clan milieu

Maurice Merleau-Ponty e scrittura asemica

La gran parte delle immagini che illustrano i testi di «ahida» sono espressione di artisti che si rifanno alla cosiddetta «scrittura asemica». Oltre al testo che qui pubblichiamo ne segnaliamo anche un altro di fondamentale importanza per la comprensione del tema: Asemic. Senso senza significato. Note sulla scrittura asemica 2006-2023, di Marco Giovenale, curatore per «ahida» del comparto «post-poetica».
Il mondo non è mai completamente dato, e il senso nasce proprio dentro questa apertura ambigua.
Il mondo non è mai completamente dato. Ogni cosa che vediamo porta con sé una zona d’ombra, un margine di invisibile, una parte che sfugge alla definizione definitiva. È dentro questa apertura che, per Maurice Merleau-Ponty, nasce il senso.
La percezione non è uno specchio passivo del reale. Non registriamo semplicemente un mondo già pronto: lo attraversiamo, lo abitiamo, lo costruiamo nel movimento stesso del vivere. Il corpo, lo sguardo, il gesto, la memoria percettiva partecipano continuamente alla formazione del significato. Per questo il senso non coincide mai del tutto con un concetto stabile o con una formula conclusa. Esso emerge nella relazione viva tra il soggetto e il mondo.
La scrittura asemica sembra portare questa intuizione filosofica sul piano visivo.
Di fronte a una pagina asemica, il lettore riconosce i segni della scrittura ma non può decifrarli secondo le regole abituali del linguaggio. Le linee evocano alfabeti possibili, parole perdute, grammatiche immaginarie; eppure, nessun significato definitivo si lascia catturare. La lettura si trasforma allora in esperienza percettiva: non interpretazione di un contenuto già dato, ma attraversamento di una presenza grafica aperta, ambigua, corporea.
In questo spazio sospeso tra vedere e leggere, tra gesto e linguaggio, il pensiero di Merleau-Ponty trova una risonanza inattesa. Sebbene il filosofo non abbia mai parlato direttamente di scrittura asemica, molte delle sue riflessioni sembrano anticiparne la logica profonda: il segno come gesto incarnato, il significato come esperienza vissuta, la percezione come attività creativa, l’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto con il reale.
La scrittura asemica non elimina il senso; lo restituisce alla sua dimensione originaria, mobile e incompiuta. Ci ricorda che il linguaggio nasce prima di tutto da un contatto corporeo con il mondo, da una traccia, da un ritmo, da una tensione dello sguardo e della mano.
Forse è proprio qui che filosofia e arte si incontrano: nel tentativo di dare forma a ciò che non può essere completamente fissato. Nel lasciare apparire, attraverso il segno, non una verità chiusa ma l’esperienza viva della percezione.
Il legame tra Maurice Merleau-Ponty e la scrittura asemica non è diretto (Merleau-Ponty non ha mai trattato esplicitamente questo tipo di pratica), ma è sorprendentemente fertile sul piano teorico. Merleau-Ponty, soprattutto in Fenomenologia della percezione, sostiene che il significato nasce dal corpo e dalla percezione incarnata, non da un sistema astratto di segni. La scrittura asemica sembra incarnare proprio questo concetto. Il segno non rimanda a un significato fisso ma resta gesto, traccia, movimento del corpo. La scrittura asemica può essere letta come una «scrittura prima del linguaggio», dove il senso è vissuto, non codificato. Nel suo lavoro più tardo, Il visibile e l’invisibile, Merleau-Ponty parla di un intreccio tra ciò che appare e ciò che resta implicito. La scrittura asemica funziona allo stesso modo. È visibile come forma grafica ma invisibile come significato stabile. Il lettore non «decifra», ma esperisce. Per Merleau-Ponty, il linguaggio è gesto espressivo, non semplice codice. Questo è molto vicino alla logica della scrittura asemica. La linea è un atto, la pagina è uno spazio percettivo, la scrittura è quasi pittura o danza. Qui si avvicina anche all’arte contemporanea e alla calligrafia astratta. Un concetto chiave merleau-pontiano è l’ambiguità: il mondo non è mai completamente determinato. La scrittura asemica radicalizza questa idea: elimina il significato univoco, lascia spazio a interpretazioni multiple, mette il lettore in una posizione attiva. La scrittura asemica può essere vista come una pratica artistica che realizza, sul piano visivo, la filosofia della percezione di Merleau-Ponty. Maurice Merleau-Ponty, nato nel 1908 a Rochefort-sur-Mer, in Francia, visse in un periodo cruciale per la filosofia europea, attraversato da guerre, crisi politiche e grandi trasformazioni culturali. Visse entrambe le guerre mondiali (era giovane durante la prima, adulto durante la seconda). Morì nel 1961, nel pieno del dibattito filosofico del dopoguerra. Il suo pensiero si sviluppa soprattutto tra gli anni ’30 e ’50, cioè nel cuore del Novecento. Merleau-Ponty si muove principalmente nell’ambiente filosofico e culturale francese, in particolare a Parigi, influenzato da Edmund Husserl e in dialogo con Martin Heidegger. Amico e interlocutore di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, collaborò con la rivista «Les Temps modernes», insegnò in istituzioni importanti, fino al prestigioso Collège de France, partecipò ai dibattiti sul marxismo, la politica e la società del dopoguerra, anche se con posizioni autonome rispetto a Sartre. Il suo lavoro nasce in un contesto segnato da crisi delle certezze scientifiche e filosofiche, attenzione alla soggettività e all’esperienza vissuta, dialogo tra filosofia, psicologia e arte. Perché le sue idee sono così utili per interpretare pratiche artistiche contemporanee come la scrittura asemica?
