombe in Iraq, in Afghanistan, in Siria, per combattere i terroristi e portare la «democrazia» tra i «barbari»? È che tutti questi massacri di massa commessi da Stati e dalle loro armate, infinitamente più mortali di tutte le azioni di guerriglia dei combattenti resistenti, sono rimasti e rimarranno impuniti. Perché considerati  – da questi stessi Stati – commessi in nome del diritto, della giustizia, della libertà. È inconcepibile incriminare e portare in giudizio dei «liberatori», come Churchill, Roosevelt, Truman, Bush, Blair, Obama, Sarkozy, Hollande. Mentre le prigioni di tutto il mondo sono piene di «terroristi» condannati a anni e anni di detenzione, o che aspettano un eventuale processo. È il caso in particolare di 6000 prigionieri politici rinchiusi nelle prigioni israeliane, ai quali si aggiungono 2500 altri palestinesi della Cisgiordania arrestati dal 7 ottobre scorso, a volte accusati di atti terroristici e più spesso incriminati di complicità o apologia del terrorismo. Per spaventare i resistenti, le loro famiglie e i loro amici, per impedire loro di continuare la lotta. Per imporre il silenzio e la sottomissione, il ricorso allo spettro del terrorismo appare la regola di tutti gli stati, siano essi definiti dittatoriali o democratici.


Note

[1] Cfr. il sito dell’AFP.

[2] V. Bissonnette, « Une violence sous silence : le bombardement de la France par les Alliés », Cahiers d’histoire, vol. 36, numero 2, 2019, pp. 153–178.

 

Alessandro Stella è stato membro di Potere operario e poi dell’Autonomia. Rifugiatosi in Francia all’inizio degli anni Ottanta, è oggi direttore di ricerca in Antropologia storica presso il CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. Tra i suoi libri: La Révolte des Ciompi (1993); Histoires d’esclaves dans la péninsule ibérique (2000); Amours et désamours à Cadix.

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