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- Abdaljawad Omar
- 11 lug
- Tempo di lettura: 8 min
La vittoria di Zohran Mamdani segna la fine del ruolo centrale di Israele nella politica statunitense

La vittoria di Mamdani su Cuomo segna una svolta storica per la Palestina nella politica statunitense. Riflette una crescente stanchezza per il ruolo di Israele nella vita americana e la lenta implosione del sionismo sotto il peso dei suoi stessi eccessi.
A prima vista può sembrare irrilevante, persino assurdo, che una corsa a sindaco di New York o il destino elettorale di una consigliera di Brooklyn debbano dipendere dalla propria posizione sulla Palestina. Dopo tutto, che cosa ha a che fare la governance municipale – la zonizzazione, i servizi igienici, l'accessibilità delle abitazioni – con la devastazione di Gaza, la fame di un popolo, lo spettacolo a ralenti della morte sotto i bombardamenti? Eppure, questo apparente scollamento tra la vicinanza delle questioni locali e l'enormità della violenza geopolitica è proprio la condizione in cui opera la politica statunitense. È anche in questa disgiunzione tra scala e intensità, tra distanza geografica e prossimità ideologica, che diventa visibile qualcosa di fondamentale.
In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani su una figura emblematica della continuità istituzionale e del potere dinastico come Andrew Cuomo non è un semplice dettaglio elettorale. È un evento politico, che deve essere interpretato non attraverso il filtro del carisma della persona ovvero i meccanismi della campagna elettorale, ma attraverso la grammatica simbolica di ciò che è ora esprimibile, rappresentabile ed elettoralmente praticabile.
Il trionfo di Mamdani segnala un cambiamento di orizzonte in cui la Palestina – a lungo trattata nella politica statunitense come una questione letale per chiunque ne voglia affrontare la condizione – non fulmina più chi osi toccarla. Forse non è ancora un consenso morale maggioritario, ma neanche più una garanzia di suicidio politico.
Chiaramente, Mamdani non si è presentato come un agitatore per un antisionismo impenitente. Ha ceduto, simbolicamente e retoricamente, alle preoccupazioni di una parte dell'elettorato sionista liberale. Ha cercato una via di mezzo, temperando i propri impegni morali con gesti di rassicurazione e adottando una posizione che non si allontanasse dalla propria biografia di solidarietà con la Palestina né abbracciasse in solido la chiarezza intransigente che la Palestina spesso richiede.
E anche questo è significativo, perché è stata proprio questa calibrata ambivalenza – questa oscillazione tra l'affermazione senza mezzi termini e la calma riparatrice – a suscitare critiche anche tra i membri dello staff di Mamdani e tra coloro che hanno lavorato con lui per costruire e diffondere il movimento palestinese.
L’irresolutezza della campagna sulla questione del "diritto all'esistenza" di Israele e l’esitante invocazione di una lunga storia di politica pro-Pal hanno provocato disagio. Per alcuni assomigliava alla nota mise-en-scène della ritirata morale: un gesto di concessione che rischia di diventare postura, poi posizione e infine principio. Il timore – espresso non per cinismo ma per pura memoria storica – è che una concessione porti a un'altra e che, nel tempo, il peso accumulato di queste aperture finisca per piegare Mamdani a quello stesso establishment che la sua vittoria sembrava sfidare.
In altre parole, c'è una profonda ansia che la dialettica dell'incorporazione sia già in corso: che nell’incapacità di neutralizzare completamente la Palestina come questione politica, la assorba invece come discorso, sterilizzato, privato della forza e leggibile solo attraverso la grammatica dell'"equilibrio", dell'equidistanza e della mancanza di empatia per la Palestina.
Il successo elettorale di Mamdani può segnare la fine della Palestina come tema venefico per coloro che la affrontino, ma solleva anche la preoccupante possibilità che questa normalizzazione avvenga a costo della radicalità.
Entrare nel mainstream politico significa anche l’azzardo di venirne sfibrato e di cedere troppo terreno. La vittoria alle primarie, quindi, non è solo un'approvazione della Palestina come causa, ma una testimonianza del cambiamento dello status della questione palestinese: non è più una linea che non può essere oltrepassata, ma è diventata un terreno conteso, in cui i candidati possono impegnarsi, aggirare, affermare o eludere senza essere automaticamente squalificati.