Il punto decisivo è questo: Merleau-Ponty nasce dentro una crisi del modello occidentale della conoscenza. Dopo le guerre mondiali, molti intellettuali europei mettono in discussione l’idea che il mondo possa essere spiegato in modo completamente razionale, stabile e oggettivo. La fiducia positivista nel linguaggio, nella scienza e nei sistemi chiusi vacilla. In filosofia, arte e letteratura emerge invece l’attenzione all’esperienza vissuta, alla percezione, all’ambiguità.
Qui entra in gioco la fenomenologia di Edmund Husserl, che Merleau-Ponty trasforma profondamente. Husserl aveva cercato di riportare la filosofia «alle cose stesse», cioè all’esperienza concreta prima delle astrazioni teoriche. Ma Merleau-Ponty radicalizza questa intuizione: non siamo coscienze pure che osservano il mondo dall’esterno; siamo corpi immersi nel mondo. Il senso nasce dall’interazione percettiva tra corpo e ambiente.
Questo passaggio è fondamentale per capire perché il suo pensiero dialoghi così bene con l’arte contemporanea.
Molte pratiche artistiche del secondo Novecento – dall’action painting alla performance, dalla calligrafia astratta alla scrittura asemica – smettono di considerare l’opera come semplice oggetto da interpretare. L’opera diventa evento percettivo, traccia di un gesto, esperienza incarnata. Non conta soltanto «che cosa significa», ma come viene vissuta.
La scrittura asemica sembra quasi materializzare questa idea merleau-pontiana.
Il segno asemico conserva la forma della scrittura, ma sospende la funzione comunicativa ordinaria, obbliga il lettore a un rapporto percettivo anziché decifrativo. In altre parole, la scrittura torna a essere gesto corporeo prima che linguaggio codificato.
Questo si collega anche al rapporto che Merleau-Ponty aveva con la pittura moderna, soprattutto con Paul Cézanne. Nei suoi testi sull’arte, Merleau-Ponty sostiene che il pittore non rappresenta semplicemente il mondo: rende visibile il processo stesso del vedere. Cézanne, per lui, dipinge la percezione prima della stabilizzazione concettuale.
La scrittura asemica fa qualcosa di analogo con il linguaggio; non rappresenta significati già fissati, ma mostra il nascere stesso del segno. Per questo l’asemico appare spesso «familiare ma illeggibile»: il lettore riconosce la struttura della scrittura, ma non può ridurla a codice. Rimane in una soglia ambigua tra vedere e leggere.
Ed è qui che torna centrale il tema dell’ambiguità. Per Merleau-Ponty il reale non è mai completamente determinato. Ogni percezione contiene margini di invisibile, di implicito, di non detto. Nel libro Il visibile e l’invisibile questa idea diventa ancora più radicale: il visibile non è separato dall’invisibile, ma intrecciato a esso.
La scrittura asemica sembra operare precisamente in questo spazio: il segno è visibile, il significato resta invisibile, ma proprio questa assenza produce esperienza. Il lettore non riceve un contenuto già pronto; deve abitare l’incertezza percettiva. Questo è profondamente merleau-pontiano.
Anche il contesto culturale parigino del dopoguerra è importante. Nella Francia tra anni ’40 e ’60 c’è un dialogo continuo tra filosofia, letteratura, psicoanalisi e arti visive. Figure come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Maurice Blanchot e poi, più tardi, Jacques Derrida lavorano tutte, in modi diversi, sui limiti del linguaggio e sulla crisi della rappresentazione.
