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- Romeo Orlandi

- 2 giorni fa
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The other side of the moon # 3 : 1986: la NEP del Vietnam

Il contributo ricostruisce la svolta storica del Vietnam avviata con il VI Congresso del Partito comunista nel 1986, quando il Paese, ancora segnato dalla guerra e dall’arretratezza economica, avviò la politica del Doi Moi. Di fronte all’incapacità del modello collettivista di generare sviluppo, la dirigenza vietnamita introdusse graduali riforme di mercato mantenendo il ruolo centrale del partito. Il testo analizza il superamento della pianificazione rigida, la liberalizzazione dell’agricoltura e dell’impresa privata e la riduzione del controllo statale. Il Doi Moi viene interpretato come una “NEP vietnamita”, scelta non ideologica ma necessaria alla sopravvivenza del Paese. A differenza dell’esperienza sovietica, tale svolta ha mostrato una sorprendente stabilità e continuità nel tempo.
Il 15 dicembre 1986, di fronte a 1129 delegati in rappresentanza di quasi 1,9 milioni di iscritti si apre ad Hanoi il VI Congresso Nazionale del Partito comunista del Vietnam. L’assise è destinata a segnare una svolta nella storia della nazione. Il partito che aveva guidato la lotta per l’indipendenza e la riunificazione arriva al suo Congresso in una situazione sociale drammatica. Il paese, unico nel panorama mondiale e nella storia economica, non era riuscito a crescere nella ricostruzione. Le ferite della guerra erano ancora devastanti e la direzione politica non era stata in grado di avviare i suoi cittadini verso un miglioramento sistematico delle condizioni di vita. La pace non aveva condotto al progresso. C’era penuria di beni, le comunicazioni erano lente, a stento venivano soddisfatti i consumi di base. Mancavano anche i saponi, sostituiti dalla sabbia nelle pulizie personali. La dirigenza – in larghissima misura funzionari del partito – non era riuscita ad affrancarsi da una logica militare alla quale l’avevano abituata decenni di conflitto. La società era vista attraverso la lente manichea dei nemici e degli amici, la gestione di situazioni complesse non era possibile, la resistenza sembrava l’ambizione principale proprio quando sarebbe stata necessaria una maggiore flessibilità di intervento. Il ruolo delle élites militari era ingombrante, con il fardello di una disciplina ormai inadatta. La drammaticità della vicenda bellica faceva mantenere la direzione a burocrati impreparati, se non corrotti o ambiziosi. L’improvvisa, eccessiva adesione a un partito originariamente di quadri e militanti aveva insospettito chi vigilava. L’organizzazione poteva infatti diventare un trampolino per carriere personali. Le precedenti direzioni avevano mantenuto una politica di rigoroso controllo e di ortodossia ideologica. La disciplina e l’unità erano il bene supremo, senza spazio per derive teoriche o per esperimenti sociali. La proprietà dei mezzi di produzione era collettiva o statale, sia per le fabbriche che per le campagne. Lo strumento generatore di valore era il piano quinquennale, sulla scorta dell’esperienza sovietica che paradossalmente proprio in quegli anni si avviava a una spettacolare denuncia dei suoi limiti.
Dieci anni dopo la riunificazione, il paese non si era dimostrato capace di produrre sufficiente ricchezza. Il sud rimaneva un immenso campo di riso, il nord un terreno di poche fabbriche pesanti e di miniere di carbone. Le due regioni per anni hanno continuato a scambiare gli stessi prodotti, come al tempo della colonizzazione francese, addirittura con le stesse dogane commerciali. Il Vietnam ne risultava indebolito nello scacchiere asiatico, mentre la sua popolazione non era uscita dal sottosviluppo. Il Paese sopravviveva senza riforme e la sua salvezza era garantita dagli aiuti internazionali e dall’appartenenza al Comecon dominato dall’Unione Sovietica. Le spese militari erano ingenti per le tensioni sia con gli Stati Uniti e la Cina che trovavano nella Cambogia dei Khmer Rouge un alleato imprevisto. La borghesia commerciante cinese era espulsa dal paese e molti intellettuali, delusi per l’andamento della politica, si ritiravano dalla vita pubblica o addirittura si univano all’esodo dei boat people. L’esercito continuava a svolgere una funzione nevralgica, più per la disciplina che lo permeava che per la capacità di avviare un percorso economico.