Questo è un cambiamento monumentale. Parla della forza accumulata in decenni di organizzazione, della ricaduta morale dell'insopportabile visibilità di Gaza e della stanchezza degli elettori più giovani e di molti progressisti nei confronti delle fredde evasioni procedurali dei loro predecessori. In questo senso, l’outcome di Mamdani non è dovuto solo a ciò che ha detto, ma a ciò che non deve più essere taciuto. I silenzi imposti si stanno sfaldando, non con una rottura rivoluzionaria ma con il lento ed estenuante logorio del consenso imperiale. Ciò che un tempo doveva essere celato ora può essere nominato, anche se accompagnato da concessioni formali.
Ciò che un tempo segnava il limite di ciò che era accettabile si è ora intrecciato – in modo goffo, cauto, ma inesorabile – al regno del politico.
Per evitare ogni ambiguità, bisogna riconoscere a questa vittoria delle contingenze, molte: il trionfo di Mamdani non può essere astratto dalle particolarità di questa corsa pre-elettorale.
Dopotutto, si è scontrato con un ex governatore il cui nome – un tempo sinonimo di dominio incontrastato a New York – ora è caratterizzato dall'odore stantio dello scandalo e dalla teatralità esausta della redenzione del potere.
Inoltre, la campagna di quello che sembrava giocare da sfidante è stata insolitamente precisa nella sua architettura. Si è mossa con chiarezza, disciplina e con un ritmo comunicativo distintivo: serio ma sereno, chiaro ma tatticamente agile. Il suo fascino non è stato coltivato attraverso la demagogia o il carisma settario, ma attraverso una fedeltà quasi anacronistica al programma: autobus pubblici gratuiti, assistenza all'infanzia ampliata, stabilizzazione degli affitti. Non richieste politiche isolate, ma parte di un più ampio immaginario morale e politico plasmato dall’impegno socialista.
Il fatto che questo messaggio abbia risuonato e risuoni non solo nelle enclave progressiste, ma anche in circoscrizioni urbane disparate – giovani, immigrati, inquilini, operatori culturali, disillusi dalla politica – è di per sé un segno. Non una candidatura messianica, ma una fame più profonda. Una fame di coerenza, di principi e di una politica che non abbia paura di nominare il potere, ma anche abbastanza disciplinata da parlare di ciò che possa essere costruito.
Sempre più palpabile, anche se in toni sommessi e impliciti, è una crescente stanchezza negli Stati Uniti. Una sorta di sfiancamento politico e psichico emergente – all'inizio flebile, ma ora innegabile – ha iniziato ad agitarsi intorno al ruolo di Israele nella vita pubblica americana. Tra gli opinionisti, i podcaster e la costellazione di figure mediatiche che orbitano attorno ai centri d’informazione alternativi, si avverte un crescente disagio, se non addirittura un'irritazione, per l'ossessiva centralità di Israele nell'identità americana, nei suoi rituali politici e nelle asfissianti manifestazioni di fedeltà che richiede. Non si tratta solo dello scontro prevalente a destra tra un "America First" che esclude Israele dal suo seminato ed uno che lo include. Non è solo il crescente numero di voci che si concentrano sulla Palestina, ancora marginali ma sempre più stentoree. È anche nell'emergere stesso della questione – il "diritto all'esistenza" di Israele, la fedeltà obbligatoria dei politici, le dichiarazioni rituali di sostegno – che si manifesta un disagio più profondo. Ciò che un tempo era considerato assodato, assiomatico, sacro, ora è appesantito dalla sua stessa carica performativa. Queste domande non fluttuano più come verità auto-evidenti, ma cadono sotto il peso del loro stesso esaurimento. L'atto stesso di sollevarle ora significa riconoscere che qualcosa è cambiato, che queste affermazioni, ripetute ad nauseam, sono diventate significanti non di chiarezza morale, ma di bancarotta ideologica.
Sempre più spesso, l'insistenza su Israele come ultima cartina di tornasole non è più percepita come un segno di serietà morale, ma come il riflesso logoro di una classe dirigente politica, mediatica e istituzionale le cui coordinate etiche stanno franando sotto il peso delle proprie contraddizioni. La ripetizione della lealtà funziona ormai meno come indicatore di convinzione che come sintomo: di paura, di decadenza ideologica, di un disperato aggrapparsi a un ordine i cui miti fondativi cominciano a sgretolarsi.