La scrittura asemica eredita indirettamente questo clima culturale. Eredita la diffidenza verso il significato unico, l’attenzione alla materialità del segno, la dissoluzione dei confini tra scrittura e immagine, la centralità dell’esperienza del lettore/spettatore.
Per questo Merleau-Ponty continua a essere così utile oggi. Non offre una teoria della scrittura asemica in senso stretto, ma fornisce un vocabolario filosofico potentissimo per descrivere: il segno come gesto, il senso come esperienza incarnata, la percezione come produzione attiva, l’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto col mondo.
La scrittura asemica può essere letta non come «assenza di significato», ma come ritorno del significato alla sua dimensione originaria: percettiva, corporea, pre-concettuale.
Il segno come gesto
Per Maurice Merleau-Ponty il linguaggio non nasce prima di tutto come sistema astratto di regole, ma come espressione incarnata.
Questo cambia radicalmente il modo di pensare il segno.
Nella tradizione più classica, il segno è spesso visto come qualcosa che rimanda a un significato già definito: una parola indica un oggetto, un simbolo trasmette un contenuto. In Merleau-Ponty, invece, il segno è innanzitutto un atto del corpo. Non è solo veicolo di senso: è produzione vivente di senso.
Quando parla del linguaggio, Merleau-Ponty usa spesso esempi vicini al gesto corporeo: la voce, il tono, il ritmo, il movimento della mano, la postura. Il significato non è separabile da queste modalità espressive. Come un gesto del volto può comunicare senza bisogno di spiegazioni, così anche il linguaggio è una forma di movimento incarnato. Questo è decisivo per comprendere la scrittura asemica.
Nella scrittura tradizionale, il gesto grafico tende a scomparire dietro il contenuto leggibile. Leggendo una frase, normalmente non guardiamo il tratto della mano: attraversiamo il segno per arrivare al significato. La scrittura asemica interrompe questo automatismo. Poiché il testo non può essere decifrato semanticamente, il lettore torna a vedere il segno nella sua fisicità: pressione, velocità, esitazione, ritmo, densità, direzione, respiro della linea. Il segno diventa evento corporeo visibile.
Qui il «gesto» non è semplicemente il movimento tecnico della mano, ma una traccia di presenza. La pagina conserva qualcosa del tempo e del corpo che l’hanno prodotta. Il segno asemico funziona quasi come una danza fissata, una coreografia residua, una calligrafia senza lingua, una memoria motoria. Merleau-Ponty direbbe che il corpo non è un oggetto che esegue ordini mentali; il corpo è già intenzionalità, già apertura al mondo. Perciò il gesto grafico non traduce semplicemente un pensiero precedente: il pensiero prende forma nel gesto stesso.
Questo punto è molto vicino a certe pratiche artistiche del Novecento, come l’action painting di Jackson Pollock, dove la traccia pittorica registra direttamente il movimento del corpo. Anche nella scrittura asemica, il segno non rappresenta soltanto qualcosa: mostra un’energia, una temporalità, una presenza. E infatti molti lavori asemici producono un’impressione particolare: sembrano sul punto di dire qualcosa, ma restano in uno stato precedente alla parola stabile. È come assistere alla nascita del linguaggio senza arrivare alla lingua codificata.
Per questo il «segno come gesto» è forse uno dei punti più forti del dialogo tra Merleau-Ponty e la scrittura asemica: il senso non precede il segno, il senso emerge nel movimento, il corpo scrive prima ancora di «comunicare». La linea allora non è soltanto forma visiva, ma un atto percettivo incarnato.
Il senso come esperienza incarnata
Per Maurice Merleau-Ponty il senso non è qualcosa di puramente mentale, astratto o separato dal corpo. Il significato nasce dall’esperienza vissuta del corpo nel mondo. È questo che si intende con «esperienza incarnata». Nella filosofia occidentale tradizionale c’era spesso una separazione netta tra la mente (da una parte) e il corpo (dall’altra), tra il pensiero (da una parte) e la percezione sensibile (dall’altra).
Merleau-Ponty rompe questa divisione. Il corpo non è un semplice contenitore della coscienza né uno strumento passivo: è il luogo originario attraverso cui il mondo acquista senso. Noi non percepiamo il mondo come osservatori esterni. Lo abitiamo attraverso il movimento, l’orientamento spaziale, il tatto, il ritmo, lo sguardo, la memoria corporea.
Per questo, il significato non arriva dopo la percezione come una traduzione intellettuale. Il senso emerge già nel nostro modo corporeo di stare nel mondo. Questo diventa molto importante nella scrittura asemica. In una scrittura normale, convenzionale, storica, il lettore tende a cercare un contenuto semantico preciso: parole, sintassi, informazione. Nell’asemico, invece, il significato non può essere fissato in modo univoco. E allora il rapporto con l’opera cambia completamente.
Il lettore non «decodifica», ma attraversa visivamente la pagina, segue i ritmi, percepisce tensioni, avverte pause e densità, reagisce fisicamente alle forme. Il senso nasce dall’esperienza percettiva stessa. Una pagina asemica può apparire nervosa, meditativa, aggressiva, fragile, musicale, convulsa, anche senza comunicare parole leggibili. Questo perché il corpo del lettore risponde direttamente al gesto visivo.
Qui si vede bene la vicinanza con Merleau-Ponty: il significato non coincide con un contenuto traducibile in concetti. Esiste anche un senso preverbale, affettivo, percettivo, motorio. È simile a ciò che accade nella musica o nella danza: non «capiamo» soltanto con l’intelletto; sentiamo attraverso il corpo. La scrittura asemica radicalizza proprio questa dimensione: trasforma la lettura in esperienza incarnata.
Anche lo spazio della pagina assume allora un valore corporeo. Non è più un supporto neutro ma un campo percettivo: vuoti e pieni creano respirazione, accumuli e dispersioni orientano lo sguardo, ripetizioni producono ritmo, interruzioni generano tensione. Il lettore entra fisicamente nel movimento del segno.
Per Merleau-Ponty il senso autentico non è mai completamente separabile dalla sua espressione concreta. Non esiste prima, in forma pura, per poi essere «messo» nelle parole. Il significato prende corpo nell’atto espressivo stesso. La scrittura asemica sembra mostrare proprio questo momento originario: un senso che non è ancora concetto stabile ma esperienza vivente del vedere e del tracciare. Per questo l’asemico non è semplicemente «scrittura senza significato».
È piuttosto una forma in cui il significato torna alla sua dimensione più primaria: corporea, percettiva, relazionale.
La percezione come produzione attiva
Per Maurice Merleau-Ponty la percezione non è una registrazione passiva del mondo, come se gli occhi fossero una macchina fotografica che raccoglie dati già pronti. Percepire significa partecipare attivamente alla costruzione del senso. Questo è uno dei nuclei più radicali della sua fenomenologia.
Nella visione tradizionale, il mondo sarebbe già completamente formato «là fuori», mentre il soggetto si limiterebbe a riceverlo e interpretarlo. Merleau-Ponty rifiuta questa idea. Il mondo appare sempre attraverso una relazione dinamica tra corpo, attenzione, memoria, movimento, situazione percettiva. La percezione è quindi un’attività creativa e selettiva.
Quando guardiamo qualcosa, non vediamo mai «tutto». Il nostro corpo organizza il campo percettivo, mette alcune forme in primo piano, lascia altre sullo sfondo, collega elementi, anticipa possibilità, completa ciò che manca. Il senso emerge dentro questo processo. Per ciò Merleau-Ponty insiste tanto sull’ambiguità: ciò che vediamo non è mai completamente determinato una volta per tutte. Ogni percezione resta aperta, mobile, trasformabile.
La scrittura asemica rende questo meccanismo estremamente evidente. Di fronte a un testo leggibile, il lettore tende a seguire un percorso relativamente stabile: riconosce lettere, parole, significati condivisi. La percezione viene guidata dal codice linguistico.
Nell’asemico questo sostegno scompare. Il lettore allora deve produrre attivamente relazioni e interpretazioni: cerca ritmi, individua ricorrenze, immagina alfabeti inesistenti, attribuisce intenzioni ai gesti, costruisce continuità visive, proietta memorie di scrittura conosciuta.
Il senso non è contenuto nel testo come informazione già pronta, ma nasce nell’incontro percettivo tra opera e lettore. La teoria merleau-pontiana sembra quasi descrivere l’esperienza asemica prima ancora che questa esistesse storicamente. La pagina asemica costringe il lettore a diventare co-produttore del senso. Non può limitarsi a decifrare; deve abitare percettivamente il segno.
Questo avvicina la scrittura asemica a molte pratiche artistiche contemporanee che chiedono una partecipazione attiva dello spettatore. L’opera non è più un oggetto chiuso ma un campo di possibilità. Anche il concetto merleau-pontiano di «figura e sfondo» è utile qui. In ogni percezione qualcosa emerge mentre altro resta implicito. Nell’asemico certe linee sembrano quasi parole, alcune strutture evocano grammatica, ma nulla si stabilizza definitivamente.
Il lettore oscilla continuamente tra vedere e leggere, riconoscere e perdere, interpretare e abbandonare l’interpretazione. Questa oscillazione è produttiva: genera esperienza. Per Merleau-Ponty, infatti, il significato non è un oggetto fisso da estrarre dal mondo; è qualcosa che si forma nella relazione viva tra corpo e realtà.
La scrittura asemica radicalizza proprio questa dinamica, in quanto trasforma la lettura in un atto percettivo creativo, dove il senso non viene trovato ma continuamente prodotto. L’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto col mondo. Per Maurice Merleau-Ponty l’ambiguità non è un difetto del pensiero o una mancanza di chiarezza da eliminare. È la condizione stessa della nostra esperienza del mondo.
Questo è uno dei punti più profondi della sua filosofia. La tradizione filosofica occidentale ha spesso cercato definizioni stabili, identità precise, separazioni nette, significati univoci. Merleau-Ponty, invece, mostra che il nostro rapporto con il reale è sempre parziale, situato, aperto. Non percepiamo mai il mondo «da fuori» o in modo assoluto. Ogni esperienza contiene contemporaneamente presenza e assenza, visibile e invisibile, chiarezza e indeterminazione.
L’ambiguità nasce proprio da questo intreccio. Quando guardiamo un oggetto, non ne vediamo mai tutte le facce insieme. Eppure, percepiamo quell’oggetto come unità. Il mondo si offre sempre attraverso prospettive incomplete che il corpo collega dinamicamente. Per Merleau-Ponty la realtà non è un blocco totalmente trasparente: è qualcosa che eccede continuamente la nostra presa concettuale.
Nel suo pensiero tardo, soprattutto in Il visibile e l’invisibile, questa idea diventa ancora più radicale. Il visibile porta sempre con sé un invisibile, ciò che è implicito, latente, non completamente dicibile.
La percezione non elimina mai il mistero del mondo. Ed è qui che la scrittura asemica diventa quasi una forma visiva di fenomenologia. La scrittura normale tende a ridurre – il più possibile – l’ambiguità organizzando il senso, stabilizzando il significato, orientando l’interpretazione.
La scrittura asemica fa il contrario: mantiene aperta la possibilità del senso. Il lettore riconosce qualcosa che somiglia alla scrittura: alfabeti possibili, ritmi sintattici, parole fantasma, strutture grammaticali implicite. Ma niente si lascia fissare definitivamente.
L’opera resta sospesa tra scrittura e immagine, significato e puro gesto, linguaggio e silenzio, riconoscibilità ed estraneità. Questa sospensione non è un vuoto da colmare; è l’esperienza stessa dell’opera. Per questo l’asemico mette il lettore in una posizione molto diversa rispetto alla lettura ordinaria. Non può consumare il significato in modo immediato. Deve sostare nell’incertezza percettiva. E questa incertezza, per Merleau-Ponty, non è negativa:
è il segno che il mondo è vivo, inesauribile, non completamente riducibile ai concetti.
L’ambiguità diventa allora una forma di apertura. Anche il corpo partecipa a questa ambiguità. Il corpo è contemporaneamente soggetto che percepisce e oggetto percepito, interno al mondo ed esposto al mondo. Non esiste una separazione assoluta tra chi guarda e ciò che viene guardato. C’è piuttosto un intreccio continuo, ciò che Merleau-Ponty chiama «chiasma».
La scrittura asemica sembra attivare proprio questo intreccio: il lettore non domina il testo dall’esterno, ma entra in relazione con esso in modo instabile e reciproco. Ogni osservatore vede connessioni diverse, costruisce ritmi differenti, proietta memorie personali della scrittura.
Il significato non è chiuso nell’opera: emerge nella relazione ambigua tra traccia, percezione e immaginazione. Per questo la scrittura asemica può essere letta come profondamente merleau-pontiana: non perché illustri una teoria, ma perché mette in scena una verità fondamentale della percezione secondo Merleau-Ponty: il mondo non è mai completamente dato, e il senso nasce proprio dentro questa apertura ambigua.
16 maggio 2026
Enzo Patti, pittore, disegnatore scenografo, illustratore. Ha sperimentato in vario modo il rapporto tra scrittura e immagine. È autore di libri-dipinti su leggii, libri-oggetto, dittici, doppie pagine, copertine e pagine di libro, rotoli e libri sfogliabili, spesso attraversati da scrittura asemantica e che hanno anticipato numerosissime mostre collettive; in particolare sul tema della scrittura e del libro. Ha insegnato Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.