In questo quadro il Congresso che si apre ad Hanoi segna una svolta epocale per il paese. Pur nella prudenza del linguaggio, «critica e autocritica» marcano il percorso dell’assise. Il dibattito è aperto e i problemi vengono elencati nella loro crudezza. Yegor Ligachev, il rappresentante del Pcus e capo della più importante tra le 32 delegazioni internazionali, non lesina schiettezza nella condanna dell’uso degli aiuti sovietici, incanalati in rivoli opachi e senza efficacia economica. La mediazione politica dietro le quinte è vivace, ma le conclusioni del Congresso sono unanimi e dirompenti con il passato. Viene avviata la politica del Doi Moi (letteralmente «cambio e innovazione», «cambiare per rifare daccapo») che segna l’inedito indirizzo del Vietnam e lo proietta verso i successi odierni. Il ruolo del partito non cambia: è «la sola forza che conduce lo Stato e la società e il principale fattore che determina tutti i successi della rivoluzione vietnamita». Muta tuttavia l’obiettivo strategico, l’organizzazione deve ora pilotare il Paese verso «un’economia di mercato a orientamento socialista». Senza il clamore di epurazioni e senza il clangore delle armi per gli sconfitti, si avvia un ricambio politico e generazionale. Viene eletto segretario Nguyen Van Linh, un rigoroso economista; per la prima volta un militante del sud diventa l’uomo più potente del Vietnam. Risulta ringiovanita la direzione e dunque inizia a uscire di scena la vecchia guardia. Per «ragioni di salute» lasciano l’Ufficio politico del Comitato centrale Truong Chinh, Pham Van Dong e Le Duc Tho, tutte figure carismatiche. Il primo era Segretario del partito e Presidente della Repubblica; Pham Van Dong ricopriva la carica di Primo Ministro, Le Duc Tho era il teorico del partito, negoziatore degli accordi di Parigi e Premio Nobel per la Pace.
Le scelte sono dirompenti e applicate con costanza. Tendono inizialmente a coniugare la centralizzazione delle decisioni con il dinamismo sociale, la direzione pianificata con l’individualismo. Progressivamente l’economia di mercato diviene sempre più svincolata. Nelle campagne la proprietà collettiva della terra e degli strumenti è smantellata con metodo. Le famiglie sono autorizzate a coltivare la terra per fini personali, possono consumare il raccolto e vendere le eccedenze a prezzi di mercato. Le imprese private sono incoraggiate a diventare il motore della crescita. Inizialmente si fissa a 10 lavoratori il numero massimo di addetti assunti dai nuovi imprenditori. Le aziende di stato possono muoversi in ambiti economici e non solo amministrativi. Viene soppresso il monopolio statale sul commercio internazionale. I sussidi governativi sono progressivamente ridotti e i prezzi non più imposti. I salari sono pagati in contanti, rendendo più monetizzati gli acquisti delle famiglie. Gli impiegati pubblici diminuiscono del 15%. Il tasso di cambio del Dong è lasciato al mercato. I manager infine vengono dotati di maggiore autonomia decisionale.
Si tratta dunque di una svolta epocale. Ha luogo contemporaneamente a quella tentata in Unione Sovietica e poco dopo la più fortunata esperienza cinese. In tutti i casi il sistema collettivista sembra aver preso coscienza dell’incapacità di reggere la gara con il mondo capitalista nella produzione di ricchezza. Probabilmente l’analogia più appropriata è quella con la NEP sovietica del 1921. Lenin fece un passo indietro dal collettivismo integrale per ridare fiato alle forze produttive, indipendentemente dal loro colore e dalla loro provenienza. Come noto, la Novaja ėkonomičeskaja politika venne interrotta da Stalin nel 1928 con un famoso articolo sulla Pravda, dal titolo inequivocabile: «Al diavolo la NEP». Invece il Doi Moi vietnamita resiste da quasi 40 anni e non appaiono all’orizzonte forze in grado di fermarne o ribaltarne i risultati.
Più che di una scelta, per il Vietnam si è trattato di una necessità, drammatica impellenza per sopravvivere e, per la dirigenza, per mantenere il potere. Per ironia, il Pcv si è visto costretto nel 1986 a prendere a prestito, in maniera probabilmente irreversibile, l’esperimento capitalista. L’acuta intenzione è stata saccheggiare con raziocinio l’arsenale e il territorio nemici, proprio per continuare a coltivare la propria ambizione ideologica, a essi ancora teoricamente antagonista.
Romeo Orlandi, Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università̀ di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia, è consulente di strategia per istituzioni e aziende. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.