Basta esaminare l'implicito appoggio del «New York Times» ad Andrew Cuomo e la sua antipatia poco velata nei confronti di Zohran Mamdani, un gesto che denota non un disaccordo politico ma una dimostrazione di disprezzo vendicativo per il solo fatto di essere a favore della Palestina. Oppure possiamo rivolgerci, senza illusioni, a personaggi come Tucker Carlson, le cui osservazioni sull'ossessiva centralità di Israele nella vita politica americana al senatore Ted Cruz non nascono dalla solidarietà con la Palestina, ma dalla stanchezza…che è comunque sintomatica. Sia chiaro che non si tratti dell'emergere di una corrente filo-palestinese coerente. Tutt'altro. Ma comincia a erodersi la sacralità del posto di Israele nella vita morale americana. Il passaggio – in questa fase – non è dalla marginalità della Palestina alla sua centralità, ma del peso specifico d’Israele – sinora indiscusso – al suo scomodo depotenziamento.
Dobbiamo resistere alla tentazione di supporre che l'incessante dispiegamento di accuse di antisemitismo da parte dell'hasbara israeliano sia principalmente finalizzato a mettere a tacere le critiche. Al contrario, stiamo assistendo a qualcosa di molto più interessante: l'eccesso osceno di questa strategia retorica sta iniziando a ritorcersi contro, non perché le persone siano diventate improvvisamente più pro-Pal, ma perché si stanno disgustando di compiere il rituale dell'eccezionale preoccupazione per il primato simbolico di Israele. Fuor di metafora, non stiamo assistendo ad un risveglio decoloniale. È, piuttosto, il risultato inevitabile di una sovrapproduzione ideologica. Quando ogni critica diventa in nuce crimine d'odio, quando ogni appello al cessate il fuoco viene etichettato come incitamento all’odio e quando ogni protesta viene presentata come un raduno antisemita, qualcosa inizia a cambiare nell'ordine discorsivo.
La stessa macchina progettata per preservare la posizione egemonica del popolo eletto nella vita morale americana inizia a sgretolarsi. Più Israele insiste sulla propria unicità, più la violenza che agisce diventa visibile.
Più accusa, più rivela. Più chiede silenzio o lealtà, più si indebolisce.
Ed ecco il colpo di scena: l'attuale dislocazione di Israele nell'immaginario americano non è solo il risultato dell'attivismo a favore della Palestina. È anche – e forse soprattutto – il risultato della sottolineatura incessante dell’eccezionalità israeliana, il genocidio in corso a Gaza e il tentativo di trascinare gli USA in una guerra nella regione.
Il cambiamento a cui stiamo assistendo non è in definitiva il trionfo di una narrazione alternativa, ma la lenta implosione di quella dominante sotto il peso dei suoi stessi eccessi. Non è solo una crisi di legittimità, ma una crisi di leggibilità, un momento in cui le coordinate che un tempo facevano sembrare naturale, ineccepibile – persino inevitabile – il sostegno a Israele cominciano a sfumare. Non è il discorso antisionista ad aver prodotto questa rottura, ma il sionismo stesso, la saturazione dello spazio simbolico, la sua pretesa di essere unità di misura della qualità morale, la sua coazione a parlare anche quando nessuno lo chiede.
Sovrapproduzione ideologica: accade quando un sistema non può più sostenere le proprie finzioni, non perché siano state confutate, ma perché sono state ripetute troppo spesso, troppo forte e con troppo poco pudore.
L’ideologia quindi cessa di funzionare come dogma e inizia a cedere alla farsa.
Forse è proprio qui che ci troviamo: non di fronte a una contro-egemonia vittoriosa, ma tra le macerie di una mitopoiesi consumata dai propri eccessi.
Consigli di lettura.
R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward, in «NLR» n. 147.
A. Zevin, Gaza and New York, in «NLR» n. 144.
P. Anderson, The house of Zion, in «NLR» n. 96.
I. Pappé, The Collapse of Zionism, in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza? in «Middle East Eye», 4 novembre 2024.
O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now, in «The Guardian», 16 ottobre 2023.
Abdaljawad Omar è uno studioso e ricercatore palestinese il cui lavoro si concentra sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e lotta palestinese. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Mondoweiss» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore.